Cogliere l’attimo

Quest’estate sta portando dei cambiamenti, in gran parte obbligati. Molti sono coloro che, se riescono ancora ad andare in ferie, in ogni caso sono costretti ad abbreviarle. Le canoniche due settimane, tradizionalmente al mare, vengono sostituite da periodi più brevi e trascorsi in modo diverso. Di necessità virtù: molti vanno in montagna oppure svolgono delle ferie itineranti utilizzando i più diversi mezzi di trasporto al di là dell’auto. Voli e autobus low cost, treni, biciclette o… le proprie gambe, se si tratta di “cammini” o pellegrinaggi. 

Al desiderio di fermare il tempo trasformandolo in un eterno presente fatto di 15 (costosissimi) giorni in spiaggia, si è sostituito il desiderio di costruirsi autonomamente un percorso fatto di momenti diversi, dedicati alla scoperta di luoghi d’arte, borghi, luoghi in cui regna la natura, momenti culturali, incontri casuali con altre persone che condividono le nostre passioni. Il percorso di scoperta si trasforma spesso nel desiderio di conoscere meglio noi stessi. Cogliendo l’attimo. 

Il “carpe diem” tratto dall’omonima ode del poeta Orazio ha una serie di vantaggi, che diventano ancora più evidenti durante le vacanze. Apprezzare ciò che si ha, condendo le proprie giornate con luoghi, tempi e incontri preziosi, aiuta inevitabilmente a stare bene, qui e ora.

Con la non trascurabile conseguenza che si mettono in pausa le preoccupazioni, ovvero il futuro negativo che quotidianamente ci prefiguriamo, con tale convinzione da farla diventare la nuova realtà virtuale in cui stentiamo a galleggiare boccheggiando. 

Apprezzare ciò che ha e si vive durante le nostre (brevi) vacanze 2025, ci può dunque riportare con i piedi per terra. Consegnandoci un benessere che, una volta tornati alla nostra routine, può avere una sua continuità. A ben vedere infatti la filosofia del cogliere l’attimo ci potrebbe accompagnare sempre, nei momenti della nostra vita. 

Gandhi esortava sempre i propri discepoli ad aver cura della pulizia della propria mente. Siamo noi ad essere responsabili della gestione dei nostri pensieri. Della “gestione”, sì, perché spesso i pensieri giungono da soli. Ma abbiamo sempre un certo margine nel cercare di allontanare quelli negativi e dare spazio a quelli più positivi. Per farlo ci sono diverse tecniche, ognuno ha la sua. 

Fare delle buone vacanze senz’altro aiuta. E un certo margine per fare in modo che siano quelle giuste per noi, ce l’abbiamo sempre.

Autore: Luca Sticcotti

Una grande festa peri settant’anni delle penne nere

Era il 12 novembre del 1955 quando nasceva il Gruppo Alpini di San Giacomo. Sono quindi ben 70 anni che il gruppo – che conta dagli inizi un numero di soci che si aggira sempre intorno alle 100 unità –  affianca la comunità sangiacomotta con molteplici attività e iniziative sempre più apprezzate da una popolazione in costante crescita e sempre più giovane, che trova nelle tante proposte in cui gli alpini sono protagonisti un’occasione per fare, appunto, “comunità”. Per questo, domenica 20 luglio scorso, la comunità intera si è stretta attorno agli alpini di San Giacomo per festeggiare questi suoi primi 70 anni.

La giornata – nell’ambito dei soliti due weekend di luglio dedicati alla festa campestre –  è cominciata presto al mattino, con i consueti onori presso il monumento ai caduti e la sfilata attraverso la frazione, con l’accompagnamento addirittura della fanfara degli Alpini di Verona, che ha poi fatto da colonna sonora all’intera giornata di festa.

Non è mancato l’intervento delle autorità cittadine di Laives e della Provincia, dal sindaco Giovanni Seppi all’assessore provinciale Christian Bianchi.

Una santa messa speciale

Successivamente, il parroco Don Walter ha tenuto una Santa Messa speciale per onorare il gruppo degli alpini. 

Fin qui, dunque, i passaggi ufficiali e più “seri”. Ma, si sa, quando in mezzo ci sono gli alpini non può mancare la vera festa e la vera buona cucina. 

Perciò, a seguire, tutti i presenti e i concittadini sono stati invitati a prendere parte al Rancio Alpino. A capo della brigata di cucina c’era niente meno che chef Giorgio Nardelli, vero artista della cucina che però si trova altrettanto bene a guidare anche una cucina “da campo” con un nutrito gruppo di volontari, con risultati eccellenti anche nei tradizionali piatti proposti alle feste campestri.

A concludere i festeggiamenti, una mega torta e le foto di rito con tutti i volontari e le autorità.

Una cucina collaudata

La sera e nel weekend successivo, la festa è proseguita secondo il copione ormai collaudato della festa campestre di San Giacomo, trasferitasi ormai definitivamente nel piazzale della parrocchia dopo essere stata ospitata per molti anni nel cortile della vecchia scuola elementare, ormai un lontano ricordo degli abitanti di lungo corso della frazione. 

Anche nel fine settimana del 26 e 27 luglio perciò, in campo la brigata di chef Nardelli per offrire fritto misto, grigliata, gli immancabili Strauben e molto altro, sulle note della musica dal vivo, che ha portato diverse coppie a ballare sotto il palco. Infatti da tempo non solo i sangiacomotti accorrono numerosi ali appuntamenti di festa con gli alpini, ma ad apprezzare sono sempre più ospiti provenienti anche da Bolzano e Laives.

In attesa di rivedere il gruppo Ana San Giacomo impegnato in attività a favore della collettività, l’intera comunità di San Giacomo non può che augurarsi di trascorrere con loro altri 70 anni allo stesso modo.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Vacanze, ansie e libertà: diario dell’estate 

Che succede quando finisce la scuola? Succede che hai diciotto anni, o quindici, o diciannove, insomma, sei giovane, e ti ritrovi sospeso in una terra di mezzo fatta di lavoretti estivi, vacanze, per qualcuno anche test d’ammissione all’università, voglia di libertà e un pizzico (a volte un sacco intero) di paura. Abbiamo chiesto a cinque ragazze e ragazzi di descriverci in breve la loro estate. Ne esce una piccola fotografia di una generazione che si muove tra desiderio di autonomia e ansia da prestazione, tra aspettative e scelte ancora aperte.

Emma, 18 anni, si divide tra amici, fidanzato e qualche occupazione estiva. Ma la testa è già sul prossimo anno: “Ho paura per la quinta superiore, ma paradossalmente sono prontissima per l’università. Mi sto informando, vedo se ci sono esami da dare, non vedo l’ora di iniziare”. La pressione però si sente: “Ce l’hanno messa da subito, sarà così già da settembre. I professori sono fatti così, non ci posso fare nulla”.

Sta affrontando un percorso Esabac, doppio diploma italo-francese che comporta due prove in più alla maturità. Un impegno in più, ma anche un’opportunità.

Secondo una ricerca condotta nel 2024 da Unisona Live e Unicef, il 75% degli studenti delle scuole superiori vive spesso situazioni di stress scolastico, legate all’ipercompetizione e alla pressione sui risultati. Il 44% si sente inadeguato, con effetti negativi anche sull’apprendimento.

In vacanza prima di andare a lavorare

Davide, anche lui diciottenne, ha in programma una vacanza con i genitori. Un po’ di respiro prima del debutto lavorativo. “Sono curioso di vedere se riesco a gestirmi da solo, senza qualcuno che mi stia dietro”.

Nel 2024, meno del 30% dei giovani italiani tra i 15 e i 24 anni ha un lavoro stabile (fonte: Eurostat). 

Secondo diverse indagini qualitative, molti giovani vedono il lavoro non solo come fonte di reddito, ma anche come occasione di crescita personale. Non per forza in modo epico: a volte basta cominciare a mettere ordine tra orari, doveri e libertà nuove.

Il grande dubbio del cambio di scuola

Jacopo ha 15 anni. Un’estate tra volontariato e un viaggio in Indonesia con la famiglia. Ma in testa gira un pensiero fisso: “Cambio scuola. Alcuni mi hanno detto che quella dove andrò non è una buona scuola. Ho paura di non fare niente. Però sto anche studiando da solo, traduco i termini in tedesco. Altri invece dicono che l’indirizzo è il migliore. Chi ha ragione? Boh.”

I passaggi scolastici, come quello tra medie e superiori, sono tra i momenti più fragili per il benessere mentale. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2018 e il 2022 l’ansia tra gli adolescenti è aumentata del 20%. Le cause? Isolamento, uso intensivo dei social, pressioni scolastiche e incertezza sul futuro. Un mix che rende i “salti” più spaventosi, ma anche più carichi di aspettative.

Fatta la maturità si torna subito sui libri

Laura, 19 anni, lavora e studia per il test d’ammissione all’università. Le sue parole arrivano quasi come un mantra: cambiamento, sfida, incertezza… un po’ di paura. “È la fine di un capitolo e l’inizio di un altro. Cambio città, andrò a vivere da sola, conoscerò persone nuove. Dopo la maturità ci sarebbe da riposarsi, e invece bisogna ancora studiare. Ma anche questa è una grande occasione”.

Ogni anno migliaia di ragazze e ragazzi affrontano i test universitari. Non tutti li passano al primo colpo, ma chi sceglie di proseguire gli studi apre una porta importante: secondo l’ISTAT, nel 2023 il tasso di occupazione tra i laureati è stato dell’84,3%, ben 11 punti in più rispetto a chi si ferma al diploma.

La scelta per il futuro: la libertà

Mara, anche lei 18 anni, non ha piani di vacanza. Lavora, e riflette: “La scuola non è per forza un luogo dove mi sento libera. Voglio vedere cosa succede dopo. Cosa posso scegliere io. Quindi se penso al prossimo anno, penso alla libertà”.

Secondo una consultazione dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (2024), oltre la metà degli studenti delle scuole superiori vive la scuola come fonte di ansia, tristezza o forte stanchezza. Il 39% pensa che non prepari davvero al futuro, mentre il 44% si sente sopraffatto dalla competizione e dalle aspettative.

Crescere fra gli spazi da esplorare

E allora cosa raccontano queste voci? 

Che il futuro fa paura, ma anche “desiderio”. Che il lavoro, la scuola, l’università non sono solo tappe da superare, ma spazi da esplorare, da abitare, da cambiare. Che non si tratta solo di crescere, ma di decidere come farlo.

Certo, l’incertezza pesa. 

Ma in mezzo a tutto questo spunta qualcosa di semplice e potente: il desiderio. Il desiderio di capire, di muoversi, di fare qualcosa di proprio. E anche quando non sanno esattamente cosa, sanno che vogliono provarci.

E forse è questa, l’unica vera maturità.

Autore: Marco Valente

La lunga estate… calda

L’estate 2025 ha avuto un andamento un po’ altalenante. è iniziata  con un periodo di grande caldo ma poi alla fine di luglio è subentrato un periodo più fresco che, a sua volta dopo due settimane ha lasciato il posto a un nuovo grande caldo. Col meteorologo Dieter Peterlin cerchiamo di stilare fin d’ora un bilancio di quanto effettivamente è successo.  

La cosiddetta “bella” stagione è semplicisticamente legata alla quantità di “bel tempo” che porta con sé. Molti infatti, nonostante gli evidenti danni portati dal cambiamento climatico, si ostinano a sognare ogni giorno la presenza di  cole e cielo azzurro, come se non ci fosse un domani. In realtà come ben sappiamo la bellezza del nostro clima alpino – anche e soprattutto d’estate – è legata alla variabilità ovvero all’alternanza di caldo e freddo, presenza o meno di vento e – soprattutto – il giusto numero di precipitazioni, per carità non in forma di tempeste e grandinate. L’estate che stiamo vivendo per molti versi sembra essersi mossa finora nel solco degli scorsi anni, ovvero con temperature più alte rispetto al passato. Ma per uscire dal dimensione delle impressioni e dei “desiderata” abbiamo pensato di contattare Dieter Peterlin dell’Ufficio Meteo della Provincia, per offrirvi un bilancio concreto, ovvero supportato da dati e misurazioni. 

L’INTERVISTA

Prima troppo caldo, poi troppo freddo e poi ancora troppo caldo. Possiamo già dire che tipo di estate stiamo per lasciarci alle spalle?

Si può proprio dire che quest’estate finora si è divisa in tre parti. La seconda metà di giugno è stata da record per quanto riguarda il caldo. Dall’inizio delle misurazioni abbiamo avuto il record assoluto in alcune zone della provincia, mentre in altre come a Bolzano il caldo ha fatto segnare il secondo posto dopo quanto misurato nell’anno 2003. Luglio è poi iniziato ancora molto caldo ma poi sono arrivate due settimane abbastanza fresche. Ma è tutto relativo. Ci è sembrato più freddo di quello che era, proprio perché ci eravamo abituati a temperature molto più alte. è stato sì il mese luglio più freddo degli ultimi 10 anni ma se fossimo andati a vedere com’era la situazione negli anni precedenti, in realtà questo luglio sarebbe stato ancora sopra la media come temperature. 

Ora siamo alle prese con una seconda ondata di calore. Quindi nonostante la rinfrescata di luglio, quella del 2025 sarà di nuovo una delle estati più calde di sempre. Non la più calda, quello lo possiamo già dire, ma senz’altro una delle più calde. 

In che misura si tratta di normalità? I cambiamenti climatici sono confermati?

