La vera disgrazia? Non avere obiettivi

Francesca Bassani ha trascorso gli anni dopo la laurea in medicina e chirurgia presso l’Università degli studi di Bologna all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma per specializzarsi in chirurgia pediatrica. Da pochi anni è tornata nella sua città per prendersi cura dei bambini del reparto di Pediatria dell’Ospedale di Bolzano. Francesca ha 40 anni, è sposata e ha tre splendidi figli.

La cosa che mi piace più di me stessa.
La coerenza.


Il mio principale difetto.
Sono poco diplomatica.


La volta che sono stata più felice.
Il giorno in cui ho incontrato mio marito.


La volta che sono stata più infelice.
Il giorno in cui è morto un amico.


Da bambina sognavo di diventare.
Veterinario.


La disgrazia più grande.
Non avere obiettivi.


L’errore che non rifarei più.
Rifarei tutto, errori compresi. Solo sbagliando si impara.


Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Comprare un camper e girare l’Italia con i miei figli.


Un libro da portare su un’isola deserta.
Cent’anni di solitudine (Gabriel Garcìa Màrquez).


L’ultima volta che ho pianto.
Mi sono commossa recentemente vedendo le immagini del trasporto dei vaccini anticovid che varcava il confine del Brennero.


Non sopporto.
Le ingiustizie.


La sofferenza dei miei figli.
Mi sono sentita più orgogliosa di me stessa quando.


Mi sono laureata in medicina.
Il mio primo ricordo.


La “casa dei giochi”, l’appartamento in cui ho vissuto da 1 a 4 anni.
Il Paese dove vorrei vivere.


Il Brasile.
La qualità che preferisco in un uomo.


Il coraggio.
La qualità che preferisco in una donna.
La simpatia.


Il fiore che amo…
iris.


Se fossi un animale sarei…
una giraffa.


Nel mio frigo non manca mai…
latte e Nutella.


Dove mi vedo tra 10 anni.
Al lavoro, come sempre.

Autore: EL

Un dono artistico a tutta la comunità

Dopo l’artista Elisabetta Vazzoler e la collezionista Grazia Corradini Schmid, sono ora gli artisti Paolo Profaizer e Anna Cerrato ad aver donato una loro opera al Comune; rispettivamente, un quadro olio su tela e una fotografia digitale. I due artisti, infatti, hanno esposto di recente nella sala di via Pietralba, su iniziativa dell’associazione culturale lasecondaluna.

“Si tratta di un gesto simbolico estremamente importante perché testimonia la feconda collaborazione che abbiamo iniziato a costruire tra gli artisti e il territorio” dichiara Giorgio Cattelan, Presidente dell’Associazione culturale. “L’olio su tela di Paolo Profaizer e la fotografia digitale di Anna Cerrato sono ora patrimonio pubblico. Ci auguriamo di avere presto l’occasione di esporli nuovamente, magari proprio in occasione di una mostra dedicata alla collezione comunale”. Come ricordato dall’assessore alla cultura Raimondo Pusateri, si tratta ormai di una consuetudine, per gli artisti che espongono nella Sala Espositiva di Laives, quella di donare un’opera al Comune. Col passare degli anni, questo permetterà di implementare le collezioni comunali permettendo allo stesso tempo di creare una raccolta aggiornata sui più recenti sviluppi del mondo dell’arte.
“Il 2020 è stato un anno difficile per la cultura, ma a Laives siamo comunque riusciti a organizzare diverse mostre e attività, sia nella sala espositiva che anche al di fuori, come per esempio le visioni sulla natura lungo il Landgraben”, ha proseguito l’assessore alla cultura Raimondo Pusateri. “Nonostante le difficoltà del momento, l’associazione lasecondaluna ha lavorato molto bene, offrendo iniziative interessanti e contribuendo allo sviluppo culturale della nostra città. Siamo davvero lieti di ricevere queste due opere e vedremo di trovare una degna collocazione, in modo da dare loro la visibilità che è giusto che abbiano”.
L’opera Faggio nella neve, olio su tela, è stata realizzata da Paolo Profaizer nel 2016 ed esposta nella Sala Espositiva di Laives nel 2020 in occasione della mostra Floema, che comprendeva anche le altre otto opere che compongono l’omonimo ciclo pittorico. Si tratta di un’opera lirica che, con uno stile che trae ispirazione dai pittori impressionisti e macchiaioli, narra del fluido vitale che scorre negli alberi e in generale nell’ambiente che ci circonda. La fotografia digitale di Anna Cerrato, invece, è stata realizzata nel 2017 ed esposta nella Sala Espositiva di Laives nel 2018. La mostra s’intitolava Con i piedi per terra e presentava al pubblico un progetto fotografico realizzato sull’isola di Santorini che ricercava l’anima e le origini dei luoghi visitati dall’artista e della popolazione che ci vive. Anna Cerrato descrive il progetto con queste parole: “In un mondo in cui l’uomo sembra sovrano, queste fotografie vogliono portare testimonianza di una terra che ci dà l’onore di poterla camminare, di poterla vivere e allo stesso tempo ci ricorda che siamo fragili passeggeri, minuscole virgole sospese tra l’acqua e il cielo in cui l’uomo si colloca”.

