Le buone notizie

Come si fa, oggi, a dare buone notizie, anche se ci sentiamo spesso assediati invece dalle cattive notizie? Questa è la domanda che mi sono posto, mentre mi accingevo a scrivere queste righe che hanno lo scopo di fare a voi lettori i nostri migliori auguri di buone feste.
La prima cosa che mi è venuta in mente è che in realtà, tra le tante cattive novità, c’è sempre la possibilità di individuare persone, storie, pensieri, prese di posizione che testimoniano attenzione, rispetto, disponibilità, comunità e solidarietà. Di fatto è quello che cerchiamo di fare con i nostri giornali da quasi 15 anni, una sfida e al contempo un’occasione che rinnoviamo ogni due settimane, con convinzione. Ma non basta. Occorre anche avere degli strumenti per affrontare le cattive notizie, riuscire ad accettarle e reagire. Ecco, mi sono detto, è su questo che bisogna puntare. Ogni cattiva notizia ha in se un’insegnamento, uno spunto e una strada indicata, per fare dei passi in avanti. Per crescere. Per farsi forza e, in taluni casi, lavorare insieme per fare in modo che certi eventi non si ripetano.
Certo non possiamo fare nulla per impedire i terremoti, ma abbiamo già capito che invece ci sono dei modi per mettere insieme le nostre energie (quelle di 8 miliardi di persone!), anche per fronteggiare i cambiamenti climatici. Ci sono poi cosiddette “emergenze” che invece sembrano fatte apposta, nella loro drammaticità, per evidenziare ancor di più, anche se a ben vedere non dovrebbe essercene bisogno, con quali contraddizioni ci troviamo a convivere, quasi come se chiudessimo gli occhi e le orecchie, per non vedere e non sentire.
Negli ultimi giorni ci sono addirittura volute delle tragedie per farci finalmente agire su alcune criticità. Come l’insicurezza del traffico nelle città e le tensioni nei nuclei di base delle nostre società che sono le famiglie e i condomini. Incredibile è poi il fatto che si sia ricorsi ancora una volta alla dicitura “emergenza freddo” per mettersi a litigare a livello politico sulla necessità di avere un sistema adeguato per sostenere le persone, sottolineo “persone”, che vivono ai margini della nostra società, manifestando una fragilità cronica e che – in alcuni periodi dell’anno per forza di cose – si ritrovano ad avere la loro stessa vita in pericolo.
“Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.” Così c’è scritto nel vangelo di Luca. I mercatini di Natale esistono per celebrare quel bambino nato per strada. Non dimentichiamocelo e facciamo la nostra parte. Auguri a tutti voi.

Autore: Luca Sticcotti

Lo strano caso del “remitori” 

Dalla statale che attraversa il paese di Bronzolo si può osservare un ampio promontorio compreso tra il Monte dei Giudei (praticamente il lato B del Monte Francesco di Laives), il Salto del Cavallo e, verso Aldino, il Göller. Per molti decenni, specialmente tra il XVIII e il XIX secolo, questo territorio è stato al centro dell’attività di estrazione e lavorazione del porfido. Centinaia di operai, molti dei quali provenienti dal povero Welschtirol, vi trovarono occupazione e le plote, i birfel e i smoleri di Bronzolo erano ricercati in tutta Europa.

Ai piedi del Salto del Cavallo, circa dieci metri sopra il Rio Aldino e non lontano dal vecchio  poligono di Bronzolo, si trovavano i resti di vecchi muri che un tempo erano appartenuti ad un noto eremo, le cui vicende sono state narrate anche dallo storico Emil Pasolli. 

Sembra che il luogo “sacro” sia stato definitivamente abbandonato nel periodo della riforma religiosa dell’imperatore Giuseppe II, figlio dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo.

Gli abitanti di Bronzolo lo chiamavano semplicemente il “remitori”, termine dialettale per eremo. Esso consisteva in due scarni locali di piccole dimensioni. Il primo veniva utilizzato come luogo di preghiera o rudimentale cappella, il secondo come abitazione dell’eremita. 

Non esistono a tutt’oggi documenti che permettano di risalire alla data di realizzazione dell’eremo; neppure i nomi degli eremiti che si sono succeduti nel corso dei decenni è noto. L’unico dato certo che riguardi l’eremo è che alla fine del XVIII secolo il comune di Bronzolo emanò una “regola” per cui all’eremita era interdetta l’attività di questua “casa per casa” come evidentemente veniva praticata in precedenza. Qualcuno, in paese, deve aver mal sopportato la vista e le visita del povero del Salto del Cavallo. In compenso, il comune di Bronzolo si assunse l’onore di elargirgli settimanalmente un piccolo obolo, una sorta di vitalizio, che gli permetteste almeno di sopravvivere degnamente.

Una seconda volta l’eremo viene citato nel testamento del curato della chiesa di San Leonardo Philipp Jakob Wertsch von Thalfeldnel 1727, che destinò all’eremo la somma di 10 Gulden per i casi di “necessità”.

La località in cui sorgeva l’eremo era particolarmente favorevole e non corrispondeva per nulla all’immagine del luogo isolato e disperso che solitamente si attribuisce al “buen retiro” di chi ha abdicato agli agi della vita terrena. Trovandosi su un piccolo promontorio non subiva neppure gli influssi malefici della malaria che allora colpiva duramente gli abitanti del paese nei periodi estivi, tanto che chi se lo poteva permettere cercava rifugio in altura, specialmente nella zona di Aldino e Monte San Pietro. 

Anche la visuale è particolarmente suggestiva e consentiva allo sguardo di spaziare in lungo e in largo per tutta la valle dell’Adige. Questo fa pensare che qui, prima dell’eremo, si sia trovato un altro insediamento ben più antico.

Inoltre, il remitori era vicino al paese. Il primo maso era distante meno di mezzo chilometro e non lontano dall’eremo passava anche la vecchia e molto frequentata strada per Aldino, che successivamente, a causa della sua proverbiale pendenza, fu spostata verso il Monte Goeller. 

Sotto la chiusa si trovava anche la vecchia Reif, dove veniva depositato il legname proveniente dai boschi del Monte Regolo e destinato al mercato italiano. Si narra che i contadini che scendevano dalla montagna trainando  i pesanti tronchi, spesso portassero un pezzo di pane o di speck all’eremita di Bronzolo. 

Autore: Reinhard Christanell

La solidarietà, principio universale su cui fondare la pace

La Dichiarazione del Millennio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni unite nel settembre del 2000, indica la “solidarietà” come il principio a cui ispirarsi per gestire le sfide globali. Lo stesso organismo ha istituito la Giornata internazionale della Solidarietà umana, che ricorre ogni anno il 20 dicembre.

“Le sfide globali dovranno essere gestite in un modo che se ne distribuiscano equamente i costi e i pesi, in conformità con i principi fondamentali dell’equità e della giustizia sociale. Quelli che soffrono o che traggono minori benefici meritano di essere aiutati da quelli che hanno ottenuto i maggiori vantaggi”.

La solidarietà (internazionale) è dunque uno dei principi che interviene a correggere le disuguaglianze. Ma essa non è solo l’atto del forte che aiuta il debole guardandolo dall’alto in basso. È invece condivisione, nella consapevolezza che tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti. Questa condivisione deriva a sua volta dal principio di corresponsabilità (“responsabilità condivisa”).

Dice ancora la Dichiarazione: “La responsabilità per la gestione dell’economia e dello sviluppo sociale mondiale, come pure delle minacce alla pace e alla sicurezza internazionali, deve essere condivisa fra le nazioni del pianeta che dovrebbero esercitarla in maniera multilaterale”.

Nell’istituire, nel dicembre 2005, la Giornata della Solidarietà umana, l’Assemblea Generale sottolineava che “la solidarietà è uno dei valori fondamentali e universali su cui devono fondarsi le relazioni tra i popoli nel ventunesimo secolo”. A quasi dieci mesi dallo scoppio della guerra in Ucraina non si può non riflettere su queste parole.

Le guerre scoppiano proprio in situazioni in cui la solidarietà internazionale è assente. Per prevenirle e per farle cessare è necessario lavorare a relazioni internazionali fondate sull’idea di un destino comune a tutta l’umanità, di un bene comune che sia obiettivo di tutti e che non può prescindere, in primo luogo, dalla giustizia. Non c’è pace senza giustizia. Non c’è pace senza solidarietà (umana/internazionale).

Autore: Paolo Bill Valente

SVP tra portenti e contraddizioni, eccezioni e normalità

Due prospettive sulla storia e la natura della Südtiroler Volkspartei nei libri di Lucio Giudiceandrea e Hans Heiss.

Nel 2020 il partito di maggioranza in Alto Adige/Südtirol festeggiava 75 anni, un traguardo quasi ineguagliato nella storia partitica d’Italia. In quella occasione, la casa editrice Edizioni alphabeta Verlag aveva pensato che fosse il momento di una riflessione approfondita, esterna e soprattutto binoculare sulla storia e sulla natura della Südtiroler Volkspartei. Le storie editoriali sono spesso meno lineari di quanto si pensi, ed è così che è solo due anni dopo che si è arrivati al traguardo di pubblicare due libri sulla SVP che la osservano con sguardo lucido e distaccato, da una prospettiva di lingua italiana e una di lingua tedesca. Questa doppia prospettiva rispetta rigorosamente la mission culturale che si è data la casa editrice di Merano, ossia rivolgersi a entrambe le maggiori comunità etnico-linguistiche di questo territorio, rispettando due sensibilità diverse. Sono nati quindi due saggi paralleli ma non speculari, che si integrano a vicenda nell’offrire un ricco quadro tematico e nel presentare il “punto di vista dell’Altro” ai lettori bilingui, che è il presupposto per una vera e piena comprensione di una comunità plurale e per un’altrettanto piena appartenenza a essa.

Caso poi ha voluto che l’uscita coincidesse con un periodo in cui l’SVP sta attraversando una profonda crisi interna. Ma si è imparato in questi ultimi anni che le crisi sono molto spesso anche sinonimo di opportunità. 

A Lucio Giudiceandrea, giornalista, e a Hans Heiss, storico e politico, è stato chiesto di raccontare la SVP attraverso la lente del proprio gruppo linguistico di riferimento, che la percepisce storicamente in modi differenti. Non si tratta di una storia del partito declinata in due lingue, bensì di un’analisi delle sue principali caratteristiche, tenendo conto delle differenti sensibilità dei lettori di riferimento: da una parte un pubblico italiano – locale e nazionale – che conosce il fenomeno SVP prevalentemente dal di fuori e spesso molto marginalmente, per cui è importante fare luce su aspetti, motivazioni e punti di vista solitamente trascurati dalle “narrazioni” dominanti; dall’altra un pubblico di lingua tedesca che conosce dal di dentro il mondo sudtirolese e con esso il partito che per lungo tempo ne ha avuta la pressoché esclusiva rappresentanza politica.  

Stella aliena. La Südtiroler Volkspartei spiegata agli italiani, di Lucio Giudiceandrea

Il libro ripercorre e approfondisce gli aspetti storico-sociali della “stella alpina”, delineando tre caratteristiche principali: il partito “fenomeno”, per i risultati che ha raggiunto; il partito “etnico”, per il principio che è a suo fondamento; il partito “di raccolta” per la sua capacità di accentrare anche istanze sociali completamente differenti. Ma alla fine si tratta anche di “un partito come tutti gli altri,” che deve fare i conti con divisioni interne e giochi di potere. 

Blüten der Macht. Die Südtiroler Volkspartei zwischen Wunder und Widerspruch, di Hans Heiss

Anche in questo caso, il libro non intende essere un resoconto storico, ma neppure un reportage giornalistico, o una raccolta di aneddoti, o ancora una resa dei conti da parte di un ex politico di opposizione. L’SVP non è solamente un partito, ma quasi una forma di vita in Alto Adige/Südtirol: una specie a rischio, che sembra stare perdendo parte della propria identità e ragione storica. Ma è pensabile un Alto Adige/Südtirol scorporato dal partito che è espressione principale dei pregi e delle contraddizioni di questa provincia?

www.alphabeta-books.it 

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La piazza dedicata ad Anita Pichler

Al centro del quartiere “Casanova” vi è, dal 2015, “Piazza Anita Pichler”. Chi era e cosa fece? Nata il 28 gennaio 1948 a Scenna, nei pressi di Merano, dopo gli anni di scuola a Merano e gli studi superiori a Trieste, si laureò in slavistica e germanistica alla Ca’ Foscari (Venezia). A Praga negli anni 1971/1972, tornò a Venezia, dove dal 1974 al 1976 lavorò come redattrice della casa editrice Marsilio; fu attiva come traduttrice e interprete. A Venezia ebbe l’incarico di lettrice dell’Università; ebbe tempo di dedicarsi alla scrittura.La sua vita fu alquanto movimentata; Anita Pichler amava la vita, le lingue, la scrittura, le montagne e le sue città (Venezia, Vienna, Berlino, Merano e Bolzano); amava fotografare, viaggiare ed osservare il mondo, amava le belle cose. 

Il primo libro, il racconto “Die Zaunreiterin”, la storia di una donna, apparve nel 1986. Tre anni dopo, il racconto “Wie die Monate das Jahr”, che accompagna nella sua leggenda Oswald von Wolkenstein, cavaliere medievale, avventuriero, guerriero, compositore, trovatore, poeta; tradotto in italiano, “Come i mesi l’anno” fu pubblicato da Marsilio nel 1991. 

Nel 1992 uscì “Die Frauen aus Fanis. Fragmente zur ladinischen Überlieferung”; sono frammenti di tradizione orale ladina. Fu nel febbraio 1995 che Anita venne a sapere di essere gravemente ammalata; si trasferì così a Bolzano, dove morì il 6 aprile 1997, attorniata da amiche e amici. 

Prima di morire Anita Pichler, la quale aveva suscitato grande interesse nel mondo letterario tedesco, aveva affidato a Sabine Gruber e Renate Mumelter l’incarico di amministrare la sua eredità letteraria. La tomba di Anita Pichler si trova a Solda, ai piedi del massiccio dell’Ortles. Con la montagna Anita ebbe un profondo rapporto sin dall’infanzia, in particolare proprio per Solda, dove anche da adulta si recava ogni anno per effettuare impegnative arrampicate.

Autore: Leone Sticcotti

Un anno di notizie

Anche quest’anno abbiamo interpellato un giornalista di lungo corso, esperto del territorio, per ripercorrere gli avvenimenti più importanti dell’anno che si sta chiudendo. Si tratta di Toni Visentini, a lungo responsabile dell’Ansa di Trento e Bolzano.

Il 2022 era iniziato sulla scia di una grande aspettativa: vivere una ripresa dopo il biennio segnato a livello mondiale dall’emergenza Covid. L’illusione è durata neanche due mesi: in febbraio infatti l’improvviso precipitare della crisi in  Ucraina e la conseguente guerra ha gettato il mondo intero e anche la nostra realtà locale in una nuova cappa di incertezza. A seguire i vari eventi di cronaca e le prime elezioni nazionali celebrate alla fine di un’estate segnata dagli evidenti e preoccupanti cambiamenti climatici, ci hanno traghettato verso un autunno di incertezze incombenti. 

Dei vari eventi dell’anno che si va chiudendo ne abbiamo parlato con Toni Visentini, da anni editorialista su uno dei quotidiani locali e profondo esperto della realtà altoatesina, sulla quale ha scritto anche alcuni libri. Ecco cosa ci ha detto.

L’INTERVISTA

Qual è l’avvenimento più significativo e sorprendente in questo 2022?

Per me è il successo dell’FC Südtirol. Prima del calcio seguivo solo le grandi partite internazionali e gli scontri tra le squadre italiane più importanti. Ora invece guardo sempre e con grande piacere anche le partite del Südtirol. Ricordiamocelo: l’Italia è il paese in cui i grandi documentaristi quando parlano di Hitler lo chiamano fiurer. Quando Letta era presidente del consiglio venne a Bolzano chiamò l’ex Landeshauptmann Dürnwalder e la  stessa sorte è capitata a Lilli Gruber per anni è stata chiamata Lilli Grüber. Insomma: di solito gli italiani non sanno mai pronunciare la dieresi ovvero l’umlaut. Invece hanno tutti imparato a dire Südtirol, è davvero incredibile. Ci voleva davvero proprio il calcio per insegnare finalmente agli italiani le nostre giuste pronunce. 

In realtà poi se si passa ai nomi dei giocatori il problema persiste, basta sentire i telecronisti…

Beh, quella è un’altra cosa. Almeno il nome Südtirol finalmente è passato. In ogni caso la squadra sta facendo grandi cose con questo allenatore e io spero che continui così. 

Stanno andando così bene, che addirittura c’è la prospettiva – anche se remota – di una promozione in serie A, con conseguente problema di uno stadio di nuovo inadeguato…

Una cosa alla volta! Godiamoci il momento e poi si vedrà…

Il 2022 è stato anche l’anno della grande crisi interna alla SVP.

Sì e qui siamo davvero di fronte ad una crisi seria. C’è lotta interna molto forte che non credo si sia placata, quella attuale è solo una leggera tregua. Di sicuro si ricandiderà Kompatscher e questo credo sia un bene per tutti, per la provincia di Bolzano, per la stessa Volkspartei e per tutti gli equilibri, sia a livello nazionale che internazionale. Kompatscher è una persona seria e capace. Ha alcuni difetti di carattere, d’altronde nessuno è perfetto, da nessuna parte, men che meno in politica. Nella SVP c’è una guerra di corporazioni, fortissima, e che si combatte fino all’ultimo sangue. Forse si andrà avanti così fino alle elezioni, io spero di no, ma temo che sarà così. Un’altra questione fondamentale sarà poi chi andrà in giunta dopo le prossime elezioni provinciali. Naturalmente dipenderà da come andranno le elezioni. Spesso ci si dimentica che le elezioni provinciali non sono come quelle nazionali. Qui si vota con il sistema proporzionale puro, non ci sono alleanze di partito. Dopo il voto le giunte si fanno poi mettendo insieme tedeschi, italiani e ladini. I tedeschi ci sono, ma gli italiani chi li porterà e quanti saranno? Sulla base dei numeri la Volkspartei anche questa volta deciderà come fare la prossima giunta. 

Nella Volkspartei le tensioni interne ci sono sempre state, ma per quale motivo ora si è rotto il meccanismo che li portava sempre a ricompattarsi?

Secondo me in alcuni ruoli le persone ora non sono quelle giuste, ad esempio il segretario del partito non si è rivelato all’altezza del compito. Dal canto suo anche Kompatscher non fa parte di nessuna corporazione. Durnwalder invece veniva dal Bauernbund e aveva ottimi legami con il mondo dell’economia, cosa che Kompatscher ha solo in parte. Lui viene dai comuni, ma lì in realtà da sempre si riproducono le stesse dinamiche che ci sono nel partito.

Come giudica i rapporti intercorsi tra provincia di Bolzano prima con il governo Draghi e ora con la presidente Meloni?

La SVP in linea di principio ha sempre avuto una certa diffidenza per i governi tecnici come appunto quello di Draghi. I tecnici fanno le scelte seguendo logiche loro, mentre i politici invece agiscono molto di più sulla base delle opportunità. Con il governo Draghi la SVP non aveva la possibilità di far pesare i suoi voti, ottenendo in cambio competenze. Draghi aveva un gran nome ovunque e questo è stato un bene anche da noi. Ma con lui la SVP non aveva un feeling particolare. 
Con il governo Meloni c’era un pregiudizio in origine, che per il momento non è stato confermato. Finora dal governo Meloni sono state dette, non fatte, cose che alla Volskspartei non hanno dato fastidio. Per il futuro vedrà. Fratelli d’Italia è un partito italiano di destra e la base ha un suo peso. Per quanto la Meloni sembri simpatica, nel suo partito ci sono i nazionalisti, quelli delle bandiere tricolori dappertutto e che dicevano tornatevene in Austria. Vedremo…

Il 2022 è stato anche l’anno della guerra in Ucraina…

In Alto Adige le reazioni non sono state diverse rispetto al resto d’Italia e d’Europa. C’è stata molta preoccupazione e dolore per l’ingiustizia causata la guerra. Poi ci sono state le reazioni di tipo politico, a livello nazionale. A me ha colpito molto la posizione dell’Anpi, critica verso i rifornimenti di armi agli ucraini. Se gli inglesi e gli americani avessero detto ai partigiani “basta, non vi diamo più armi”, loro come avrebbere reagito?

Poi ci sono gli effetti economici della guerra…

Quelli si sentono dappertutto, anche se da noi forse un po’ meno perché abbiamo un sistema economico un po’ più forte, per fortuna. 

Poi c’è la crisi climatica che in estate si è fatta sentire e sta iniziando anche a provocare un ripensamento della crescita senza limiti del turismo. 

Hanno incominciato a lavorarci, ma il problema è come intervenire perché questi sono problemi che non possiamo risolvere da soli. Occorre un accordo a livello globale. Per quanto riguarda il turismo una crescita all’infinito non ci può essere, bisogna spostarsi su una crescita di qualità. Occorre specializzarsi e abbandonare man mano il turismo di massa. è chiaro: ci sono quelli che frenano. Ma la scelta non potrà che essere questa, non ci sono altre opzioni. 

C’è poi il caso del Twenty a Bolzano. Come andrà a finire? Il centro commerciale rischia di chiudere…

Spero che la questione venga risolta con il buon senso. C’è stato un grande pasticcio dal punto di vista legale con una serie di errori che è giusto vengono pagati. Ma a pagare non può essere il personale così come non è giusto che paghi chi è stato danneggiato a suo tempo da scelte sbagliate. Anche in questo caso un equilibrio sarà l’impresa della politica e anche della giustizia. 

Un altro tema dell’anno è stato il peggioramento ulteriore della crisi della mobilità nel capoluogo.

Mah. Secondo me non siamo messi poi molto peggio di altri. Forse è meglio che ci rendiamo anche di questo.

Poi c’è il problema del costo degli alloggi, che sta mettendo sempre più in crisi la società altoatesina. Anche in questo caso soprattutto a Bolzano. 

è uno dei problemi più gravi. Senza case a prezzi civili la società non va avanti. Non solo: così mettiamo un ostacolo in partenza alla nuova forza lavoro di cui abbiamo tanto bisogno, e anche quella che c’è rischia di andarsene. Questo problema va affrontato e dovranno rendersene conto anche i proprietari terrieri. Il suolo è scarso ma occorre per forza trovare spazio da qualche parte. è senz’altro vero che ci sono regole forse troppo severe su dove si può edificare. Io preferisco avere le case anche sopra le aziende e a fianco di essere. Anche perché, va detto, la zona industriale di Bolzano non è più quella di una volta, è davvero un altro mondo con servizi, collegamenti, negozi e tutto. Si può vivere bene anche lì. E poi dobbiamo ristrutturare facendolo bene. Ci vogliono piani, idee e coraggio di agire. Il timone della situazione ce l’ha sempre la Provincia che su Bolzano non ha mai avuto un occhio di riguardo, bensì un’attenzione davvero modesta. Con Kompatscher e Caramaschi va un po’ meglio rispetto al passato ma bisogna senz’altro fare di più.

Autore: Luca Sticcotti

Laeds: un capitolo due che è anche un capitolo tre

C’è voluto un po’ di tempo per avere tra le mani – si fa per dire, trattandosi di un disco disponibile per ora solo in formato liquido/digitale – il nuovo lavoro dei Laeds, band che si distingue, oltre che per bravura e originalità, per il fatto di avere tre fratelli tra i suoi componenti.

Si tratta del loro terzo sforzo discografico, ma è anche la seconda parte di un concept iniziato col lavoro precedente: Bone Cage, questo il titolo della recente uscita presentata a Bressanone, dove la band ha il suo quartier generale, e in forma acustica al Carambolage di Bolzano, è una gran bella conferma per il quintetto guidato da Emanuele Colombi, cantante e chitarrista. Se già con la prima parte del concept, risalente ormai al 2019, ci aveva conquistato, Bone Cage riesce ad andare oltre, innanzitutto, nonostante venga considerato dai Laeds un EP, per durata non lo è di certo, in secondo luogo pur rientrando pienamente nel genere prog rock, tende a sfuggire alle classificazioni troppo rigide, il che è sempre una buona cosa.

“Il fatto che i nostri brani siano di lunghezza mediamente alta – ci racconta Emanuele – ci impedisce di pubblicarlo con quella denominazione sulle piattaforme, ci era già successo col disco precedente (uscito anche in forma solida, n.d.r.), le piattaforme musicali hanno dei criteri per cui l’EP deve stare entro una certa durata, ma se i brani sono lunghi non ci si sta dentro… Bone Cage si aggira intorno alla mezz’ora. È stato un parto spaziale, ci abbiamo messo un sacco di tempo, in realtà buona parte del materiale era già scritto quando è uscito Homestage, ma poi siamo stati bloccati dalle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria”.

Bone Cage è caratterizzato da un suono decisamente godibile e accurato che mette in evidenza il talento di questi cinque ragazzi: oltre a Emanuele, ci sono i suoi fratelli Lorenzo (batteria e voce) e Damiano (violino, tastiere e voce), il bassista Gabriele Gege Munini e il chitarrista Raffaele Barberio, tutti irrinunciabili per tessere le trame sonore di un concept non scontato imperniato su problematiche molto attuali, con una ridefinizione dell’idea dei sette vizi capitali.

“Chi segue il genere musicale a cui facciamo riferimento – prosegue a spiegare Colombi – sa che i testi non devono essere qualunque cosa, o c’è una storia da raccontare o c’è una sorta di missione sociale, o meglio un’ambizione. Rispetto al prog rock delle origini, nel cosiddetto neo prog a cui ci rifacciamo c’è meno Tolkien, meno medio evo. Non abbiamo pretese di lanciare messaggi che sveglino la gente, come John Lennon per intenderci, ma crediamo che già il puntare il dito su determinate piaghe sociali, dal suicidio minorile all’alcolismo, argomenti un po’ pericolosi da nominare, quasi tabù per la stampa, sia importante. Magari il nostro genere non è seguitissimo, ma siamo convinti che affrontare questi temi sia una cosa da non sottovalutare, e lo facciamo come siamo capaci, a modo nostro”.

Per realizzare Bone, i Laeds si sono affidati anche stavolta alla produzione di Mattia Mariotti che li aveva seguiti già in Homestage: “Lo abbiamo voluto tenere in squadra – conclude il cantante – perché siamo amici da sempre e ci siamo trovati bene a lavorare con lui, così come con i ragazzi del Blue Noise Studio di Mattarello. Per il missaggio invece non essendo stati del tutto convinti dal  lavoro dello studio polacco che aveva fatto quello del disco precedente, ci siamo rivolti a Michele Quaini, insegnante al CPM di Milano. Il risultato è che il suono stavolta è molto più pieno, che è quello di cui avevamo bisogno essendo noi una band che pubblica su piattaforme come Spotify, dove si finisce in playlist mescolati con cose troppo differenti. Ma questo discorso è molto complesso e richiederebbe un ulteriore approfondimento”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Ravioli cinesi

Ingredienti

Per l’impasto:
300 g di farina tipo 00
150 g di acqua

Per il ripieno:
200 g di carne macinata mista
200 g cipollotto
Una fetta di zenzero
Qualche foglia di cavolo cappuccio

Per marinare il ripieno:
1 cucchiaio di salsa di ostrica
1 cucchiaio di salsa di soia
1 cucchiaio di vino di riso
Pepe nero e olio di sesamo a piacimento

Per il cestello:
Foglie di cavolo cappuccio

Preparazione

Preparate l’impasto: versate la farina in una ciotola e formate una fontana, poi aggiungete un pizzico di sale e versate l’acqua tiepida mentre iniziate a mescolare.
Trasferite il composto sul piano di lavoro leggermente infarinato e formate un panetto. Riponete il panetto nella ciotola, coprite con un canovaccio e lasciate riposare per 30 minuti.
Iniziate con il ripieno: tritate finemente il cipollotto, compresa la parte verde, e il cavolo cappuccio. Trasferite il trito in una ciotola capiente e aggiungete la carne macinata, la salsa di soia, la salsa di ostrica, sale e pepe, il vino di riso e l’acqua.
Formate un filoncino di pasta sul piano leggermente infarinato e tagliatelo a tocchetti di circa 2 cm, spianateli con il mattarello e ritagliate dei dischi con un coppapasta del diametro di 8 cm.
Riempite i dischi con il ripieno e chiudeteli.
Per la cottura potete utilizzare una normale vaporiera o una di bambù: foderate il fondo con una foglia di cavolo cappuccio, poi adagiate sopra i ravioli ben distanziati l’uno dall’altro. Cuocete per circa 8 minuti.

SHOW YOUR TALENT

COOLtour, un servizio dell’Associazione “La Strada – der Weg”, su incarico della Circoscrizione del quartiere Don Bosco, presenta l’iniziativa “Show your talent”: dal 7 al 16 dicembre 2022, Piazza Don Bosco accende i riflettori sui talenti del quartiere, invitandoli a mostrare alla cittadinanza le qualità e le doti che si nascondono nel rione. Gli scatti sono di Niccolò Dametto di COOLtour.

Don Camillo e Peppone… a Caldaro

Tra il 1900 e il 1917 si pubblicò a Innsbruck un settimanale satirico e anticlericale dal nome “Der Tiroler Wastl”. Ne fu editore lo scrittore e giornalista Rudolf Christoph Jenny (1858–1917), cresciuto a Castelrotto e successivamente espulso dal ginnasio di Bolzano a causa di uno scritto offensivo nei confronti del direttore dell’istituto.

Il “nemico” dichiarato della rivista era la chiesa romana, con i rappresentanti locali della quale Jenny ingaggiò una contesa permanente che spesso terminò nella aule dei tribunali.

Memorabile un caso avvenuto a Caldaro nel 1912. Nella sua edizione del 28 gennaio, Jenny pubblicò un articolo dal titolo inequivocabile: “Il parroco di Caldaro si dichiara superiore a Dio”. E ciò, scrisse il temuto giornale, non già attraverso una predica dal pulpito, dove i religiosi si permetto le cose più incredibili senza suscitare l’indignazione dei fedeli, giacché nella chiesa ci si è ormai abituati a tutto, ma attraverso un comune mezzo di comunicazione che permette al noto parroco di Caldaro Gottlieb Hueber di farsi sentire in tutta la provincia.

La  vicenda finita nel mirino di Jenny era quella del maestro elementare caldarese Johann Sarl, “chiamato improvvisamente, dopo 25 anni di onorato servizio,alla casa del Signore, poiché su questa terra gli era rimasto ben poco di cui rallegrarsi”. Non solo il brav’uomo era completamente assorbito dal suo delicato dicastero”senza dare troppo ascolto alle rampogne del decano Hueber, ma doveva pure nutrire una famiglia di dieci persone e quindi curare l’educazione di molti figli.”Cosa che gli era riuscita a meraviglia, secondo il giornale, dato che i suoi figli erano tutte brave persone stimate in paese. 

A quanto pare, sul letto di morte l’umile maestro, che mai si era lamentato del magro stipendio dei maestri di campagna, avrebbe pronunciato, con riferimento al decano, la frase”Oh, quest’uomo duro”, alludendo all’abitudine del decano di elargirgli lo stipendio con molti giorni di ritardo e di accompagnare la corresponsione del misero salario con severe ed estenuanti paternali – quasi il sacerdote dal braccino corto avesse dovuto pagare i maestri di tasca sua.

La “Lehrerzeitung” (Il giornale dei maestri) pubblicò un articolo in memoria del defunto collega in cui comparve la frase “la terra gli sia più lieve del suo amato mestiere di maestro e Dio gli sia più misericordioso del suo decano Gottlieb Hueber”.

Il decano, poco avvezzo alle critiche seppur velate dei suoi sottomessi, reagì con veemenza e inviò una lettera risentita al maestro di Appiano che riteneva l’estensore dell’articolo. Come può, scrisse indignato, un maestro con un terzo della mia erudizione, lanciare una simile accusa infamante nei mieiconfronti.Il maestro di Appiano, per nulla intimorito, corresse con la matita rossa la lettera del decano e, dopo aver aggiunto in calce alla stessa il voto “del tutto insufficiente” a causa dei 18 errori grammaticali contenuti nel testo, la diffuse nei paesi dell’Oltradige.

A tutta risposta, il vicario di Cristo inserì sul “Tiroler Anzeiger” una formale diffida al giornale dei maestri, intimandogli di smentire quanto pubblicato o di specificare in che modo il curato si fossedimostrato poco clemente nei confronti del maestro defunto. Il giornale replicò che non aveva mai detto che Hueber si era dimostrato inclemente nei confronti del maestro ma soltanto che si augurava che Dio si dimostrasse più clemente del decano. Altrimenti, concluse, avrebbe dovuto scrivere “Dio è meno clemente del decano di Caldaro”.

In conclusione, Jenny attaccò frontalmente la chiesa, prendendo spunto da una lettera pastorale del Papa in cui si vietava ai membri della chiesa cattolica di citare in giudizio, anche solo come testimone, un sacerdote, pena l’espulsione dalla chiesa stessa. “Ciò avviene anche nei casi in cui un padre di famiglia intende denunciare un sacerdote per abusi sessuali nei confronti del proprio figlio”, scrisse indignato Jenny,”e solo il Papa in persona può riammettere la persona espulsa”.

Autore: Reinhard Christanell