Storie dal Multiverso
Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.
Abbiamo incontrato sull’Alpe di Siusi il personaggio più in voga del momento: Robert Linkshändige. Da anni allena squadre di calcio sull’altopiano più esteso d’Europa. “I nostri campi, tutti irregolari, seguono i profili naturali delle nostre colline”, ha affermato. “Questo ha permesso ai nostri giocatori sudtirolesi di diventare più resistenti e precisi e ha garantito al Südtirol la partecipazione agli europei 2020!”.
Autore: Roberto Tubaro
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/fdf3c2ee967253ac815a287b1
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f5476295555be6b0078044369
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f8333da79fe29e55c97040639
Da un anno la nostra vita è appesa alle zone colorate. Per i bolzanini in parte non è una novità, basti pensare alle regole in vigore già da diversi anni per quanto riguarda i parcheggi per i residenti. In epoca di pandemia le zone colorate però hanno assunto un diverso significato, misurando l’intensità delle restrizioni. Nello spettro dei colori il governo con i suoi consulenti in maniera abbastanza razionale ha deciso di puntare in sostanza sul semaforo: rosso per la massima restrizione, poi arancione e giallo per arrivare al bianco come simbolo di massima libertà. Il liberatorio colore verde finora non è stato preso in considerazione, o forse è previsto che entri in campo solo a fine emergenza, chissà.
Intanto in Alto Adige ci siamo abituati a vedere la zona bianca come il traguardo dei nostri sforzi. Un traguardo che a ben vedere non sembra poi così vicino, stando ai dati. Con territori a noi contigui che pare siano destinati a raggiungere l’agognato bianco ben prima di noi. Dipende dalla percentuale di vaccinati, dai contagi, e da una serie di altri parametri, ci dicono. Noi attendiamo e intanto il comparto turistico si prepara alla ripartenza, sperando di non dover alzare bandiera bianca, così come è capitato di dover fare, in buona sintesi, nel triste inverno che ci siamo lasciati alle spalle.
A proposito di bandiera bianca: a molti probabilmente viene in mente la canzone omonima del cantautore Franco Battiato, appena scomparso. Giusto 40 anni orsono Bandiera bianca era stata una sorta di manifesto dell’autore siciliano, intento a criticare già allora alcuni dei contesti da lui considerati tra i più immorali nella società contemporanea, tra cui la politica e l’economia, con la nostra eccessiva dipendenza dai soldi. Il testo di Bandiera bianca è significativamente profetico: in esso possiamo scorgere molti aspetti della schizofrenia che ci ha accompagnati, individualmente e come società, durante questi mesi travagliati.
Speriamo di uscirne migliori e che la bandiera bianca che sventoleremo sia solo come quella delle spiagge. Quando il mare è calmo e possiamo davvero nuotare tranquilli.
Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale
Con riferimento al Superbonus, una questione che è stata molto dibattuta e che ha finalmente trovato una risposta definitiva da parte dell’Agenzia delle Entrate è se l’intervento di isolamento termico sia realizzabile anche sul singolo appartamento o sia rivolto solo all’intero condominio.
Con riguardo alle singole unità immobiliari, l’intervento di isolamento termico, così come quello di sostituzione impiantistica, è realizzabile solo su tipologie edilizie quali villette a schiera, porzioni di bifamiliari o simili. In particolare, possono accedere al Superbonus gli edifici unifamiliari oppure le singole unità immobiliari situate all’interno di edifici plurifamiliari, purché: 1) “funzionalmente indipendenti”, 2) dotate di uno o più accessi autonomi dall’esterno.
Quanto al primo requisito, un’unità immobiliare può dirsi “funzionalmente indipendente” quando sia dotata di installazioni o manufatti di qualunque genere, quali impianti per l’acqua, il gas, l’energia elettrica, il riscaldamento, ecc., di proprietà esclusiva.
Quanto al secondo requisito, occorre che l’unità immobiliare disponga di un accesso indipendente, non comune ad altre unità immobiliari, chiuso da cancello o portone d’ingresso che consenta l’accesso dalla strada o da cortile o giardino di proprietà esclusiva (si vedano, sul punto: Circolare 22/12/2020, n. 30/E, punto 3.1.1 R; Circolare 08/08/2020, n. 24/E, punto 2 R; art. 1 R del Decreto Requisiti, lettera i) del comma 3).
Entrambi i requisiti devono sussistere contemporaneamente, e prescindono dal fatto che l’edificio plurifamiliare di cui tali unità immobiliari fanno parte sia costituito o meno in condominio.
Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira
Nella serie di articoli sugli algoritmi, abbiamo affrontato il problema di come i pregiudizi umani si possono trasferire, involontariamente, alle macchine. Questo problema si inserisce in un contesto molto più ampio, quello della cosiddetta “etica delle macchine”, ovvero di come fare in modo che le macchine (siano esse robot, assistenti vocali, software di supporto alle decisioni, algoritmi per il riconoscimento delle immagini, servizi web) esibiscano dei comportamenti compatibili con i principi etici e morali della società in cui operano. Allo stesso tempo, molti esperti stanno mettendo in evidenza che, seppur fondamentale, il tema dell’etica delle macchine non è sufficiente a fornire strumenti efficaci per definire opportuni confini al raggio di azione dell’intelligenza artificiale. Questo aspetto è centrale per le società di oggi: siamo infatti in una fase di profonda trasformazione del lavoro, in cui l’intelligenza artificiale, la data science, e la potenza di calcolo delle odierne reti di calcolatori giocano un ruolo centrale. Le previsioni su come il lavoro si trasformerà sono molto contrastanti: si passa da chi indica un prossimo collasso del sistema del lavoro (immaginando un futuro prossimo in cui le macchine potranno sostituire l’uomo nella stragrande maggioranza dei compiti), a chi invece più cautamente dice che il lavoro non sparirà, ma si trasformerà creando nuove opportunità. Allo stesso tempo, gli esperti sono unanimi nel mettere in evidenza che c’è un nodo da sciogliere, nodo che potrebbe essere ancora più determinante dello sviluppo tecnologico nell’incidere sul futuro del lavoro: l’oligopolio nel mondo IT di pochissimi giganti, ovvero Facebook, Amazon, Apple, Microsoft, e Google. Questi giganti non possono essere controllati se ci si ferma al tema dell’etica: serve per questo un apparato di regole condivise. La regolamentazione in tal senso è stata, fino a pochi anni fa, praticamente assente. L’Europa, che spesso si trova a inseguire gli altri paesi nella corsa all’innovazione, è su questo tema assolutamente all’avanguardia, grazie alla recente introduzione del regolamento generale per la protezione dei dati (GDPR) ed alla prima proposta, a livello mondiale, per la definizione di un apparato normativo per l’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence Act). Approfondiremo entrambi questi documenti nei prossimi numeri della nostra rubrica.
Autore: Marco Montali
Nei giorni 2 e 3 giugno del 1946, proprio 75 anni fa, gli italiani furono chiamati al referendum che avrebbe dovuto decidere la forma dello Stato: monarchia o repubblica. Nelle province orientali e in Alto Adige (salvo Bassa Atesina e alta Anaunia) non si votò perché i confini non erano ancora del tutto definiti.
Alle urne furono ammesse per la prima volta (in un’elezione di livello nazionale) le donne. Il referendum istituzionale ebbe come esito la nascita della Repubblica italiana, ragione per cui la ricorrenza è celebrata ogni 2 giugno.
Repubblica è una parola che deriva da “res publica” che in latino significa “cosa pubblica”, ovvero “ciò che appartiene al popolo”. La “res publica” contiene tutte quelle cose – le istituzioni, le leggi, gli interessi, i diritti, il territorio – che in qualche modo spettano ai cittadini visti come singoli e come collettività. Se “repubblica” è la cosa di tutti, non significa che tutti possano approfittarne e prenderne a piacimento, ma soprattutto che ognuno è chiamato a dare il suo contributo. A dare/fare e poi prendere la sua parte.
Fin dall’inizio la Costituzione scritta e approvata dall’Assemblea votata il 2-3 giugno 1946, parla di diritti e doveri. Di diritti insieme ai doveri. “La Repubblica – dice l’articolo 2 – riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Questi diritti-doveri e principi sono l’esercizio della sovranità, la solidarietà, la pari dignità delle persone, il lavoro, le autonomie (in un’ottica di sussidiarietà), la tutela delle minoranze, la libertà religiosa, l’ecologia, la tutela dello straniero e il diritto d’asilo, il ripudio della guerra, la libertà personale, la libertà di pensiero e di associazione, la famiglia, la salute, la scuola, l’iniziativa economica e altro ancora, il tutto nell’ottica del bene comune.
Autore: Paolo Bill Valente
Tra i pochi toponimi locali che fortunatamente si sono salvati (e speriamo non scompaiano come gran parte del vecchio paese), si trova quello di “Jauch”. Una parola dal suono misterioso che ci riporta in un lontano passato e che, come noto, si riferisce alla parte bassa, medievale, del vecchio paese, compresa tra l’originale strada statale e “la fossa” provinciale e la via Stazione e l’albergo Steiner. Stiamo parlando delle odierne vie Noldin, Galizia e Hofer.
Molto spesso, i microtoponimi sono espressione delle esigenze particolari e contingenti di un determinato periodo storico e perciò la nostra ricerca sul termine “Jauch” si svolgerà in quei temi “grigi” – ossia non bene esplorati e documentati – dopo il crollo dell’impero romano e l’arrivo del mitico re ostrogoto Teodorico (Dietrich von Bern, dove Bern sta per Verona), quando nella valle dell’Adige viveva ancora una popolazione di lingua romanica che riuniva in se antichi elementi retici e romani e, tutto sommato, ancora pochi tratti “cristiani”.
Soprattutto Baiuwari (successori dei Boieri, che significa uomini di Boemia) e Longobardi si contesero la zona alle porte di Bolzano e proprio a Laives, dove ebbe luogo una sanguinosa battaglia, passava il confine tra i due territori. Teodorico stesso favorì costantemente l’arrivo di nuovi coloni ai quali dovevano poi essere assegnati dei terreni da coltivare.
È presumibile che proprio in quest’epoca i campi verso l’Adige, già dissodati in epoca preromana e romana, fossero attribuiti a nuovi arrivati.
Che significa dunque “Jauch”? Si tratta sicuramente di un’antica unità di misura, derivata dal latino jugerum (da iugum, giogo, tiro di buoi), ripreso dalla lingua tedesca antica come “Joch”, “Juchart” e più tardi “jûchert” e ”iuchart”.
Il nostro “Jauch”, un autentico fossile linguistico che ci svela pagine importanti del passato, deriva dall’espressione medievale “Jauchert“ (vier jaugert weid nemb wir ein zil… quattro iugeri di pascolo noi prendiamo… scrive infatti J. Ayrer).
“Jauchert ist ein stück landes, so man mit einem paar ochsen in einem tag pflügen oder ausackern kan. andere beschreiben ein jauchert ackers 240 schuh lang, 120 breit“, scrivono i fratelli Grimm nel loro famoso dizionario (Jauchert è un campo che si può arare in un giorno con un giogo di buoi…).
In conclusione, possiamo affermare che il nostro “Jauch” ha trovato una duplice applicazione: da una parte come semplice unità di misura che designa un campo di 2519,9 m², dall’altra come toponimo per una nuova area coltivabile individuata in seguito all’arrivo di nuovi coloni ubicata appena fuori dalle mura del vecchio paese, ai margini del conoide e prima delle “Leiferer Auen”, pascoli paludosi che si estendevano dalla “fossa” provinciale fino al meandrico alveo dell’Adige.
Autore: Reinhard Christanell
857 dopo Cristo: per la prima volta in un documento ufficiale compare il nome di Merano, con la dizione “locus qui dicitur Mairania”. Il piccolo insediamento abitato si affacciava sulle rive del Passirio, in corrispondenza all’attuale rione Steinach, estendendosi da piazza Duomo fino a porta Passiria. Una piccola chiesa era ivi presente, quella che nel corso dei secoli verrà trasformata nell’attuale Duomo.
Nel 1237 viene citato un “forum Mairani”, nel 1260 un “burgum Merani”, nel 1278 “civitas Merani”. Nel 1295 Mainardo II conte di Tirolo farà di Merano la capitale del suo regno, e la data ufficiale sancita è il 1317.
Ma già prima egli aveva dato un’impronta alla sua nuova città, rendendola un centro commerciale in competizione con Bolzano, riprendendone l’impostazione urbanistica attraverso un nucleo abitato porticato che si affaccia su una principale arteria di comunicazione. Il borgo era cinto da una cerchia di mura di forma quadrangolare, al quale si accedeva da quattro porte maestre. Il nucleo meranese ha però una particolarità rispetto a quello bolzanino: è più lungo di 100 metri, questo per rimarcare la sua importanza rispetto alla città “sorella”.
In più Merano venne dotata dell’Ospedale di Santo Spirito, vale a dire la struttura assistenziale più importante della regione. A ciò si aggiunsero l’istituzione del conio e della zecca, nonché di tutti i più importanti mercati stagionali. L’impostazione delle singole particelle edilizie sulla via dei Portici va dai 3,5 fino ai 5 metri. Sotto i portici si trovavano le botteghe, sopra le abitazioni e le corti interne, dietro di esse gli orti che giungevano fino alla cinta muraria.
Le architetture delle singole abitazioni nella loro conformazione attuale sono caratterizzate da forme del 500 e del 600. Fra le più belle svetta “Casa Turri”, con stilemi a carattere barocco. Come molti sanno, i Portici rivolti a nord sono chiamati “a monte”, mentre quelli rivolti verso sud “dell’acqua”.
Gli Erker, come in tutto il territorio del Tirolo del Sud, caratterizzano con i loro giochi di sporgenze e rientranze anche i bei Portici di Merano. Essi erano il centro della vita domestica, soprattutto quella femminile: consentivano alle donne di guardare per strada senza essere viste o disturbate dagli sguardi insistenti di qualche sconosciuto.
Autore: Flavio Schimenti