In foto, da sinistra, Anna Cerrato e Paolo Profaizer, i due artisti che, dopo aver esposto le proprie opere nella sala espositiva di Laives, hanno fatto dono al Comune rispettivamente di una fotografia e di un dipinto a olio, riprodotti in queste pagine.
Che gli artisti donino alcuni dei propri lavori al Comune sta diventando una tradizione. “Siamo lieti di ricevere queste due opere e vedremo di trovare una degna collocazione, così da dare loro la visibilità che è giusto che abbiano”, ha detto Raimondo Pusateri, assessore alla cultura.

Gli artisti:
Anna Cerrato

Anna Cerrato, nata a Bolzano nel 1994, sperimenta l’arte in ogni sua forma fin da piccola, avvicinandosi alla scultura, al canto e al teatro, arrivando fino alla fotografia. È a quest’ultima che si appassiona di più, scegliendola come ambito di studio. Nel 2016 si laurea infatti in fotografia alla Libera Accademia di Belle Arti di Firenze. Rientrata in Alto Adige dopo gli anni della formazione, la sua produzione vira verso un approccio sperimentale che mira a fondere diversi mezzi quali la fotografia digitale, l’analogica, l’istantanea e l’intervento manuale sulle stampe. Ad oggi ha già partecipato a molte mostre, tra cui “Cahier d’art”, 2019, presso Cselley Muehle (Oslip); “Con i piedi per terra – ricordo di un limbo tra acqua e cielo”, 2018, Laives; diverse mostre all’interno della rassegna “Art’è donna”, 2017-2018; “Multiforme” presso Palazzo Bastogi a Firenze.


Paolo Profaizer
Paolo Profaizer nasce a Bolzano nel 1961. Nel 1986 consegue la laurea in Disciplina delle Arti, della Musica e dello Spettacolo presso l’Università di Bologna. Negli anni seguenti frequenta numerosi corsi presso la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia e approfondisce lo studio del restauro e della conservazione dei dipinti murali. Dal 2004, anno in cui inizia l’attività espositiva, partecipa a molte mostre collettive e personali. Di queste ultime le principali si svolgono a Venezia, Milano, Innsbruck, Roma e Berlino. Attualmente vive e lavora a Bolzano.

L’amore per l’arte a tutto tondo

Stefano Sgorbati vive immerso nell’arte da piccolissimo grazie al lavoro del suo papà e alla macchina fotografica dello zio. Coltiva diverse passioni dalla fotografia alla musica, studia e si aggiorna sempre, tutti i giorni, anche quando è sul treno da Merano a Bolzano, dove lavora. Iscritto alla Fablab della facoltà di grafica e design della Libera Università di Bolzano, ama sperimentare e innovare. Ora è in cerca di spazi espositivi in città dove poter organizzare mostre e dimostrare il proprio talento frutto di tanti anni di studio e di ricerca.

