Curon Venosta: un paese dalla storia davvero singolare

In cima alla Val Venosta ci aspettano due luoghi incantati ma dalla storia travagliata: il lago di Resia e il paesino di Curon Venosta. Il paesino ebbe modo di dimostrare nel corso dei secoli tenacia e resilienza, piegato più e più volte da calamità naturali, malattie, aggressioni belliche, riuscì sempre a risollevarsi e a tornare ad essere il luogo ospitale per la sua popolazione coraggiosa.

Nel 1147 Curon fu nominato per la prima volta per iscritto con il toponimo latino di Curun apud lacum. Il luogo però, era conosciuto fin dal 1140 con il termine Curum, ossia una parola di origine reto.romana,  per cambiare poi in Curunes a partire dal 1167, Curaun a partire dal 1327 e Grawn a partire dal 1414. 

Fino al 15 a.C. la valle era abitata da popolazioni di origine celtica, ma a seguito della conquista e dell’occupazione dell’Impero Romano, essa divenne un importante via di comunicazione nord sud per le truppe e i commerci. Si trattava dell’irrinunciabile Via Claudia Augusta. Tutto ciò, in età romana portò subito allo stanziamento di nuove popolazioni e lingue. La strada che metteva in comunicazione la penisola italica con la Germania in epoca medievale prese il nome di Via Superiore o Via di Sveva. 

A partire dalla fine del Medioevo l’Alta Val Venosta fu colonizzata nuovamente da popolazioni germaniche la cui cultura divenne dominante. Nel 1140, in località Muta, fu fondato un ospizio per accogliere i pellegrini e carrettieri, e una cappella dedicata a San Valentino. Intorno a questa struttura sorse pian piano l’agglomerato di San Valentino alla Muta. Nel 1326 esistevano case di pescatori e gli abitanti delle Fischerhöfe di San Valentino alla Muta erano obbligati a inviare parte del loro pesce, per il valore di una decima, alla Certosa di Senales. 

Sarà la peste del 1348 a devastare la popolazione, mentre una seconda ondata di morte e distruzione fu provocata dagli engadini che misero a ferro e a fuoco Curon. Il paese si risollevò e con l’andare del tempo si ingrandì fino a decidere di costruire una nuova chiesa. Nel 1521 infatti fu consacrata la chiesetta dedicata a Sant’Anna. Una nuova devastazione colpì Curon nel 1771 quando l’esondazione del Rio Carlino distrusse le case del paesino. 

Nel 1855 il lago di Curon ruppe gli argini allagando una ampia zona del territorio adiacente. Dopo la Prima guerra Mondiale, Curon prese il nome ufficiale di Corona alla Muta, mentre con l’introduzione della toponomastica di regime il paesino tornò a chiamarsi Curon diventando Comune con Resia, San Valentino alla Muta e Vallelunga. 

Durante la Seconda guerra mondiale Curon fu bombardata e morirono quattro persone. Doloroso fu certamente il momento in cui, nel 1950, l’antico abitato di Curon venne allagato per far posto al bacino artificiale del Lago di Resia, ottenuto unificando i due piccoli laghi alpini di Curon e di Resia ad opera della Montecatini. Tutti gli edifici furono rasi al suolo con la sola eccezione del campanile della Chiesa di Santa Caterina di Alessandria che, il 23 luglio, resistette miracolosamente ai colpi di mina che avevano raso al suolo tutte le altre case. Il paese venne ricostruito sul lato orientale della valle e la popolazione venne obbligata a trasferirvisi. 

Ma gli shock non erano finiti: nel 1951, un autobus con 23 persone a bordo precipitò nel Lago di Resia e solo un passeggero sopravvisse.

Il campanile che emerge dalle acque o dal ghiaccio invernale è dunque quello dell’antica chiesa trecentesca che era una semplice costruzione a sala unica con soffitto ligneo. L’abside ospitava l’altare laterale dedicato alla santa mentre l’altare maggiore era dedicato all’Assunzione di Maria al cielo, poiché nell’anno della consacrazione della chiesa (1357) il Papa aveva proclamato un Anno Mariano.

La posa della Prima Pietra per l’attuale chiesa dedicata a Santa Caterina, ebbe luogo nel maggio del 1950. Ultimata nel dicembre del 1951, fu consacrata il 18 maggio 1954 dal vescovo Josef Gargitter. Fu progettata, come le nuove case di Graun, dall’architetto Erich Pattis di Bolzano, ma è più piccola dell’antica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Fidati del processo

Qui Intervista a Marco Picone che è musicoterapeuta, musicista e rapper. In particolare integra la musicoterapia con il rap e le nuove tecnologie musicali per creare percorsi espressivi innovativi, accessibili e coinvolgenti. Attraverso la scrittura, il ritmo e strumenti interattivi, aiuta bambini, adolescenti e adulti a sviluppare consapevolezza emotiva, comunicazione e benessere. Il suo approccio unisce esperienza clinica e creatività, trasformando la musica in uno strumento concreto di crescita personale.

La cosa di me che mi piace di più.

La creatività.

Il mio principale difetto.

La balbuzia, ma ormai non la vedo neanche più come difetto. 

Il mio momento più felice. 

Quello più recente ed è stato portare il mio lavoro a Firenze a Didacta, la più importante fiera del mondo scuola e educazione.

La mia occupazione preferita.

Suonare.

Il luogo dove vorrei vivere.

Ci vivo!

Il mio piatto preferito.

La pizza.

I miei film preferiti.

La La Land, Freedom Writers, Cadillac Records.

Il mio attore preferito.

Vinicio Marchioni.

Il mio sogno ricorrente.

Viaggiare nel tempo.

Il mio ultimo acquisto.

Un paio di cuffie.

La cosa che più apprezzo del luogo in cui vivo.

Le opportunità che mi ha dato.

Amo il mio lavoro perché…

Non mi annoia mai.

Le persone che ammiro di più

I miei genitori.

Il mio motto.

Trust the process (fidati del processo).

L’oggetto a cui sono più legato.

Il pianoforte regalatomi da tutti e 4 i miei nonni.

Il mio colore preferito.

L’arancione!

Il mio primo ricordo.

Il mio primo saggio di pianoforte.

Il Bolzano Film Festival si apre alla città

La trentanovesima edizione del Bolzano Film Festival Bozen ha preso il via il 10 aprile e proseguirà fino al 19. Quando questo numero del giornale arriva ai lettori, il festival è dunque già cominciato, riportando il cinema al centro della vita culturale cittadina. Promosso dal Filmclub di Bolzano, il festival si conferma non soltanto come una rassegna di proiezioni, ma come un luogo di incontro e confronto tra culture, linguaggi e sensibilità diverse. Non a caso, il Filmclub si rivolge da sempre sia al pubblico di lingua tedesca sia a quello di lingua italiana. Ne abbiamo parlato con Luigi Loddi, presidente del Filmclub.

Che cosa rappresenta oggi il Bolzano Film Festival Bozen nel panorama culturale cittadino?

Direi che un festival è qualcosa di più di un cinema e di più di una rassegna di film. C’è un’atmosfera particolare, ed è proprio questa dimensione che cerchiamo di offrire al pubblico. Non solo la visione dei film, quindi, ma un’esperienza culturale più ampia, fatta di incontri, curiosità e scoperte. In questo senso c’è anche un investimento concreto che il Filmclub ha scelto di fare: rendere i film stranieri più facilmente fruibili attraverso una sottotitolazione apposita durante le proiezioni. Non si tratta di sottotitoli già inseriti nel film, ma di testi proiettati separatamente sotto lo schermo, pensati appositamente per accompagnare la visione.

Quanto contano lingua e identità culturale nella vitalità di una cinematografia?

Contano molto. Lo vediamo bene, per esempio, in Catalogna, dove c’è una lingua diversa da quella spagnola e dove esistono grandi temi di identità politica e culturale. Questa situazione genera anche creatività. Non a caso, anche in questa edizione del festival abbiamo voluto guardare a quella realtà. A Barcellona c’è un’incredibile varietà di scuole di cinema molto apprezzate, e l’offerta di registi e registe è eccezionale. È proprio un fatto della loro cultura.

Questa relazione tra cinema, lingua e identità culturale vale anche per un territorio come l’Alto Adige?

Io credo di sì. In territori dove convivono lingue, culture e sensibilità diverse, il cinema può diventare uno strumento molto forte di espressione e di racconto. Anche per questo un festival come il nostro ha un significato che va oltre la semplice programmazione dei film.

Una delle novità di questa edizione è il coinvolgimento del Teatro Cristallo. Che significato ha questa scelta?

Io non lo percepisco come una sala in più, ma come un altro luogo. La collaborazione con la direzione del Cristallo è stata ottima e affrontiamo con molta gioia questo progetto. Se andrà bene, intendiamo allargarlo nei prossimi anni. Abbiamo pensato di poter portare l’atmosfera del festival, che è sempre molto particolare, in un’altra parte della città.

Questa collaborazione ha anche un valore simbolico?

Sì, perché il Filmclub è storicamente radicato nel cuore di Bolzano, con le sue tre sale di via Dr. Streiter, mentre il Teatro Cristallo ci permette di portare il festival anche in un’altra parte della città, oltre il Talvera. È un modo per allargare la presenza del festival e incontrare anche altri pubblici.

In chiusura, qualche informazione pratica per chi volesse seguire il festival?

La mole delle informazioni è grandissima: il programma, gli aspetti organizzativi, gli abbonamenti. Per questo inviterei tutti ad andare sul sito del Bolzano Film Festival Bozen, dove si trovano in dettaglio tutte le informazioni.

Il festival si è aperto con il film inaugurale del regista sudtirolese Andreas Pichler e prosegue fino al 19 aprile, con la premiazione prevista nel fine settimana finale e una giornata conclusiva dedicata ai film vincitori.

Per maggiori informazioni:
www.filmfestival.bz.it

Autore: Till Antonio Mola

Il filo rosso alpino: dal Neolitico ai Reti

I popoli europei portano nel loro Dna le tracce di tre grandi movimenti che hanno ridisegnato il volto del continente: i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico; gli agricoltori provenienti dall’Anatolia; e infine le genti delle steppe pontico-caspiche che, tra il III e il II millennio a.C., diffusero nuove forme di mobilità e, probabilmente, le lingue indoeuropee.

Le comunità europee – noi compresi – sono il risultato di questo lungo processo di (tras)formazione. Tuttavia, non tutte le regioni evolvono allo stesso modo: in contesti particolari, come quello alpino, i cambiamenti risultano più lenti e assumono forme specifiche. Il geografo Strabone, in età augustea, descrive gli abitanti delle Alpi come razziatori che “vivono di rapina” e controllavano i passi, mentre il loro territorio era “difficile

da attraversare”. In realtà, dietro questo (pre)giudizio si nasconde una realtà ben più antica: il controllo dei transiti alpini, con l’imposizione di pedaggi, affondava le sue radici in una lunga continuità storica. Potremmo dunque affermare che i Reti – ultimo anello di una catena che si spezzò sotto i colpi romani – non fossero un “popolo nuovo”, ma l’esito finale di una storia che affonda le sue radici nei primi agricoltori e allevatori neolitici del VI millennio a.C. e attraversa l’età del Rame e del Bronzo? Probabilmente sì — e gli studi genetici sembrano confermare questa interpretazione.

Già nell’età del Rame si registra una significativa mobilità lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco (fiumi che prendono proprio allora i loro nomi), documentata, tra l’altro, da statue-stele e luoghi di culto e sepoltura: dalla Lessinia al Trentino, dalla Bassa Atesina — Salorno, Laghetti di Egna, Ora e Termeno — fino a Lagundo, Laces, Silandro, Varna e Bressanone. Queste imponenti pietre parlanti testimoniano non solo una capillare rete di luoghi di culto, ma anche un sistema di percorsi ben strutturato e frequentato.

Queste stele antropomorfe raffigurano pugnali del tipo Remedello e altre armi come asce, alabarde e archi. Le figure incise sembrano rappresentare individui di rango elevato — forse cacciatori-guerrieri o capi con funzioni rituali — legati al controllo simbolico e materiale del territorio e al rapporto con il mondo degli antenati divinizzati.

In questa prospettiva, la “rudezza” attribuita dalle fonti classiche alle popolazioni alpine appare come il riflesso, reinterpretato in chiave romana, di una tradizione culturale antichissima, fondata sull’autonomia e sul controllo dei passaggi. Recenti studi dell’Eurac confermano inoltre un quadro genetico relativamente omogeneo, con una marcata componente di ascendenza anatolica. Anche Ötzi rientra in questo contesto: non “sardo” o “turco”, ma portatore di caratteristiche diffuse in quelle popolazioni.

È in questo quadro che si collocano i Reti. A differenza dei coevi Galli padani e Venetici, essi opposero una resistenza più tenace all’avanzata romana, conservando la loro lingua non indoeuropea — caso raro, come per Baschi ed Etruschi. Durante l’età del Ferro, o cultura di Fritzens-Sanzeno, sopravvisse così una tradizione culturale antichissima, collegata alle precedenti culture di Luco-Meluno e, più in generale, alle dinamiche dell’età del Rame e del Bronzo, capace di resistere per secoli all’espansione del mondo mediterraneo e del suo “way of life”.

Questo equilibrio entrò definitivamente in crisi quando Roma decise di trasformare le Alpi da barriera naturale a corridoio strategico. Giulio Cesare effettuò primi interventi nelle aree periferiche del mondo retico, che interessarono anche Trento e la Bassa Atesina; poi Augusto affidò la sottomissione dell’arco alpino centro-orientale ai suoi più fidati e valorosi collaboratori, Druso e Tiberio (figli di primo letto della moglie).

In una sola estate, tra il 16 e il 15 a.C., venne portato a compimento Il grande progetto soprattutto in funzione delle campagne germaniche e della fondazione di città come Augusta Treverorum (Trier), Mogontiacum (Mainz), Castra Regina (Regensburg) e Augusta Vindelicorum (Augsburg).

Autore: Reinhard Christanell

Altan al Cristallo, un incontro prezioso

Alcune centinaia di bolzanini venerdì scorso 10 aprile non hanno voluto perdere l’occasione, unica, per incontrare uno dei maestri del fumetto e della satira italiana, Francesco Tullio-Altan.

Nessuno è uscito deluso dall’oretta di chiacchiere in cui Altan è stato sollecitato da Paolo Mazzucato. 

Si è parlato naturalmente dei personaggi più famosi creati da Altan, su tutti la Pimpa protagonista il giorno dopo di uno spettacolo nel medesimo teatro. 

L’autore – classe 1942 – ha ricordato la genesi della sua professione di disegnatore, avvenuta come spesso accade quasi per caso quando risiedeva per lavoro in Brasile. 

Altan ha regalato una serie di ricordi personali e qualche chicca sul suo modo di lavorare, esprimendosi con un’elegante ironia disincantata, perfettamente sincronizzata con lo spirito dei suoi personaggi. 

Molto interessanti sono state le domande e le risposte dedicate al suo approccio personale alla vignetta satirica, legata sì all’attualità ma volta soprattutto a offrire uno sguardo alternativo, riflessivo e sincero sul carattere non solo dei potenti, ma anche e soprattutto degli italiani in generale. 

Durante l’intervista, quando ad Altan è stato chiesto se gli capita mai di essere criticato per il presunto cinismo delle sue vignette, il suo diniego è stato immediato. L’autore ha piuttosto fatto riferimento alla natura consolatoria che possono avere oggi li suoi disegni, in grado di suscitare nei lettori non risa ma piuttosto sorrisi, volti a promuovere la necessaria autocritica, che risulta oggi sempre meno diffusa tra gli italiani. 

Dolcissimi sono risultati i ricordi legati al mondo della Pimpa, al suo essere libera, alla frequenza delle storie di mare della cagnolina (“soprattutto quando arriva la bella stagione”). 

Interrogato sul suo rapporto con il computer, Altan candidamente ha raccontato di averci a che fare il meno possibile e di non frequentare i social. D’altronde lui è il padre della Pimpa, che in alcune storie dialoga con un computer che sa tutto sui nomi, le forme e i colori dei fiori, senza sapere però nulla sul loro profumo. Ed è per questo che la Pimpa alla fine… lo accompagna in un prato. Insomma: grazie Altan, per questo e per molto altro.

Autore: Luca Sticcotti

Salute, scienza e… pace

Nel corso del mese di gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno completato il ritiro dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), accusando l’organizzazione di inefficienza e politicizzazione. Questa decisione ha comportato l’interruzione dei finanziamenti, creando emergenze sanitarie, specialmente in Africa, e sospendendo la condivisione di dati cruciali come quelli sul virus influenzale. Il ritiro è stato sciaguratamente definito come una “promessa mantenuta” dall’amministrazione statunitense.

Per fortuna l’OMS prosegue imperterrita la sua attività e il tema della promozione della salute a livello globale (quelle di tutti, anche dei più poveri, miliardi di persone) torna in primo piano in occasione della Giornata Mondiale della Salute 2026 che si celebra il 7 aprile. 

In un tempo incerto come questo, l’OMS non può fare altro che rilanciare il suo invito a schierarsi dalla parte della scienza, attraverso lo slogan “Together for Health. Stand with Science” (Insieme per la Salute. Sosteniamo la Scienza), e una specifica campagna che durerà un anno intero.  L’intenzione è quella di ricordare la forza della collaborazione scientifica per proteggere la salute delle persone, degli animali, delle piante e del pianeta. Questo evento mette in luce sia i risultati scientifici raggiunti che la cooperazione multilaterale necessaria per trasformare le evidenze in azioni concrete, con una forte attenzione all’approccio One Health. Alla campagna, si collegano due importanti eventi globali: il Vertice Internazionale One Health (7 aprile), ospitato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal Governo francese, e il primo Forum globale dei Centri collaborativi dell’OMS (7-9 aprile), che riunisce circa 800 Istituzioni scientifiche provenienti da oltre 80 Paesi. 

La campagna invita le persone di tutto il mondo – e quindi anche noi – a partecipare, celebrando i risultati scientifici, confrontandosi con le evidenze, condividendo storie personali su come la scienza migliora la vita ed unendosi al dialogo globale attraverso gli hashtag (social).

L’aspetto per me più significativo dell’iniziativa dell’OMS è proprio l’estensione del concetto della salute ad animali, piante e il pianeta stesso, indicando l’ecosistema che dobbiamo proteggere e difendere, da chi invece tende a rinnegare le conquiste del progresso scientifico.

Pensando poi magari tra l’altro di poter fare il bello e il cattivo tempo, indicando umani di serie A e serie B, e bombardando a piacimento qua e là.

