Memoria

Com’è noto ai più, il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio di ogni anno come momento per commemorare le vittime dell’Olocausto. Per l’occasione fioccano le iniziative, come sempre, ma quest’anno mi ha colpito molto la scelta di alcuni ragazzi di realizzare, divenendone protagonisti, uno spettacolo teatrale incentrato sugli atti del processo a Michael Seifert, uno degli aguzzini del lager di Bolzano. La forza insita nella creatività artistica, nella rappresentazione e nell’interpretazione, può essere davvero un grande aiuto nel difficile compito di fare memoria di uno degli eventi più tragici della storia umana, in realtà così vicina nel tempo al nostro presente. 

Il fatto che si sia deciso di dedicare il Giorno della Memoria (storica) ad un evento specifico è molto significativo. A tutti infatti deve sempre risultare chiara la differenza di fondo che esiste tra due concetti imparentati ma assolutamente non sovrapponibili. Possiamo infatti dire, semplificando, che la memoria storica è il ricordo del passato che si sedimenta negli individui e nei gruppi sociali di un Paese. Anche se parente della storia, la memoria storica è meno intellettuale, precisa e sistematica e più carica di mito, affetti e passioni politiche.

Ne sappiamo qualcosa, in provincia di Bolzano, visto che a proposito della spinta verso la convivenza tra le diverse sfaccettature della nostra popolazione, che tra l’altro deve essere costantemente alimentata, ci ritroviamo spesso a parlare della necessità o meno di una memoria condivisa. Una memoria comune che rappresenti ciò che ci unisce, al di là di ciò che ci divide. E che deve partire dalle nostre vicende personali, uniche e irripetibili, fatte di ricordi. 

A proposito: ecco un’altra differenza fondamentale, quella tra ricordo e memoria. Anche in questo caso si tratta di concetti strettamente collegati ma non sovrapponibili. è un ulteriore esempio del fatto che l’uso corretto dei termini della nostra lingua ci può consentire di gestire meglio anche i nostri pensieri, i nostri ragionamenti e le nostre opinioni. Il ricordo infatti è un singolo frammento di memoria legato ad un avvenimento, ad una persona o ad un contesto, mentre la memoria è l’insieme dei ricordi, delle esperienze e delle informazioni raccolte da una persona nel corso della sua vita.

Ciò che siamo dipende anche dalla coraggiosa sincerità che dobbiamo coltivare per essere davvero maturi nel nostro approccio a ricordi, memoria individuale e memoria storica. Vale per tutti noi, nessuno escluso. Individualmente e come collettività.

Autore: Luca Sticcotti

L’emergenza non è il freddo ma la mancanza di casa e cura

È quasi un nuovo rito dell’inverno. Tutti gli anni tornano Babbo Natale e la Befana, la neve (poca) e i saldi di fine stagione. E con essi l’emergenza freddo, la scomoda figura della persona senza dimora e le polemiche senza costrutto. Nei giorni attorno all’Immacolata un ragazzo, a Bolzano, è morto assiderato.

L’esperienza di chi lavora nel settore dell’accompagnamento alle persone senza abitazione è duplice. Da un lato è chiaro che il freddo invernale non è una “emergenza” ma una situazione costante, ricorrente in modo regolare, come sanno anche i bambini. Chiamare il freddo “emergenza” dà solo la misura della miopia – o della disattenzione – di chi dovrebbe affrontare le cose per tempo e non lo fa. Poi all’improvviso arriva il freddo, si temono i morti ed è “emergenza”.

Il secondo dato che affiora in particolare dal monitoraggio svolto dalla Fio.PSD (la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) è che normalmente non si muore per il freddo, ma per la mancanza di casa. Ciò che uccide non è la bassa temperatura ma la vita di strada.

La Fio.PSD conta in tempo reale i morti tra le persone senza dimora (la “strage invisibile”). Nel 2022 sono state 388. Nelle prime settimane del 2023 già oltre 25. Un morto al giorno. Non solo in inverno (circa un terzo), ma in tutte le stagioni (i restanti due terzi). Secondo i dati raccolti dalla rete Fio.PSD, il 92 per cento delle persone morte erano uomini, per due terzi stranieri, età media 49 anni.

“Il luogo di ritrovamento racconta che la causa principale non è il freddo. Non è stato sempre facile, infatti, risalire alle ragioni primarie, ma sempre, grazie alla ricostruzione di chi conosceva le persone, è stato possibile riscontrare come il 60 per cento dei decessi è avvenuto per incidente, violenza, suicidio e il 40 per cento per motivi di salute”. “La salute delle persone senza dimora è uno degli aspetti più importanti su cui da anni i servizi del lavoro sociale provano a lavorare. Eppure, l’accesso ai servizi di cura o l’avvio di percorsi di prevenzione sono ad oggi difficilissimi da realizzare”. La causa della “strage invisibile” non è dunque il freddo, ma la mancanza di casa, di cure e di relazioni. E questa è la vera emergenza.

Autore: Paolo Bill Valente

Laives e l’ospedale di Bolzano

Proprio di fronte all’ingresso del Duomo di Bolzano si trovava l’ospedale di Santo Spirito. L’edificio fu realizzato nel 1271 ed era gestito dagli Ospedalieri di Santo Spirito. Nel corso dei secoli, l’ente acquistò molti beni immobili, alcuni dei quali anche a Laives. Dopo gli Ospedalieri, la struttura passò in mano al Comune di Bolzano, di cui facevano parte anche Dodiciville, Gries e il comune rurale di Laives.

A Nel 1854 venne inaugurato il nuovo ospedale in via Ospedale e la vecchia struttura fu ceduta alle Imperial-Regie Poste e Telegrafi. Ancora oggi il palazzo è di proprietà di Poste Italiane. Per quanto riguarda Laives, la cui popolazione faceva riferimento a questa struttura sanitaria, rimase nel comitato di gestione anche dopo il suo distacco dal comune di Bolzano. A tal proposito, nel 1909 ebbe luogo a Bolzano una concitata seduta del consiglio comunale, chiamato a deliberare proprio su una proposta del comune di Laives. Laives pretendeva di togliere la qualifica di ente di diritto pubblico all’ospedale, rendendolo di fatto accessibile  soltanto ai residenti nei comuni che da sempre ne fruivano. La riunione, come riporta la “Bozner Zeitung” dell’8 luglio 1909, ebbe luogo il 7 luglio e fu presieduta dal sindaco Julius Perathoner. Il sindaco comunicò ai consiglieri che il rappresentante di Laives nel comitato di gestione aveva proposto la “privatizzazione” dell’importante struttura sanitaria, da secoli al servizio dei cittadini della provincia. Gries e Dodiciville si erano associate alla proposta di Laives e soltanto il rappresentante di Bolzano si era opposto a questa eventualità. Laives chiedeva la privatizzazione per evitare il sovraffollamento. Bolzano, invece, riteneva che questa non era nell’interesse della città in quanto la privatizzazione avrebbe tolto all’istituzione lo stato di ente di pubblica utilità e quindi la possibilità di richiedere il pagamento delle prestazioni ai ricoverati “esterni”. In tal modo, i degenti non trasportabili, che dovevano essere accolti per legge, non avrebbero dovuto pagare nulla e i costi sarebbero ricaduti sul bilancio pubblico. Inoltre, sottolineò Perathoner, i comuni favorevoli alla proposta non avevano colto il carattere “benefico” dell’istituzione, che doveva soccorrere tutti i bisognosi senza distinzione di residenza. All’epoca venivano ricoverati 90.000 pazienti l’anno, di cui 48.000 erano residenti fuori città. Intervennero nel dibattito vari consiglieri e il consigliere Pattis sostenne, non a torto, che Laives aveva avanzato questa proposta per procrastinare i necessari lavori di ampliamento dell’ospedale, che ovviamente comportavano dei costi anche per quel paese. Insomma, Laives aveva il braccino corto. Il sindaco comunicò che il progetto per l’ampliamento era già stato approvato con eccezione del reparto per malattie infettive, mentre Laives e Dodiciville si erano espresse favorevolmente unicamente per la costruzione dell’ala dedicata alle suore infermiere. Alla fine, il ricorso di Laives fu respinto e l’ospedale rimase una struttura accessibile a tutti. In chiusura di seduta, i consiglieri concedettero all’unanimità un – meritato – mese di ferie al sindaco. Un’usanza, purtroppo, caduta in disuso.

Autore: Reinhard Christanell

Tutto pronto per la grande festa

La data è stata resa nota, domenica 12 febbraio. E se per molti il carnevale sembra ancora lontano, per chi sta lavorando all’allestimento della kermesse questo giorno è alle soglie. “Dopo due anni di stop, quest’anno faremo le cose in grande”, promette Cesare Zenorini, presidente del Gruppo Carnevalesco Pineta.

Quella che andrà in scena domenica 12 febbraio sarà la 44esima edizione di un evento capace di coinvolgere tutta la provincia, una grande festa che grazie ad un ricco programma di eventi si protrarrà addirittura fino a dopo il martedì grasso. “È dura, ma ce la faremo”, conferma il presidente del comitato organizzatore.

Presidente Zenorini, da quanto tempo state preparando la festa del 12 febbraio?

Con la mente dall’ultimo giorno dello scorso carnevale, con il cuore dal primo lockdown, con le braccia almeno da agosto. Vista da fuori non sembra, ma organizzare una kermesse simile richiede davvero tanto tempo ed energia.

In quanti vi lavorate?

Siamo circa dodici persone, ci troviamo nel nostro capannone in zona Vurza per allestire i carri. Alla fine di ogni edizione ci rechiamo alla “Mostra mercato dei carnevali d’Italia” a Castelnovo Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove vengono esposte figure in cartapesta utilizzate per le feste più importanti della Penisola. Qui abbiamo la possibilità di scambiare i nostri carri con altri, per avere sempre a disposizione figure nuove e divertenti. Ma l’allestimento dei carri è forse la parte più rilassante del tutto: dietro c’è un lavoro organizzativo piuttosto difficile: bisogna trovare i trattori, chi li guida, trovare gli impianti stereo, i generatori di energia, e non è poco.

Però le soddisfazioni ripagano di tutto il duro lavoro…

Esatto. La nostra è la festa di carnevale più grande della zona; diversi anni fa siamo stati inseriti dal Forum nazionale dei giovani tra le “Mille meraviglie italiane”. 

Questa edizione segna un grande ritorno, dopo la pandemia. Come avete gestito gli ultimi due anni?

L’ultima edizione è stata quella del 2020: la settimana successiva alla nostra sfilata è arrivato il primo lockdown. Abbiamo tentato di organizzare qualcosa nel 2021, ma è stato letteralmente  impossibile. Poi l’anno scorso abbiamo cercato un escamotage, perché sentivamo che le persone avevano bisogno di svago. Così abbiamo organizzato un concorso con le mascherine nella scuola dell’infanzia, una mostra all’esterno del municipio, e una piccola festa senza grosse pretese allo stadio, all’aperto, con solo due o tre carri. Beh, la risposta del pubblico è stata incredibile, non ci aspettavamo un successo simile. 

Cosa bisogna aspettarsi da questa 44 esima edizione? 

Tanto divertimento. Sfileremo con 11 carri, ci sarà un grande programma di contorno che protrarrà la festa fino a fine febbraio, la premiazione della maschera più bella e la consueta lotteria. Quest’anno in premio ci sono una bicicletta elettrica, un televisore e otto buoni acquisto da 100 euro. 
Coinvolgeremo i bambini dell’asilo, a cui forniamo le mascherine dei gattini del cartone animato “44 gatti”, e tante altre sorprese. 

Quante associazioni verranno coinvolte?

Dalle ore 10 i carri saranno in via Kennedy, poi alle 13 si parte verso Pineta, con la banda di Lizzana e le majorettes. 
Ad aprire il corteo ci sarà il carro con Franz e Bepi, poi “le belle dame veneziane”, il gruppo “Avanti nar” con “scuola di polizia”, il coro Monti Pallidi con “Alice nel paese dei monti pallidi”, il gruppo “Semper quei” con “Avem perse l fil”, il carro degli organizzatori della Sbigolada, il gruppo culturale e ricreativo don Bosco di Bressanone con “Minnie e Topolino”; poi ancora il gruppo folkoristico “Bolivia Bz Solidaria” e quello peruviano dell’associazione “Somos Perù”, i “44 gatti”, “Pirati e corsari” del gruppo “la Perla nera, i nostri “Siam felici e siam contenti” e “l’isola… c’è!” e infine il “Popolo degli abbracci”.

Autore: Luca Masiello

“I cittadini si sentono ignorati”

“Il progetto concepito in questo modo non può funzionare: è uno spreco di soldi, una proposta non sostenibile e soprattutto è stato ignorato il parere dei cittadini”. Questi alcuni dei punti contestati da un folto gruppo di cittadini che si è riunito in un comitato per opporsi alla realizzazione della funicolare Merano – Scena, lanciando una petizione e raggiungendo nel giro di un fine settimana quasi tremila adesioni.

// Di Luca Masiello

Il Comitato si chiama “Funicolare – Non così / Standseilbahn – So nicht”, e già la doppia denominazione lascia intendere la sua natura interetnica, interlinguistica e fuori da ogni gioco politico. “Quei 110 milioni di spesa non sono reali, ce ne vogliono molti di più anche solo per la manutenzione; e non vengono considerati gli effetti che avranno sulla città il futuro tunnel e i parcheggi sotterranei che sono ancora in fase di costruzione”, spiega Maximilian Bini, uno dei promotori del Comitato.

Maximilian Bini, come è nata l’idea di riunirsi in un Comitato?

Appena un giorno dopo la sua presentazione pubblica, avvenuta il 29 agosto scorso, il progetto è stato approvato dalla giunta provinciale, e subito il giorno successivo – il 31 agosto – è stato presentato a Roma. Poi, poco fa, è arrivata la conferma del finanziamento da parte del Ministero delle Infrastrutture, e tutto questo senza che il tema fosse mai stato discusso in Consiglio comunale. In una procedura organizzata con tale rapidità non resta il tempo per sentire il parere degli abitanti di Merano, e questo ci ha spinto a creare dapprima un gruppo whattsapp al quale ha partecipato un centinaio di meranesi; poi abbiamo ristretto il gruppo a una quindicina di persone, creando una sorta di direttivo. Ci incontriamo una volta settimana, ma ci stiamo mettendo tanto tempo e volontà. Abbiamo creato un sito internet (www. sonicht-noncosi.it) dove spieghiamo le nostre motivazioni e dove è possibile firmare la petizione online per chiedere alla Provincia di fermare il progetto presentato, di ripensarlo con il coinvolgimento dei cittadini, valutando progetti e proposte alternative che migliorino il benessere della popolazione di Merano e preservino il fascino del quartiere dei musicisti e della zona ricreativa di Lazago.

Sabato scorso vi siete ufficialmente presentati alla cittadinanza con uno stand in centro. Come è andata?

Siamo tutti molto soddisfatti: abbiamo raccolto circa 600 firme, che se aggiunte alle oltre 2000 depositate online ci fanno ben sperare. Abbiamo riscontrato un grande interesse da parte della cittadinanza: i meranesi hanno ascoltato le nostre motivazioni e la maggior parte si dichiarava d’accordo con noi.

Che cosa contestate, esattamente?

Innanzitutto non ci piace che la cittadinanza sia stata completamente ignorata nella pianificazione del progetto della funicolare: non crediamo che i meranesi abbiano bisogno di un terzo enorme cantiere in centro, né che una tranquilla zona residenziale con una scuola materna, scuola elementare e secondaria venga trasformata in un caotico e pericoloso centro di mobilità. Poi c’è la questione del previsto aumento dell’inquinamento, il fatto che i numerosi edifici del quartiere possano subire un notevole deprezzamento, e – non per ultimo – il problema del finanziamento: non esiste ancora un piano chiaro per finanziare la costruzione, la manutenzione ed il funzionamento dell’impianto. 

E che cosa proponente?

Chiediamo uno sviluppo urbano sostenibile a beneficio di tutti i cittadini, una riduzione del traffico per l’intera città, un turismo sostenibile e dunque una cura dell’ambiente naturale e culturale. E soprattutto la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, all’uso efficiente dei fondi pubblici, soprattutto in questi tempi di crisi, e allo sfruttamento delle infrastrutture già esistenti e di quelle già in corso di costruzione.

I SINDACI A CONFRONTO

Nei giorni scorsi il sindaco Dario Dal Medico e la vicesindaca Katharina Zeller – assieme alla sindaca di Scena Annelies Pichler e al sindaco di Tirolo Erich Ratschiller – hanno incontrato a Bolzano il direttore della ripartizione mobilità della Provincia Martin Vallazza per concordare modalità e tempi per i necessari approfondimenti del progetto funicolare Scena – Merano. “Prima di avviare la pianificazione dettagliata dell’opera, l’attuale progetto verrà sottoposto a un processo di ottimizzazione con il coinvolgimento dei Comuni interessati. Questo è quanto abbiamo concordato nel corso della riunione svoltasi a Bolzano, e siamo lieti che la Provincia abbia accolto le nostre richieste in tal senso”, ha precisato il sindaco Dal Medico.

“Dal progetto della funicolare ci aspettiamo per Merano, nell’ottica di una mobilità sostenibile, una riduzione del traffico stradale. Un buon collegamento con il futuro centro di mobilità in zona stazione ferroviaria è a nostro avviso altrettanto importante quanto l’ammodernamento della flotta di autobus con motori a zero emissioni e l’ottimizzazione delle linee di trasporto urbano. Riteniamo che ora, con l’avvio di un processo partecipativo a tutti gli effetti, ci sia modo e tempo per analizzare con calma tutte le implicazioni che una simile opera comporta e le varie proposte che nel frattempo sono state formulate”.

“In seno al governo cittadino non ci sono posizioni contrarie a priori al progetto. Abbiamo chiesto, e ottenuto – e questo era il nostro obiettivo prioritario – di poterci sedere a un tavolo di concertazione assieme alle altre parti interessate per discutere dell’opera stessa, dei suoi effettivi benefici per la città di Merano e quindi anche di tutte le misure complementari che sarà necessario adottare per garantire la massima funzionalità di un collegamento a fune fra Scena e Merano”.

Autore: Luca Masiello

La via dedicata a Sigismund Schwarz

Nei pressi del cimitero comunale vi è una via minore, via Schwarz Sigismund; chi era e cosa fece?  Siegmund (noto anche come Sigismund) Schwarz, figlio del banchiere Ernst Schwarz e di Flora Bernheimer, era nato il 30 marzo 1849 a Hohenems, nel Vorarlberg (Austria). Fu Ernst Schwarz ad aprire nel 1848 a Bolzano una filiale della banca privata, la “Gebrüder Schwarz”, da lui fondata a Hohenems. Nel 1874 Siegmund rilevò l’azienda bancaria paterna e poco dopo si trasferì a Bolzano. Dal 1876  la banca bolzanina, con la nuova denominazione, “Ernst Schwarz Söhne”, fu diretta da Siegmund, mentre il fratello Arnold gestì la banca a Hohenems. Nel 1879  Siegmund sposò Kamilla Braunschweig; ebbero tre figli, Lucie, Oswald, Erwin. Oltre alla banca, Siegmund, assieme al fratello Arnold, fu attivo anche nella produzione di birra; esempio fu il birrificio a vapore di Vilpiano, una delle imprese di produzione di birra all’avanguardia in Tirolo. I fratelli Schwarz si impegnarono anche per i collegamenti turistici del Sudtirolo tramite la rete ferroviaria, per esempio collegandolo nel 1891 con il lago di Garda tramite la ferrovia Mori-Arco-Riva. Seguì la costruzione della ferrovia dell’ Oltradige, che collegava Bolzano con Caldaro. Non mancarono le critiche da parte di giornali antisemiti, come la “Tiroler Post” il 7 marzo 1903. Ma i fratelli Schwarz, presi di mira anche perché erano ebrei, non si lasciarono scoraggiare. Nel 1903 fu la volta della funicolare al passo della Mendola; seguì nel 1907 la funivia del Virgolo a Bolzano e quella del Renon. Va ricordata anche la ferrovia locale Merano-Malles, inaugurata nel 1906. Per tutti questi impegni Sigismund Schwarz va senza dubbio considerato un pioniere dell’emergente turismo tirolese agli inizi del 1900. 

I fratelli Schwarz parteciparono alle iniziative imprenditoriali alberghiere, diedero grande impulso al movimento di merci, all’economia, all’industria. Sigismund Schwarz morì il 30 ottobre 1919 e fu sepolto nel cimitero ebraico di via Maso della Pieve.

Autore: Leone Sticcotti

Giocando con la fantasia

Personaggio eclettico, Benno Simma è conosciuto in città per i suoi molteplici interessi che spaziano dalla musica (suonata), alla pittura e all’illustrazione. Negli anni è stato architetto e docente di design presso diverse università. A Bolzano ha diretto, dal 1997 al 2003, l’Accademia di Design, l’ente precursore di quella che con l’Università di Bolzano sarebbe divenuta la Facoltà di Design e Arti. Nel 2005 si è trasferito per quattro anni a Roma dove ha diretto lo IED, l’Istituto Europeo di Design. Benno Simma ha da poco trasferito il suo quartier generale dal Kampill Center della zona Siberia, in via Cesare Battisti, dove ha creato il suo nuovo atelier. 

È obiettivamente difficile tracciare una scheda su di te, sul percorso che ti ha portato ad essere quello che sei oggi. 

Sono nato nel 1948, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quindi con alcuni elementi tipici della guerra ancora da qualche parte nella testa. 
Ho studiato architettura all’Università IUAV di Venezia, però dopo il diploma mi sono dedicato ad altri mestieri. Dopo l’università ho fatto il sindacalista dei chimici alla UIL, una esperienza che per me è stata molto positiva, perché in qualche modo ho imparato a parlare di problemi di lavoro davanti a tanta gente e a prendermene cura. Però dovevo cominciare anche a fare qualcosa che avesse una affinità con gli studi, ed ho intrapreso la carriera di architetto. Ho aperto uno studio, con un socio, ma ho presto notato che l’attività creativa è condizionata tantissimo da fattori esterni: il comune, la concessione edilizia, la burocrazia. Mi sentivo estremamente a disagio, e così ho deciso di cambiare settore, una cosa che ho fatto spesso. È come entrare in una casa disabitata. Hai la possibilità di percorrere un corridoio e dare uno sguardo dentro alle stanze. Entri, ne esplori una, ma poi prosegui ed esplori quelle successive. In fondo è questo il bello, puoi percorrere un corridoio ed aprire tante stanze, finché ce la fai.
Dopo l’esperienza come architetto, mi sono appassionato alla grafica. Parallelamente a queste attività ho sempre curato la musica, a livello amatoriale. Una delle mie prime esperienze musicali l’ho avuta nel Nuovo Canzoniere Veneto nel quale mi occupavo di canzoni popolari. Poi, in una fase più politica, ho cominciato a scrivere canzoni e a musicarle e alla fine sono approdato al jazz. Ho conosciuto Michl Lösch e Helga Plankensteiner. Loro mi hanno spiegato cosa è il jazz. Da lì a breve ho conosciuto Paolo Fresu, con cui ho cominciato a collaborare, realizzando diverse copertine per la sua etichetta discografica, la Tuk Music.

Parliamo di luoghi: ora hai un piccolo atelier in via Cesare Battisti, prima eri in uno spazio più grande al Kampill Center.

Il Kampill Center era un po’ fuori mano, oltre che essere nella zona comunemente chiamata Siberia: una zona della città particolarmente fredda, anche dal punto di vista dei rapporti sociali. Lì non ci andava nessuno se non per lavorare. Visto che c’era il parcheggio sul tetto, capitava di invitare altri musicisti a suonare in un orario in cui non si disturbava nessuno: gli uffici erano chiusi e anche la radio presente nel palazzo aveva terminato la programmazione in diretta.
Adesso sono approdato qui in Via Cesare Battisti: sto lavorando da vecchio pensionato seguendo le mie passioni, che ruotano intorno al disegno, al dipingere. Chi vuole venire a trovarmi mi trova in questo bugigattolo contornato dai miei quadri.

Parlaci della pittura…

Se uno ha troppa abitudine a seguire tutti i suoi interessi, tutte le sue passioni, finisce per fare tante cose, con il rischio di farle un po’ superficialmente. In passato è successo anche a me. Ma ora mi trovo più concentrato su di una cosa sola e devo dire che ne traggo più piacere. Così mi perfeziono: se mi viene in mente un’idea, cerco di inseguirla e poi di realizzarla. Con più caparbietà di una volta. Un tempo l’atteggiamento era più giocoso.

Sei architetto, designer, musicista, cantante, autore di canzoni, artista visivo. Qual è il filo conduttore tra le diverse identità creative?

Il filo conduttore è il gioco, la voglia di giocare con fantasia, nelle diverse combinazioni. Ognuno ha nella propria testa un archivio di immagini, di suoni, di oggetti che cerca di combinare, almeno nel gioco. Adesso sono arrivato in questa fase.

Hai una spiegazione del perché tu sia approdato al visivo, almeno prevalentemente?

Il visivo per me è legato all’esperienza manuale, anche se il disegno o il dipingere in realtà ne è solo una parte; ma è un’attività manuale che parte dal cervello/pensiero ed approda nel gesto, nel braccio. In fondo è artigianato, la si può vedere anche così…

Hai sempre vissuto a contatto con diverse culture. Come vedi la Bolzano del futuro?

In generale il Sudtirolo per me è un’idea o una configurazione di idee. Alla fine il Sudtirolo è come la gente lo vuole e lo vive. C’è una differenza tra quella che è la realtà dei fatti, e come qualcuno immagina che debba essere. Io ormai con gli anni sono approdato ad un realismo terra-terra. Per me il Sudtirolo è sopravvalutato. Seguirei di più il modo quotidiano con cui la gente vive questa terra. Un modo non poi tanto problematico.
Io ormai conosco tantissimi che parlano sia il tedesco che l’italiano. Quindi sinceramente chi vuole vive in pieno il Sudtirolo, e chi non vuole, lo vive solo parzialmente, guardandolo dalla lente o italiana o tedesca o ladina, anche se però ha sempre bisogno di tre lenti. in ogni caso io ci vivo bene.

Hai una visione molto distaccata ed ironica della realtà. Pensi che la politica e la cultura in provincia di Bolzano necessitino di maggiore umorismo, ironia, satira? 

Si, sicuramente. Molto di più. L’ironia e la satira ti danno la distanza. In tedesco esiste un termine, Nabelschau, il guardarsi l’ombelico, che è la caratteristica fondamentale nel Sudtirolo, un po’ di tutti i gruppi linguistici. La satira ti permette di avere un punto di osservazione delle cose più distanziato.

Autore: Till Antonio Mola

Il mondo in movimento di Anna Carol con il suo nuovo disco

Anna Bernard, in arte Anna Carol, è una cantante bolzanina che sta calcando le scene ormai da diversi anni, non solo quelle locali avendo fatto qualche esperienza artistica anche all’estero. Ha anche cambiato nome d’arte rispetto agli esordi, ma ormai Anna Carol sembra essere il suo brand definitivo, usato per la prima volta un paio d’anni fa per l’uscita di un EP fortemente voluto che, nonostante sia uscito nel periodo più oscuro della pandemia, non ha mancato di lasciare il segno, garantendo alla cantautrice bolzanina la possibilità di uscire ora con Cinetica, un album a lunga durata, distribuito come l’EP da Nufabric Records in collaborazione con le edizioni Kobayashi.

“Per ora il formato è quello del download digitale sulle classiche piattaforme – ci racconta Anna, appena tornata da un fruttuoso breve tour in Sicilia – ma abbiamo intenzione di realizzarlo presto anche in formato solido, per la precisione in vinile. È vero che la maggior parte del pubblico ascolta in digitale, ma il supporto fisico è un’altra cosa, soprattutto per la soddisfazione personale. Con la musica digitale devi sperare che qualcuno ti infili in una playlist, è un po’ come con le radio, c’è qualcuno che sceglie per te cosa devi ascoltare”.

Il nuovo disco della cantautrice si presenta subito con un sound ben definito, nonostante in sede di produzione si sia avvalsa di più collaboratori, rispetto alle sue pubblicazioni passate, il risultato è più strutturato, più elettronico per certi versi, sicuramente più arrangiato, altamente professionale e le canzoni, come del resto quelle che le avevano precedute, sono senza dubbio convincenti.

“Rispetto a prima – prosegue l’artista – la lavorazione dei brani è stata da subito una cosa collaborativa. Per i miei progetti precedenti io arrivavo con le canzoni e poi ci si lavorava su, qui la cosa è stata un divenire sin dall’inizio, collaborando con diverse persone anche a livello di scrittura. In realtà è una cosa molto lontana dal mio modo di lavorare precedente, non pensavo che ci sarei riuscita così facilmente. Sembra impossibile che scrivendo con altre persone siano potute venire fuori meglio le cose mie, le mie emozioni, le mie sensazioni. Lavorando sulla scrittura con altri sono riuscita a fare venire fuori di più me stessa”.

Per la registrazione delle parti cantate, Anna Carol si è avvalsa dello studio Basement di Fermo, nelle Marche, in una location fantastica tra le colline a cui è molto legata al punto di dire che non riuscirebbe ad immaginare di incidere altrove; uno studio attrezzato con un grande terrazzo panoramico e con la possibilità di soggiornare per tutto il periodo delle session. Per quanto riguarda la parte strumentale invece, quella è stata catturata di volta in volta negli studi dei vari produttori coinvolti nella lavorazione del disco.

“Sono davvero molti quelli che mi hanno aiutata – racconta ancora Anna – Domenico Finizio (Tropea), Emanuele Triglia, Alessandro Donadei, Stabber per dirne solo alcuni, per non parlare poi di chi si è occupato di mixaggio, mastering, artwork e via dicendo. E poi ci sono i concerti, perché per me la parte fondamentale è poi di poter proporre le mie canzoni davanti ad un pubblico: l’ideale sarebbe potersi esibire sempre full band ma le date recenti di Merano, Cremona, al Lokomotiv di Bologna e quelle siciliane, a Bolzano, all’Arcibellezza di Milano sono state la dimostrazione che il repertorio funziona bene sia in duo che in trio o da sola. Il pubblico risponde bene, sia nei locali più grandi che in quelli piccoli, c’è un pubblico interessato, disposto a spostarsi per venire ad ascoltarmi. A Modica, per esempio c’erano ragazze e ragazzi, studenti per lo più, che venivano da cittadine o paesi distanti per assistere al concerto. A Cremona, in un lunedì di pioggia, il locale era pieno: da noi non si sarebbe mosso nessuno, ma la colpa non è tutta del pubblico, ci sono da mettere in conto le limitazioni orarie imposte a chi organizza, cosa che non aiuta di certo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Polpette di riso

INGREDIENTI

150 gr riso cotto per assorbimento,
carote e zucchine,
mezza cipolla tritata,
semi di cumino o sesamo,
1 uovo,
formaggio Asiago,
formaggio grana grattugiato,
pangrattato,
sale e pepe

PREPARAZIONE

Cuocete il riso per assorbimento: tostate il riso in un pentolino, con un filo d’olio, e poi aggiungete il sale. Portate ad ebollizione dell’acqua, il doppio rispetto alla quantità di riso. Versate l’acqua bollente sul riso, mescolate e coprite con il coperchio. Fate cuocere a fuoco basso per circa 20 min.
Tritate la mezza cipolla, mettetela in padella con un filo d’olio e lasciate imbiondire. Grattugiate con una grattugia a fori larghi la carota e la zucchina. Mettetele in padella con la cipolla e fatele rosolare 5 minuti.
Una volta pronte, unitele al riso e mescolate. Aggiungeteci semi di cumino.
Unite il formaggio grana grattugiato, sale, pepe, un uovo e amalgamate bene il tutto. Deve venire un impasto asciutto, se così non fosse aggiungeteci del pangrattato.
Tagliate a cubetti il formaggio Asiago.
Posizionate vicino a voi un piatto pieno di pangrattato nel quale avrete aggiunto un filo d’olio e lo avrete mescolato. Così facendo le polpette verranno più dorate.
Ora formate delle palline di grandezza omogenea, pressandole con i palmi delle mani (aiutatevi con un cacciapalle per porzionarle). Poi al centro posizionate un cubetto di formaggio Asiago e chiudetele con dell’altro riso.
Poi passatele nel pangrattato e sistematele su una teglia rivestita di carta forno.
Mettetele a cuocere in forno ventilato a 180 – 200°, per 12 minuti. Dovranno risultare leggermente dorate e croccanti in superficie.
Le vostre polpette di riso e verdure sono pronte, ottime sia calde che tiepide.

Anterivo, un paese all’incrocio di più culture

La provincia è quella di Bolzano, ma la lingua di terra su cui sorge l’abitato di Anterivo è incastonata nella valle di Fiemme. Quindi nel Trentino, con cui il sindaco Gustav Mattivi ha spesso sottolineato la presenza di buoni rapporti di collaborazione. 

“Per noi la Valle di Fiemme è un punto strategico per molte attività, anche quotidiane – rivela il primo cittadino -. Dal 1939 al 1946 siamo stati frazione di Capriana, paese con cui abbiamo lo scambio più intenso: siamo in due provincie diverse, nonostante il fatto che siamo separati da soli quattro chilometri. È stretta anche la collaborazione con Castello – Molina”, spiega il primo cittadino.

Una propria identità nonostante le influenze

Certo, la storia insegna che non occorre per forza essere terre compenetranti per influenzarsi con scambi linguistici, culturali, sociali, anche se rimane comunque un fattore di agevolazione. Ma in questo contesto, Anterivo, a differenza di altri abitati basso atesini divisi da una sottile e storica linea di confine, ha sviluppato una propria identità pur mantenendo, appunto, ottimi scambi con i vicini comuni fiemmesi. E la prima conferma giunge dal comune di Castello-Molina, dove gli alti vertici locali parlano di una collaborazione ancora più attiva dopo la tempesta Vaia, e in generale di una popolazione molto tranquilla ed unita. 

“Io la sto riscoprendo in questi anni, anche con le iniziative fatte dal punto di vista culturale e storico”, spiega mattivi

Nello studio della storia  la chiave per comprendere 

E storicamente? Per saperne di più abbiamo fatto due chiacchiere con Italo Giordani, esperto che ha studiato questa “forse singolare” situazione, per lo meno in regione. Ripercorrendo il suo ragionamento, prima della fondazione di Anterivo, in quell’angolo di regione c’erano già la pieve e la comunità di Fiemme, estese da Moena a Trodena (paese che fino al 1200 contava molti cognomi latini). 

Quando venne fondato Anterivo, come pure Capriana e i paesi della Valfloriana, non poterono entrare a far parte della magnifica comunità ma solo nel territorio della pieve. Quindi, da un punto di vista amministrativo entravano in campo il Principato Vescovile e Contea Tirolese, con le varie giurisdizioni. Quest’ultima, un tempo, comprendeva pure Castello-Molina, Capriana e la Val Floriana. Fra il 1777 e il 1779 c’è stato un cambiamento. Tramite un accordo a tavolino, il principe vescovo di Trento ottenne da Maria Teresa d’Austria la giurisdizione tirolese di Fiemme. E qui emerge il perché Anterivo è geograficamente in val di Fiemme, ma con un’identità per lo più germanica: solo Castello-Molina, Capriana e la Val Floriana vennero staccate dalla contea Tirolese. 

Una frazione che un tempo era un maso

“Come tutte le popolazioni confinanti ci sono stati anche degli attriti documentati nel passato, per motivi di sopravvivenza: un metro in più di terra, voleva dire più cibo”, afferma Italo Giordani. A questa storia si collegano anche i possedimenti odierni della comunità di Rover – Carbonare (frazione di Capriana) di molte terre (boschi) nel comune di Anterivo. E riassumendo alcune considerazioni di Robert Brugger (presidente delle Amministrazioni Separate di Uso Civico trentine), quella che oggi è una frazione, un tempo era un maso della comunità della Val di Fiemme.

Autore: Daniele Bebber