Saldo migratorio

Un articolo pubblicato il 13 aprile su ilpost.it segnala che, dopo 12 anni di calo continuo, nel 2025 la popolazione italiana non è diminuita. Lo ha rilevato l’Istat in un rapporto diffuso a fine marzo. Questo risultato è dovuto soprattutto all’immigrazione: le persone arrivate dall’estero hanno compensato, almeno temporaneamente, il calo demografico.

Secondo i dati, la regione con la fecondità più bassa resta la Sardegna, mentre quella con più nascite risulta proprio la nostra, il Trentino-Alto Adige. 

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha più volte dichiarato di voler contrastare la diminuzione delle nascite, ma finora le misure adottate sono state limitate e poco efficaci, basate soprattutto su bonus economici. Allo stesso tempo, una parte importante della sua politica si è concentrata sul contrasto all’immigrazione irregolare, con risultati però modesti. Per questo motivo, il dato positivo sulla stabilità della popolazione non è stato particolarmente commentato, a livello governativo.

L’Istat sottolinea che la diminuzione delle nascite è un fenomeno comune a molti paesi europei. In Italia, però, la situazione è aggravata dal fatto che ci sono sempre meno persone in età fertile, a causa del calo demografico degli ultimi decenni. Il paese ha infatti una delle percentuali più basse di giovani sotto i 14 anni e una delle più alte di anziani sopra i 65.

Inoltre, il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, è peggiorato: nel 2025 i morti sono stati 652mila, molti di più rispetto ai nuovi nati. Senza l’apporto degli immigrati, quindi, la popolazione sarebbe continuata a diminuire.

Va però considerato che, mentre aumentano i residenti stranieri, diminuiscono quelli che ottengono la cittadinanza italiana: nel 2025 sono stati 196mila, meno rispetto agli anni precedenti. L’Istat dice che il calo si deve principalmente al decreto-legge approvato un anno fa, e poi convertito in legge, che ha limitato i requisiti per ottenere la cittadinanza italiana con lo ius sanguinis, latino per “diritto di sangue”, per il quale una persona può essere riconosciuta come italiana se è discendente di un cittadino o di una cittadina italiana. 

A mio avviso i dati riportati invitano quanto mai a riflettere e a costruire politiche più concrete e realistiche per il futuro dei nostri territori.

Autore: Luca Sticcotti

A scuola di diritti umani

Ogni anno, centinaia di ragazze e ragazzi si alzano la mattina, si mettono lo zaino in spalla e invece di andare a scuola vanno a lavorare: non per necessità, ma per scelta, convinti che un giorno di lavoro possa trasformarsi in un gesto concreto di solidarietà verso chi, dall’altra parte del mondo, lotta ogni giorno per i propri diritti. Si chiama Operation Daywork, ed è uno di quei progetti che, più lo conosci, meno riesci a pensare ad esso come una semplice “bella iniziativa”.

A coordinarlo dal 2022 è Anna Carteri, laureata in cooperazione internazionale a Trento e Pisa con un focus sui diritti umani. L’abbiamo incontrata per parlare di Nepal, matrimoni precoci e protagonismo e attivismo giovanile.

Operation Daywork esiste da anni, ma molti lettori non la conoscono ancora. Come la presenteresti a chi non ne ha mai sentito parlare?

Diciamo sempre che è un progetto di giovani per giovani. Il fulcro sono le ragazze e i ragazzi stessi: sono loro a prendere le decisioni importanti, a decidere i contenuti, a scegliere la direzione. Il tema centrale sono i diritti umani, e l’obiettivo è promuovere l’attivismo giovanile, informare gli studenti e le studentesse delle scuole superiori su quello che succede nel mondo, fare luce sui contesti in cui quei diritti vengono violati e dare visibilità a chi ogni giorno si batte per difenderli.

Ma c’è di più: vogliamo sempre creare un ponte con la realtà sudtirolese. Mostrare che, in un certo senso, tutto il mondo è paese. Due anni fa si parlava di Honduras, di bande giovanili, e parlando di quei ragazzi ci siamo resi conto che certi meccanismi, certe dinamiche, le ritroviamo anche qui, in Alto Adige, in forme diverse. Quest’anno si parla di Nepal e di matrimoni precoci, un tema che a prima vista sembra lontanissimo. Eppure, andando lì, abbiamo capito quanto ci fosse in comune: la difficoltà di esprimere i propri sentimenti, per esempio, è qualcosa che i ragazzi di qui riconoscono benissimo. E poi c’è la questione delle responsabilità: l’anno scorso, con il Perù, abbiamo parlato di miniere. Quelle miniere ci servono per tenere in piedi tutto il settore tecnologico, per far funzionare gli smartphone. Cosa possiamo fare noi? Magari non comprare un cellulare nuovo ogni due anni.