Autore: Luca Sticcotti

Narrazione, fantasia e crescita

Il 2 aprile si celebra la Giornata internazionale del libro per bambini, istituita nel 1967 nel giorno del compleanno di Hans Christian Andersen. È una ricorrenza che ogni anno invita a riflettere su cosa significhi mettere in mano a un bambino o a una bambina una storia, e su cosa si muove dentro di loro quando quella storia prende forma.

Valentina Stecchi è un’illustratrice bolzanina che lavora con le immagini da anni, conducendo workshop per bambini, ragazzi e adulti. La sua prospettiva unisce la pratica del disegno a una riflessione profonda su narrazione, fantasia e crescita. L’abbiamo incontrata per parlare di fiabe, di ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di stupirci, e di perché leggere ad alta voce è ancora un atto rivoluzionario.

L’INTERVISTA

Come mai le fiabe ti hanno conquistata?

Penso che il motivo principale sia che me ne leggevano tantissime da piccola. Mi hanno sempre appassionata: erano momenti speciali, condivisi con i miei genitori. C’era il fascino della fiaba raccontata, ma anche inventata sul momento. Ho sempre amato le immagini. E poi c’era quella sensazione di non saper ancora leggere, di essere accoccolata nel letto mentre qualcuno ti legge. Questo, soprattutto questo.

Cosa succede, secondo te, quando un bambino o una bambina incontra per la prima volta una storia?

La cosa più bella è lo stupore, l’entusiasmo davanti a qualcosa di nuovo. Da bambina il momento più magico era vedere la storia formarsi nei pensieri, come un mondo fantastico che prende forma nella testa. Penso che succeda ancora così. Quello che spesso gli adulti sottovalutano è il livello di riflessione che ha un bambino: quando incontra una storia, inizia a pensarci, la chiede di nuovo, fa domande. Una storia accende la fantasia e la curiosità, due cose che si sono un po’ impoverite ultimamente…

Mi capita spesso, durante i laboratori, di accorgermi che alcuni bambini sentono una fiaba per la prima volta in assoluto. Siamo in un contesto scolastico e questo mi dispiace molto.

Le fiabe tradizionali hanno spesso personaggi stereotipati e valori forse un po’ datati. Quelle storie Hanno ancora senso nel 2026 o andrebbero riscritte?

La varietà narrativa è la ricchezza più grande che ci sia. Riscrivere storie, come ha fatto la Disney per renderle più accessibili, può essere interessante, ma è sempre qualcosa in più, non al posto di. Se diventa un’operazione sostitutiva, si impoverisce tutto. Le fiabe tradizionali hanno radici profondissime nella storia dell’umanità e affrontano temi cardine nell’evoluzione di una persona.

Detto questo, è giusto contestualizzare. Una bambina può capire che la sua unica aspirazione non è sposarsi e avere figli, che esistono tante possibilità. Le fiabe rappresentano simboli: vanno lette con attenzione e sensibilità. E poi non bisogna proteggere i bambini da tutto: temi come il male, il lutto, la cattiveria esistono nella realtà. Confrontarsi con una fiaba può essere costruttivo, persino una risposta a qualcosa che stanno già vivendo.

Genitori e nonni si chiedono: meglio un libro illustrato o un cartone animato?

Questo dualismo andrebbe eliminato. Perché o questo o quello? Entrambi sono validi, così come è valida una storia senza immagini. Anche il libro illustrato direziona l’immaginario del bambino, a modo suo. Quello che conta è la varietà dei contenuti: più è ampia, più la fantasia cresce. Più storie leggiamo e vediamo, più alimentiamo fantasia e creatività. E questo rende le persone più ricche, in generale, senza che debba avere per forza un’utilità misurabile.

C’è una differenza tra leggere una storia e sentirla raccontare ad alta voce?

Sì, secondo me sì. Quando raccontiamo una storia ad alta voce, anche chi racconta è dentro alla storia: le emozioni si sentono, si crea un rapporto tra chi narra e chi ascolta. È un’esperienza più ricca. Leggere insieme, invece, è più una lettura di comunità, anch’essa bellissima, con dentro tutto quello di cui abbiamo bisogno: fare cose insieme, lentamente, senza che abbiano per forza un’utilità economica. Le due esperienze sono diverse, ma l’importanza di una non esclude l’altra.

Hai lavorato con scuole e centri giovanili. Cosa vedi nei bambini quando disegnano o ascoltano storie: qualcosa che gli adulti hanno perso?

È un’opinione di parte, ma la mia risposta è: l’entusiasmo. La meraviglia. Non in tutti, certo, ci sono anche bambini molto “adultizzati”. Una volta ho chiesto a un gruppo se qualcuno leggesse loro le storie, e uno mi ha risposto: “sì, mio padre mi racconta sempre le storie del calcio, le partite”. Bambini molto ancorati alla realtà, che si annoiano facilmente davanti a una fiaba. Noi adulti facciamo fatica ad alimentare quell’entusiasmo. Quando insegno ad adulti, anche con materiali particolari, ci vuole tempo per coinvolgerli. Gli adulti hanno paura di sbagliare, del giudizio altrui. Dovremmo essere un po’ più spontanei. Ecco.

L’immaginazione si allena o è un dono?

Si allena, come ogni cosa. Più leggi, più ascolti, più ti guardi attorno, più incontri persone, più sei connessa con il mondo anche al di fuori di te: più alimenti l’immaginazione che è dentro di te.

Cosa ha un’illustrazione su carta che un video non avrà mai?

Un’illustrazione ti dà gli elementi per alimentare la fantasia, ma non ti racconta tutto. Un video, tendenzialmente, ti dice cosa vedere: sei abbastanza passivo. L’illustrazione ti dà un la, e poi sei tu a immaginare il resto. Ti offre un tempo diverso, riflessivo: puoi soffermarti sui dettagli. Il video è veloce. E poi c’è una differenza enorme tra il cinema e lo schermo frenetico di uno smartphone. Il fatto che l’illustrazione non sia un’esperienza compulsiva è una delle cose che apprezzo di più.

C’è una fiaba che ti ha formata davvero, che porti ancora con te?

Queste domande mi mettono sempre in crisi, mi sembra di fare un torto a qualcuno. Però se devo pensare a una fiaba a cui sono molto affezionata, direi Cappuccetto Rosso. L’ho tantissimo amata. Ci sono tanti libri e illustrazioni che hanno reso questa storia immortale, ognuno con la sua lettura.

Se potessi dire una cosa sola agli adulti sul valore di leggere insieme ai bambini, cosa diresti?

Dirò una cosa che ho fatto davvero, di recente. Questo inverno ho riletto tutti i miei libri di fiabe, e una delle cose che ho fatto è stata andare dai miei genitori a ringraziarli perché mi hanno letto tante storie da piccola. Oggi sono la persona che sono anche grazie a quei momenti. Mi ha dato una spinta valoriale e caratteriale. Agli adulti direi di leggere le fiabe: sono un momento costruttivo per i bambini, ma anche per loro. Quando rileggo una fiaba per un workshop, mi accorgo che in base al momento della vita in cui la leggi, ti dice qualcosa di diverso su di te. Un adulto, da solo, difficilmente si leggerebbe una fiaba. Avere un bambino davanti è una scusa perfetta per fare un tuffo nella propria infanzia. E ti fa crescere.

Autore: Marco Valente

Salorno premiata per l’impegno ecologico

L’impegno speso nell’abitato di Salorno, alla fine, è stato degnamente riconosciuto. Nei giorni scorsi, infatti, la referente locale di Plastic Free odv Onlus, Mariapia Weber, e il vicesindaco, Luca Miozzo, sono andati a Roma per riscuotere il “premio” promosso da Plastic Free nazionale. Con loro c’era una rappresentanza arrivata dal comune di Merano, che può già vantare due “tartarughe”.

L’ambiente è di tutti, ed è un dovere prendercene cura. Ciò non significa necessariamente enormi sforzi o ingenti investimenti, quanto soprattutto piccole attenzioni quotidiane. Un particolare che pare sia stato interiorizzato bene dai cittadini di Merano e il paese di Salorno: due realtà diverse per il numero di abitanti e per il territorio coperto, attorno a cui ruotano lo svolgersi delle vicende che hanno portato ad ottenere riconoscimenti ufficiali come città impegnate nella lotta contro l’abbandono dei rifiuti, nella promozione di comportamenti sostenibili e dunque nella gestione virtuosa del territorio. A Salorno la referente locale di Plastic Free è Mariapia Weber, che da anni ha fatto dell’amore per l’ambiente la sua bandiera.

Mariapia Weber, come e quando si è avvicinata alla realtà di Plastic Free?

L’ho conosciuta per caso, quando avevo partecipato ad un evento di pulizia ambientale organizzato a Laghetti dall’allora referente Martina Puentes. Fino a quel momento mi ero dedicata alla pulizia ambientale prima in solitaria e poi coinvolgendo altre persone. Successivamente  sono diventata referente Plastic Free per il Comune di Salorno.

In questi anni cos’è riuscita a proporre ed ottenere per il bene di questo territorio?

Il Comune di Salorno ha sottoscritto un Protocollo d’Intesa con Plastic Free e da li è partita una collaborazione positiva affinché il Comune potesse intraprendere un percorso virtuoso con la consapevolezza che l’utilizzo della plastica monouso provoca enormi danni all’ambiente e alle persone. È stata emessa un’ordinanza in cui si vieta il lancio dei palloncini, nonché l’uso di coriandoli e stelle filanti di plastica. Inoltre è stato ideato il progetto “Rione Pulito” dove il cittadino viene invitato a raccogliere i piccoli rifiuti (carte, mozziconi di sigaretta ecc..) davanti alla propria abitazione.

Rispetto ad allora qual è la situazione oggi?

A piccoli passi la situazione sta migliorando anche perché come Plastic Free teniamo sotto controllo il territorio e interveniamo, con il supporto del Comune, proprio dove si verificano episodi di abbandono. Logicamente non si può risolvere tutto dall’oggi al domani, ma personalmente cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Quali interventi si potrebbero ancora attivare?

Prossimamente l’Amministrazione comunale posizionerà dei posacenere in modo da incentivare i fumatori a non abbandonare a terra i mozziconi di sigaretta. Un altra proposta è quella di apporre sulle fontane del paese la targhetta “acqua potabile” in modo da scoraggiare l’uso delle bottigliette di acqua in plastica e favorire il riempimento di borracce, diminuendo quindi l’utilizzo di plastica usa e getta. Si procederà, inoltre, con progetti di sensibilizzazione nelle scuole.

A quest’ultimo proposito, che sensazioni le lascia l’incontro con gli alunni?

Positive. I progetti proposti da Plastic Free sono accolti con più facilità ed entusiasmo negli asili e nelle scuole primarie. Poi, più si sale d’età è normale che le priorità siano diverse, ma restano comunque positive. Il ruolo di referente non si svolge solo nel proprio comune, ma spesso si da man forte anche agli altri referenti. Infatti prossimamente parteciperò, assieme alla referente regionale Rosalba d’Aiello, ad una sensibilizzazione all’Istituto d’Arte Alessandro Vittoria di Trento.

Come sono i rapporti con l’amministrazione comunale?

Molto positivi. Il fatto stesso che Salorno per il terzo anno consecutivo, assieme ad altri 140 comuni, è stato premiato come “Comune Plastic Free”, dimostra che l’amministrazione crede nel nostro operato. Se non ci fosse il suo appoggio il progetto non potrebbe andare avanti.

Quanti sono ad oggi i volontari in paese?

Difficile stabilire un numero preciso perché spesso durante i nostri eventi partecipano persone provenienti da altri paesi dell’Alto Adige e anche del vicino Trentino. Chi indossa la maglietta blu non ha confini, si sposta in base alle proprie possibilità di tempo; anche in altre regioni. Vedi le ultime raccolte nel Veneto e nell’arcipelago de La Maddalena in Sardegna.

Cosa si augura per il domani?

Spero di poter portare avanti questo entusiasmante impegno  basato su legami di amicizia e collaborazione, tutti uniti per il bene della nostra grande e meravigliosa casa, il  nostro pianeta Terra. I presupposti ci sono: dal 2025 la nostra associazione è presente in quaranta stati e quindi aperta al mondo.

Autore: Daniele Bebber

Mani che grondano sangue. Ma Pasqua è vita e speranza

Una delle immagini più controverse della presente retorica bellicista è quella di Donald Trump attorniato da una schiera di pastori che pregano per lui. Il legame tra politica e religione è un elemento presente in tutta la Bibbia – per non citare altri libri sacri – e c’è anche nei racconti evangelici della passione che leggiamo in questi giorni.

Tra la folla che applaude Gesù Cristo al suo ingresso a Gerusalemme – episodio che la tradizione fa rivivere la Domenica delle Palme – molti sono quelli che pensano che sia arrivata l’ora del riscatto. Vedono in lui il capo politico che solleverà il popolo, armato di spada, contro l’odiata occupazione romana. Resteranno delusi. Tanto che, quegli stessi che la domenica gridavano “osanna” il venerdì urleranno “crocifiggilo”.

Fa specie come da duemila anni nelle chiese si proclamino parole come “amate i vostri nemici”, “porgete l’altra guancia”, “amatevi gli uni gli altri” e molto altro e al tempo stesso, a cominciare almeno da Costantino, si invochino il nome di Dio e la croce di Cristo per benedire le armi e invocare la vittoria. Si parla qui in particolare delle guerre di offesa, quelle provocate da chi ha gli arsenali per farlo e di cui siamo impotenti spettatori in questi tempi drammatici.

La Domenica delle Palme papa Leone ha ricordato che Gesù, invece, è il “re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’ (Isaia 1,15)”.

Qualche giorno prima il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa aveva detto che “l’abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa e qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo”. “Se è presente in questa guerra, Dio è tra quelli che stanno morendo, che stanno male, che soffrono”.

Se la religione è incompatibile con la violenza, anche la politica non è riducibile alla conquista del potere. È tutt’altro: l’arte di costruire il bene comune. Cosa che presuppone una fede salda nella dignità umana. Strumentalizzare la religione per motivi “politici” svilisce invece la stessa politica e i suoi attuali protagonisti.

Ma la Pasqua, lungi dal nascondere violenza e morte, è un inno alla speranza e alla vita. Dunque: buona Pasqua (in particolare alle vittime della guerra e ai costruttori di pace)!

Autore: Paolo Bill Valente

Dieci annidi Seltsamen Senfsamen

Gli insoliti semi di senape: in italiano può sembrare puro nonsense, in realtà in lingua tedesca suona come un divertente scioglilingua, un gioco di parole che cinque giovani musicisti che hanno fatto la gavetta nella Banda Cittadina di Gries portano orgogliosamente avanti da ben dieci anni. Un decennio che hanno voluto festeggiare sontuosamente con un LP (ma ci sono anche CD e formato liquido), rigorosamente stampato su vinile color senape, che è una goduria da ascoltare dalla prima all’ultima nota. I loro nomi sono Mattias Targa, Valentin Gasser, Gabriel Höller, Michael Marth e Lorenz Delle Donne, e proprio con quest’ultimo abbiamo avuto occasione di fare il punto della situazione sul quintetto e sul disco.

“Tutto è cominciato dieci anni fa – ci racconta Lorenz – e da allora siamo rimasti sempre noi cinque, senza alcun cambiamento in formazione. Il titolo del disco è 10, scritto in cifre e non in lettere, perché vivendo in una regione plurilingue, ciascuno può decidere come dirlo. 10, in cifre, è diretto, semplice, e siccome già il nome della band non è dei più semplici abbiamo voluto contrapporlo ad un titolo immediato. 10 si compone di dieci brani, sei composte da Valentin Gasser, il nostro sassofonista, e quattro cover che però mettono in risalto il nostro modo di accostarci ai brani altrui, rivestendoli delle nostre sonorità, che sono molto particolari considerando le molte influenze che mescoliamo a seconda della bisogna, visto che suoniamo nelle situazioni più disparate, dai matrimoni agli aperitivi, alle feste”. Con una strumentazione basata su batteria (suonata da Alex Marth), sax e ottoni (tromba, trombone e basso tuba), i Seltsamen Senfsamen, hanno raccolto in parte l’eredità dei Pamstiddn Kings, formazione simile con però evidenti derive punk, in voga una ventina d’anni fa, aggiungendo però al mélange un tocco di raffinatezza. “Per registrare il disco – prosegue il trombettista – abbiamo utilizzato la sala prove/studio dei Mad Puppet, che si trova nella vecchia scuola di San Giorgio, a mezzavia tra Bolzano e San Genesio. Con i Mad Puppet abbiamo un’amicizia di lungo corso, abbiamo tutti suonato, in quanto membri della Banda di Gries, nel loro live dedicato al ciclo mitologico di Re Laurino. Alle composizioni strumentali abbiamo aggiunto un brano cantato in cui è ospite il rapper brissinese Alex The Judge, col cui gruppo, i Forbidden Fruits, collabora Valentin. Non avevamo mai lavorato con un cantante in precedenza e la cosa ci è piaciuta. Però la nostra natura è quella strumentale, basata sulla possibilità d’improvvisare. Nel disco e nei concerti non c’è niente di scritto, è tutto basato sul pathos del momento e siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti”. Risultati è davvero eccellenti: il disco è molto immediato, come ci si deve aspettare da un disco registrato in quattro giorni, sfruttando ogni minuto. A giganteggiare sono indubbiamente le composizioni originali di Gasser, su cui gli ottoni (l’ottima tuba di Targa che funge da basso di precisione, la tromba di Delle Donne e il trombone di Göller) cavalcano sapientemente a briglia sciolta come se fosse la cosa più naturale del mondo. Dall’iniziale Dankeschön a Ciaui Papaui, a L’estate non finisce mai, senza dimenticare Cheese Tax, il brano col cantante, in cui fanno capolino genio e sregolatezza di sapore zappiano, tutto fila molto bene. Che dire poi del medley Gigi basato su alcuni brani di successo del DJ Gigi D’Agostino filtrati attraverso i suoni della band? “Per farci registrare e mixare il disco – conclude Delle Donne – ci siamo rivolti al venostano Simon Öggl: lui è conosciuto per i suoi lavori di musica elettronica. Lavorare con lui è stato bello e rilassante, è una persona pacata, sa fare bene il suo lavoro e noi ci siamo trovati a nostro agio. Registrare 10, è stato sicuramente più stimolante rispetto al nostro primo disco, Black & Yellow. Quello risaliva a sei anni fa, eravamo inesperti e probabilmente non avevamo ancora raggiunto la maturità necessaria. È stato un esperimento, un esperimento che non abbiamo problemi a definire fallito. Non lo rinnego, è stato un momento del nostro percorso e ci ha aiutati a crescere, però non posso non sentire la differenza tra i due lavori, siamo cresciuti, siamo cambiati. 10 è più ricco, indubbiamente suonato meglio.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale