“Italia e Germania tra le favorite”

Per l’allenatore ed ex giocatore di Salorno Yuri Pellegrini l’Europeo 2021 sarà un’importante vetrina per i giovani talenti italiani, che hanno tutte le carte in regola per fare molto bene, guidati dal ct Roberto Mancini. Per la vittoria finale Pellegrini vede favorite Francia, Germania e Spagna. Ma non esclude la possibilità che l’Italia possa di nuovo vincere l’Europeo, 53 anni dopo il mitico 1968.

Yuri Pellegrini: come sarà l’Europeo 2021? Come vede le chance della nazionale italiana?
Il calcio italiano di club è da tempo in difficoltà. Escludendo le vittorie della Juventus, negli ultimi anni c’è stato poco altro. Ma in realtà la nazionale di Mancini sta facendo molto bene: ha vinto quasi sempre, ha stabilito dei record e si è qualificata “in carrozza”. Rispetto alla nazionale c’è molto entusiasmo, Mancini è un tecnico benvoluto da tutti e che ha saputo creare anche un buon feeling con il pubblico e con la stampa. Penso sia la persona giusta nel posto giusto, in questo momento. Il ct ha anche lanciato un sacco di giovani ed è un aspetto questo, nel quale i suoi predecessori hanno fatto molta fatica. Ad esempio ha fatto esordire Zaniolo quando ancora non giocava nelle squadre di club, e poi ha lanciato Barella. Devo dire che ora la nazionale è anche piacevole da guardare.

Sembra quasi una situazione rovesciata rispetto al passato. Le squadre di club sono un po’ in ribasso, mentre la nazionale piace e diverte…
Sì. Bisogna anche dire che, visti i risultati, questa volta non dico che partiamo da favoriti ma senz’altro ce lo possiamo giocare questo Europeo. Il Campionato Europeo è una competizione molto particolare; noi l’abbiamo vinta solo una volta ma spesso la vincono anche delle outsider, basti guardare a Danimarca, Grecia e Portogallo.
Non è certo come ai mondiali che vengono vinti sempre dalle stesse tre o quattro squadre favorite.

Quest’anno per la prima volta l’Europeo viene giocato spalmando le partite nei diversi paesi dell’unione. Questo fatto potrà anche contribuire a creare una maggiore coscienza europea nel pubblico?
Si gioca sempre in stadi di primo livello. 30 anni fa poteva essere lunga una trasferta dalla Norvegia al Portogallo, ma oggi non è più così. Viene poi coinvolto il pubblico di diversi paesi e questo è senz’altro un aspetto interessante, anche in questo periodo in cui le presenze negli stadi saranno per forza di cose limitate.

C’è poi la vetrina per molti giovani. I nostri migliori talenti spesso non trovano lo spazio che meritano nel campionato per club… All’Europeo possono mettersi in mostra e fare grande esperienza.
Nel calcio italiano quando si dà fiducia ai giovani, spesso questa viene ripagata, come sappiamo. Putroppo questo non succede nei club, se si escludono singole eccezioni come Atalanta e Sassuolo.

In Alto Adige c’è poi una faccenda prettamente campanilistica. Come sappiamo la tifoseria locale storicamente si divide tra coloro che guardano all’Italia e quelli che invece prendono come riferimento la Germania.
Succede da sempre. Io alleno bambini e i ragazzi di madrelingua tedesca tifano sempre per il Bayern. è una cosa molto radicata. Uno da fuori può anche stupirsi, ma la realtà è questa e la accettiamo, ci mancherebbe altro. Si tratta di sport e ognuno fa le sue scelte. Io in ogni caso tiferò Italia, è poco ma sicuro! Anche se devo dire che la Germania mi è simpatica, mi piace il loro gioco e la loro mentalità vicente.

Un pronostico? Quali saranno le quattro squadre che si ritroveranno in semifinale?
è difficile dirlo, perché dipende anche dagli abbinamenti nei gironi.
Potrebbero esserci la Francia, la Germania e la Spagna… e poi noi!
La Francia sicuramente, per Italia ci spero, la Germania come sappiamo arriva sempre in fondo e poi per quanto riguarda la Spagna dobbiamo ricordarci che negli ultimi anni ha spesso vinto le competizioni per club.

Autore: Luca Sticcotti

L’atletica torna a sorridere

In questo numero di QuiBolzano focalizziamo la nostra attenzione sui giovani atleti che dopo la fine del lockdown hanno potuto riprendere la loro preparazione al campo Coni di via Santa Gelrude a Bolzano. 
Le fotografie sono state scattate in un soleggiato pomeriggio di maggio dal giovane fotografo di COOLtour Nicolò Dametto.

Il rap che fa il bene della comunità

Cosa hanno in comune un rapper e un ragazzo che ha fondato un’associazione che ha come obiettivo quello di regalare sorrisi a dei giovani guerrieri affetti da tumore?
Quando Davide Nardo, storico nome della musica locale, rapper per passione, ha pensato di riunire Compless, Big House, Scream & Dreamer, la vecchia crew trentina “Birrette Family”, e registrare un nuovo pezzo assieme dopo sette anni, non aveva ancora in mente il progetto benefico che ne sarebbe scaturito. E forse è proprio questo il bello dei progetti, che sono in continua evoluzione e che, quando nascono per passione, generano energie positive anche per la comunità in cui si calano.
Finito di registrare la traccia, la soddisfazione ha spinto a voler produrre un video musicale. Senza un budget vero e proprio, ma con tanto investimento personale, determinazione e voglia di creare qualcosa di interessante e valido, l’aiuto e la collaborazione non si sono fatti aspettare. Claudio Zagarini, noto regista di videoclip per artisti a livello internazionale e amico del gruppo di rapper, si è messo a disposizione per la realizzazione del video che vuole essere un omaggio alla celebre pellicola del ’94 di Quentin Tarantino, “Pulp Fiction”.
Finito il videoclip, però, si presentava la voglia di mandare un messaggio che seguisse le orme dei principi di comunità alla base della storia dell’hip hop.
Così, sempre con l’aiuto di amici e creativi, è partita l’idea di dare vita a magliette che rappresentassero in maniera divertente e originale i membri della “Birrette Family” e che, rivendute, potessero in qualche maniera aiutare.
Ed è proprio a questo punto che entra in gioco Luca Randi e l’associazione “Luce Mia” fondata da lui, la famiglia e alcuni amici dopo la prematura scomparsa di Laura, la sorella minore di Luca.
Il principio alla base di “Luce Mia” è di poter aiutare più bambini possibili impegnati nella lotta contro malattie gravi, facendoli sorridere, che sia con un peluche, con dei giochi, attività coinvolgenti o con un freestyle di motocross nel corridoio dell’ospedale. L’obiettivo è quello di regalare loro dei bei momenti.
La peculiarità di questa associazione, come spiega Davide stesso, è che si ha la percezione che si faccia del bene in un contesto vicino, e che ciò sia fatto da persone che potrebbero essere tuoi condomini o conoscenti. La dimensione familiare si sente sia da parte di chi dona, ma anche di chi riceve poi il sostegno.
Il senso di comunità, di famiglia, questo mutuo aiuto che ha lo scopo di coinvolgere e sensibilizzare sono alla base dei principi sia di un’associazione come “Luce Mia” che della storia dell’hip hop, originatosi nel quartiere newyorkese del Bronx a partire dagli anni Settanta, come momento di partecipazione collettiva.
Dunque la collaborazione tra queste due realtà diverse, ma nemmeno così tanto, pareva un connubio naturale e automatico.
Oggi, quindi, attraverso il merchandising delle magliette della “Birrette Family” è possibile donare un sorriso ad un bambino. Un messaggio, come ricorda Luca, di altruismo e solidarietà e che rammenta a tutti noi quanto con dei piccoli gesti e anche con l’arte e la creatività si possa veramente fare del bene.
Se volete acquistare una T-shirt per beneficenza, ecco il link birrettepossetrack.company.site e se invece volete avere maggiori informazioni sul progetto, potete cercare sia Nardo Dee che i componenti dell’associazione Luce Mia sui social.

Autore: Shakira Casin COOLtour

Simona Pillon

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

Non deve essere stato facile dichiararsi transgender per un italian* immigrat* in Val Martello. Ora, dopo anni di difficoltà, la neo eletta “Miss fragolina”Simona ha trovato finalmente un posto nella società che le permette di combattere contro ogni tipo di pregiudizio. “Forse non dovrei dirlo” ha affermato “ma ieri mi ha chiamato la Lobby Gender offrendomi un posto di potere al suo interno. Mi ha garantito che assieme porteremo a termine il nostro vero grande obbiettivo: dominare il mondo intero!”

Autore: Roberto Tubaro

Le memorie del rione di Rencio #2

Seconda e ultima parte della breve storia del rione vicino al centro cittadino, raccontata grazie alle memorie del signor Luciano Tiso, un residente storico di Rencio. 

Il signor Luciano Tiso prosegue il suo racconto, iniziato nello scorso numero del nostro giornale.
“Nel 1898 il Comune di Dodiciville fece costruire la centrale idroelettrica di Cardano, all’uscita della Val d’Ega con annesso acquedotto che ancora oggi serve le abitazioni di Rencio.”
“Quasi contemporaneamente all’inaugurazione della grande centrale di Cardano, alla fine del 1929, è entrato in servizio il consorzio irriguo Piazzadella che prendeva l’acqua a monte delle cinque condotte forzate della centrale, dallo stesso bacino di raccolta, per fornire l’acqua a tutte le coltivazioni di Rencio e Santa Maddalena. Questa innovazione ha radicalmente cambiato la coltura della vite in zona. Rencio, specie la parte alta, era carente di acqua. Già nel 1930, grazie all’aumento della produzione ed il miglioramento della qualità del raccolto, è stata istituita la cantina sociale Santa Maddalena, con sede in via Brennero e che prende il nome dalla bellissima chiesetta.”

Luciano Tiso: può raccontarci qualcosa su come sia aumentata la comunità italiana?
“C’è un aneddoto in merito: Mussolini nel 1935 era venuto a visitare la centrale di Cardano e aveva ricevuto in dono una cassetta contenente delle antiche monete d’oro, rinvenute durante gli scavi. Mussolini aveva fatto riferimento a questo episodio in una seduta del parlamento, e da lì a breve ci furono diverse famiglie italiane che si trasferirono a Rencio. Da allora la comunità italiana è rimasta coesa fino alla morte del parroco italiano, poiché era la chiesa con le sue attività che teneva insieme gli italiani. Sarà stato il 1982 o l’83. Da allora è iniziata una disgregazione e nel quartiere sono venute ad abitare persone da fuori, trasformando Rencio in una delle tante periferie della città.”

Com’erano i rapporti tra italiani e tedeschi?
“Dipende molto dagli anni. Anche qui racconterò solo un aneddoto, risalente al periodo delle opzioni. C’era uno che girava a far firmare le persone. Chi faceva propaganda a favore delle opzioni era gente molto potente, e quelli a cui parlavano erano timorosi. A Rencio erano soprattutto gli italiani, tra cui mio padre, a cercare di far desistere molte famiglie tedesche, perché molte cose che venivano raccontate per convincere ad optare non erano vere. Per farla breve, questa persona pro-opzioni ha fatto nomi e cognomi di chi ostacolava il suo lavoro, persone che, come ho avuto modo di scoprire più avanti, finivano in liste nere ed erano tenute sotto osservazione, questo fin anche dopo l’8 settembre del 1943. Ma sono cose di cui non si trova più traccia nella narrazione ufficiale. Mi ricordo una estate di parecchi anni dopo, io ero piccolo, è venuto a trovarci un signore che ha chiesto di parlare con mio padre per dirgli che aveva ragione, che se non avesse optato, le cose per la sua famiglia sarebbero andate diversamente. Suo figlio fu mandato a combattere in Francia e cadde per mano dei partigiani, a dimostrazione del fatto che l’opzione serviva anche per arruolare tanti giovani). Lui e la moglie erano a Monaco quando la città era stata bombardata. Una volta rientrato in Alto Adige sentiva l’esigenza di dire a mio padre di aver capito tardi il suo errore.”

Ci segnala altre date importanti per la storia di Rencio?
“Il 1957. Il 17 gennaio  ci fu il primo attentato dinamitardo alla ferrovia del Brennero. Era il primo giorno di collegamento diretto tra Bolzano e San Candido. Per fortuna non morì nessuno e i due attentatori furono catturati. Ad agosto dello stesso anno tracimò il Rivellone, l’affluente dell’Isarco che dai pressi del Lago di Costalovara sfocia nell’Isarco vicino a Rencio. L’alluvione non fu breve, ma, tra il 1958 e il 1960 sono state costruite in totale 23 dighe di consolidamento in pietra e cemento.”

Autore: Till Antonio Mola

In volo sulla giostra

Originaria di Shangai (Bolzano), prima di quattro figli(e). In un’altra vita Donatella Trevisan avrebbe voluto osservare gli astri dall’alto di uno ziqqurat, ma in questa invece fa la traduttrice.

La cosa che mi piace di più di me stessa.
La capacità di sentirmi una con l’universo.


Il mio principale difetto.
La sbadataggine.


La volta in cui sono stata più felice.
In volo sulla giostra delle catene, al Prater di Vienna.


La volta in cui sono stata più infelice.
Tutte le volte che ho assistito a scene di sopraffazione.


Da bambina sognavo di diventare…
Astrofisica.


L’errore che non rifarei.
Giudicare in modo affrettato.


La persona che ammiro di più.
Marco Pannella.


Un libro da portare sull’isola deserta.
Invocazione all’Orsa Maggiore (poesie di Ingeborg Bachmann).


Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Andare in deltaplano.


La mia occupazione preferita.
Guidare ascoltando musica, ballare tango.


Il paese dove vorrei vivere.
Mi sento cittadina del mondo.


Il colore che preferisco.
L’indaco.


Il fiore che amo.
Le rose thea.


Il mio piatto preferito.
Gnocchi di patate con salsa ai carciofi.


Il mio musicista preferito
Non uno, almeno dieci.


Il mio pittore preferito.
Se la giocano Dürer e Botticelli.


Non sopporto…
La mielosità.


La qualità che preferisco in un uomo e in una donna.
L’autenticità.


Dico bugie solo…
Se sono indispensabili.


La mia paura maggiore.
Le sabbie mobili.


Il giocattolo che ho amato di più.
Ho sempre amato i libri, fin da piccola.


La disgrazia più grande.
Perdere l’empatia.


L’oggetto a cui sono più legata.
Al momento, un piccolo astuccio di cuoio morbido giallo.


La massima stravaganza nella mia vita.
Essermi presentata travestita ad un esame universitario.


Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Ho smesso di fumare (purtroppo da poco ho riiniziato).


Il mio motto.
“Anche nell’inverno più profondo si cela un’invincibile estate”.


Il mio primo ricordo…
Fiocchi di neve danzanti nell’aria.


Il mio più grande rimorso.
Non, je ne regrette rien.


Il mio più grande rimpianto.
Nessuno, I did it my way.


Dove mi vedo tra dieci anni.
In riva al mare.


Per un giorno vorrei essere…
Immateriale.


Se fossi un animale sarei…
Un fortunadrago.


L’ultima volta che ho pregato…
In senso classico, mai – altrimenti ogni giorno.

Papere in gara a fin di bene

Fare del bene e divertirsi: è con questo motto che i Service Club di Merano hanno unito le forze per organizzare la “Gara delle Papere”. E l’obiettivo è stato raggiunto: quest’anno sono riusciti a raggiungere la cifra di 64.100 euro da destinare in beneficenza a famiglie bisognose e progetti sociali locali. Ecco l’edizione 2021 negli scatti di Daniel Pichler.

I Francescani a Bolzano da 800 anni

Era nell’anno del Signore 1221 che frate Francesco, il Poverello di Assisi, inviò alcuni confratelli in direzione nord, onde piantassero anche nelle terre tedesche l’Ordine dei Frati minori fondato nel 1209. 
Nel Capitolo del 1221 furono scelti 23 partecipanti alla missione, guidati dal tedesco Cesario da Spira. Mentre quattro si fermarono a Trento, gli altri proseguirono raggiungendo la città commerciale di Bolzano. 
Il vescovo di Trento, Adelpreto di Ravenstein, li ospitò nel suo palazzo di Piazza del Grano, permettendo loro di predicare in tutta la diocesi. 
Fu benigno con loro anche il vescovo di Bressanone, Bertold I von Neifen, cedendo loro in uso la chiesetta di S. Erardo, fuori delle mura cittadine, (sorta da precedente cappella dedicata a S. Ingenuino, appartenente per antico diritto alla diocesi di Bressanone), presso la quale i frati costruirono un modesto convento. 
Pare che l’abbiano fatto su indicazione del fondatore, il quale, secondo la leggenda, da giovane soggiornò a Bolzano con il padre Pietro Bernardone, che vendeva tessuti sotto le  volte dei Portici inferiori e offriva scambio di merci ai suoi colleghi tedeschi. 
La cappella di S. Erardo divenne così il nucleo centrale, tuttora esistente, del complesso conventuale dei Francescani di Bolzano, che non rimase a lungo nelle modeste dimensioni iniziali, rivelandosi insufficiente per la predica e per il servizio divino. 
Nel 1250 al suo posto fu costruita una chiesa adibita a predicazione e fu ampliato anche il convento. Ulteriore ampliamento del convento e della chiesa si ebbe nel XIV secolo, finanziato dalla benevolenza della nobiltà (Vanga, Greifenstein, Vintler), nonché della borghesia. 
Circa la prima menzione, la targa bilingue, a firma “HEIMATSCHUTZ-VEREIN BOZEN”, che si trova sul  muro di cinta del complesso, presso il civico 1/A di via Francescani, riporta l’anno 1239. Altre fonti indicano il 1237. 
Ottocento anni di presenza francescana? Buon anniversario!

Autore: Leone Sticcotti

In via della Vigna i cittadini sono scesi in strada

Sabato 29 maggio si è svolta una manifestazione civile, pacifica e in assuluta sicurezza, per chiedere al Comune di Bolzano un intervento forte che porti alla riapertura del cancello che da qualche settimana di fatto vieta ai cittadini di accedere, in punta di piedi, al cuneo verde, uno dei più importanti polmoni naturali della città.

In via della Vigna, a due passi dall’omonimo parco giochi e dal cancello contestato, si sono ritrovati in quasi duecento. Tra loro signore anziane, pensionati, bambini, qualche giovane, in sostanza semplici cittadini residenti nel quartiere di Gries ma non solo. Il cuneo verde infatti è a due passi dalle zone più densamente popolate di Bolzano, che per generazioni sono transitate per via della Vigna e via Eisenkeller per fare due passi, la famosa attività motoria che tutti noi abbiamo riscoperto nella sua importanza durante la pandemia. Passeggiare tra i frutteti volgendo lo sguardo a 360° nella conca per migliaia di bolzanini per anni ha rivestito un’importanza fondamentale per molti. Per non parlare del fatto che via della Vigna, prima della sistemazione di un primo cancello nei pressi dell’ospedale, ha rappresentato una stradordinaria opportunità per raggiungere il nosocomio bolzanino a piedi o in bicicletta, evitando di intasare il traffico cittadino con scooter, auto private e – pure – autobus spesso sovraffollati. 

Il secondo cancello posto in via della Vigna di fatto è una sorta di muro innalzato, l’analogia con quello di Berlino è davvero triste, per inibire ai cittadini una parte fondamentale della città. I cittadini del capoluogo altoatesino semplicmente non possono accettare un atteggiamento così miope da parte degli agricoltori della zona (e dei nuovi arrivati nel cuneo verde, stabilitisi in edifici che nulla che hanno a che vedere con i masi storici), è stato il messaggio lanciato dai partecipanti alla manifestazione. Gli organizzatori del presidio hanno anche precisato che la prevista realizzazione di una nuova ciclabile per l’ospedale, che scorrerà a nord dei caseggiati su via Druso, non può essere considerata come una soluzione del problema rappresentato dal divieto di pacifico accesso al polmone verde. Divieto che invece non è stato posto in via Vittorio Veneto, l’unica porta pubblica rimasta sul cuneo verde. 

Il messaggio è stato lanciato forte e chiaro, insomma. L’auspicio ora è che la giunta comunale riesca a far valere i diritti di migliaia di bolzanini, oltre  quelli di qualche decina di agricoltori. 

Festival Studentesco: conclusa l’edizione della ripartenza

Si è conclusa con la vittoria del Liceo Pascoli di Bolzano l’edizione 2021 del Festival Studentesco, una manifestazione che, nonostante le numerose difficoltà organizzative e il riassetto dell’intera struttura della competizione, ha visto 7 scuole superiori della Provincia ritornare a sfidarsi in diversi ambiti.

Dopo una prima parte svolta prevalentemente online, il Festival Studentesco edizione 2021 si è spostata sul palco del Teatro Rainerum di Bolzano per registrare tutte le esibizioni musicali, teatrali, di danza classica e moderna successivamente trasmesse su YouTube. 
Il Festival – organizzato dall’associazione Artist Club, composta esclusivamente da volontari, con il contributo dell’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia e il patrocinio del Comune di Bolzano – ha potuto così prendere vita anche su un palco. 
Per realizzare il tutto in sicurezza, l’Artist Club ha previsto infatti un servizio di test antigenici rapidi per tutti i partecipanti e gli addetti ai lavori. Insomma, quello da poco concluso è stato un Festival compatibile con il difficile periodo pandemico e le numerose restrizioni, ma è stato anche, e soprattutto, un Festival che ha permesso a tanti giovani di rivivere forti emozioni, come raccontano Elisa Weiss, Presidente dell’Artist Club, e Daniele Gemelli, rappresentante del Liceo Pascoli di Bolzano.

Daniele Gemelli

Ricostruire da zero

“Lo sforzo per mettere in piedi la nuova edizione del Festival è stato considerevole, perché abbiamo dovuto ripensare l’intero impianto della manifestazione quasi da zero, spiega Elisa Weiss. “L’entusiasmo e la passione che i ragazzi delle scuole ci hanno dimostrato in questi mesi di preparazione ci ha dato la carica: il Festival quest’anno doveva e voleva esserci, e abbiamo fatto di tutto per organizzarlo e adattarlo al meglio.”
Tra i cambiamenti, svolti in modalità online, ci sono stati i “Videogiochi senza Frontiere”, che hanno sostituito i Giochi al campo CONI di Bolzano, il Quizzone e i diversi contest artistici.

Appartenenza

“Nonostante tutto – racconta Daniele Gemelli – le esibizioni sono state tutte all’altezza del Festival, tutti i partecipanti hanno dato il massimo di sé, non era scontato viste le difficoltà di organizzare, creare, suonare principalmente a distanza. Grazie al Festival sono nate nuove relazioni tra gli studenti; è stato importante mantenere viva questa iniziativa.”
“Un caratteristica fondamentale del Festival Studentesco è il senso d’appartenenza che trasmette agli studenti all’interno delle proprie scuole. Soprattutto dopo un periodo lungo di didattica a distanza, ritornare a svolgere questo tipo di attività ha aiutato molto, anche quest’anno si è visto lo spirito di appartenenza ai propri istituti. Certo, non è stato per tutti così – continua Daniele, spiegando – le classi prime e seconde non hanno ancora mai vissuto il Festival pre-Covid e quindi non possono conoscere realmente cosa sia. Nella mia scuola la partecipazione dei più giovani, infatti, non è stata molta. Sono sicuro, però, che vorranno partecipare i prossimi anni, quando il Festival, si spera, tornerà ad essere quello che è sempre stato”, ha concluso Daniele Gemelli.

Autore: Andrea Dalla Serra