// Di Francesca Morrone

Che cosa fa nella vita?
Sono un impiegato, lavoro da 26 anni negli uffici della Provincia di Bolzano. Per il resto coltivo da anni le mie tre grandi passioni: la musica, la fotografia e la pittura.
Studio e mi aggiorno sempre, in treno non dormo mai e penso alle cose da fare, ai progetti che vorrei realizzare, a come migliorarmi come fotografo, per esempio.

Da quanto è un appassionato d’arte?
Mio padre è Roberto Sgorbati, quest’anno compirà 93 anni, una testimonianza vivente per la storia della nostra città; per trent’anni ha gestito il Kursaal di Merano e io sin da bambino ho avuto il privilegio di vivere nel mondo dell’arte come fosse la mia seconda casa. Mi ricordo che il mio papà mi portava con sé al lavoro e io giocavo con i figli degli orchestrali: intorno a noi c’era sempre la musica che ci accompagnava.
A volte si andava a giocare sulla cupola oppure suonavamo liberamente gli strumenti musicali che erano disposti nelle sale. Erano bei tempi, quando il Kursaal aveva una propria orchestra fissa e il mio papà organizzava eventi con ospiti d’eccezione. Per me musica, pittura e fotografia sono tre forme d’arte che non riuscirei a scindere, per questo nei miei lavori e nelle mostre che intendo realizzare mi piacerebbe portarle tutte e tre con me.

E la voglia di dipingere nasce per caso?
Comincio a disegnare grazie alla mia insegnante di tedesco e di arte di allora, parliamo degli anni 90, Rina Riva. A lei devo il mio esordio nel mondo della pittura. Rina mi inserisce in un gruppo di grafica d’arte che poco dopo si costituì come associazione. Ricordo che i miei disegni venivano esposti nella scuola, il mio modo di disegnare era già particolare allora, mi piacevano i disegni astratti, atipici, non convenzionali. Questa caratteristica mi è rimasta. Sono un cane sciolto, preferisco lavorare in solitaria all’interno del mio mondo.

Che cosa hanno di particolare le sue raffigurazioni?
Mi piace innovare. Miscelo tecniche e colori diversi. Non mi fermo all’acrilico, ma sperimento soluzioni con la pittura grafica realizzata al computer e abbino varie tecniche con spray e stencil.

E la passione per la fotografia?
Nasce grazie a mio zio che coltivava questa passione. I miei nonni mi regalarono una vecchia macchina fotografica e con gli anni mi sono sempre più specializzato. Sviluppavo le fotografie in un piccolo laboratorio domestico, ma poi sono passato dall’analogico al digitale in poco tempo. Oggi mi occupo di ritrattistica, ma preferisco le immagini in movimento. Creo delle doppie esposizioni per scrivere una storia, dove la gente attraversa lo spazio e la fotografia non è mai statica. Un’altra tecnica che utilizzo è quella del decollage.

Oggi vorrei avere la possibilità di esporre le mie creazioni in una mostra dedicata alle mie arti, un riconoscimento alla passione e alla spinta verso l’innovazione e la sperimentazione

Quali sono state le sue ultime fatiche?
Ho realizzato un paio di raccolte fotografiche che raccolgono i lavori degli ultimi anni.
La prima appena uscita si chiama “Stevesgo.art portrait 2020” ed è un libro che contiene i miei lavori fotografici e realizzazioni artistiche con tecniche miste.
Poi c’è “Trainstories” è una raccolta di fotografie scattate con il cellulare o con l’I-pad che ritraggono scene e persone viste dal treno in movimento.
Mentre “Thecomfortzone 2014 – 2020, una teoria possibile” è un libro di immagini e testi che ripercorre gli anni della sperimentazione in campo artistico – musicale del gruppo meranese omonimo.
All’attivo ho anche un Cd dal titolo “DreamsPlay”completamente autoprodotto, dalla copertina ai brani musicali, che vuole essere la colonna sonora alle mie prossime mostre. Le tracce contenute nel Cd le avevo scritte qualche anno prima in occasione della preparazione di un documentario Rai realizzato dal mio amico Roberto Condotta. Nel frattempo spero anche di pubblicare un volume di fotografie realizzate con il decollage. In questa tecnica fotografo cartelloni o poster pubblicitari esposti per la città che sono stati strappati e che presentano dei multistrati di carta di altre pubblicità sottostanti e che regalano sempre qualcosa di artistico a un occhio attento. Io catturo quei multistrati con l’obiettivo e li trasformo in immagini e storie particolari. Non è una tecnica nuova, già pittori come Mimmo Rotella la usavano, ma in quel caso era lo stesso artista che provvedeva a strappare i cartelloni per lavorarci sopra. Le strade di Merano sono piene di cartelloni pubblicitari strappati; in questi anni ho fatto un vero e proprio lavoro di catalogazione storica.

Anche la musica è una sua grande passione. Qual è l’esperienza più significativa in questo campo che ci vuole segnalare?
“Thecomfortzone”, un gruppo di sperimentazione musicale, del quale io sono il percussionista. Riunisce tantissimi appassionati di musica, amici e musicisti, che frequento ancora oggi come Max Carbone che ebbe l’idea di fondare il gruppo nel 2010. Oggi c’è una ritrovata volontà di riprendere in mano quel progetto e di incontrarci ancora per suonare dal vivo. Ricordo che ci chiamavano per suonare un po’ ovunque, siamo stati anche a Mantova in una chiesa sconsacrata…

Dopo tanti successi rimasti in silenzio, qual è il suo sogno nel cassetto?
Avere la possibilità di esporre le mie creazioni in una mostra dedicata alle mie arti, un riconoscimento alla passione e alla spinta verso l’innovazione e la sperimentazione. Speriamo di poterci riuscire.

Mobilità e affitti nella Bolzano del futuro

L’amministrazione comunale si appresta a prendere importanti decisioni in grado di mettere finalmente mano alla morsa del traffico. In merito ci sono scelte importanti da compiere, così come a proposito del patrimonio edilizio. Ne abbiamo parlato con l’assessore Stefano Fattor.

// Di Luca Sticcotti

Stefano Fattor è una “new entry” nella giunta comunale di Bolzano, ma non è la prima volta che l’architetto e professore bolzanino entra a far parte del governo del capoluogo. Nella legislatura 2000-2005 è stato infatti già assessore, con diverse deleghe, tra cui quelle importanti all’ambiente e alle società partecipate.
Nei primi mesi della nuova legislatura avviata in piena seconda ondata di pandemia, Fattor è già riuscito a muovere un po’ le acque, rilanciando il dibattito in particolare su due temi chiave per il capoluogo: la mobilità del (prossimo) futuro e il possibile sblocco dell’importante numero di alloggi che resta escluso dal mercato degli affitti. I prossimi mesi saranno cruciali per questi temi, che in un modo o nell’altro toccano da vicino decine di migliaia di residenti e non solo.

Stefano Fattor

L’INTERVISTA
Assessore Fattor, recentemente lei ha mosso le acque in merito al tema delle grandi opere che – si spera nel prossimo futuro – potranno finalmente dare respiro alla mobilità nel capoluogo, da troppo tempo stretta in una morsa. In particolare lei ha rilanciato l’idea di porre la SS12 in galleria invece che la A22.
Quello dell’A22 in galleria è un problema serissimo e se ne parla da tantissimo tempo. Ma anche la proposta della SS12 in galleria, a dire il vero, era stata approvata per ben due volte dal consiglio comunale di Bolzano. Nello specifico, si era deciso all’unanimità di chiedere alla Provincia il posizionamento della SS12 in galleria all’interno di un piano urbano della mobilità che prevedeva un attraversamento della città a forma di omega in grado di abbracciare la città impedendo al traffico di scorrimento di soffocarla. Nella scorsa legislatura, poi, si è cambiata idea sulla base dell’ipotesi che nel giro di 10 anni la A22 avrebbe fatto una galleria che, attraversando il comune di Laives, si inserisse sotto il Virgolo per sbucare a nord di Bolzano. Questo per un costo stimato di 500 milioni, inserito nel piano economico finanziario della A22. Ma tutti sanno che una galleria lunga 10,7 km non costa 500 milioni, ma il doppio. E pochi avevano capito che a fronte di questo investimento dell’A22 la Provincia si impegnava ad acquistare per circa 200 milioni il vecchio tracciato dell’autostrada, trasformandolo in tangenziale di Bolzano e forse anche nella SS12. Quindi – attenzione – l’idea di mettere la A22 in galleria non prevedeva la demolizione dell’attuale tracciato e viadotto.

Quindi lei ha posto la questione: qual è il reale vantaggio per Bolzano nell’avere la A22 in galleria?
Esatto. Attualmente sull’autostrada passano 35mila mezzi al giorno, mentre l’arginale di passaggi ne fa 46mila. Quindi che miglioramento ci sarebbe?

Poi ci sono le tempistiche…
Per la mobilità a Bolzano abbiamo bisogno di una risposta con tempi di realizzazione compatibili con le esigenze della città. Abbiamo capito che per un eventuale spostamento della A22 in galleria ci vorranno 30 anni, ma Bolzano non ce la fa più. Il vecchio piano urbano della mobilità sostenibile (PUMS), poi – oltre ad aver inserito il tram che è saltato – non considerava ad esempio una cosa fondamentale, ovvero l’areale ferroviario, che invece sicuramente vedrà i cantieri partire da qui ai prossimi 10 anni. Quando inizierà quel cantiere, ci sarà una movimentazione di 300/400 camion tutti i giorni, con un impatto stimabile in 20 volte quello del Waltherpark. Quando l’areale ferroviario sarà finito, quel concentrato di treni, pullman, pendolari in transito sulla strada nuova sotto Monte Tondo, traffico turistico e commerciale, produrrà uno tsunami di mobilità otto volte più grande dell’impatto causato dal Twenty in zona produttiva. Insomma: non possiamo aspettare, ci vuole una risposta in tempi brevi. E non possiamo più nasconderci la realtà dei fatti.

Sviluppo urbanistico, mobilità e pianificazione del verde devono procedere assieme, com’è previsto dalla legge

I partner per discuterne restano gli stessi: Provincia e A22?
Sì, è con loro che dobbiamo ridisegnare lo scenario noi del Comune di Bolzano, a tutti i livelli: assessorati, consiglio, commissioni, tecnici. E attenzione: i tempi dei finanziamenti ministeriali, che sono molto consistenti, ci impongono di adottare il nuovo PUMS entro la fine di aprile. Altrimenti rischiamo di perdere un anno e non ce lo possiamo permettere. Urge l’approvazione in giunta, per poi affrontare la cosa in Consiglio nel corso di un anno, con tutte le modifiche che saranno necessarie.

Un altro tema di cui lei si è occupato in questi primi mesi di legislatura è quello dell’alto numero degli alloggi sfitti nel capoluogo…
La stima che è stata fatta ci dice che gli alloggi sfitti a Bolzano sono 3290, ma va anche detto che in tutta la provincia sono in totale 28000.

Un’enormità…
Sì, quindi non è un problema solo di Bolzano. E sappiamo che, su 42000 abitazioni, attualmente ben 700 sono recentemente diventatie “alloggi turistici” della rete AirBnB o simili.

Che fare?
Io dico una cosa molto semplice. Perché non puntiamo a sbloccare la percentuale di questi 3290 che sono attualmente fermi per paura di morosità e tempi lunghi di sfratto? A mio avviso si tratta di una percentuale prossima al 15%, ovvero ben 500 alloggi. Esiste una legge nazionale che consente di creare un fondo per le cosiddette “morosità incolpevoli” che finora in provincia di Bolzano non è ancora stata recepita. Questa possibilità è citata in una bozza della nuova legge provinciale in discussione. Ecco: è in questa direzione che occorrerebbe insistere. Per dare un’idea: 500 alloggi sono più o meno quelli presenti nel nuovo rione Prati di Gries. Sbloccando questo numero di alloggi potremmo dare respiro alla città, tra l’altro salvaguardando anche otto ettari di terreno agricolo e risparmiando quattro milioni e mezzo di fondi comunali per le urbanizzazioni secondarie per la realizzazione di un nuovo rione. Voglio anche ricordare che questi 500 alloggi sono già inseriti nella rete stradale cittadina e sono distribuiti sull’intero territorio del capoluogo.

Il piano di sviluppo comunale

La pianificazione della Bolzano del futuro passa attraverso tre distinti settori, tra loro strettamente interconnessi secondo l’ottica del legislatore, ma attualmente suddivisi tra altrettanti assessori nella giunta comunale del capoluogo. Stiamo parlando di sviluppo urbanistico, mobilità e pianificazione del verde, sfere di competenza rispettivamente di Luis Walcher, Stefano Fattor e Chiara Rabini. L’assessore Fattor auspica che prima possibile si avvii una sinergia tra i tre settori, requisito imprescindibile per riuscire in questa legislatura ad armonizzare gli interventi e accrescere la qualità della vita nel capoluogo.
Fattor ricorda che la collaborazione tra i tre settori è di fatto prevista dalla legge e che un utile strumento di lavoro da cui partire potrebbe essere uno studio a suo tempo commissionato dall’ex vicesindaco Baur all’architetto Peter Morello e intitolato “Fabbisogno edilizio e dimensionamento”.

Il patto per un futuro locale sostenibile

Il Patto per il futuro dell’Alto Adige è un’iniziativa di cittadini che propone un processo partecipato per scrivere insieme alla politica le regole che avranno un impatto sullo sviluppo del nostro territorio. Ne abbiamo parlato con Emilio Vettori, consulente di sostenibilità del gruppo promotore di “Patto per il Futuro” dell’Alto Adige.

Per meglio inquadrare la questione è opportuno fare un passo indietro: nel 2011 la Provincia di Bolzano ha stilato il Piano clima energia 2050, una strategia che declina a livello locale gli accordi sul clima stipulati a livello nazionale e globale. Il sito della Provincia si era espresso così: “Gli obiettivi definiti nel 2010 erano chiari: migliorare l’efficienza energetica, ridurre i consumi pro capite e le emissioni di CO2, sostituire le fonti di energia fossile con quelle rinnovabili. Il Piano indica la strada che l’Alto Adige vuole seguire per diventare un KlimaLand a livello internazionale e adottare un approccio sostenibile alla questione energetica.”

Emilio Vettori


Da qualche mese in internet si sta facendo conoscere il gruppo “Zukunftspakt – Patto per il futuro dell’Alto Adige” un’iniziativa di cittadini nata nel 2020, durante i primi mesi della pandemia, con in mente una visione: che la politica affronti in modo condiviso con esperti e cittadini le tematiche dello sviluppo del nostro territorio, per raggiungere gli obiettivi prefissati con un occhio di riguardo alla sostenibilità, alla tutela dell’ambiente in cui viviamo e alla qualità della vita delle persone.
Ma l’iniziativa Patto per il futuro come si relaziona in merito al Piano clima energia? Per il gruppo promotore, composto da tredici altoatesini di tutti i gruppi linguistici, ha risposto il consulente di sostenibilità Emilio Vettori.
“Noi pensiamo che l’aggiornamento, la realizzazione e il monitoraggio di questo strumento, e più in generale di un piano per lo sviluppo sostenibile, non possa essere fatto solo dalla politica, ma che la politica possa e debba essere aiutata da un organo istituzionalizzato, composto da cittadini ed esperti, che accompagni questo processo. Il fatto è che gli obiettivi formulati nel 2011 erano molto ambiziosi, ma a intervalli di tempo regolari, questi obiettivi vanno attualizzati e aggiornati in base alle mutate condizioni e alle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Se dieci anni fa ho definito un percorso che si basa su determinate soluzioni e dieci anni dopo si aprono nuove possibilità, allora è necessario rivedere la strategia e gli obiettivi”.
L’obiettivo del Zukunftspakt è quello di essere un interlocutore della politica?
“Assolutamente sì. Secondo noi è possibile per l’Alto Adige raggiungere la neutralità climatica entro il 2035. Sosteniamo l’idea che sia importante un approccio partecipato nello scrivere le regole che riguarderanno lo sviluppo del nostro territorio per i prossimi 10-15 anni e per questo abbiamo fatto un appello chiaro alla politica. Chiediamo che il prossimo piano di sviluppo sia condiviso e fatto su basi scientifiche, che tenga conto di indicatori concreti, non solo di valutazioni contingenti. In questi mesi abbiamo sviluppato un modello organizzativo che può consentire di realizzare questo percorso partecipativo e siamo pronti a presentarlo alla politica.”
Sul sito zukunftspakt-pattofuturo.org è possibile sottoscrivere il manifesto.

Autore: Till Antonio Mola

Un manuale per “rivoluzionari ambientali”

“Il Primo Follower – Manuale per rivoluzionari ambientali” è il titolo del libro scritto per beneficienza da Sergio Fedele. L’autore si è trasferito in Alto Adige nel 1993 ed è stato fra i primissimi laureati dell’Università di Bolzano. Tra il 2011 e il 2014 ha dato vita e sviluppato il progetto di mobilità elettrica a Bolzano. Da sempre appassionato di sostenibilità, oggi si occupa di formare chi come lui sogna di innescare una “rivoluzione ambientalista”.

Sergio Fedele



Sergio Fedele, il libro si intitola “Il Primo Follower”. Come mai? Che cosa significa?
“Il Primo Follower” è un concetto preso in prestito da Derek Sivers e non c’entra nulla coi social network. Può essere spiegato attraverso una celebre fiaba africana: un giorno in una foresta scoppia un incendio, tutti gli animali scappano e superano il fiume, ma si accorgono che il colibrì sta prendendo una goccia alla volta dal fiume per spegnere l’incendio. Il leone sottolinea il rischio e la scarsa utilità dell’azione, ma il colibrì risponde che sta facendo la sua parte.
A un certo punto anche l’elefantino decide di entrare nel fiume e per aiutarlo a raccogliere l’acqua con la proboscide, allora lo seguono tutti gli altri cuccioli e infine gli adulti.
Il significato della storia è che il leader (il colibrì) da solo non basta, l’elefantino svolge il ruolo più importante. Molto spesso succede che qualcuno prende l’iniziativa, ma nessuno lo segue. La chiave per far scattare il successo di un’iniziativa sono i primi follower, che si uniscono al movimento e lo fanno crescere portando competenze diverse e fungendo a loro volta da leader.

La tua passione per l’ecologia come è nata? Sei stato un colibrì o un elefantino?
Avevo sette anni e la mia maestra ci leggeva articoli e ci faceva scrivere temi sul cambiamento climatico e l’effetto serra. Erano tematiche nuove negli anni Ottanta, però ho capito che sarebbe stato un grandissimo problema per l’umanità, per me, per i miei cari e per gli animali. Sin da bambino quindi ho scoperto che la mia vocazione era dare il mio contributo, ma non sapevo come fare perché non erano i tempi di Greta Thunberg e non esistevano i social.
Quindi mi sono messo a studiare e ho concluso il mio percorso con una tesi di laurea sulle polveri sottili. Da lì poi è derivata la mia carriera professionale sempre legata ai temi della sostenibilità. Tuttavia, mi sono laureato in economia perché avevo capito che ciò che manca non sono tanto le tecnologie quanto la loro adozione: servono investitori e finanziamenti in ricerca. Perciò senza capire i meccanismi dell’economia difficilmente potevo sapere come contribuire alla rivoluzione ambientale pacifista.

