Una canzone che cura

Recentemente ho fatto una serie di riflessioni, leggendo sui giornali della fatica che fa la sanità altoatesina a venire incontro alle esigenze dei suoi pazienti. Mi è venuto in mente un viaggio che feci in Brasile, una quindicina di anni fa. Lì, tra gli altri, ebbi occasione di visitare un missionario altoatesino allora attivo nella città di San Paolo, una megalopoli di decine di milioni di abitanti. Si occupava di una parrocchia di quartiere ed era molto brillante e amato dai suoi fedeli, ma viveva “asserragliato”, una condizione molto normale in una città nella quale ai semafori non ci si ferma col rosso per paura di essere rapinati. Quando gli chiesi cosa sarebbe successo se fosse stato male e avessero dovuto soccorrerlo con l’ambulanza, lui mi disse che questa cosa lì… non esisteva. Ebbene: questo avviene nella maggior parte del terzo mondo; lì il suono delle ambulanze tace… in partenza. Insomma: nel nostro primo mondo facciamo bene a lamentarci se i servizi non funzionano come promesso a fronte di tanti investimenti pubblici, ma è anche utile pensare che siamo comunque dei privilegiati, rispetto alla maggior parte degli altri abitanti sul pianeta terra.
Un’altra mia riflessione, in questi giorni, ha riguardato il significato più esteso della parola “cura”.
Tale termine nella nostra lingua va ben oltre al trattamento delle malattie. Ce lo ha insegnato ad esempio don Lorenzo Milani che, negli anni ’60 scrisse il suo motto “I care” sui muri della scuola di Barbiana, da lui fondata per strappare dall’analfabetismo i bambini del paese dove era stato esiliato dai vertici della sua diocesi fiorentina. In quel caso la parola stava a significare mi importa, mi interessa, ho a cuore, e tale messaggio successivamente è stato adottato da quella larga parte del mondo ecclesiale che si interessa alla promozione della persona umana e alla giustizia sociale.
“La cura” è anche il titolo di una bellissima canzone in cui Franco Battiato nel 1996 prosegue nel solco di un altro brano da lui scritto otto anni prima e intitolato “E ti vengo a cercare”. Entrambe le canzoni parlano d’amore, ma è proprio in “La cura” che Battiato, grazie anche ad una bellissima melodia, ci spiega con grande poesia quanto prendersi cura di se stessi e coltivare la propria anima possa diventare (anche) un instancabile accudimento dell’altro che ci sta a fianco. La canzone inizia dicendo “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie” e si conclude con un impegno: “Io sì, avrò cura di te”. è una canzone che cura.

Redattore: Luca Sticcotti

Siamo tutti stranieri?


In provincia di Bolzano parlare di stranieri non è mai stato né semplice né facile. Per riordinare un po’ le idee e metterci nei panni di coloro che ci hanno raggiunto di recente, per un motivo o per l’altro, abbiamo pensato di farci aiutare da un sociologo: Adel Jabbar.

Adel Jabbar è un appassionato di storia e geografia approdato alla sociologia per comprendere la dinamica dell’agire umano in rapporto allo spazio e al tempo. Questa passione lo ha condotto a fare ricerca nell’ambito dei processi migratori e della comunicazione interculturale. Libero docente e collaboratore di istituzioni accademiche nell’ambito del pluralismo culturale e religioso, ha insegnato in diversi atenei e ha partecipato a diverse ricerche e numerose pubblicazioni nell’ambito dell’immigrazione. Redattore della rivista “Il Cristallo” (BZ) è curatore di molteplici eventi cinematografici e artistico-letterari.

L’INTERVISTA

Spesso tendiamo a pensare socialmente all’Alto Adige come ad un unicum a livello mondiale. Questo come se nel resto del mondo i territori, a differenza che da noi, fossero tutti caratterizzati dalla presenza di un unico popolo e un’unica lingua. Siamo davvero unici? Siamo un’isola?

Ecco: partiamo da qui. Secondo me neanche un’isola è… isolata. è infatti accarezzata dall’acqua, dalle onde, dalle varie tempeste e dai venti. Poi basta che pensiamo a Robinson Crusoe di Defoe: l’isola è un vero e proprio mondo, fatto di tante cose, e poi lui incontra Venerdì; non è solo. Parlando dei movimenti migratori mi capita di fare riferimento spesso alla mia storia: io sono nato infatti a Baghdad, che oggi si trova in Iraq. Noi abbiamo sedimentato nella nostra percezione l’idea che molti eventi della storia più antica dell’uomo si siano svolti proprio lì in quella zona. Poi ci sono Adamo ed Eva, le prime due persone, entrambi migranti, extraterrestri. A ben vedere anche loro sono stati catapultati, da irregolari, nel giardino dell’Eden. Queste storie raccontano quello che è tipico delle specie viventi in grado di camminare, essere umani ma non solo. Siamo il prodotto di processi di trasformazione, di lunghi percorsi e – in definitiva – lunghissime camminate. Il fatto di viaggiare è rimasto nell’indole dell’essere umano, oggi lo facciamo per motivi turistici, di lavoro, di studio, di esplorazione. La nostra passione per cavalli, bici, moto, treni e aerei, auto sportive…, nasce da qui. La nostra indole è nel movimento. Se partiamo dall’idea che il movimento è la sostanza della storia e della nostra esistenza, dove sta allora la nostra famosa unicità?

In provincia di Bolzano da un certo punto di vista gli “italiani” vedono i “tedeschi” come “stranieri”, ma anche i sudtirolesi vedono gli “italiani” allo stesso modo. Poi “italiani” e “tedeschi”, insieme, vedono gli immigrati come “stranieri”. La stessa cosa naturalmente la fanno gli immigrati che – a loro modo e partendo dalla loro esperienza e provenienza – vedono “noi” come stranieri. In sostanza: in un modo o nell’altro qui siamo tutti stranieri…

Sì, e questo è un vantaggio perché in questo modo le persone continuano a interrogarsi. Questo atteggiamento naturalmente può portare sia ad un’apertura che a una chiusura nei confronti degli “altri”. Interrogarsi richiede energie, anche psichiche, in un processo che non tutti sono in grado di affrontare, guardando altri orizzonti e incontrando cambiamenti. Gli essere umani hanno bisogno anche di certezze, che sono legate alle abitudini. E lì nasce un problema esistenziale: da una parte c’è la necessità e il diritto (libertà) di cambiare, dall’altra le certezze da preservare.

Sì, e bisogna riuscire a trovare un equilibrio tra queste due dimensioni. E per fare questo ci vuole anche e soprattutto un lavoro pedagogico. Ma chi lo svolge?

La scuola? La politica? I vari attori e le varie agenzie nella società?

Una volta si parlava soprattutto della scuola e dei suoi educatori. Oggi non credo che sia più così. Una volta si pensava che la scuola avesse anche lo scopo di “formare”, ma anche delimitare lo spazio di manovra della mente. In ogni caso la scuola ha anche sempre fornito degli strumenti. Attraverso letture, conoscenze, una spinta a guardarsi intorno, la scuola è stata senz’altro un’agenzia di socializzazione fondamentale anche nel guidare la trasformazione della società. Ma oggi molte altre realtà competono con la scuola, da questo punto di vista.

In Alto Adige la scuola ha anche la caratteristica peculiare di essere monolingue, a fronte di una popolazione che nasce con due diverse madrelingue d’origine, ma che poi si vorrebbe tutta magicamente plurilingue.

Noi viviamo in un contesto che ha una storia particolare e dove da un certo punto di vista è legittimo che un gruppo che si sente fagocitato, cerchi di tutelare il proprio patrimonio linguistico e culturale. Ma anche qui è una questione di equilibrio tra le certezze da preservare e il cambiamento che è ineluttabile. Gli equilibri vanno mantenuti, ma anche prodotti, e devono comunque essere anche sempre “aggiustati”. Naturalmente in questo senso anche la politica gioca un ruolo fondamentale.

Come vivono gli stranieri in Alto Adige? è una terra amica dei migranti?

Per molti quella di emigrare è una necessità. E sto parlando di motivi di lavoro, non di profughi di guerra o esiliati. La maggior parte della migrazione oggi è spinta da necessità materiali. Si parla di migranti economici, ma spesso le motivazioni possono anche essere ambientali o legate ai diritti. Le motivazioni a volte sono molteplici e coincidono. Ma non tutti quelli che hanno un bisogno poi partono, sono solo alcuni quelli che lo fanno. Questi alcuni sono animati dal desiderio di affermarsi in qualche modo, si tratta di un bisogno personale. Vanno verso una “terra promessa”, ma che in realtà non è stata promessa a nessuno. Arrivare in una terra non promessa implica già in partenza la necessità di fare i conti con le proprie illusioni. La vita del migrante per motivi di lavoro non coincide quasi mai con le proprie aspettative. Quando un immigrato arriva in provincia di Bolzano trova un contesto in cui si parlano due lingue invece che una, entrambe necessarie per sopravvivere e accedere alle varie opportunità disponibili. Quando arrivano in Alto Adige gli immigrati devono rapportarsi con un’area di confine che ha una storia particolare e delle persone che hanno delle sensibilità che partono da memorie storiche diverse tra loro. Al migrante tocca vivere questo e non è mai facile. Dobbiamo ricordarci che, per un migrante, l’approdo non è mai la soluzione del problema, ma solo il primo passo. Di un lungo processo di interazione che possiamo chiamare in tanti modi: integrazione, inserimento, inclusione… Per molti aspetti si vivono rinvii e lunghe attese. E nell’emigrazione isolarsi a volte è anche una forma di protezione, rispetto all’esporsi in un tessuto sociale per il quale spesso non si hanno tutti gli strumenti necessarie per affrontarlo.

Sì. Ad essere vissute ci sono poi due diverse realtà, quella materiale e quella “affettiva”.

Sul piano materiale ovvero del mercato del lavoro direi che la maggior parte dei migranti in Alto Adige trovano una soluzione. Ma, appunto, si tratta solo di un tassello della vita. Per il resto le persone tendono a voler coltivare le certezze che hanno acquisito nel paese d’origine.

Stiamo parlando di un background culturale, della propria storia nel paese d’origine, di una lingua, una religione, aspetti che continuano tutti ad essere coltivatati in qualche modo, individualmente oppure in gruppo… magari annacquando un po’ la cosa con il passare degli anni.

è una dimensione affettiva appresa dalla famiglia e dal vicinato nel paese d’origine. Sono aspetti fondamentali per la vita delle persone che, tra l’altro, è difficile ricostruire in maniera solida nel nuovo luogo in cui si va a vivere. A volte agli immigrati una certa separazione è dunque necessaria, anche per riuscire a gestire il difficile rapporto con l’ignoto. Con il tempo poi la situazione cambia.

Cambia in che modo?

Si instaura un rapporto tra memoria e progetto. La memoria è relativa al bagaglio che si ha dentro, il progetto è invece quello che si deve costruire. C’è quindi un adattamento, che qualcuno chiama aggiustamento identitario. Preferisco non usare il sostantivo “identità”, perché è meglio focalizzarsi sulla strategia che viene messa in atto. L’aggiustamento avviene poi su diversi piani: lavoro, dimensione abitativa, riconoscimento sociale e culturale, ecc.

Probabilmente non siamo consapevoli di queste dinamiche che ogni immigrato in un modo o nell’altro deve attivare. Tendiamo magari invece a vedere solo l’aspetto religioso come preponderante. Da qui l’idea stereotipata dello straniero che in via esclusiva rivendica la sua religione e, magari, vuole anche imporcela…

Il discorso religioso a mio parere viene strumentalizzato. La religione oggi in Alto Adige non viene più vissuta così intensamente, ma questi temi sono ancora in grado di colpire le sensibilità. Se ci sono degli immigrati di religione cattolica, non è che questo li aiuti più di tanto a livello di riconoscimento sociale. E quando gli italiani a suo tempo sono emigrati in Germania non è che lì abbiano ricevuto chissà quale riconoscimento in quanto cattolici. La stessa cosa vale anche in Alto Adige. Qui entrambi i gruppi linguistici sono cattolici, ma questo ha aiutato nella costruzione della convivenza?

Eh già. All’interno della diocesi i due gruppi linguistici vivono divisi quasi al 100%, nella pratica dei riti e nella vita comunitaria.

In giro per il mondo ci sono un sacco di conflitti e spesso la religione non è determinante. Ad esempio oggi gli Ucraini, ortodossi, sono in guerra con i Russi, ortodossi pure loro. E pensare che a suo tempo l’evangelizzazione della Russia partì proprio da Kiev.

Il mondo musulmano viene visto come una cosa unica e in realtà ad essere sotto la lente sono soprattutto una serie di aspetti culturali: il ruolo della donna, una certa idea di famiglia…

I modelli si evolvono, sia nella terra d’origine che nella versione riveduta e corretta nella terra d’emigrazione. Io eviterei le generalizzazioni, perché non aiutano. I modelli di famiglia poi sono molto diversi tra loro, non solo tra le varie comunità che si richiamano all’Islam, ma anche all’interno delle stesse comunità. Il vissuto religioso di per sé è molto diverso tra Marocco e Bangladesh, Senegal e Iran, Afghanistan e Tunisia, Indonesia e Pakistan, solo per fare alcuni esempi. E la cosa vale anche per i cattolici. Tra un cattolico svizzero e uno dell’Uganda, tra uno del Brasile e un altro delle Filippine, ci sono grandi differenze, no? Le regioni poi vengono interpretate dalle singole persone. E le persone non sono clonate. Se fosse così noi a Bolzano saremmo tutti uguali, e invece… I riferimenti valoriali sono diversi e non per nulla c’è una dialettica, che spesso può anche generare contrapposizioni. Quando siamo partiti in questa conversazione il tema era la presunta unicità dell’Alto Adige. Io parlerei invece di specificità. Ecco: quella c’è senz’altro.

Qual è la nostra specificità?

Non siamo molto condizionati dalla concetto di stato/nazione e questo concetto è legato alla specificità di solo alcuni paesi occidentali. Ma in realtà se andiamo a vedere ad esempio la Francia, che noi tendiamo a vedere come uno degli stati più “compatti”, in realtà anche lì ci sono mille

sfumature legate ai territori d’oltremare e ai moltissimi cittadini che provengono dalle colonie.

Dal punto di vista politico gli immigrati quale realtà sentono più vicina?

Probabilmente le istituzioni territoriali più piccole. Tant’è vero che in consiglio comunale a Bolzano sono presenti ben quattro consiglieri con background migratorio. Non è una situazione frequente e tra l’altro nessuno di loro fa riferimento a partiti di sinistra, notoriamente molto più attivi sulle politiche pro immigrati.

Probabilmente hanno costruito il loro consenso anche e soprattutto attraverso i loro rapporti con i non immigrati.

Proprio così. E non dobbiamo dimenticare che anche nelle comunità d’origine ci sono diversi orientamenti politici, che gli immigrati portano con sé nella loro nuova realtà.


Luca Sticcotti

MUSICA A TUTTO VOLUME

Nei giorni in piazza Municipio ha avuto luogo uno spettacolo di BolzanoDanza, nello specifico SPEED dei Parini Secondo. Una performance basata sull’acquisizione attraverso tutorial video di sequenze coreografiche di Para Para (una danza sincronizzata iper-dinamica da clubbing) adattate alla musica proveniente dalle automobili che “abitano” lo spazio. Foto di Niccolò Dametto.

Debutto perfetto per il contest musicale


Sono i “Carpa and Band”, da Trento, i vincitori del il HoE Contest 2024, un concorso per gruppi musicali e solisti emergenti autori e interpreti di musica originale andato in scena nel corso della Sagra del pesce di Bronzolo. Alla Pinara Thomson. Secondo classificato Dirlinger, da Cattolica, e terzo Deghejo da Treviso.

La Cooperativa Sociale Home Of Expression (HoE) di Laives promuove la musica e l’arte in generale, dando spazio a chi cerca un modo per esprimersi e sensibilizzando sulla tematica sociale; l’obiettivo principale è di aiutare i giovani talentuosi ad emergere, fornendo loro un supporto reale per sviluppare la propria musica.

Presentate da Chiara Sartori, venerdì 12 luglio a Bronzolo si sono esibite sette band provenienti da tutta Italia, con la presenza di giurati di talento, tra cui Claudio Pisoni, Eva Massardi, Martina Capovin, MardRe e Katia Tenti.

Inoltre sono state create opportunità per i partecipanti del concorso di esibirsi in altre località italiane grazie alla collaborazione tra associazioni e cooperative simili a HoE Contest in tutto il paese. Il progetto inoltre ha offerto un podcast curato da Tommy Roses, che ha fornito supporto e feedback ai partecipanti del contest.

Il progetto principale di HoE per quest’anno si chiama “Cultivate your Passions”, progetto ideato da Ruben Sadei (presidente del Centro Giovanile Flowers) che ha unito le forze di alcune associazioni e cooperative locali per sensibilizzare sui temi sociali rivolti ai giovani dai 13 ai 25 anni. L’obiettivo è utilizzare le loro passioni ed interessi per avvicinarsi ai giovani e offrire loro un ambiente guidato e attento per esprimere la loro creatività e passione. L’evento è stato una grande occasione per chi desiderava condividere la propria passione per la musica in un ambiente di socialità e relazione.

Inoltre la Sagra del Pesce ha offerto l’opportunità di provare la cucina locale per tre giorni consecutivi e la possibilità di diventare volontari nell’organizzazione del progetto. HoE Contest 2024 e la Sagra del Pesce hanno dimostrato l’importanza di unire le forze tra associazioni e cooperative per promuovere la musica e la cultura locale.

Una marmotta nel parcheggio del negozio


Qualche mese fa un grifone; adesso una marmotta: pare proprio che la zona di Laives piaccia agli animali selvatici: nei giorni scorsi, infatti, una marmotta di quasi due anni è stata trovata e catturata nel garage di un supermercato di San Giacomo. Era sana ed è stata liberata sul Corno Bianco.

Il Servizio forestale della Provincia è stato allertato venerdì scorso: c’era una marmotta nel garage di un supermercato di San Giacomo di Laives. “I vigili del fuoco volontari avevano già catturato l’animale e lo avevano messo in una gabbia per il trasporto”, riferisce Alberto Palmarin, del Posto di gestione fauna selvatica sud del Servizio forestale. Secondo il biologo faunistico Davide Righetti, che ha assistito a un sopralluogo in loco, si trattava di una marmotta autoctona subadulta, in parole semplici un animale al secondo anno di vita.

“Non c’è una spiegazione logica su come la marmotta sia finita a San Giacomo. La colonia di marmotte più vicina si trova a circa 15 chilometri di distanza in linea d’aria, nella zona di Passo Oclini”, spiega Righetti.

Le ipotesi sono molteplici e vanno dal trasporto involontario da parte di un veicolo (camion o altro) alla migrazione spontanea dell’animale, alla perdita di orientamento. Non è stata ancora trovata una spiegazione plausibile. Ma non è la prima volta che una marmotta viene trovata in cattive condizioni a fondovalle, ad esempio alla confluenza dei fiumi Talvera e Isarco.

L’animale era spaventato e lo esprimeva fischiando forte; è stato poi liberato in natura dal personale del Servizio forestale nell’area del Corno Bianco, a Passo Oclini.

Non succede spesso, ma gli animali selvatici si avventurano nelle aree abitate. “Nel Servizio forestale esiste un ufficio separato per la gestione degli animali selvatici. I dipendenti tengono d’occhio lo sviluppo delle varie specie di animali selvatici protetti e cacciabili, la loro salute, il loro numero e i danni che causano”, spiega Luis Walcher, assessore provinciale all’Agricoltura e alle Foreste. Le marmotte sono una specie cacciabile in Alto Adige e la caccia a questi roditori è strettamente regolamentata. Da un lato, esistono habitat protetti in cui la caccia è generalmente vietata. La caccia è aperta per 30 giorni a settembre: un numero fisso di animali può essere abbattuto prima nelle aree danneggiate e poi nelle aree di caccia.

Ecco il nome del festival: “Paloo Fest”


Era stato anticipato fra le colonne del QuiMerano: dal 29 al 31 agosto ci sarà un festival a Sinigo, una manifestazione ricca di eventi e soprattutto partecipata. Il programma è ancora misterioso anche se alcune indiscrezioni lasciano intendere che ci saranno concerti, mercatini di arte e artigianato, tornei di calcetto a cinque, presentazioni di libri, tavole rotonde con esperti di rigenerazione urbana, workshop di ceramica, cene di comunità: insomma tantissime cose bollono in pentola a Sinigo. Il festival è organizzato da La Strada-der Weg in un percorso di coprogettazione con alcuni enti locali e soprattutto con i cittadini. Nei giorni scorsi si è tenuto un workshop per ragionare insieme alla popolazione sulla programmazione del festival e soprattutto per definirne il nome.

Alla fine, si è optato per “Paloo Fest”. “Paloo” ricorda la palude, contesto naturale vicino a Sinigo per vicende storiche: profondo, ricco, fertile e con molte potenzialità, proprio come questo paese, che è visto dal team organizzativo come un luogo da ricoprire, curare e valorizzare. Le due “oo” del nome sono per rendere il nome più divertente e originale.

Rodrigo Medina è uno degli ospiti della prima edizione del “Paloo Fest”. Giovane designer, ma esperto osservatore della realtà, produttore di idee innovative per rendere ancora più spontanei i processi di socializzazione umana, Rodrigo è da poco uscito dal percorso universitario dell’Unibz e grazie alla collaborazione del festival con l’ateneo altoatesino avrà la possibilità di testare un suo progetto proprio nel contesto urbano di Sinigo. Cosa? “Vibo”: una panchina di comunità.

Rodrigo Medina, come ti definiresti?

Mi piace definirmi designer multidisciplinare, se proprio devo definirmi, visti i miei molteplici interessi e capacità che a volte variano anche di tanto, come ad esempio la passione per la street art o il forte interesse per lo spazio urbano, appunto.

Da designer, a cosa fai attenzione nelle ideazioni dei tuoi progetti?

Sono riuscito di recente a capire di me stesso che nei progetti amo “svelare il potenziale” di oggetti, persone e circostanze. Spesso basta un gesto, un’intuizione, che porta al progetto ad avere un’aria leggera e piacevole, insomma cerco di fare attenzione che il progetto non risulti un’imposizione quanto un invito amichevole, che si tratti di uno schiaccianoci o di una panchina.  Il mio motto: “Essere gentili è essere forti”.

Quanto valore ha il contesto in cui il progetto viene inserito per te?

Il contesto, nelle sue varie sfaccettature, ha un grande valore. Ad ogni modo, penso che alle volte questa regola aurea può anche essere coscientemente aggirata. Cosa intendo? Voglio dire che, sì, prima di agire all’interno dello spazio bisogna capire lo spazio stesso. Poi a seconda del “punto di applicazione”, cioè quella problematica che abbiamo individuato, possiamo studiare una proposta più o meno specifica. Alle volte si può pensare ad una soluzione più che per il luogo stesso, ad esempio per la riappropriazione dello spazio.

In questa prima edizione del Paloo Fest, il festival di rigenerazione urbana di Sinigo, tu sarai tra gli ospiti. Come, o meglio, con cosa sarai presente?

Porterò il mio progetto di tesi Vibo, un piccolo set di sedute basse, o panchette, che ha come obiettivo quello rendere noto agli abitanti che ci sono degli spazi che possono essere utilizzati e vissuti anche se non viene specificato da un cartello, dopotutto non viene nemmeno vietato. Come? Tramite la pratica del “vibare” un inglesismo legato al rilassarsi, creare atmosfera e in generale passare del tempo di qualità.

Vuoi entrare più nel dettaglio?

Come anticipato si trattano di sedute basse, questa caratteristica è anche il cuore portante del progetto. L’idea era quella di richiamare il sedersi sul prato, che in un certo senso è il modo più informale per sedersi. Questa informalità apre la possibilità a diversi scenari di natura creativa/ricreativa.

Il sottotitolo del festival è “Cultura, comunità e trasformazione”: come pensi che questi elementi possano interagire tra loro?

Credo possiamo considerare la trasformazione come una combustione: per avviarla però serve combustibile e comburente, nel nostro caso comunità e cultura. Ma abbiamo bisogno anche di una scintilla, ecco quella potrebbe essere lo spazio.

Sinigo è un rione tutto da riscoprire: che auspicio hai per la presenza di Vibo al festival?

Spero possa essere un punto di raccolta, che poi diventi punto di partenza. Per cosa? Chi lo sa!

Ultima domanda: progetti futuri?

Tenete sempre la domanda più difficile per ultima? (Rid, ndr). Sicuramente ci saranno altre sedute, ma in questo momento la mia curiosità mi sta portando alla scoperta della ceramica e dell’oggettistica legata al materiale. Ciononostante, appena ci sarà modo di lavorare per l’urbano, sarò entusiasta.

Musica e poesia per i 99 anni di Mary


Il 9 luglio, proprio nel giorno del suo novantanovesimo compleanno, a Palais Mamming, è stata presentata la nuova raccolta di poesie italiane di Mary Pound de Rachewiltz, dal titolo “Processo in verso”, di Bertoni Editore. È stato Massimo Bacigalupo, professore emerito dell’Università di Genova, esperto indiscusso di letteratura angloamericana e grande conoscitore di Ezra Pound e della figlia Mary a presentare il nuovo volume. Mary Pound de Rachewiltz con i capelli canuti raccolti nella sua acconciatura storica, il volto radioso e lo sguardo vispo, ha fatto il suo ingresso nella sala gremita al braccio del figlio Siegfried. Nel corso della serata con battute simpatiche e spiritose ha letto alcune delle sue poesie. Con grande gioia ha seguito attenta gli accordi armoniosi del violino di Marcello Fera e del violoncello di Clemens Fera, amici affezionati.

Nata a Bressanone il 9 luglio 1925 dalla relazione tra il poeta statunitense Ezra Pound e la violinista, originaria dell’Ohio, Olga Rudge, inizialmente non fu riconosciuta dal padre. Da piccola fu affidata a una famiglia di contadini tirolesi residenti a Gais, in Val Pusteria. La sua prima lingua fu quindi il dialetto tirolese e il quotidiano di una famiglia che vive e lavora in un maso. Montagne, campi, caprette e pecore il suo primo orizzonte.

Col sostegno dei genitori, a 14 anni, venne mandata a studiare alla Quiete di Firenze, ma già nel 1941 fu costretta a lasciarlo per mancanza dei mezzi economici necessari. Durante la seconda guerra mondiale la madre Olga perse il possesso della sua casa a Venezia e Mary si trasferì per un periodo a Rapallo con lei. In seguito Mary fece ritorno dai genitori adottivi a Gais.

Quando Mary ebbe compiuto i suoi 19 anni il padre le parlò finalmente dell’altra famiglia: la moglie Shakespear e il figlio Omar. Quando tornò a Rapallo, scoprì che il padre era stato arrestato dalle autorità statunitensi con l’accusa di tradimento a causa delle sue trasmissioni radio contro l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Durante i dodici anni di detenzione di Ezra Pound al Saint Elizabeth’s Holspital, Mary gli poté fare visita una sola volta.

Nonostante la lontananza e le numerose vicissitudini il rapporto col padre fu sempre molto forte e fin dai suoi 14 anni Pound le aveva affidato, come esercizio, alcune traduzioni delle sue poesie. Sotto la guida del padre, tradusse un capitolo dell’Erlebte Erdteile di Frobenius ed estratti da “Noh” o Accomplishment di Ernest Fenellosa e Ezra Pound, pubblicati nel 1942. Da giovane e negli anni a seguire Pound e la sua immensa opera, oltre alla letteratura americana, divenne l’universo di studio, indagine, conservazione e soprattutto traduzione e divulgazione di Mary. Ella tradusse in italiano e pubblicò l’opera integrale dei Cantos. Nel 1946 aveva sposato l’egittologo italo-russo Boris de Rachewiltz, e insieme diedero vita a Brunnenburg che fu la casa per la loro famiglia, ma anche un luogo di cultura, studio e conservazione. A Brunnenburg Mary custodì e custodisce l’archivio paterno e mantenendo instancabile i contatti con gli studiosi, gli scrittori e gli artisti che si occupavano e si occupano a tutt’oggi di Pound. Come traduttrice Mary ha firmato inoltre le importanti traduzioni italiane dei poeti americani: Robinson Jeffers, Edward Estlin Cummings, Ronald Duncan e Denise Levertov.

La signora de Rachewiltz è stata curatrice presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale. È stata borsista del Radcliffe Institute dal 1973 al 1975 e da allora ha tenuto conferenze in molti college e università degli Stati Uniti. Pur essendo nata e vissuta in Italia per tutta la vita, ha la cittadinanza americana. Dal gennaio al marzo 1987, Mary de Rachewiltz è stata la prima Canaday Fellow dell’Università di Toledo.

Come poetessa pubblicò numerose raccolte poetiche nate in inglese o in italiano. Come autrice scrisse lo splendido memoriale intitolato Discrezioni. Storia di un’educazione (1973).

Rosanna Pruccoli

Il Cai di Bolzano, una sezione attiva piena di proposte


La sezione di Bolzano del Cai, noto per la sua lunga tradizione e le sue numerose attività, rappresenta un punto di riferimento per gli appassionati di montagna e cultura alpina. Abbiamo intervistato il suo presidente, Maurizio Veronese, per conoscerne meglio programmi e attività. Veronese ci offre una panoramica completa delle proposte escursionistiche, adatte sia ai principianti che agli esperti, e del significativo impegno del Cainel promuovere la cultura della montagna attraverso mostre, film, conferenze e incontri con autori.

Il Cai di Bolzano si è fatto conoscere per le sue attività culturali – il primo pensiero va alla mostra su Walter Bonatti, in collaborazione con il Museo della Montagna di Torino, lo scorso inverno alla Galleria Civica – ma l’attività principale restano le escursioni…

Assolutamente, si. Offriamo circa una quarantina di escursioni spalmate lungo tutto l’arco dell’anno da gennaio fino a fine ottobre, per cui ogni domenica o quasi – in inverno ne organizziamo una ogni 15 giorni, a seconda del tempo. Proponiamo uscite di un giorno oppure anche trekking di più giorni. Quindi il fenomeno dell’escursionismo per noi è molto importante. È una attività a cui partecipano moltissime persone, non ultimo in quanto i nostri titolati di escursionismo fanno delle proposte che sono obiettivamente interessanti.

La vostra proposta è indirizzata ad escursionisti principianti o a esperti?

Proponiamo sia escursioni “facili”, cioè con un dislivello minimo che può andare dai 300 ai 600 metri, ma anche escursioni per persone che vogliono camminare e impegnarsi, quindi dislivelli superiori ai 1000 metri nell’arco della giornata, per chi cerca una sfida particolare perché si sente predisposto per impegnarsi notevolmente nella salita e non ha paura di arrivare sulla cima. Abbiamo entrambe le proposte: i soci possono scegliere sul libretto (scaricabile anche dal sito internet del CaiBolzano, n.d.r.) le escursioni che ritengono più adatte alle proprie capacità e poi si iscrivono a quelle che preferiscono. A volte succede che proponiamo sia l’escursione difficile, che un percorso alternativo un po’ più semplice: si parte insieme e poi chi se la sente va sulla cima.

La nostra è una proposta forte, che cerchiamo di pubblicizzare anche sulla stampa locale.

Sui giornali spesso si legge della vostra attività culturale…

È un aspetto su cui puntiamo parecchio proprio per farci conoscere, ma anche per far capire che il Cainon è solo arrampicata, speleologia o escursionismo. Il Cai propone anche cultura, intesa come avvicinamento, conoscenza e rispetto della montagna. Sono valori che non trasmettiamo solo con le uscite, ma anche proponendo riflessioni a vario livello, quindi con delle mostre, con dei film, con delle conferenze e degli incontri con autori di libri.

A questo proposito mi preme ricordare che stiamo portando gli autori di libri nelle scuole, non ultimo grazie alla dottoressa Mirca Passarella (ex dirigente scolastica, n.d.r.) che è andata in pensione ed è venuta a darci una mano nella commissione cultura del Cai. Lei è molto stimata e devo dire che ci sta dando un grandissimo aiuto per portare gli autori di libri di montagna e di narrativa per ragazzi nelle scuole. Ciò permette di avviare una riflessione su cosa significa la montagna e su cos’è l’ambiente in generale. Perché uno dei punti forti del Cai, anche essendo associazione ambientalista riconosciuta, è quello di tenere molto alla cultura dell’ambiente.

Till Antonio Mola