La Giornata d’Azione è il cuore del progetto: studenti e studentesse che lavorano per finanziare un’organizzazione che difende i diritti umani dall’altra parte del mondo. Come funziona concretamente?

I ragazzi hanno la possibilità di scambiare un giorno di scuola con un giorno di lavoro, ovviamente con l’adesione e l’approvazione della scuola. Quest’anno la data è il 17 aprile. Si cercano da soli un posto di lavoro, spiegano al datore di lavoro perché vogliono farlo, e così facendo diventano automaticamente promotori del progetto: ambasciatori di una cultura della solidarietà. Ricevono una donazione di circa 50 euro a persona, sono coperti dalla scuola per gli infortuni e da noi per eventuali danni a terzi, e ricevono un contratto che vale come giustificazione per l’assenza scolastica.

Nel tempo abbiamo costruito anche una rete di datori di lavoro disponibili, per chi non sa a chi rivolgersi. In alcuni casi diventa anche una bella esperienza pratica, un modo per conoscere un posto di lavoro che magari tornerà utile in futuro.

Quest’anno il Premio Diritti Umani va a Samana, in Nepal. Come avete scelto questa realtà?

Nei primi anni finanziavamo progetti di cooperazione allo sviluppo, poi si è deciso di cambiare forma e di assegnare un premio: qualcosa di più concreto, più tangibile anche per i ragazzi. Un riconoscimento a chi si impegna per i diritti umani. Dal 2015 il vincitore viene scelto dai ragazzi delle scuole superiori che partecipano all’assemblea dell’organizzazione in maggio, e lì comincia l’anno di Operation Daywork.

Negli ultimi anni cerchiamo di sostenere realtà giovanili, come Samana, che lavora per sensibilizzare sui matrimoni precoci. Questo crea molta empatia: è un atto di solidarietà concreta tra giovani. Le organizzazioni vengono candidate, c’è una preselezione con i ragazzi stessi, si valutano i temi in base alla loro capacità di motivare e coinvolgere. Cerchiamo realtà a cui il contributo dei ragazzi possa fare davvero la differenza, realtà che altrimenti non avrebbero visibilità.

Dopo la scelta, noi coordinatori partiamo insieme a due volontari per incontrare il vincitore di persona. Quest’anno siamo andati in Nepal. Vedere con i propri occhi è fondamentale. Al ritorno prepariamo un giornalino, gli articoli li scrivono i ragazzi stessi, e un piccolo documentario con il materiale raccolto durante il viaggio. Tra gennaio e febbraio torniamo nelle scuole a fare workshop, sempre nell’ottica “giovani per giovani”: l’idea è che siano i ragazzi stessi a condurli. A marzo arrivano gli ospiti: gli attivisti in visita.

Cosa cambia, in chi partecipa? C’è un momento che ti ha colpita in modo particolare?

Di solito chi si avvicina ha già una certa sensibilità. Ma ci sono anche ragazzi che entrano quasi per caso, attraverso un’amicizia, e poi scoprono un mondo, scoprono il mondo. Li vedi crescere. Io sono qui dal 2022 e alcuni li ho seguiti dalla seconda superiore fino alla quinta: persone timide e riservate, e che poi sono entrate nelle scuole a portare la propria passione davanti a classi intere.

L’anno scorso un’insegnante mi ha raccontato che una ragazza, dopo il workshop, ha detto: “mi ha aperto gli occhi.” Le storie raccontate in prima persona cambiano tutto. I ragazzi ricevono tantissime informazioni, sono bombardati di contenuti, ma quello che rimane, che appassiona davvero, è poco. Le storie di vita, invece, toccano.

Come si traduce in qualcosa di concreto l’educazione alla cittadinanza globale?

Non è semplice. L’anno scorso alcuni ragazzi ci hanno detto: “anche qui c’è povertà, perché dobbiamo guardare fino in Perù?” È una domanda legittima, e va presa sul serio. Quello su cui puntiamo è far capire le connessioni che esistono nella nostra società, alzare lo sguardo dall’ombelico. Non si tratta di ignorare i problemi vicini, ma di capire che spesso sono gli stessi problemi, visti da angolazioni diverse. Partecipazione e responsabilità: queste sono le parole chiave.

Viviamo in un momento in cui i neo-nazionalismi crescono e la solidarietà internazionale fatica a trovare spazio. Come si parla di fraternità globale ai giovani di oggi senza sembrare fuori tempo?

È una domanda che ci poniamo spesso. I ragazzi vedono tantissime cose, ma percepiscono la politica come qualcosa di lontano, di “alto”. Quello su cui puntare è mettersi nei panni degli altri: capire che noi siamo qui per caso, che avremmo potuto nascere altrove. E che il cambiamento parte dal basso, anche se può sembrare banale dirlo.

Il Nepal, quest’anno, ce lo ha dimostrato in modo molto diretto. Abbiamo visto come il popolo abbia alzato la voce, come la generazione Z non si sia fermata davanti ai confini. I giovani vogliono cogliere la bellezza di fare le cose insieme. Più si conosce una realtà, più ci si riesce a identificare, e più ci si accorge che la distanza che pensavamo ci fosse, in realtà non c’è. Quello che ci accomuna è enorme: la libertà di decidere cosa fare, con chi stare, l’accesso all’acqua pulita, all’aria respirabile. Non ha senso usare i confini per andare gli uni contro gli altri.

Se dovessi lanciare un messaggio a chi ancora non ha aderito, cosa diresti?

Il nostro slogan è “students can make a difference”. I giovani non sono nessuno? In realtà possono dimostrare che quello che fanno ha un valore, che devono essere presi sul serio. Rinunciare a un giorno di scuola per una causa, rimboccarsi le maniche, sapere che il proprio impegno si trasforma in un cambiamento concreto dall’altra parte del mondo: questo conta. L’anno scorso hanno partecipato 400 ragazzi e sono stati raccolti 20.000 euro. E non è poco.

Autore: Marco Valente

Lilli e Edi, un ponte fra l’Alto Adige e l’Africa

Questa è la storia di un “grazie” nato oltre quarant’anni fa nel nord del Kenia: protagonisti sono Edi Martinelli e la moglie Lilli, rientrati circa un mese fa dal luogo in cui tutto ebbe inizio e dove ancora oggi contribuiscono a portare avanti numerose iniziative a sostegno della comunità dei Samburu.

“Dovete sapere che in Kenya, come in gran parte dell’Africa, convivono molte tribù. I Samburu sono una popolazione nomade, che vive di pastorizia e affida alle piogge la speranza per la propria sopravvivenza quotidiana” racconta Martinelli, residente a Salorno e da sempre impegnato, assieme alla moglie, in questo progetto solidale che porta il nome omonimo di questa tribù. Con un sorriso Martinelli aggiunge: “Quest’anno devono aver pregato così tanto che, in un certo senso, la pioggia l’abbiamo portata noi come dono a tante persone”. Ogni attività, però, ha bisogno d’essere conosciuta e sostenuta anche sotto il profilo economico. Per questo da 34 anni vengono realizzate e distribuite mille copie di un calendario che racconta e  testimonia il progetto. 

LA MUSICA CHE AIUTA

A queste si affiancano serate culturali, incontri con associazioni e concerti con i cori, tutti animati dal desiderio di offrire un aiuto concreto. “L’anno scorso le dieci serate di Classic&More nei paesi della Bassa Atesina ci hanno dato un grande supporto, anche grazie al maestro Alex Monteverde” sottolinea Martinelli, esprimendo una profonda gratitudine verso tutte le persone, le banche, i gruppi e la comunità che continuano a sostenere quest’iniziativa. “Un ringraziamento particolare va anche agli istituti di credito e alla molta gente della Valsugana, terra d’origine del padre missionario Egidio Pedenzini, da cui tutto è partito e che ancora crede in questa realtà”.

Nei prossimi giorni sarà inoltre consegnato al Comune di Salorno un simbolo dell’amicizia che unisce da anni questa comunità con South Horr, a testimonianza di un gemellaggio sempre vivo e ugualmente sentito. Le attività in Bassa verranno portate avanti anche quest’anno, con nuovi concerti per la raccolta fondi. 

“Dovrebbe venire a trovarci anche padre Charly Leparkiras, parroco di South Horr dopo che nel 2022 padre Pedenzini è morto, una persona straordinaria” aggiunge Martinelli, ricordando poi una frase del padre missionario che racchiude il senso di questo impegno: “Quando torni in Italia e incontri le persone, ringraziale stringendo loro la mano, non limitandoti a un gesto formale”. All’origine di questo legame c’è anche l’impegno e la convinzione dell’allora parroco di Salorno, don Floriano Agreiter, che si recò almeno tre volte in Kenya per conoscere da vicino la realtà locale. “Mi piace dire che una Chiesa missionaria è davvero viva e ricca quando non dimentica la realtà missionaria”, riflette Martinelli. 

Istruzione e acqua

Tornando a questi viaggi, lo scopo è offrire supporto concreto, garantendo cioè istruzione nelle scuole e negli asili, distribuendo cibo, portando acqua, medicinali e progetti per il futuro. Tra i più importanti, ormai in fase di completamento c’è la realizzazione di una rete di acquedotti di circa sei chilometri, con condutture che portano l’acqua dalle montagne circostanti. Sono stati costruiti anche degli invasi per raccogliere l’acqua nel periodo delle piogge. 

La comunità che beneficia di queste realtà conta circa 10.000 persone, spesso distribuite su territori molto vasti, anche a 150 chilometri di distanza, dove si vive ancora in capanne. “Raccontiamo queste esperienze perché possano dare voce a chi non ce l’ha” conclude. E alla domanda su cosa lascino questi viaggi, la risposta è semplice ma profonda: “Questi viaggi sono un grande arricchimento. Ogni volta torniamo con nuova motivazione e con quella consapevolezza d’essere fortunati. Colpisce come, pur nella povertà, queste persone riescano a trasmettere gioia e speranza. Hanno sempre il sorriso, un forte senso di fratellanza e di condivisione, una lezione che non smette mai di insegnarci qualcosa”.

Autore: Daniele Bebber

Discriminazione salariale. Fenomeno complesso e evitabile

Ci si può chiedere quali siano le cause del divario nelle retribuzioni tra donne e uomini e se il fenomeno riguardi anche l’Alto Adige. I dati presentati in occasione dell’Equal Pay Day, promosso dalla Provincia di Bolzano per il 17 aprile, descrivono una situazione che fa parlare, anche dalle nostre parti, di discriminazione salariale.

Il gender pay gap in Alto Adige non solo persiste, ma è leggermente aumentato, passando dal 17,3 al 17,5 per cento nell’ultimo anno. Un divario che, come sottolineato dalle istituzioni locali, non è solo una statistica, ma incide concretamente sull’intera vita delle donne, fino alla pensione.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e intrecciate. In primo luogo, pesa la struttura del mercato del lavoro: le donne sono più spesso occupate in settori meno remunerati o con contratti part-time, una condizione che in Alto Adige riguarda quasi la metà delle lavoratrici. A ciò si aggiungono le interruzioni di carriera legate ai carichi di cura, che riducono continuità e possibilità di avanzamento.

Un secondo fattore è rappresentato dalla difficoltà di accesso alle posizioni apicali. Nonostante i progressi, le donne restano sottorappresentate nei ruoli decisionali, con effetti diretti sulle retribuzioni medie. Qui entrano in gioco anche stereotipi e pregiudizi culturali, spesso invisibili ma ancora radicati, che influenzano valutazioni, promozioni e negoziazioni salariali.

Infine, il divario è alimentato da fattori più profondi, legati alla socializzazione e alle scelte formative: uomini e donne tendono a concentrarsi in ambiti professionali diversi, con ricadute economiche significative. Come ricordano gli studi sul tema, il gender pay gap è il risultato combinato di differenze nei settori, nelle ore lavorate e, in parte, di discriminazioni dirette.

Di fronte a questo scenario, iniziative come l’Equal Pay Day non hanno solo una funzione simbolica, ma mirano a promuovere maggiore trasparenza e consapevolezza. Perché il divario salariale non è inevitabile: è il prodotto di scelte economiche, sociali e culturali che possono – e devono – essere cambiate.

Autore: Paolo Bill Valente

La rivoluzione industriale e le sue conseguenze

Dietro questo nome lungo e imponente, si cela una band bolzanina a cui Bolzano va stretta, una band che è sulla breccia da qualche anno ed è rimasta senza nome a lungo, fino a che, messi alle strette dalla necessità di avere un nome con cui presentarsi in pubblico, i ragazzi hanno provocatoriamente optato per le parole iniziali di un proclama del tristemente famoso Unabomber. È un nome lungo, ma per nulla difficile da memorizzare, ci dicono nel corso dell’incontro all’indomani dell’uscita del loro debutto discografico intitolato Polline, celebrato con un ascolto condiviso coi fan presso il negozio di dischi Rebel Rebel e con un concerto al Papperlapapp poche ore dopo.

“Tutto è iniziato – spiega il bassista Davide – quando ai tempi delle medie Ruben ed io abbiamo sentito la necessità di fare una band per socializzare. Poi un po’ alla volta siamo giunti alla formazione attuale, quando abbiamo sentito la necessità di fare roba nostra”.

Riccardo (voce e tastiere), Ruben e Thomas (chitarre e voci), sono gli autori dei brani che compongono il disco, e il quintetto si completa con Davide (basso) e Gabriele (batteria). All’inizio, nelle intenzioni dei cinque ragazzi il disco avrebbe dovuto essere un concept, un po’ sulla scia di quanto facevano i gruppi prog rock degli anni settanta, poi le cose sono andate in un’altra direzione per la difficoltà di costruire una storia attorno alle canzoni, ma l’idea di base è rimasta.

“Inizialmente – è Ruben a parlare – doveva esserci la storia, tipo The Lamb Lies Down On Broadway per intenderci (album dei Genesis, n.d.r.), una storia lineare. La cosa però non si è concretizzata perché ci è risultata difficile da portare a termine in quanto ci costringeva dentro a degli schemi. Così alla fine c’è un’atmosfera che domina il lavoro mentre la storia è presa, per così dire, in maniera laterale”.

Nel progetto originale ci doveva essere il personaggio di un cavaliere e c’erano ampi riferimenti alla natura, che hanno finito col dare origine al titolo del disco.

“Ci abbiamo messo molto a scegliere il titolo, è stato difficilissimo – è Thomas ora a parlare – volevamo prendere qualcosa di affine all’idea iniziale, Polline suonava giusto, perché è qualcosa che si muove nella natura, ha un inizio ma anche una fine, inoltre ti dà fastidio se hai l’allergia. (Risate degli altri, n.d.r.)”.

“Polline l’ha inventato Davide, credo – è di nuovo Ruben a parlare – ed è anche il titolo di una raccolta di aforismi di Novalis, aforismi frammentari la cui intenzione è proprio quella di dare uno spunto a chi legge per giungere ad una riflessione, che è poi ciò che vorremmo facessero le nostre canzoni”.

I testi scritti da Ruben, Thomas e Riccardo, da un lato nascondono neppure velatamente una certa ironia, e seppure nel missaggio la voce non emerga del tutto, ma pare trattarsi una scelta voluta, si tratta di testi non scontati.

“Fino a qualche mese fa – ci spiega Riccardo –, soprattutto nei concerti, c’era una parte, per così dire comica, affidata proprio ai contenuti, in particolare quelli scritti da me e Thomas. Avevamo l’esigenza di divertire il pubblico. Lavorando ad un disco però le cose sono cambiate e soprattutto Thomas e Ruben hanno cominciato a impegnarsi maggiormente nella scrittura.”

“I testi – specifica Ruben – girano intorno alle nostre esperienze, con l’intenzione di raccontare quelle adolescenziali, come è stato crescere e vivere a Bolzano, come fosse un romanzo di formazione. Crescere in questa città per noi è stata una cosa noiosa, diciamo che non è un paese per giovani. Forse siamo noi che tendiamo a lamentarci troppo, ma abbiamo anche le nostre ragioni”.

“Sono testi – conclude Riccardo – che raccontano anche la nostra emotività. Non solo riguardo al vivere a Bolzano, ma anche al rapporto con l’amore, sono canzoni che raccontano noi stessi”. 

I ragazzi, comunque, sono molto contenti di come è andato il concerto di presentazione del loro disco che è stato accolto bene dal pubblico di loro coetanei e affini. L’augurio è che comunque s’impegnino, con la loro musica e con la loro voglia di fare, per rendere Bolzano più simile alla città che vorrebbero. Intanto, da un po’ più di un anno sono riusciti a portare la loro musica anche fuori città e dopo la presentazione bolzanina, il disco è atteso sui palchi di Milano e Bologna.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Altan al Cristallo, un incontro prezioso

Alcune centinaia di bolzanini venerdì scorso 10 aprile non hanno voluto perdere l’occasione, unica, per incontrare uno dei maestri del fumetto e della satira italiana, Francesco Tullio-Altan.

Nessuno è uscito deluso dall’oretta di chiacchiere in cui Altan è stato sollecitato da Paolo Mazzucato. 

Si è parlato naturalmente dei personaggi più famosi creati da Altan, su tutti la Pimpa protagonista il giorno dopo di uno spettacolo nel medesimo teatro. 

L’autore – classe 1942 – ha ricordato la genesi della sua professione di disegnatore, avvenuta come spesso accade quasi per caso quando risiedeva per lavoro in Brasile. 

Altan ha regalato una serie di ricordi personali e qualche chicca sul suo modo di lavorare, esprimendosi con un’elegante ironia disincantata, perfettamente sincronizzata con lo spirito dei suoi personaggi. 

Molto interessanti sono state le domande e le risposte dedicate al suo approccio personale alla vignetta satirica, legata sì all’attualità ma volta soprattutto a offrire uno sguardo alternativo, riflessivo e sincero sul carattere non solo dei potenti, ma anche e soprattutto degli italiani in generale. 

Durante l’intervista, quando ad Altan è stato chiesto se gli capita mai di essere criticato per il presunto cinismo delle sue vignette, il suo diniego è stato immediato. L’autore ha piuttosto fatto riferimento alla natura consolatoria che possono avere oggi li suoi disegni, in grado di suscitare nei lettori non risa ma piuttosto sorrisi, volti a promuovere la necessaria autocritica, che risulta oggi sempre meno diffusa tra gli italiani. 

Dolcissimi sono risultati i ricordi legati al mondo della Pimpa, al suo essere libera, alla frequenza delle storie di mare della cagnolina (“soprattutto quando arriva la bella stagione”). 

Interrogato sul suo rapporto con il computer, Altan candidamente ha raccontato di averci a che fare il meno possibile e di non frequentare i social. D’altronde lui è il padre della Pimpa, che in alcune storie dialoga con un computer che sa tutto sui nomi, le forme e i colori dei fiori, senza sapere però nulla sul loro profumo. Ed è per questo che la Pimpa alla fine… lo accompagna in un prato. Insomma: grazie Altan, per questo e per molto altro.

Autore: Luca Sticcotti

Fidati del processo

Qui Intervista a Marco Picone che è musicoterapeuta, musicista e rapper. In particolare integra la musicoterapia con il rap e le nuove tecnologie musicali per creare percorsi espressivi innovativi, accessibili e coinvolgenti. Attraverso la scrittura, il ritmo e strumenti interattivi, aiuta bambini, adolescenti e adulti a sviluppare consapevolezza emotiva, comunicazione e benessere. Il suo approccio unisce esperienza clinica e creatività, trasformando la musica in uno strumento concreto di crescita personale.

La cosa di me che mi piace di più.

La creatività.

Il mio principale difetto.

La balbuzia, ma ormai non la vedo neanche più come difetto. 

Il mio momento più felice. 

Quello più recente ed è stato portare il mio lavoro a Firenze a Didacta, la più importante fiera del mondo scuola e educazione.

La mia occupazione preferita.

Suonare.

Il luogo dove vorrei vivere.

Ci vivo!

Il mio piatto preferito.

La pizza.

I miei film preferiti.

La La Land, Freedom Writers, Cadillac Records.

Il mio attore preferito.

Vinicio Marchioni.

Il mio sogno ricorrente.

Viaggiare nel tempo.

Il mio ultimo acquisto.

Un paio di cuffie.

La cosa che più apprezzo del luogo in cui vivo.

Le opportunità che mi ha dato.

Amo il mio lavoro perché…

Non mi annoia mai.

Le persone che ammiro di più

I miei genitori.

Il mio motto.

Trust the process (fidati del processo).

L’oggetto a cui sono più legato.

Il pianoforte regalatomi da tutti e 4 i miei nonni.

Il mio colore preferito.

L’arancione!

Il mio primo ricordo.

Il mio primo saggio di pianoforte.

La via dedicata a Francesco Baracca

In zona industriale, partendo da via Loris Musy vi è la via per raggiungere e costeggiare l’Aeroporto Francesco Baracca, dedicato ad un noto aviatore italiano; è, giustamente, via Aeroporto Francesco Baracca. Nato a Lugo di Romagna il 9 maggio 1888, dopo la Scuola militare di Modena, da cui uscì nel settembre 1909, passò nelle file dell’aviazione militare. Il 9 luglio 1912 conseguì il brevetto di pilota alla scuola di pilotaggio dell’aviazione militare francese a Reims. Si abituò a pilotare diversi tipi di apparecchi; il 24 maggio 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, presso l’aeroporto parigino di Bourget si preparò sugli arei di tipo “Nieuport”, dotati di una velocità eccezionale per l’epoca. Rientrato in Italia nel luglio 1915, fu subito mandato al fronte; il 7 aprile 1916 ottenne la prima vittoria in un duello aereo: costrinse ad atterrare, ancora quasi intatto, all’interno delle linee italiane un velivolo austriaco tipo “Aviatik”, meritandosi la prima medaglia d’argento al valor militare. Nel 1917, all’ottavo aereo nemico abbattuto, gli fu conferita la croce dell’Ordine Militare di Savoia. Nella primavera del 1917 passò alla 91ma squadriglia, una unità di nuova costituzione, chiamata “la squadriglia degli assi”; divenne presto la squadriglia più famosa del fronte. Durante la battaglia di Caporetto e la ritirata, con azioni rischiosissime di mitragliamento a bassa quota, Francesco Baracca ostacolò il nemico, meritandosi altre due medaglie d’argento. Il 7 dicembre 1917 sull’altopiano di Asiago abbatteva il suo trentesimo aereo nemico; fu re Alberto in persona il 6 febbraio 1918 a conferirgli  la croce dell’ufficiale della Corona belga; gli fu conferita anche la medaglia d’oro al valor militare. Il 15 giugno 1918 abbatté il suo trentaquattresimo aereo nemico. Il 19 giugno il suo apparecchio fu colpito sulle pendici del  Montello da due pallottole incendiarie di fucile: fu perforato il serbatoio ma fu colpito anche l’asso dell’aviazione militare italiana.

Autore: Leone Sticcotti

Martina a EPCOT: una bolzanina che porta l’Italia a Disney, Florida

Martina de Federizzi, dopo una laurea triennale e una magistrale in lingue, ha deciso di cambiare vita: oggi lavora per Disney come rappresentante culturale per l’Italia.

Quando e perché hai deciso di lavorare per Disney, e cosa significa per te il tuo ruolo?

Visitando EPCOT (n.d.r. il secondo dei parchi ematici della Disney in Florida), ho visto i cast member italiani e ho capito che volevo farne parte. Dopo sei anni di preparazione, nel 2025 ho ricevuto il contratto, e la gioia che ho provato è stata enorme. Oggi lavoro nel merchandising; può sembrare semplice, ma la vera magia sta nelle interazioni: i guest condividono storie legate alle loro origini italiane e il negozio diventa un punto d’incontro tra due mondi, l’Italia di oggi e quella della diaspora italiana. Poi c’è la consapevolezza che i parchi Disney sono il mio cortile: dopo un turno posso passeggiare tra le attrazioni e guardare i fuochi d’artificio, realizzando con orgoglio quanto ho costruito. Per me, lavorare a Disney significa restituire la magia che ho vissuto da bambina e mettermi alla prova ogni giorno.

Ci sono incontri che ti sono rimasti impressi?

Il primo è con una famiglia di origini emiliane. Si sono avvicinati al tavolino del Kidcot per farsi firmare i passaporti, ma dopo pochi minuti stavamo parlando di cappelletti. Mi hanno raccontato del Natale in cui si riuniscono tutti — figli, nipoti, cugini — e li preparano a mano, come facevano i loro nonni in Italia. Mi hanno mostrato le foto: un tavolo coperto di sfoglia, mani di generazioni diverse che lavorano la pasta, bambini americani che imparano un gesto italiano. Quelle foto mi hanno trasmesso un senso di casa e di tradizione. Il secondo è un signore di 84 anni. Si è avvicinato con l’aria di chi ha qualcosa di importante da mostrare e ha tirato fuori il telefono per farmi vedere i suoi passi della giornata: 41 chilometri. Stavo ancora cercando le parole giuste quando ha tirato fuori dei ritagli di giornale ingialliti, piegati e ripiegati mille volte, in cui si raccontavano le gare di corsa di sua figlia di cinquant’anni fa. Li portava sempre con sé. Noi cast members possiamo creare spille celebrative e allora gli ho fatto una spilla per i suoi 41 km. Quando gliel’ho consegnata si è illuminato. La cosa più preziosa è il quotidiano: bambini che si entusiasmano e adulti che parlano un italiano tramandato come se stessero condividendo qualcosa di intimo.

Cosa significa vivere questa esperienza?

Vivere come cast member significa avere supporto anche fuori dal lavoro, nei villaggi appositamente creati. So quanto la mia posizione sia privilegiata e quanto sia stata importante la fiducia della mia famiglia. Mi aspetta un anno pieno di magia, viaggi e amicizie e come dice lo spettacolo finale di Magic Kingdom: ognuno di noi ha un sogno che lo chiama, e quando abbiamo il coraggio di ascoltarlo e inseguirlo, quel sogno ci guida verso chi siamo destinati a essere. Io quel sogno l’ho ascoltato, e ora lo sto vivendo.

Autrice: Anna Michelazzi

Il Bolzano Film Festival si apre alla città

La trentanovesima edizione del Bolzano Film Festival Bozen ha preso il via il 10 aprile e proseguirà fino al 19. Quando questo numero del giornale arriva ai lettori, il festival è dunque già cominciato, riportando il cinema al centro della vita culturale cittadina. Promosso dal Filmclub di Bolzano, il festival si conferma non soltanto come una rassegna di proiezioni, ma come un luogo di incontro e confronto tra culture, linguaggi e sensibilità diverse. Non a caso, il Filmclub si rivolge da sempre sia al pubblico di lingua tedesca sia a quello di lingua italiana. Ne abbiamo parlato con Luigi Loddi, presidente del Filmclub.

Che cosa rappresenta oggi il Bolzano Film Festival Bozen nel panorama culturale cittadino?

Direi che un festival è qualcosa di più di un cinema e di più di una rassegna di film. C’è un’atmosfera particolare, ed è proprio questa dimensione che cerchiamo di offrire al pubblico. Non solo la visione dei film, quindi, ma un’esperienza culturale più ampia, fatta di incontri, curiosità e scoperte. In questo senso c’è anche un investimento concreto che il Filmclub ha scelto di fare: rendere i film stranieri più facilmente fruibili attraverso una sottotitolazione apposita durante le proiezioni. Non si tratta di sottotitoli già inseriti nel film, ma di testi proiettati separatamente sotto lo schermo, pensati appositamente per accompagnare la visione.

Quanto contano lingua e identità culturale nella vitalità di una cinematografia?

Contano molto. Lo vediamo bene, per esempio, in Catalogna, dove c’è una lingua diversa da quella spagnola e dove esistono grandi temi di identità politica e culturale. Questa situazione genera anche creatività. Non a caso, anche in questa edizione del festival abbiamo voluto guardare a quella realtà. A Barcellona c’è un’incredibile varietà di scuole di cinema molto apprezzate, e l’offerta di registi e registe è eccezionale. È proprio un fatto della loro cultura.

Questa relazione tra cinema, lingua e identità culturale vale anche per un territorio come l’Alto Adige?

Io credo di sì. In territori dove convivono lingue, culture e sensibilità diverse, il cinema può diventare uno strumento molto forte di espressione e di racconto. Anche per questo un festival come il nostro ha un significato che va oltre la semplice programmazione dei film.

Una delle novità di questa edizione è il coinvolgimento del Teatro Cristallo. Che significato ha questa scelta?

Io non lo percepisco come una sala in più, ma come un altro luogo. La collaborazione con la direzione del Cristallo è stata ottima e affrontiamo con molta gioia questo progetto. Se andrà bene, intendiamo allargarlo nei prossimi anni. Abbiamo pensato di poter portare l’atmosfera del festival, che è sempre molto particolare, in un’altra parte della città.

Questa collaborazione ha anche un valore simbolico?

Sì, perché il Filmclub è storicamente radicato nel cuore di Bolzano, con le sue tre sale di via Dr. Streiter, mentre il Teatro Cristallo ci permette di portare il festival anche in un’altra parte della città, oltre il Talvera. È un modo per allargare la presenza del festival e incontrare anche altri pubblici.

In chiusura, qualche informazione pratica per chi volesse seguire il festival?

La mole delle informazioni è grandissima: il programma, gli aspetti organizzativi, gli abbonamenti. Per questo inviterei tutti ad andare sul sito del Bolzano Film Festival Bozen, dove si trovano in dettaglio tutte le informazioni.

Il festival si è aperto con il film inaugurale del regista sudtirolese Andreas Pichler e prosegue fino al 19 aprile, con la premiazione prevista nel fine settimana finale e una giornata conclusiva dedicata ai film vincitori.

Per maggiori informazioni:
www.filmfestival.bz.it

Autore: Till Antonio Mola