Un modo nuovo per risolvere i conflitti

“Vuoi aver ragione o vuoi essere felice?” è il motto di Sara Bassot, la mediatrice responsabile dello sportello di Giustizia riparativa per Merano – Burgraviato e Bressanone – Valle Isarco. è un nuovo servizio a disposizione di tutti: una modalità di gestione dei conflitti in cui le parti coinvolte possono trovare ascolto e raccontare i propri vissuti e, con l’aiuto di un terzo imparziale, partecipare attivamente alla soluzione soddisfacente di un conflitto.

Dottoressa Sara Bassot, di che cosa si tratta?
Su iniziativa del centro di Giustizia riparativa della Regione, in collaborazione con l’Ufficio esecuzione penale esterna e l’Ufficio servizio sociale per minorenni, nel 2020 è stato elaborato un progetto con l’intenzione di avvicinare i cittadini a questo mondo. È uno sportello di mediazione che vuole essere particolarmente vicino territorialmente per facilitare una risoluzione dei conflitti in modo più proficuo e positivo prima che si arrivi ad una denuncia o che la disputa possa involversi in un reato.

Può fare un esempio?
Un esempio classico sono le liti di vicinato: a volte certi screzi durano da anni, e può succedere che un’offesa di troppo possa far scattare una denuncia; da qui si approda al tavolo del giudice di pace, e quindi inizia un iter di giustizia tradizionale che spesso sfinisce le persone, o addirittura non porta ad avere una vera giustizia, cioè avere una relazione di vicinato sana e positiva.

Cosa succede quando un cittadino si rivolge a voi?
La persona ci contatta e in un colloquio privato può spiegare il suo punto di vista, venendo accolta e ascoltata in uno spazio protetto. Si invita poi la controparte a fare altrettanto , e se è disponibile, successivamente si invitano entrambe le parti ad incontrarsi e a parlare fra di loro, aiutati e facilitati nel loro percorso da un professionista che li sostiene nella comunicazione. Non c’è nessuna forzatura, ma il beneficio è molto grande perché non riguarda solo la risoluzione di un piccolo fatto, ma anche una relazione che poi continuerà negli anni.

Sara Bassot

Si tratta di una grande novità, per l’Alto Adige…
Lo sportello è diventato attivo qualche mese fa, ma già in autunno ci siamo trovati con il distretto sociale di Merano della Comunità comprensoriale Burgraviato, per istituire un tavolo territoriale che voleva analizzare i bisogni della comunità e individuare situazioni conflittuali in cui la giustizia riparativa e la mediazione potessero essere strumenti utili. Al tavolo del Burgraviato hanno aderito diversi soggetti del settore pubblico e del privato sociale, dal cui confronto sono nati tre gruppi di lavoro e diverse proposte di azione.
Un tema emerso dal tavolo del Burgraviato è quello dell’abitare e riguarda i conflitti nei condomini a partire da quelli nelle case popolari. In questo caso viene perseguita una stretta collaborazione con l’Istituto per l’edilizia sociale dell’Alto Adige.
Un secondo gruppo di lavoro si occupa del tema scuola: in questo ambito sono stati presentati diversi progetti offerti in vari istituti scolastici, ed è stato organizzato un convegno con Federica Brunelli che ha presentato il modello della scuola riparativa. Questo gruppo di lavoro ha concordato di partire con questo modello presso la scuola alberghiera Cesare Ritz.
Il terzo gruppo di lavoro segue il parco giochi in via Karl Wolf e ha concordato di organizzare un circolo di vicinato per cercare di risolvere il conflitto tra i diversi utilizzatori del parco. 
In questo caso in un primo momento si svolgeranno dei colloqui individuali con le persone interessate, mentre in un secondo momento si organizzerà un incontro congiunto. In quell’occasione ciascuno potrà raccontare il suo punto di vista e si cercherà di elaborare insieme una soluzione soddisfacente. Fra qualche settimana ci sarà un ulteriore incontro per valutare la realizzazione del piano d’azione elaborato insieme.

Quante persone lavorano allo sportello?
Per ora allo sportello ci sono solo io, ma comunque viene garantito il servizio dall’ufficio di Giustizia ripartiva della Regione, dove sono al lavoro altre quattro persone. Nel caso delle mediazioni allargate collaboriamo assieme alle altre colleghe, anche perché il mediatore vuole garantire il più possibile la neutralità e la gestione fluida e armonica della comunicazione.

Come si diventa professionisti di questo settore?
Il requisito è essere mediatore, una figura professionale con una formazione importante, e per diventarlo viene molto valutato anche l’atteggiamento umano. Io sono sociologa e psicologa, poi ho fatto molti corsi di specializzazione perché mi piace comprendere l’essere umano, vedere i vari aspetti dell’interazione umana, La giustizia ripartiva esiste da sempre, basti pensare a certe antiche tribù che si mettevano in cerchio con una persona più saggia al centro, per poter confrontale le loro opinioni. Noi garantiamo lo spazio di esprimersi senza essere interrotti e di essere ascoltati dalla controparte, fatto che spesso nel quotidiano non avviene. 

Soprattutto in questi tempi in cui si comunica soprattutto attraverso i social…
Già, lo si nota ogni giorno, e lo si è visto in molti ambiti, come nel video dei rapper di Merano, che ha tirato fuori delle  tensioni sociali che esistevano già, ma essendo avvenuti gli scambi comunicativi quasi esclusivamente sui social, le opinioni sono state estremizzate. Guardarsi negli occhi e dirsi le stesse cose che pensiamo ma in faccia, è tutta un’altra cosa.

Come si può fare per contattare lo sportello?
Il servizio è gratuito e confidenziale. Per appuntamenti e informazioni basta chiamare il numero 0471 322152 o scrivere a mediazionemerano@gmail.com

COS’E’ LA GIUSTIZIA RIPARATIVA?

La giustizia ripartiva punta sulla partecipazione attiva della vittima e del reo. In poche parole, anziché delegare allo Stato, sono gli stessi attori della disputa a occuparsi di ovviare alle conseguenze del conflitto occupandosi della riparazione, della ricostruzione e della riconciliazione, con l’obiettivo non di punire ma di rimuovere le conseguenze del reato attraverso l’incontro tra le parti e con l’assistenza di un mediatore terzo e imparziale.
La giustizia riparativa analizza il problema della giustizia penale intorno a quattro elementi fondamentali:
considerare il reato in termini non meramente formali bensì “esperienziali”, ossia come “lesione” che coinvolge direttamente, e sotto molteplici aspetti (morali, materiali, emotivi, relazionali) singole persone e una comunità;
ritenere che al reato corrisponda in primo luogo l’obbligo – in capo all’autore – di porre attivamente rimedio alle conseguenze dannose che la sua condotta ha cagionato, avendo riguardo in primo luogo ai bisogni della vittima;
puntare, nella ricerca di tale soluzione “ripartiva”, ad un coinvolgimento attivo della vittima, dell’offensore, dei rispettivi entourages di relazioni, e della comunità civile;
ricercare una soluzione che risulti, se possibile, concordata tra tali soggetti.

Autore: Luca Masiello

Hans von Lutz e il mistero delle lucertole nel Duomo di Bolzano

Entrando nel duomo di Bolzano alla penombra della luce chiaroscurale, sulla navata della campata sinistra, ci compare il suggestivo pulpito opera di Hans von Lutz. Il manufatto scultoreo,  realizzato dall’architetto di Schussenried, andava a completare le opere di abbellimento del Duomo bolzanino, insieme al campanile ultimato nel 1519. Il pulpito in esame viene realizzato fra il 1513/14, e di esso si è scritto tanto, delle formelle che rappresentano il Padri della Chiesa ecc., ma ai più è sfuggito un particolare interessante ed importante. Alla base delle due colonne che lo sostengono, sono state scolpite dodici lucertole. Sei per parte. Cosa ci fanno delle lucertole nel duomo bolzanino e cosa rappresentano ? Il mistero è presto risolto. La lucertola dal punto di vista simbolico per il mondo greco e poi romano, rappresentava orficamente “ l’immortalità”. Animale sacro al dio Apollo, associata alla divinità Salus per i romani, verra’ rappresentata in tante tombe dell’età classica. Essa incarnava l’eternità della luce, la sua predilezione a restare immobile ai raggi solari, fino ad assurgere a simbolo di resurrezione. I due fattori che hanno portato ad associare, per gli antichi,  a simbolo di resurrezione sono: la lucertola va in letargo d’inverno, per tornare al mondo in primavera; pur nella sua apparente fragilità,  essa è in grado di rigenerarsi, facendosi ricrescere la coda , se questa, viene  troncata. Nella simbologia cristiana essa diventa un modello per l’uomo. La lucertola è rivolta verso il sole, come l’uomo deve rivolgersi a Dio per trovare “ luce negli occhi e nel cuore”. Il rettile, quando giunge alla tarda età, si posiziona su un muro, rivolto ad Oriente – per il mondo cristiano è Gerusalemme-, attendendo che i raggi solari le possano ridonare nuovamente la vista ed una nuova vita.
In questa magnifica opera scultorea , il maestro Hans von Lutz, anticiperà grandi opere artistiche dei pittori del Rinascimento e del Barocco. Uno fra tutti quella di Lorenzo Lotto col ritratto di “Giovane nello studio” (1525). E, forse una delle opere più famose di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, il “ Ragazzo morso da un ramarro” (1593/94). Ramarro, in latino Lacerta viridis. Dodici lucertole nel duomo di Bolzano, le prime sei alla base della colonna centrale, hanno ancora il loro aspetto tradizionale, le altre sei, invece si stanno trasfigurando, trasformandosi nel ricco intreccio che l’autore le donerà.

Autore: Flavio Schimenti

Sulla strada della ripartenza

Test, vaccini e riaperture. Così l’Alto Adige prova a ripartire e a curare un’economia fortemente colpita dalla crisi dovuta al Covid. Ne abbiamo parlato con Michl Ebner, presidente della Camera di Commercio di Bolzano.

L’Alto Adige riparte. O almeno ci prova. La pandemia ha stravolto le nostre vite nell’ultimo anno e a farne le spese maggiori è stata sicuramente la nostra economia. Ora però – tra test a tappeto, vaccini e riaperture – si può tornare a respirare, per far rialzare i molti settori in ginocchio.

On. Ebner: l’Alto Adige come ha vissuto l’ultimo anno segnato dalla crisi Covid? 
L’impatto della pandemia è stato drammatico, peggio di quello della grande crisi del 2008 in Alto Adige. Settori come il turismo hanno subito danni notevoli, e anche il mercato del lavoro, nonostante il blocco dei licenziamenti, soffre. Nel 2020 il numero medio di occupati dipendenti è stato inferiore del 3,5% rispetto alla media dell’anno precedente. Ancora ad aprile 2021 si contavano oltre 10.500 occupati in meno rispetto ai livelli precrisi.
Il protrarsi dell’emergenza sanitaria, con il progressivo rafforzamento delle misure restrittive e il recente ripristino di zone rosse locali sul territorio provinciale nei primi mesi dell’anno, ha inizialmente causato un deciso peggioramento delle aspettative per il 2021, ma gli sviluppi degli ultimi mesi lanciano segnali più confortanti.

Siamo sulla strada giusta per la ripartenza?
Credo che soltanto grazie ad un’ampia copertura vaccinale, insieme al rispetto delle misure contro la diffusione del virus, si possa pensare di tornare alla normalità, e si vedono già i primi risultati positivi. L’eliminazione delle restrizioni dovute al Covid, nonché dell’obbligo di quarantena dal 15 maggio per gli ingressi in Italia, sono certamente buone notizie. L’Alto Adige ha attivato il CoronaPass, ma si spera che presto verrà attivato il Green Pass europeo, in modo tale da far ripartire il settore del turismo, poiché da questo dipendono anche tanti altri settori economici. Alcuni segnali di ripresa si cominciano già ad intravedere, come ad esempio la crescita della fiducia tra le famiglie altoatesine.

La Provincia si è impegnata in contributi per famiglie e imprese. Come possiamo però ridare slancio ai consumi e nuovo potere d’acquisto ai consumatori?
Le imprese producono e investono se intuiscono che in futuro ci sarà qualcuno in grado di comprare i loro prodotti e servizi. Il ruolo della domanda è pertanto fondamentale, per la ripresa. In questo frangente, la fiducia tra i consumatori sta salendo. Ed è ora fondamentale restituire fiducia anche agli imprenditori e alle imprenditrici, al fine di favorire la ripresa degli investimenti e consolidare la crescita. Non solo, è importante che i contributi nazionali e provinciali di contrasto al Covid arrivino alle aziende, agli imprenditori e alle imprenditrici in tempi rapidi e in maniera semplice e non burocratica.

Quali sono i fattori che hanno più penalizzato le nostre aziende?
Il fatto di avere una struttura economica fortemente legata a settori particolarmente colpiti, quali ad esempio il turismo e gli impianti di risalita, ha fatto sì che l’Alto Adige abbia sofferto più intensamente la crisi rispetto ad altre realtà.
Anche il settore del commercio al dettaglio, sempre più assediato dalla diffusione del commercio online e dall’espansione della grande distribuzione organizzata, ha sofferto notevolmente la crisi, poiché molti negozi, soprattutto nelle periferie, lavorano molto anche con la domanda espressa dai turisti.
Infine, la funzione di ponte tra il mondo economico italiano e quello dell’area dei paesi di lingua tedesca, con l’arrivo della pandemia ha comportato maggiori sofferenze per le nostre imprese. 

La pandemia ci ha fatto sviluppare nuove competenze. Bisognerà puntare con decisione sulla digitalizzazione?
La trasformazione digitale è già in corso e solo chi terrà il passo con essa riuscirà ad avere buoni risultati anche in futuro. Ciò è stato ed è tuttora evidente anche durante la crisi: la capacità delle imprese di reagire all’emergenza con soluzioni innovative è davvero determinante per superarla nel modo migliore. La digitalizzazione è utile soprattutto per trovare nuovi mercati e possibilità di vendita, ottimizzare i processi e sperimentare nuove forme di orario lavorativo. Il posizionamento sul mercato e la crescita dell’impresa dipendono dalla capacità dell’azienda di tenere il passo con il progresso tecnologico. 

Capitolo turismo: la stagione alle porte può dare il via ad un ritorno alla normalità? 
Le riaperture e la possibilità di spostarsi sono senz’altro notizie positive e incoraggianti per il settore del turismo. È importante anche il fatto che sia stata tolta la quarantena obbligatoria per gli ingressi in Italia, un risultato per cui mi sono impegnato fortemente a livello nazionale e locale. È stato un primo passo nella direzione giusta affinché il turismo possa riprendere con successo anche in Alto Adige. Ora alcuni Stati UE devono seguire l’esempio e fare in modo che i turisti di ritorno dalle vacanze non debbano stare in quarantena una volta rientrati nel Paese di provenienza.
Per quanto riguarda il Sudtirolo, ci si sta adoperando per creare un ambiente sicuro per gli ospiti.

Sull’asse del Brennero servono quindi più soluzioni condivise?
Assolutamente sì, tutte le parti coinvolte devono impegnarsi a trovare soluzioni condivise per rendere il corridoio più efficiente e sostenibile. Il Brennero è fondamentale per il futuro dell’economia e dell’Italia, così come per le aziende e rappresenta una direttiva essenziale per raggiungere l’Europa centrale. È cruciale che ci sia cooperazione e coordinamento tra i Paesi europei per promuovere uno sviluppo del corridoio del Brennero che tuteli le imprese italiane, ma anche i principi fondamentali dell’UE, come la libera circolazione delle merci e la concorrenza leale.

Personalmente, questa pandemia che insegnamento le ha portato?
La pandemia ci ha dimostrato ancora una volta quanto i vari settori economici siano interconnessi gli uni agli altri e quanto queste situazioni eccezionali d’emergenza si possano superare solamente con la collaborazione di tutti, ad esempio rispettando le misure di prevenzione, facendo i test e vaccinandosi. Solo grazie alla collaborazione di tutti sarà possibile tornare alla normalità e permettere che l’economia riprenda, salvando esistenze e posti di lavoro. 

Autore: Alexander Ginestous

Dallavilla e i suoi ricordi rock

Luciano Dallavilla è un fisarmonicista tutt’ora molto attivo nel circuito dei frequentatori del ballo liscio, un fisarmonicista prestato in origine ai ritmi rock, pop e beat che negli anni della sua gioventù, prima e appena dopo i vent’anni, lo hanno visto alla corte di formazioni che hanno lasciato più d’un ricordo nella memoria degli altoatesini d’allora.

I ‘60 erano anni in cui i gruppi crescevano come i funghi e i ragazzi si adattavano alla bisogna imparando a suonare uno strumento in pochi giorni o addirittura poche ore pur di esibirsi davanti ad un pubblico di entusiasti coetanei.
“All’inizio ero nei Wat 69 – ricorda Dallavilla – con Eugenio Pennini come cantante, io ero il batterista. Non era il mio strumento ma al gruppo serviva qualcuno che si occupasse dei tamburi, così sono andato a lezione da Mario Viadana che era stato batterista dei Four Happys, per farmi insegnare”.
Dei Wat 69 (che avevano mutuato il nome da una marca di whisky in voga all’epoca) diversi bolzanini ricordano ancora un concerto nella sala del Rainerum in cui il cantante Pennini, nel bel mezzo di un’infuocata versione di Wild Thing, il brano dei Troggs portato alla leggenda da Jimi Hendrix, inserì nel testo un refrain inventato che recitava così: sgabanao sgabanao!


“Questo accadeva intorno al 1967 – prosegue Dallavilla – un anno dopo avevo cominciato a suonare con i brissinesi Yellow Stones, una formazione quasi professionista, se così si può dire, avevamo un manager, Umberto Principe, e dei contatti fissi per i concerti, all’epoca c’era ancora la base missilistica vicino a Bressanone e noi suonavamo fissi all’ X 2000, ma anche al Gudrun di Colle Isarco. Oltre a me alle tastiere, il gruppo comprendeva il cantante Pietro Altinia, a cui piacevano molto i Bee Gees, di cui avevamo in repertorio diversi brani, il chitarrista Pio Di Biase, il batterista Franz Oberkofler e mio cognato Renato Borgo al basso”.
Tra i primati degli Yellow Stones c’è sicuramente da annoverare la partecipazione al primissimo open air d’Italia, il 15 agosto del 1969, tenutosi a Campo Tures col titolo di Pop Time 69/Una festa per il mondo giovane, organizzato dal vulcanico Kalle Ausserhofer. Allora non lo sapeva nessuno ma lo stesso giorno negli Stati Uniti si stava svolgendo il festival di Woodstock! Insieme agli Yellow Stones in cartellone c’erano i brissinesi Monsters e i Satellites di Siusi. L’altro primato del gruppo è quello di essere stata probabilmente la prima band della Val d’Isarco ad incidere un 45 giri a proprio nome, con brani originali.
“Con gli Yellow Stones sono rimasto un anno e mezzo – continua il tastierista – poi sono partito per il servizio militare, ma abbiamo fatto a tempo a registrare il disco a Innsbruck.
Le sedute si sono tenute in un teatro. Il chitarrista e il nostro manager avevano i contatti e anche delle possibilità economiche per investire in questa cosa”.
Il disco si componeva di due brani abbastanza tipici del rock melodico di quegli anni, cantati in italiano e vagamente incanalabili anche nel filone schlager in voga oltreconfine: Dedica, sul lato A e Negli occhi tuoi sul retro, entrambi firmati dal chitarrista con Tom Parker, non il truffaldino colonnello Tom Parker manager a Elvis Presely, bensì Charly Mazagg futuro impresario dei Kastelruther Spatzen, che con lo pseudonimo di Tom Parker appunto firmava sulle pagine in lingua tedesca del quotidiano Alto Adige le cronache musicali locali dell’epoca. La seconda delle due canzoni recava anche le firme del manager e del cantante.
“Tornato dal servizio militare – conclude Dellavalle – sono entrato sempre come tastierista in un altro gruppo, i Principi. Suonavamo ogni sabato e ogni domenica all’Auri Bar, vicino alla vecchia stazione delle autocorriere. C’erano il chitarrista Egidio Cappello, Tony Cimmino che suonava la batteria e Claudio Mezzalira, un bravo bassista. In una seconda versione del gruppo, il batterista era diventato Angelino Saragusa e per un breve periodo c’è stata anche una cantante”.
Negli anni seguenti, Dallavilla si è dedicato prevalentemente al liscio, tornando alla sua amata fisarmonica, da solo, in duo con Sergino Vaccari e in seguito con il quartetto T.L.P. & Baby, prima dell’ultimo e attuale duo denominato Tino e Ciano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Piano clima: al via il comitato direttivo

Burgraviato “Perché dobbiamo fare qualcosa”, “Perché la tutela del clima non si ferma al confine comunale, dobbiamo lavorare insieme come comuni”, “Con azioni regolari possiamo raggiungere bene la popolazione”: questi sono solo alcuni dei riscontri delle discussioni con i Comuni che la Comunità comprensoriale ha avuto nelle ultime settimane.

Luis Kröll
Presidente Comunità comprensoriale

Due anni di gestazione
Il progetto “Piano clima” è stato lanciato due anni fa con l’obiettivo di elaborare piani per il clima per i comuni del comprensorio e di sostenere i comuni nel loro ingresso nel programma ComuneClima light. “Adesso siamo arrivati ad un punto importante: nelle ultime settimane la cooperazione con i comuni si è intensificata. Ora si stanno formando dei clima-teams nei comuni stessi, che si occuperanno del contenuto del progetto e delle azioni concrete. Nel frattempo, abbiamo anche altri 21 ComuniClima light nel nostro comprensorio. Alla fine di aprile è stato istituito anche il comitato direttivo”, così Luis Kröll, presidente della Comunità comprensoriale, riassume l’attuale sviluppo del progetto. Durante gli incontri con i comuni, i responsabili sono stati informati sullo stato di avanzamento dei lavori e sulle attività previste per quest’anno. In futuro i clima-teams dei comuni saranno attivamente coinvolti nel progetto sviluppando e implementando congiuntamente le misure. Inoltre, in ogni comune sarà analizzato un edificio comunale dal punto di vista energetico. Il comitato direttivo, a sua volta, assumerà il suo ruolo di organo di supervisione del contenuto scientifico dei piani climatici. Sono stati reclutati per collaborare rappresentanti dei comuni, dell’ufficio provinciale competente, delle associazioni ed imprese nel settore energia, del settore della formazione, dell’agricoltura e della tutela ambientale. Tutti i comuni che hanno aderito al programma provinciale ComuneClima attraverso il progetto “Piano clima” sono stati certificati come “ComuneClima light”.

Un sondaggio online
Entro giugno 2022 tutti i piani climatici dovrebbero essere disponibili, con misure che vanno dall’efficienza energetica negli edifici comunali, all’uso di energie rinnovabili e alla riduzione dell’inquinamento luminoso e delle emissioni di CO2. Per quest’anno è previsto un sondaggio online tra i cittadini per conoscere le loro opinioni su temi importanti come la tutela del clima e il comportamento personale. I cittadini saranno informati sul progetto e sensibilizzati a adottare uno stile di vita sostenibile attraverso i vari bollettini comunali. Inoltre, per l’autunno è previsto un evento informativo per i rappresentanti comunali. La Comunità comprensoriale è responsabile del coordinamento delle attività. Il team del progetto continuerà a sostenere i comuni nell’attuazione delle misure di tutela del clima anche dopo la fine del progetto.

Piano climatico in elaborazione
Partecipano al progetto “Piano clima” 25 comuni della Comunità comprensoriale. Nell’ambito del progetto si sta elaborando un piano climatico per i comuni secondo le specifiche della Provincia, oltre ad un piano sovracomunale aggiuntivo per il comprensorio. Nel primo anno di progetto 2020 è stato elaborato il piano luce per 9 comuni.

Nova Ponente, tra realtà e immaginazione

L’ampio territorio del comune di Nova Ponente (circa 11000 ettari) scende dall’altopiano porfirico del Monte Regolo fino alle porte di Laives. Infatti, fino alla costruzione della strada della Val d’Ega nel 1860, il paese era collegato alla valle dell’Adige soltanto dalla cupa Vallarsa. Nel corso dei secoli, si è sviluppato uno stretto legame tra le due località in cima e ai piedi del Montelargo, basato soprattutto sul commercio di legname con le città dell’Italia settentrionale che aveva nel porto di Bronzolo il suo terminale di partenza.
Quando affrontiamo le nuove gallerie della Val d’Ega, che hanno sottratto gran parte del fascino al vecchio tracciato scavato nelle rocce dell’impressionante canyon, le nuvole planano pigramente dalle vette del Latemar per dissolversi tra il verde scintillante del bosco. Migliaia di tronchi accatastati lungo la strada ricordano la devastante tempesta Vaia dell’ottobre 2018. 
Raggiunti i 1350 metri del paese, ci accoglie un lieve nebbiolina che però non offusca la vista dei prati e delle case. Posteggiata la macchina, ci dirigiamo verso il centro per scattare alcune fotografie. Saranno le uniche di questa giornata, poiché nel giro di pochissimo tempo una fittissima nebbia cala sul paese. Ci fermiamo nella piazzetta davanti alla chiesa (ricostruita nel XV secolo), poi entriamo nel cimitero che la circonda. La nebbia ha velato le fotografie e i nomi dei morti sulle croci di ferro, solo qualche data spunta qua e là dalla foschia: 1912… 1946… 1878… All’improvviso non vediamo più neppure la chiesa, la nebbia l’ha letteralmente inghiottita – e anche noi a questo punto iniziamo a dubitare della nostra reale presenza. 
Una o due volte si sente il grave rumore del portone ma non si vede nessuno entrare o uscire dalla chiesa. Torniamo verso la macchina lungo la strada centrale del paese, le case sono quasi scomparse, il paese esiste soprattutto nella nostra memoria… Immaginiamo la sagoma poderosa di Castel Thurn, antica dimora dei potenti Niedertor e oggi sede del municipio. I locali pubblici sono ancora chiusi, solo da una pasticceria arriva uno spiraglio di luce e un sommesso vocio. Raggiunta la macchina, attendiamo pazienti che il paese ricompaia: ma la nebbia sale inesorabile come da una caldera dalla gola che lo separa dalla frazione di Monte S. Pietro, paesino da cui si arriva al noto santuario di Pietralba. 
Tentiamo la fortuna alle porte del paese, dove sorge l’antica e riccamente affrescata chiesetta di S. Elena con vista mozzafiato (a noi preclusa) sul Catinaccio. Su questa collinetta pare si fossero insediati alcuni millenni fa e poi all’interno di un castelliere nell’età del ferro i primi abitanti della zona. Ma la nebbia ci impedisce di imboccare la stradina che porta al sito e anche in questo caso dobbiamo affidarci unicamente ai nostri ricordi, ahimè sbiaditi anch’essi. Stessa sorte ci tocca qualche minuto dopo nella frazione di Ega e a questo punto il nostro viaggio si trasferisce giocoforza in una dimensione completamente virtuale.
Il nome “Nove” (che evidentemente segnala una cesura storica rispetto ad un’epoca “leggendaria” caratterizzata dalla presenza di uomini “selvaggi”) appare per la prima volta nel 1140, quando il paese appartiene ancora alla giurisdizione di Bolzano. Diventa “Nova Theotonica” (per distinguerlo da quella romanica o “welsche”) nel 1270 e nel 1272 viene nominato dal Conte del Tirolo un “prantocus justiciarius de Nova”. Nel XIV secolo riuscirono a farsi assegnare la giurisdizione i bolzanini Niedertor che poi la divisero con i Liechtenstein di Laives, proprietari di boschi e poderi sul Monte Regolo. Infine assunsero il potere i Khuen-Belasy e i v. Sternbach fino al XIX secolo.
Nova Ponente era composta di 8 quartieri detti anche “Roden” (terreni disboscati): Prent, Manne (di longobarda memoria), Zelg, Platten, Lab, Platz, Val d’Ega e Monte S. Pietro. 
A parte il commercio di legname, l’allevamento di bestiame occupava una posizione preminente nell’economia locale. Ancora oggi i quasi 4000 abitanti si dividono tra agricoltura, artigianato e turismo. Particolarmente frequentata è la zona sciistica di Obereggen.
Peculiare anche il melodioso dialetto locale, che ricorda l’immigrazione (in seguito alla peste del XIV secolo) di minatori bavaresi e svevi. Predominante la vocale “a”, spesso raddoppiata: Stein (pietra) diventa Staan, Freitag (venerdì) Fraita, kein (nessun) kaan… Singolare, ci vien da pensare, come a volte una sola lettera dell’alfabeto sia più istruttiva di un libro di storia.

Autore: Reinhard Christanell

Se gli studenti diventano progettisti

Progettare un piccolo edificio destinato a diventare il futuro punto d’incontro del complesso residenziale “Ganda di Sopra” ad Appiano: è stato questo l’incarico affidato alla classe 3H della scuola tecnica professionale per l’edilizia “Peter Anich” di Bolzano. Complessivamente sono stati sei i team che si sono messi al lavoro, dimostrando in tutti i casi grande spirito imprenditoriale e spiccate idee pratiche. Per otto mesi i ragazzi hanno ragionato sulla fattibilità del progetto, sui dettagli tecnici ed in particolare su una spiccata sostenibilità sociale, ecologica ed economica. I lavori emersi sono stati il risultato di un progetto avviato congiuntamente un anno fa da VIVIUS, il polo di innovazione per l’edilizia ecosostenibile nella zona alpina, e dall’istituto tecnico professionale per l’edilizia “Peter Anich” di Bolzano con l’obiettivo di progettare un piccolo edificio idoneo a rappresentare il futuro punto d’incontro per giovani ed anziani all’interno del complesso residenziale “Ganda di Sopra” ad Appiano. “Fin da subito la volontà è stata quella di coinvolgere i giovani a partire dalla pianificazione, lasciando in tal modo che potessero dire la loro sul proprio futuro – ha affermato la presidentessa di VIVIUS Christine Pfeifer -. Grazie al proprio contributo i ragazzi hanno portato un nuovo modo di pensare, metodologie innovative ed idee differenti. Al contempo hanno avuto modo di trasformare le proprie conoscenze teoriche in una costruzione reale.” L’obiettivo è stato quello di individuare un approccio olistico alla pianificazione ed all’esecuzione dei lavori, in modo tale da lasciare un’impronta più ridotta a livello ecologico attraverso la realizzazione di strutture e edifici. La scuola professionale “Peter Anich” ha visto questa iniziativa da subito in modo positivo, soprattutto nell’ottica di permettere agli studenti di essere coinvolti in un lavoro concreto. “In questo modo i nostri ragazzi hanno avuto un’opportunità unica per mettere in pratica le conoscenze tecniche acquisite, contribuendo al progetto con idee innovative ed orientate al futuro”, ha affermato con soddisfazione la direttrice dell’istituto Ingrid Keim.
Una giuria di esperti composta dal sindaco del comune di Appiano Wilfried Trettl, dall’architetto Lukas Rungger dello studio NOA, dall’architetta Christine Pfeifer del polo di innovazione VIVIUS, dalla referente economica Heidi Felderer e dal responsabile locale di “Ganda di Sopra” Martin Haller ha valutato i singoli progetti nel dettaglio ed ha scelto i vincitori. Le proposte presentate si sono rivelate tutte di ottima qualità a livello tecnico e progettuale. Proprio per questo la giuria ha impiegato oltre un’ora per decretare il team vincitore, composto da Simon e Lukas Brunner.
Il progetto dei due ragazzi ha saputo colpire per la particolare forma del tetto, sviluppato a padiglione. Al contempo l’intero edificio è stato leggermente rialzato da terra e risulta facilmente accessibile per anziani e giovani grazie ad un’invitante rampa. L’ampia superficie delle finestre invita inoltre le persone a soffermarsi sul posto, garantendo l’adeguato equilibrio a livello d’illuminazione. La scelta di un legno rosso evidenzia infine a dovere la scelta di puntare su una struttura interamente in legno. Nel complesso dunque, il progetto risulta armonioso e di fatto perfettamente riuscito: non a caso tutti i partecipanti all’iniziativa non vedono l’ora di realizzarlo.

Hikikomori, quando i giovani si ritirano

La pandemia ha acccentuato ancora di più il fenomeno dell’isolamento sociale e coinvolge soprattutto giovani e adolescenti, che decidono di ritrarsi nella proria cameretta e troncare qualsiasi relazione o attività con il mondo esterno. In Alto Adige si contano circa 600 casi. La cooperativa bolzanina “Il Germoglio”, con l’Associazione “La Strada-Der Weg” e il CRAIS di Bolzano ne ha parlato durante un evento online.

Immaginate di rimanere chiusi in casa nella vostra stanza, avendo contatti solamente attraverso il computer, e passare intere giornate tra videogiochi e altre attività da cameretta. Vero, in un certo senso è quello che tutti noi abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle durante il primo lockdown di marzo 2020, quando l’emergenza Coronavirus sconvolse le nostre vite. Sotto al tappeto di incertezze e paure che pian piano la maggior parte di noi sono riusciti a spazzare via, c’è però chi ci vive ancora, e non per obbligo, ma addirittura per scelta. Si chiamano infatti Hikikomori (termine giapponese che vuol dire ‘stare in disparte’) quelle persone che decidono di ritirarsi dalla società e chiudersi all’interno della propria stanza, troncando qualsiasi tipo di rapporto con l’esterno. Un fenomeno diffuso anche in Alto Adige, dove ad oggi si contano circa 600 casi del genere. Sul tema si è svolto nei giorni scorsi un incontro online promosso dalla cooperativa bolzanina “Il Germoglio-der Sonnenschein” con l’associazione “LaStrada-derWeg”, e con il sostegno e il supporto del CRAIS di Bolzano. Si tratta di enti e associazioni che da tempo fanno del loro meglio per andare incontro alle famiglie dei ragazzi che si ritirano, attraverso progetti come “Invisibili”, o con vere e proprie ricerche o azioni di sensibilizzazione nelle scuole. Il fenomeno coinvolge nella stragrande maggioranza dei casi giovani e adolescenti, ed è un processo lento qullo che porta il ragazzo a ritirarsi lontano da sguardi indiscreti e dai propri affetti più cari, per paura di giudizi, insulti o più semplicemente per il fatto di non sentirsi adeguato nella società in cui viviamo oggi. Ciò porta anche ad un’inevitabile allontanamento dalla scuola, dallo sport o da altre attività di gruppo. Un rifiuto del mondo esterno che dipende il più delle volte da una fragilità d’animo e da sensibilità individuali non capite, da episodi di bullismo, problemi familiari o la continua difficoltà a sentirsi adatti in un ambiente in continua evoluzione, spesso troppo competitivo e giudicante.

Elena Carolei


“Quelle colpite da questo tipo di situazione sono molto spesso famiglie di cultura medio alta, in cui il figlio viene educato ai valori della serietà e dell’impegno a scuola. Ciò comporta alte aspettative nei suoi confronti. Il ragazzo generalmente è brillante e rispettoso, ma ad un certo punto queste aspettative su di lui vengono gradualmente meno”, racconta Elena Carolei, presidente dell’Associazione Genitori Hikikomori Italia. 
Il ragazzo rifiuta gli impegni perché viene messo a confronto con i propri coetanei che hanno valori diversi dai suoi e patisce così il giudizio degli altri. “Si innesca così un vero paradosso, perché il ragazzo che è sempre andato bene a scuola, di punto in bianco decide di non andarci più e rischia la bocciatura per le troppe assenze”, continua Carolei. 
Il giovane in pratica trova rifugio nella sua cameretta, distante dalla pressione della società. E anche l’aiuto iniziale non sempre funziona, perché genera ulteriori pressioni e vergogna.
“Quello degli hikikomori è un fenomeno sempre più presente anche – racconta Gabriele Baldo, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore delle attività dell’associazione regionale Hikikomori Italia -. È importante riuscire a distinguere i vari casi per capire le cause che evocano il ritiro, e che possono essere riconducibili a più fattori”. In questo senso, l’associazione cerca di dare una mano anche ai genitori, che spesso si ritrovano spaesati e non sempre riescono a condividere le proprie paure, sentimenti, sensazioni.

Gabriele Baldo


“Con noi il genitore può conoscere a fondo il problema e avere un confronto sano con altre persone nella stessa situazione. Il gruppo aiuta a superare la vergogna e a chiedere aiuto”, continua Baldo.
E anche il web gioca un ruolo chiave: “È assolutamente sbagliato pensare che internet sia la causa di tutto questo. Contrariamente a quanto si può pensare, il web è un mezzo d’appoggio ad una condizione già esistente per il ragazzo. È grazie al pc infatti che i ragazzi riescono ad avere contatti sociali. Senza internet, probabilmente, l’isolamento sarebbe ancora più duro”, spiega Baldo. Rimane quanto mai fondamentale però sottolineare come non esista una cura o un protocollo certo per far tornare i giovani alla vita di prima. 
“L’importante è riuscire a tenere a bada il giudizio, ascoltare il ragazzo e fare in modo che torni a fidarsi delle persone che ruotano attorno a lui costruendo una rete forte e avendo una forte rapidità d’intervento”, conclude Baldo.

Autore: Alexander Ginestous

Calligrafia, che passione!

Nata a Bolzano ma residente a Ora, Lisa Plattner, 27 anni, è una calligrafa, designer e amante delle lettere. Ha svolto i suoi studi tra Bolzano e Trento. Dal 2019 lavora come graphic designer. Al momento espone il suo ultimo progetto ‘Dalla matita alla tela’ all’Atelier del DRIN a Bolzano.

La cosa che mi piace di più di me.
La capacità di non prendere tutto sul serio.

La volta che sono stata più felice.
Al concerto di Seeed con mia sorella a Monaco.

Da bambina sognavo di diventare… 
Un’artista!

La persona che invidio di più.
L’invidia è un sentimento che cerco di evitare…

La persona che ammiro di più.
Martina Flor, designer e illustratrice.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“Orgoglio e pregiudizio”.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Addormentarmi al cinema.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Probabilmente in macchina…

La mia occupazione preferita. 
Guidare la machina con musica ad alto volume e con vicino una persona a me cara.

Il luogo dove vorrei vivere.
Alle Hawaii.

Il colore che preferisco.
Mi viene in mente questa citazione: ‘Bunt ist meine Lieblingsfarbe’ (Colorato è il mio colore preferito).

Il fiore che amo.
La pianta di spathiphyllum nella mia camera. 

Il mio piatto preferito.
La pizza, ovviamente!

Il mio musicista preferito
Jamule.

Il mio pittore preferito
Henri de Toulouse-Lautrec.

Non sopporto…
Le persone che si vantano di progetti che non hanno mai realizzato.

Dico bugie solo…
Quando non fanno male a nessuno.

La mia paura maggiore.
L’altezza e i topi.

La disgrazia più grande.
Avere poco tempo a disposizione…

Il giocattolo che ho amato di più.
Il peluche “Babau”.

Nel mio frigo non manca mai…
La mozzarella di bufala.

L’oggetto a cui sono più legata.
Un piccolo leone di peluche.

La massima stravaganza della mia vita.
La mia amata macchina!

Il mio primo ricordo.
Quando è nata la mia sorellina ed è tornata a casa per la prima volta.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Davanti a un grande muro appena dipinto, con in mano un buon bicchiere di vino rosso.

Per un giorno vorrei essere…
Il nostro gatto Aristoteles.

Se fossi un animale, sarei…
Un panda, come dice mia mamma!

In famiglia mi chiamano…
Lisa, Lissi, Liza, Lisla.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Quando uno dei miei lavori è stato incluso nel libro TYPISM 7.

Il mio motto.
“Alla fine andrà tutto bene. E se non va bene, vuol dire che non è la fine”.


Illusion, il nuovo album di Manuel Randi

Un nuovo disco di Manuel Randi è sempre una sorpresa gradita, perché il chitarrista bolzanino non è uno a cui piaccia fossilizzarsi su un genere: Randi è un esploratore musicale, un musicista a 360° che ama la musica senza compromessi e quando si chiude in studio – per registrare un disco, che sia un disco di chitarra acustica, che sia un disco elettrico, suonato in solitudine o in compagnia dei fidati amici (questa volta il disco, intitolato Illusion, è accreditato al Manuel Randi Trio che si completa col basso di Marco Stagni e con la batteria di Mario Punzi) – non cede mai alla tentazione di scivolare nel virtuosismo fine a sé stesso, ma offre piuttosto dei paesaggi sonori che potrebbero essere delle micro colonne sonore, o anche un’unica, lunga soundtrack composta da vari temi che pur nella loro diversità suonano a meraviglia uno accanto all’altro.
“Durante il lockdown dell’anno scorso – ci racconta il chitarrista – ho avuto molto tempo per dedicarmi alla composizione, all’inizio avevo pensato di fare addirittura un CD doppio, infilandoci tutto, ma mi sono reso conto che non avrebbe funzionato, così mi sono concentrato su questo: la lavorazione è stata piuttosto lunga, anche se poi a registrarlo son bastati tre giorni, c’erano pochi soldi perché tutti eravamo fermi da mesi quando ci siamo ritrovati nello studio di Nartan Savona, a Merano, ed eravamo felici di riprendere. Siamo tutti professionisti della musica e non potevo chiedere ai miei compagni di venire a suonare gratis, per cui ci siamo venuti incontro reciprocamente. Sono molto contento del risultato finale, perché è come lo volevo, un disco in cui la chitarra è molto melodica, suonata come se fosse una voce e non come in un album di chitarra. E riascoltandolo mi soddisfa, sento di aver centrato l’obiettivo che mi ero prefissato. Avere musicisti come Mario e Marco per me è un onore, oltre al fatto che non serve dir loro cosa devono fare! Sono perfetti, suonare con loro è come stare in paradiso. Ma oltre al loro lavoro sono stati altrettanto fondamentali Nartan con i suoi consigli, Christa Flora che ha curato il concept grafico, Tiberio Sorvillo che ha fatto le foto e Wolfgang Spannberg, responsabile del master”.
Una voce: la Fender Stratocaster di Randi è in effetti proprio come una voce in questo disco, e le composizioni, più che composizioni per chitarra si adattano di più alla definizione di canzoni. Canzoni prevalentemente elettriche, ma nei vari brani la Strato s’interseca talvolta più, talvolta meno con le voci delle varie chitarre acustiche inserite nella struttura delle canzoni. 

Da sinistra: Mario Punzi, Manuel Randi e Marco Stagni


“Le cose che scrivo – prosegue Randi – in realtà sono sempre canzoni, anche nei dischi precedenti. Ma una canzone suonata sulla chitarra classica con tutto l’arrangiamento è più una piccola composizione. Con l’elettrica ci sono altre possibilità, un po’ come un violino,  e in questo senso sì, è proprio come una voce. A me piacciono molti generi, mi piace il flamenco, mi piace il jazz, tutta la musica, però i miei esordi sono stati rock, indubbiamente. Il mio primo modello e maestro è stato Fabio Tenca degli Skanners. E poi mi piace tanto il formato canzone, per rimanere nel nostro ambito ultimamente sono rimasto molto colpito dall’ultimo disco di Gabriele Muscolino”. 
Di canzoni e musica buona, in Illusion ce n’è per tutti i gusti, ma non in maniera furbetta, piuttosto perché Randi, da profondo conoscitore di suoni e stili, ama mescolare: abbiamo così i suoni surf del brano d’apertura intitolato Buenos Aires, le citazioni gipsy di One For Matelot, gli incanti melodici di Per una carezza e La bella addormentata, le atmosfere da fuga bachiana (ma in odor di metal) dell’immensa Passacaglia. E che dire di un brano come Il Carnevale che si libra in suggestioni latine rafforzate dalle percussioni dell’ospite Max Castlunger o dell’omaggio tributato al grande Albert Lee con l’indiavolata Alban’s Bluegrass? Un po’ come se ogni canzone fosse un bandolo differente che si va però a riavvolgere magicamente alla stessa matassa, il CD si chiude con Django Chained (evidente rimando ai suoni cari a Quentin Tarantino), che si riallaccia alle suggestioni surf di quello con cui il disco era cominciato, solamente virate verso un suono più trash e sporco.
“Ma non è tutto – conclude Manuel – sto già ovviamente pensando al nuovo lavoro, che sarà un lavoro acustico, con chitarre ma anche mandolini, con rimandi folk. Comunque ora l’obiettivo è riuscire a portare in giro questo: le cose stanno ripartendo, ci sono concerti in vista nel corso dell’estate, ma mancano le certezze riguardo al futuro. Ora sappiamo che non c’è nulla di scontato”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale