Elvezio, saggio viaggiatore d’altri tempi

Due occhi chiari illuminati da una luce che appartiene a chi nella vita ha visto molto, anzi moltissimo, incorniciati da sopracciglia bianche e folte che donano al viso un’espressione piena di esperienza. Un sorriso sincero e uno spirito consapevole. Un’accento che rivela fin da subito le sue origini marchigiane. Una coppola nera, una camicia a righe bianche abbottonata elegantemente e una giacca rossa. Il signor Elvezio mi aspettava, puntuale come un orologio svizzero, per l’intervista che avevamo concordato qualche giorno prima.  

Elvezio è nato nelle Marche, nel “paese del Verdicchio” come lo chiama lui, nel 1928, da una famiglia agiata. Nel ’29 però con il crollo della borsa di Wall Street che provocò una recessione economica in tutti i Paesi industrializzati, lui e la sua famiglia vennero trascinati nella miseria più assoluta. “Io e mia sorella abbiamo patito la fame”, ricorda con un velo di amarezza nella voce e un fondo di tristezza negli occhi. “Sono stato fortunato perché un giudice romano, dopo aver parlato con il mio maestro delle elementari, mi pagò gli studi ed ebbi quindi l’opportunità di frequentare l’Università e laurearmi. Per esprimere la mia gratitudine e ricordare questo giudice gentile, tramite un missionario, ho potuto pagare gli studi a cinque ragazze in Indonesia che grazie al mio aiuto hanno avuto la possibilità di iscriversi all’Università”. 

Dopo aver terminato gli studi, Elvezio ha iniziato a insegnare nelle scuole e l’ha fatto per quarant’anni, venti in giro per l’Italia e venti a Bolzano. Nel tempo ha accompagnato moltissimi suoi studenti in giro per l’Europa: Londra, Parigi e Vienna sono alcune delle grandi città europee dove ha portato i suoi alunni. E così il viaggio ha iniziato a far parte di lui e oggi ci racconta con fierezza che nella sua vita ha visitato 105 Paesi. Il Polo Nord è stato il suo primo grande viaggio mentre l’Australia è stato il Paese che più gli è piaciuto, soprattutto per la cordialità della gente. Tra le esperienze più toccanti ricorda invece l’India: “La prima volta che andai in India nel 1970 rimasi talmente sconcertato nel vedere così tanta povertà che una volta tornato in Italia ogni volta che mangiavo mi sembrava di rubare”.  Ma Elvezio in India ci tornò diverse volte e lo fece aiutando i più bisognosi nelle missioni di Maria Teresa di Calcutta. “Noi volontari facevamo assistenza ai moribondi durante il giorno mentre alla sera arrivavano le suore del sorriso che li assistevano durante la notte. Le stesse suore ogni mattina andavano con i camion a cercarli e li portavano lì a morire, pochissimi di loro si salvavano. è stata un’esperienza sconvolgente”.  Non solo in quell’occasione Elvezio mise il suo tempo a disposizioni degli altri. Insieme ai ragazzi delle scuole Battisti costruì a Benares, in India, un lebbrosario mentre in un villaggio del Perù contribuì a realizzare un laboratorio per la lavorazione della lana dell’alpaca, grazie al quale molti locali trovarono un’occupazione stabile.   

Due occhi chiari illuminati da una luce che appartiene a chi nella vita ha visto molto, anzi moltissimo. E una frase, alla fine del nostro incontro, che rafforza tutto ciò che Elvezio mi ha raccontato: “Il viaggio è l’esperienza che più ti può insegnare!”.  

Autore: Giulia Pedron, COOLtour

Ecco la storia del carillon del Duomo

Inaugurato nel 2009, il carillon del Duomo è composto da 25 campane e suona quotidianamente in due momenti, alle ore 11 e alle ore 16. Il carillon combina passato e presente essendo teoricamente in grado di riprodurre qualsiasi melodia grazie a un sistema digitale. Referente per il carillon è il primario a riposo di dermatologia dell’ospedale di Bolzano Werner Wallnöfer. 

Soprattutto grazie alla calma del lockdown, molti bolzanini hanno potuto prendere coscienza delle melodie che risuonano dal carillon posto dentro il campanile del Duomo di Bolzano. Ma… qual è la sua storia?
Per saperne di più ci siamo rivolti al parroco del Duomo, il quale ci ha indirizzati al dott. Werner Wallnöfer, laico referente del carillon e della collezione del Tesoro del Duomo di Bolzano (Domschatzkammer).

“I Glockenspiele, carillon, sono più popolari in altri paesi europei e trovano la loro origine nelle Fiandre. Oggi, oltre che nei Paesi Bassi ed in Belgio, se ne trovano in Francia ed in Germania. Dobbiamo il carillon di Bolzano alla passione dell’allora decano Johannes Noisternigg, cui gli Schützen si rivolsero poco prima dei festeggiamenti per l’anniversario dei 200 anni della sollevazione del Tirolo del 1809, in quanto volevano fare qualcosa di particolare.”
Fu quindi coinvolto l’artista Ivo Radakovich di Egna, autentico esperto di carillon, il quale insieme alla rinomata fonderia per campane Grassmayr di Innsbruck riuscì a realizzare un progetto adatto alla torre, nel rispetto dei vincoli dei Beni Culturali. Il carillon, ubicato nella parte alta della torre gotica, quella a base esagonale, è composto da 25 campane di dimensione medio-piccole.”
“Il carillon suona quotidianamente alle 11 e alle 16. La melodia può cambiare in base al periodo – per esempio ci sono melodie particolari che vengono suonate solo durante la Quaresima – ma all’interno dello stesso giorno la melodia non cambia. Abbiamo la possibilità di programmare le melodie, c’è un file digitale che legge le note e le trasferisce sui batacchi (Klöppel) delle campane.” Così ci racconta il signor Werner Wallnöfer.

Lei è anche referente del Tesoro del Duomo di Bolzano. In cosa consiste la collezione?
“Si tratta del Museo del Duomo che mette in mostra i suoi tesori e offre un percorso storico-didattico sulla storia ecclesiastica della città. Tra i reperti esposti abbiamo un altare gotico a portelle, ma anche diversi oggetti liturgici, come coppe, quadri, e documenti importanti, tra cui spicca una lettera di indulgenza del 1240. C’è pure una collezione di paramenti liturgici: a seconda della stagione cambia il colore della casula, ovvero la ‘tunica’, il paramento che il sacerdote celebrante indossa sopra il camice e la stola. Confezionata nei vari colori liturgici è in genere la parte più curata e bella e può essere bianca, dorata, verde, viola, blu, rosa. Viene indossata in base ad un ordine prestabilito e noi ne abbiamo diverse in esposizione. Abbiamo inoltre delle reliquie del Beato Arrigo (1250-1315), patrono di Bolzano, molto venerato fin dagli inizi del secolo scorso, uno dei ‘Santi’ più documentati dell’epoca e citato dal Boccaccio nel Decamerone (II giornata, novella I). 
Si tratta per lo più di oggetti appartenuti o toccati dal beato, ad esempio degli abiti, mentre la reliquia principale, consistente in due  costole di Arrigo, è conservata in una teca di cristallo all’interno del Duomo. La buona notizia è che il Tesoro del Duomo di Bolzano, inaccessibile durante il lockdown, riaprirà al pubblico il 6 luglio”.

Un’ultima domanda, come è finito un laico come lei a dedicare la sua attività  volontaristica per il Duomo? 
“Sono stato primario di dermatologia all’ospedale di Bolzano. Sono in pensione da 10 anni, ma mi dedico al volontariato.”

Deve aver avuto qualcosa come una vocazione…
“Fino alla maturità ho frequentato il Vizentinum a Bressanone (una scuola media ed un liceo classico in lingua tedesca, fondato nel 1872, gestita dalla diocesi di Bolzano-Bressanone). Successivamente, quando ero primario, sono stato 25 anni presidente del consiglio parrocchiale, ma circa 10 anni fa mi sono dimesso in quanto ritengo che sia un incarico che deve essere svolto da chi è più giovane. Per la parrocchia organizzo visite culturali e di chiese.”

Autore: Till Antonio Mola

Salgari, Berlinguer e… Maradona

Guido Margheri, 62 anni, è nato a Firenze ed è “cresciuto” a Milano. Dopo aver girato per l’Italia è arrivato a Bolzano alla fine del 1989. Attualmente lavora alla SAD ed è Presidente di ANPI Alto Adige Südtirol, l’associazione fondata nel 1944 dalle partigiane e dai partigiani come Casa Comune per le cittadine e i cittadini antifascisti, promuovendo la memoria attiva della Resistenza e l’attuazione dei principi fondamentali della Costituzione.

La cosa che mi piace di più di me stesso.
Sono ostinato.

La volta in cui sono stato più felice.
Quando ho realizzato di essere diventato “il Babbo”. 

La volta in cui sono stato più infelice.
La prossima… purtroppo l’infelicità è assoluta. Variano solo i tempi.

Da bambino sognavo di diventare…
Un bibliotecario con tutti i libri del mondo a disposizione.

L’errore che non rifarei.
Diventare adulto troppo presto.

La persona che ammiro di più.
Tantissime. Forse Nelson Mandela.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“3 Uomini in barca per non parlar del cane”, di Jerome Klapka Jerome. 

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Viaggiare nello spazio. 

L’ultima volta che ho pianto.
Per fortuna sono ancora capace di commuovermi.

La mia occupazione preferita.
Leggere.

Il paese dove vorrei vivere.
Un mondo senza ingiustizie.

Il colore che preferisco.
Lo spettro intero, ovvero l’arcobaleno.

Il fiore che amo.
La margherita.

Il mio piatto preferito.
Milanese con patate fritte , ma non ho “pregiudizi”.

Il mio musicista preferito.
Il “boss” Bruce Sprengsteen.

Il mio pittore preferito.
Leonardo.

Non sopporto…
I fanatici, e in particolare i razzisti.

La mia paura maggiore.
Diventare cinici e egoisti. 

L’oggetto a cui sono più legato.
La storica edizione annotata delle opere complete di Emilio Salgari.

La massima stravaganza nella mia vita.
Aver rubato il cartello di un consolato, durante un Capodanno.

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Berlinguer mi ha stretto la mano per ringraziarci dell’impegno nel movimento per la pace.

Il mio motto.
“È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza.” E, ovviamente, anche “chi non mi ama non mi merita”.

Per un giorno vorrei essere.
Diego Armando Maradona (in campo), anche se sono orgogliosamente un “gobbo” nato a Firenze.

Se fossi un animale sarei…
Un gatto o, forse, un elefante.

Quattro anni di cooltour

Nei giorni scorsi il progetto COOLtour, con il quale il nostro giornale collabora da tempo, ha compiuto i suoi primi 4 anni. Per l’occasione i giovani che partecipano a questa iniziativa nei pressi della sede di via Sassari hanno regalato ai passanti dei sacchetti contenenti piccoli gadget. Le foto sono state scattate da Niccolò Dametto.

Canoa: Occhi fissi sul fiume

Nello scorso fine settimana tutta la città si è concentrata sulle acque del Passirio, dove canoisti provenienti da Europa e Oltreoceano si sono confrontati nello slalom per la 65esima edizione del tradizionale International Race per Club, organizzato dallo Sportclub Merano. Ecco alcune spettacolari immagini negli scatti di Niccolò Dametto di Cooltour.

Bolzano città dell’acqua: rogge e fontane in epoca antica

Ai più sarà capitata sottomano  un’immagine indelebile della Bolzano antica, raffigurante le donne ricurve, nell’attuale via Dr. Streiter, intente a lavare i panni sulla roggia presente sul lato sinistro della strada. 
Le rogge cittadine che attraversavano la città sin dall’epoca medievale avevano diverse funzioni. Dalla distribuzione delle acque bianche all’immissione di quelle nere, dall’attivazione di alcuni mulini ad acqua, al lavaggio delle pelli o dei tessuti.
In via Dr. Streiter, ma anche in vicolo delle Erbe e in altri luoghi, le donne di Bolzano lavavano i loro panni. Un lavoro duro e faticoso. Al bordo della roggia veniva appoggiato un lavatoio fatto in legno, di solito rigato, per facilitare l’azione di lavatura dei capi in lino, canapa, cotone (raramente) o in lana. Le mani delle donne, spesse volte sformate per l’artrite, sfregavano energicamente i capi per tutta la famiglia. Nelle immagini storiche non si avvertono però dolore o sofferenza. Il lavare insieme era infatti occasione per scambiare due chiacchiere, pettegolezzi, annunci di nascite o avvenimenti dolorosi, racconti di tradimenti, amori inconfessabili, emigrazioni, ma anche ritorni da guerre o prigionie. 
Nel 1906 venne inventata la prima lavatrice, assemblando un mastello di legno, e nel 1930 l’industria Miele produsse il primo prototipo a motore. Da quel momento cambiò tutto, o quasi, e per sempre.
Fino a 100 anni fa l’acqua non era presente nelle case. Ogni via, ogni strada, ogni vicolo, ogni corte o cavedio interno, aveva la sua fontana. Le famiglie attingevano a questo bene prezioso, andandolo reperire proprio in strada. 
Delle fontane rimaste ne troviamo diverse in tutto il centro storico, ma non solo. Differenti per stili ed epoche, la maggior parte delle fontane risalgono al ‘600 e ‘700. 
Ne ricordiamo alcune. Ad esempio quella posta al n. 15 di via Dr. Streiter, settecentesca e con forma a edicola, dotata di un’ anfora stilizzata sulla trabeazione terminale e un basamento svasato e rastremato. C’è poi quella di via Cassa di Risparmio, angolo via Talvera, che risale al Seicento, col suo motivo ornamentale con i pesci. In via Vintola sono invece presenti due fontanelle con la vasca a forma di conchiglia e l’augello della fuoriuscita dell’acqua con la testa di leone. 
In passato l’acqua per Bolzano non fu dunque non solo simbolo di devastazione con le alluvioni, ma anche e soprattutto fonte di vita.

Autore: Flavio Schimenti