Per quanto riguarda le temperature i cambiamenti climatici sono assolutamente evidenti. Ci sono delle brevi eccezioni periodiche, ma il trend a lungo termine di crescita della temperatura resta confermato. Solo perché in luglio e solo dalle nostre parti è stato più fresco non significa assolutamente che il cambiamento climatico non ci sia. D’altronde abbiamo avuto temperature da record anche in Nord Europa e Scandinavia, con tantissimi giorni sopra i 30 gradi. 

Non si tratta solo di temperature massime elevate ma anche di temperature minime molto più alte che nel passato. Nel fondovalle altoatesino ormai le notti tropicali sono molto numerose…

Sì in giugno abbiamo avuto il record assoluto come numero di notti tropicali. In luglio come detto ne abbiamo avute di meno, ma di nuovo sono tornate in agosto. Per tutti noi le notti tropicali sono ancora più faticose delle alte temperature di giorno. Se di giorno è caldo si può restare in casa, andare a fare un bagno o recarsi in montagna. Ma se durante la notte fa molto caldo e non si ha l’aria condizionata, allora si fa fatica a dormire e diventa un grande disagio. Si dice addirittura che per la nostra salute una notte tropicale è peggio di tre giornate molto calde. 

Possiamo consolarci almeno del fatto che in Alto Adige il livello di umidità resta comunque molto contenuto, evitando di amplificare l’effetto del caldo eccessivo. 

Questo è vero, anche se l’umidità negli ultimi anni è aumentata anche da noi e in futuro aumenterà ancora. 

Questa situazione ha conseguenze significative sulla vita delle persone, sia quando lavorano, si spostano, vanno in vacanza o lavorano. Ma il caldo ha anche importanti influenze sul territorio, i boschi, la montagna, le infrastrutture umane. Immagino voi siate in stretto contatto con la protezione civile per monitorare la situazione. 

Noi come servizio meteo in effetti facciamo parte dell’Agenzia per la protezione civile. Ogni giorno produciamo un bollettino di allerta e in particolare facciamo previsioni per eventuali eventi estremi che si possono verificare. Come altissime temperature appunto, ma anche forti piogge e forti temporali. 

Alle precipitazioni sono collegate le riserve idriche e allo stato dei ghiacciai. Com’è la situazione in questa estate 2025?

I ghiacciai sono sempre in forte diminuzione. Le due settimane di luglio hanno fatto bene, ma il caldo successivo ha spazzato via tutto il beneficio che avevamo avuto. Il cambiamento climatico influenza ogni aspetto della vita quotidiana. Compreso l’arrivo di zanzare potenzialmente pericolose, nuove malattie, e altro. Anche la maggiore presenza di turismo in montagna è legata alle temperature molto alte che si registrano al mare. 

Cosa dobbiamo aspettarci per l’ultima parte dell’estate? 

Come sempre possiamo fare delle previsioni nella prospettiva di una settimana, al massimo due. Senz’altro andremo incontro man mano a un lieve abbassamento graduale delle temperature. 

Come sempre circolano previsioni a lungo termine… Sono affidabili?

No. Non lo sono. Specie in località alpine in mezzo alle montagne, come le nostre. 

Autore: Luca Sticcotti

Nomi plurilingui. Segno dell’accettazione dell’Altro

Il fatto che la toponomastica sia un campo di battaglia, ormai da molti decenni, si può spiegare in diversi modi. Nazionalismo, etnocentrismo, riserve mentali, malafede, inettitudine, cattiva volontà sono alcune parole chiave. E non se ne esce col buon senso, ma con l’accettazione dell’Altro.

L’accettazione dell’Altro si succhia in buona parte col latte materno. Se fin da piccolo mi hanno insegnato che l’Altro è un intruso, non è come noi, sarebbe meglio che non ci fosse, ci vuole fare del male e via di questo passo, anche quando sarò svezzato da tempo sarà difficile liberarmi del pregiudizio. E se sono un politico, un insegnante, un uomo/donna di cultura, quel pregiudizio finirà col contaminare, in modo più o meno razionale, le mie scelte, le mie parole, le mie azioni.

A monte della questione toponomastica ci sono una storia complessa (ma poi complicata ad arte da chi ha bisogno di tener vivi i conflitti) e qualche riserva mentale. Non serve guardare i cartelli sui sentieri (molti dei quali sono perfettamente bilingui, segno che là dove si vuole, si può), basta camminare per le vie di alcuni dei nostri paesi per ritrovarsi in una “via Dorf” (“traduzione” di Dorfstrasse), in una “via Unterdorf” o in una “via Bach”. Dove “Bach” non sta per Johann Sebastian, ma per “torrente”. Capita pure di incamminarsi per Vallesina (in tedesco Versein, frazione di Meltina) percorrendo una “via Verseiner” (in tedesco Verseinerstrasse). È solo uno dei molti possibili esempi che dimostrano, tra l’altro, quanto poco senso abbia la distinzione tra micro e macrotoponimi.

Si può anche fare una passeggiata in alcuni quartieri anche centrali del capoluogo altoatesino per rendersi conto che il bilinguismo – nelle insegne dei negozi, ad esempio – non è per nulla un fatto acquisito. Per intendersi: tutto solo in italiano. E non apriamo qui il capitolo dell’odonomastica di matrice patriottarda antiaustriaca (24 maggio, Piave, Vittoria e così via).

Nelle situazioni di convivenza le questioni non si risolvono cancellando, ma integrando. Non sottraendo ma aggiungendo. Quanto ai nomi non sono essi il problema, ma chi li usa (come anche la lingua, le scuole, i costumi, la storia) come corpo contundente.

Conoscendo la natura umana e le possibili derive della politica, chi ha firmato e approvato Accordo di Parigi e Statuto di autonomia ha sancito il bi-trilinguismo (anche nella toponomastica) come uno dei criteri di fondo della buona convivenza, segno dell’accettazione dell’Altro.

Autore: Paolo Bill Valente

Singoli, non tormentoni estivi

L’estate musicale bolzanina ha visto i propri figli particolarmente attivi e prolifici, a partire dagli Skanners, la band metal italiana (non solo altoatesina) per eccellenza, che lo scorso 26 giugno ha avuto l’onore di arroventare con le sue chitarre una trionfale serata al Whiskey A Go-Go, storico locale di Los Angeles in cui ebbero ad esibirsi band storiche come Doors, Frank Zappa & The Mothers, Byrds, Buffalo Springfield. In attesa che dopo la trasferta americana la band di Oltrisarco torni a lavorare al nuovo album, segnaliamo qui le uscite molto interessanti di altri talentosi concittadini.

Innanzitutto il ritorno dell’Andrea Maffei Spritzband, un ritorno con un brano tutto nuovo, preludio al tanto atteso disco per cui qualche tempo fa è stato lanciato un crowdfunding. Il 13 luglio è stato lanciato su youtube il singolo apripista intitolato Un figlio così, un brano firmato da Maffei con il chitarrista e amico di sempre, Giorgio Mezzalira. Come c’era da aspettarsi non è un brano qualunque, bensì una canzone dal testo da ascoltare e riascoltare, intarsiato dalle invenzioni sonore ordite dai due compari e produttori Davide Dalpiaz e Marco Gardini (che qui si concede il lusso di offrirci dei passaggi di chitarra che richiamano molto il suo idolo Mark Knopfler), il tutto su un sostegno ritmico ad opera dei due ragazzi del gruppo: Mirko Giocondo e Davide Groff.

Molto gradito anche il ritorno di Chris Costa, poliedrico artista badioto, ma da qualche anno trasferito a Milano, che continua ad approfondire le sue ricerche nell’ambito della musica elettronica. Stavolta lo fa con The Chosen, un brano in cui torna a cantare con quella sua voce unica: rispetto alle produzioni precedenti, pur parte di un lungo percorso partito all’indomani delle ottime produzioni in chiave blue-eyed soul di inizio millennio, Costa sembra qui aver trovato la giusta via per usare la voce ed al tempo stesso continuare il suo percorso di ricerca elettronica.

Tra gli artisti particolarmente in cerca di visibilità (per altro trovata) c’è poi Anna Carol che dopo aver festeggiato l’uscita del suo nuovo disco prendendo parte al concerto romano del Primo Maggio ha cominciato a girare la penisola promuovendo il prodotto, tra i concerti più frequentati c’è stato di sicuro quello del festival milanese “Mi Ami”, a neanche un mese dalla kermesse romana. Le cose in quell’occasione hanno funzionato talmente bene che Anna Carol ha deciso di trarne un nuovo singolo interamente live, Tutto troppo, in cui si esibisce al canto e alla chitarra accompagnata da Andrea Moro al basso e Marco Soldà alla batteria. Non può che far piacere vedere quanto sia cresciuta la nostra concittadina e quanto sappia star bene sul palco anche in una situazione meno angusta di quelle in cui era abituata ad esibirsi finora.

Chapeau a Diego Baruffaldi, per dirla alla francese. Il cantautore, batterista e produttore bolzanino lancia una nuova canzone intitolata Hai visto, una canzone non scontata (e come poteva essere diversamente nel caso di Baruffaldi) dedicata a tutte le persone che hanno trovato la parte migliore di sé attraversando i momenti peggiori della propria vita. Il tutto su uno spunto musicale che entra subito in circolo, una di quelle musiche ci si ritrova a canticchiare e fischiettare come se fosse semplice musica leggera e invece ha in supporto un gran testo. Merito anche dell’arrangiamento di Thomas Traversa, amico e produttore, che negli ultimi mesi è particolarmente alla ribalta sia con il recente disco del collettivo Supermarket, di cui fa parte, che con altri progetti di cui ci occuperemo nelle prossime settimane.

Chiudiamo questa rassegna di singoli di recente uscita con la bellissima Motherland, una canzone acustica rintracciabile sempre tramite youtube, opera della cantautrice Carmen (al secolo Carmen Sofia Sciullo), in assoluto una delle rivelazioni di quest’anno. Il singolo, che speriamo preluda ad una produzione più ampia, è una deliziosa ballad uscita in occasione della festa della Mamma, quindi un po’ di tempo fa, e vede la giovane cantautrice accompagnata da alcuni giovani talenti della nuova scena, tra cui Davide Bruscia al basso, Antonio Del Giudice alle tastiere, Andrei Milea e Fedro Heger.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Dai Walchen ai Welschen lungo l’Adige

Le grandi trasformazioni dell’Alto Medioevo portarono, tra il V e l’VIII secolo, a una ridefinizione profonda del paesaggio etnico e linguistico dell’arco alpino. Se l’ultimo imperatore romano d’Occidente era caduto nel 476, le strutture amministrative e giuridiche di Roma continuarono a operare per secoli. L’arrivo di nuove popolazioni germaniche non cancellò di colpo gli abitanti romanizzati, che continuarono a vivere nei loro territori per lungo tempo – e, in un certo senso, vivono ancora oggi nella nostra memoria storica e identitaria.

Il re ostrogoto Teodorico, successore imperiale di fatto (dopo la parentesi di Odoacre), risiedeva a Ravenna ma mirava a mantenere viva la tradizione romana anche nelle province alpine, come dimostrerebbe l’ipotesi di un ducato interno sull’Adige, con centro strategico presso il Doss Trento. I Longobardi, giunti nel 568, mantennero in parte la struttura amministrativa romano-ostrogota. La Bassa Atesina, Bolzano e la Val d’Adige furono inglobate nel potente ducato di Trento e il territorio suddiviso in gastaldie guidate da un gastaldo e sorvegliate da arimanni.

Insomma, se Roma (occidentale) era caduta, i “Romani” e la romanità erano ancora vivi. I Franchi merovingi tentarono più volte di conquistare queste terre, e nel 591 trovarono un accordo con i Longobardi: la zona a nord e sud del Brennero, inclusa la Pusteria, passò sotto controllo bavarese. Iniziò una lunga fase di convivenza forzata tra Longobardi e Baiuvari, che si protrasse fino all’arrivo di Carlo Magno. Fu lui, infatti, nel celebre capitolare dell’806, a smantellare l’organizzazione territoriale romana, imponendo la divisione in contee. Cambiarono le istituzioni, ma non necessariamente la popolazione, in gran parte ancora romanizzata.

In questo contesto si consolidò l’uso del termine Walchen, già in parte attestato in precedenza, per designare le popolazioni latine o romanizzate, in particolare della valle dell’Adige, della Carinzia, della Carniola e di parte dell’odierno Trentino.

“Walchen”, dal proto-germanico walhisk, indicava genericamente “gli altri”: coloro che parlavano latino o sue derivazioni, e che spesso erano già cristianizzati. Nella Conversio Bagoariorum et Carantanorum (VIII-IX secolo), i Walchen appaiono come cristiani già radicati sul territorio, talora in conflitto con i nuovi arrivati. Occupavano spesso valli isolate o aree marginali, e in alcuni casi si ritirarono progressivamente sotto la pressione slava e germanica.

Nei secoli successivi, il termine Walchen non scomparve, ma evolse in forme come Wälsche, Welsche e Welschen, ampliandosi nel significato: nel Tirolo, fu sinonimo di italiani o latini, inclusi i ladini; in Svizzera, Welschschweiz indica ancora oggi la parte francofona del paese; in Alto Adige, fino al XIX secolo i “Welschen” erano gli italofoni o ladini, distinti dai “Teutschen”, i germanofoni; in Germania, il termine fu usato fino all’età moderna per designare francesi, italiani e, più in generale, i popoli latini. Toponimi come Welschtirol (Tirolo italiano), Welschbern (Berna francofona) o Welschland (Francia o Italia) testimoniano questa lunga continuità terminologica.

In molte valli alpine, “welsch” assunse anche un valore etnico-culturale, indicante chi parlava una lingua neolatina o viveva secondo usi “non tedeschi”. Ancora oggi, “Welsch” sopravvive nella lingua tedesca, talora in tono neutro o folklorico. La sua persistenza dimostra una stratificazione culturale millenaria, radicata nell’epoca dei Walchen, quei “latini d’alta montagna” che attraversarono le fratture del primo Medioevo lasciando segni tangibili nella toponomastica, nella cultura alpina e nella memoria linguistica dell’Europa centrale.

Autore: Reinhard Christanell

Una festa fra musica, buon cibo e vetture

Musica, buon cibo, allegria e il “cuore sportivo” delle Alfa Romeo hanno hanno animato la festa di Pineta, un evento che ha visto la partecipazione massiccia della cittadinanza e che ha coronato un’estate all’insegna del divertimento.

Erano davvero tante le associazioni in campo per animare piazza Don Domenico Penner a Pineta nell’ambito delle iniziative LaivEstate.

E tante erano le persone presenti arrivate da Pineta ma non solo, per godersi la serata, organizzata da Elki, il Centro genitori-bimbi di Laives,  con le prelibatezze gastronomiche proposte dal Circolo Operaio e le iniziative per cittadini grandi e piccoli proposte da associazioni come Croce Rossa. 

Protagonista della serata però, iniziata alle 18 e terminata alle 23, un nutrito gruppo di mitiche Alfa Romeo, d’epoca e non, grazie alla partecipazione del Club Alfa Romeo Dolomiti con il suo presidente Luigi Mandracchia e alcuni degli oltre 600 soci attuali dell’unico club ufficiale Alfa Romeo dell’intero territorio regionale. 

Si tratta di macchine che hanno fatto la storia dell’industria automobilistica italiana, ma che affascinano anche i meno appassionati del genere. 

Un “surplus” che ha sicuramente contribuito ad animare ulteriormente un evento molto apprezzato, che va ad inserirsi nella fitta rete di proposte per l’estate, realizzate grazie alla collaborazione tra la pubblica amministrazuone e le diverse associazioni locali, che si concluderà a settembre e che ha visto in calendario appuntamenti musicali quali “Music in the streets” – che ha visto in campo cinque gruppi musicali distribuiti fra via Kennedy e via Pietralba –  e il concerto di musica sacra con l’esecuzione dello Stabat Mater, ma anche una festa caraibica, la festa dello sport e molto altro. Il calendario delle iniziative LaivEstate è consultabile online su www.laivescultura.it e disponibile presso gli esercizi pubblici di Laives, San Giacomo e Pineta.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Bruno Jori: un cineasta a Merano nelle parole di Antonio Manfredi

È attraverso le parole di Antonio Manfredi che affiorano i contorni di un ritratto culturale e umano di Bruno Jori. I due, amici fraterni, trascorrevano molto tempo insieme: per vent’anni un appuntamento quotidiano “al caffè, alle diciassette”, li vedeva impegnati in lunghe discussioni in cui prendevano corpo progetti e nuove idee per filmati, documentari, poesie e arte.

Se le Passeggiate Lungopassirio li avevano visti camminare insieme ancora immersi nelle loro disquisizioni artistiche ora ne consentono la vicinanza come a riprendere idealmente il discorso tragicamente interrotto il 6 ottobre 1970, quando Bruno Jori,  costretto da un dolore lancinante alla testa, salutò gli amici al caffè e fece frettolosamente rientro a casa: “Eri appena rientrato da Roma, dove avevi montato i tuoi ultimi servizi per la TV, dovevi ripartire dopo poco perché altro lavoro t’aspettava. ‘A domani, ci vediamo in questi giorni finché sono ancora qua’.” 

Bruno Jori era nato a Merano il 21 dicembre di un anno, il 1922, che era stato foriero di grandi capovolgimenti politici per la città, la regione e in realtà per l’Italia tutta. La mamma Erminia Zak aveva dato alla luce anche altri due fratelli Enrico ed Aldo. Bruno aveva frequentato il Liceo classico e si era accostato al cinema quando in città non era possibile reperire né riviste, né pubblicazioni d’argomento e girare un film poteva sembrare una follia. Dalle parole di Manfredi apprendiamo che Jori era giunto al cinema passando attraverso la lettura di libri fondamentali come “Film Technique and Film Acting”, del teorico del film e regista sovietico Vsevolod Illarioniviĉ Pudovkin e di quelli di Sergej Michajloviĉ Ejzenstein, teorico del cinema, regista e sceneggiatore russo, famoso per l’uso innovativo del montaggio e per il film “La corazzata Potëmkin.  “Per te il cinema era un atto di vita e questa vita tu desideravi chiamarla, come la tua sensibilità esigeva, ‘poesia’”. 

Non ancora ventenne Jori, non solo aveva maturato la sua passione per il cinema riuscendo a mettere insieme una collezione miscellanea di filmati sia in 35 millimetri, che muto che film tanto da riuscire a costituire quasi un piccolo archivio di storia del cinema, ma aveva anche iniziato la sua sperimentazione cinematografica con alcuni filmanti amatoriali. Immediatamente dopo la guerra aveva realizzato il suo primo cortometraggio  “Dracula”. Cercando la propria strada si era iscritto dapprima a Medicina e quindi a Legge, optando infine per la cinepresa e facendo della sua grande passione l’impegno di una vita.  In quel dopoguerra meranese Jori condivideva la sua passione con Mario Deghenghi e Karl Schedereit . Con quest’ultimo egli realizzò: “Kleinstadttheather” e “La Clinica del libro”. A Verona ebbe modo di lavorare presso il produttore Bertolazzi, imparando il ruolo dell’aiuto regista, e iniziando a muoversi a passo sicuro nel mondo dei documentari e dei filmati pubblicitari. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, infatti, produsse: “Vivere sul Fiume”, “Artigianaro in Alto Adige”, “Notti Fassane”, “Uno straniero in Germania”. All’inizio degli anni Sessanta lavorò a Monaco per la televisione tedesca con i produttori Bruno Zockler e Walter Leckenbusch come regista documentarista. Il successo e la notorietà giunsero nel 1964 con il film “Bagnolo in Piano: un paese tra il rosso e il nero” che ottenne riconoscimenti internazionali di alto livello.  Il primo lungometraggio fu “La verde età” del 1966 girato a Glorenza con Rainer Werner Fassbinder come assistente alla regia.

Rientrato a Merano iniziò il suo impegno per neonata Rai Sender Bozen, che infatti aveva aperto i battenti nel febbraio 1966 per produrre programmi televisivi dedicati alla provincia di Bolzano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gli itinerari musicali di Pignata in Traces

Luca Pignata – fisarmonicista meranese ma da anni residente in Belgio – ha appena pubblicato un nuovo interessante album. Il lavoro si chiama Traces ed è uscito per il  momento solo in versione digitale. Lo potete trovare ed ascoltare a partire dalla pagina bandcamp del musicista, dove è anche possibile acquistare l’album in alta qualità audio con in allegato un libretto che presenta per bene i termini dell’operazione. 

Si tratta infatti di un lavoro di spessore, in grado di abbracciare due continenti sulla scia di un filo conduttore non nuovo, ma che presenta moltissimi motivi di interesse. 

Il tema è quello delle connessioni che la musica  colta, nello specifico declinata nel repertorio peculiare della fisarmonica, ha mantenuto e mantiene con le tradizioni popolari. 

Le tracce dell’album disegnano quindi una sorta di itinerario multiforme, non solo geografico ma anche stilistico e soprattutto delle atmosfere. 

Si va dai classici della musica brasiliana – collocati giusto a metà strada appunto tra tradizione e scrittura – a Domenico Scarlatti. Ma nell’album trovano spazio anche un brano contemporaneo del compositore sloveno Lojze Lebic e due classici del repertorio argentino come Alfonsina y el mar e El dia que me quieiras di Carlo Gardel. 

Fin dai primi secondi dell’album si nota la grande dedizione con cui Pignata si occupa dei suoi progetti, realizzando spesso in completa autonomia gli arrangiamenti per il suo strumento.

Bellissimi sono i brani di Scarlatti e raffinata è la scelta di Pignata di combinare l’esecuzione “classica” con gli echi della musica popolare spagnola che, appunto, appaiono nell’invenzione melodica del grande compositore italiano trapiantato nella penisola iberica. 

Molto azzeccate appaiono anche le scelte interpretative nei brani brasiliani di Ernesto Nazareth e di Egberto Gismonti, dove emergono anche momenti di grande virtuosismo nella proposta del numero voci nel contrappunto. 

Forse il momento più bello più bello di tutto l’album risulta forse l’esecuzione del brano Agua e Vinho  di Egberto Gismonti, attraverso il quale l’incontro tra la musica colta e quella brasiliana si arricchisce di un ulteriore “rimbalzo” stilistico e geografico. 

Ricordando infatti che la cultura di Argentina e Brasile ha tra gli elementi costitutivi del proprio dna proprio la tradizione melodica italiana, in grado di influenzare non solo la musica ma addirittura le lingue parlate nei due grandi paesi.

Quello di Pignata è davvero un ottimo lavoro. L’auspicio è che  il musicista possa proseguire in questa direzione anche nel prossimo futuro.

Autore: Luca Sticcotti