Di cosa tratta il libro più nel dettaglio e a chi si rivolge?
Ho cercato di codificare una sorta di manuale per sopperire alla mancanza di formazione nel mondo dell’attivismo.
Ho preso elementi dal mondo aziendale e di crescita personale e ho cercato di creare un metodo per passare dall’azione individuale a quella collettiva, per far nascere e crescere un movimento al fine di cambiare leggi e strutture sociali. Nel libro spesso faccio riferimento a Bolzano e all’Alto Adige come esempio e leader della rivoluzione ambientale.
Inizialmente lo avevo pensato come manuale per gli addetti ai lavori, ma visto l’interesse ricevuto ho deciso di renderlo disponibile a tutti e adatto a chiunque sia interessato alla tematica.
Sempre per motivi di sostenibilità ho deciso di non appoggiarmi a distributori esterni, ma di aprire la mia iniziativa di crowdfunding e incentivare l’acquisto di copie digitali. Si possono acquistare due o più copie così ognuno ne può regalare una e trovare il suo primo follower.
Tutto il ricavato viene reinvestito nella stampa di copie cartacee da regalare a giovanissimi attivisti a cui, non avendo un reddito, non voglio chiedere di rinunciare a una pizza per acquistare un libro sull’ambiente.

Quale normalità?

L’interrogativo è tutt’altro che filosofico. Negli ultimi giorni tutti noi, a un anno dall’inizio della pandemia, abbiamo cominciato a chiederci in cosa consista ormai la consuetudine. Il concetto di normalità, di solito, ha una doppia accezione. Da un certo punto di vista ci conforta come un mantello protettivo, ma da un altro la normalità la rifuggiamo per la noia che spesso la accompagna. Ma in quest’ultima fase della nostra vita i parametri di riferimento sono così cambiati che siamo stati costretti a riformulare i nostri riferimenti. Cos’è normalità? Il ritorno di una crisi di governo dopo la media consolidata di un anno e mezzo? Il reincarico allo stesso presidente del Consiglio? I dati pressoché costanti dei contagi da Coronavirus? L’impossibilità di utilizzare il nostro amato linguaggio non verbale a causa della mascherina? L’incertezza ormai “normale” di non sapere quando tutto questo finirà e — soprattutto — se si tratterà di una fine “definitiva”?
Una cosa possiamo senz’altro affermarla: a essere diventata davvero normale (ovvero stabile e costante) è solo l’incertezza. Con essa abbiamo dovuto per forza imparare a convivere.
C’è chi ci riesce meglio e chi peggio. A questo proposito, nei giorni scorsi ha suscitato in me particolare inquietudine l’allarme lanciato dal primario di geriatria a Merano. Il dottor Christian Wenter ha parlato degli anziani come di una generazione traumatizzata e in larga parte chiusa in casa da quasi un anno. Diversi studi hanno recentemente indicato la solitudine come un importante fattore di rischio per l’insorgenza di molte malattie.
Insomma: gli anziani sono vittime doppiamente designate. Com’è noto, sono infatti protagonisti della maggior parte dei decessi e coloro che riescono a sopravvivere — è proprio il caso di dirlo — soffrono di una solitudine che non fa solo male allo spirito ma anche al corpo. Per questo è importante che tutti noi ci prendiamo a cuore gli anziani. Spesso una telefonata, un sorriso e due chiacchiere da un balcone all’altro, così come un aiuto per la spesa, possono contribuire a salvare una vita.
Pensiamoci tutti e diamoci da fare.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale