Frontolisi

Quando si leggerà questa puntata l’alta pressione subsahariana sarà già acqua passata, eppure per chi soffre il caldo è difficile dimenticarsi della fatica a sopravvivere a queste continue fiammate desertiche. è pur vero che gli ultimi giorni han visto indebolirsi la cupola alto pressoria che ha dominato la scena nella prima e nella seconda decade d’agosto. Questo seppur i tassi igrometrici – inizialmente torridi, e dovuti, in parte, al meccanismo di subsidenza, cioè il lento movimento di discesa di aria molto calda nell’interno della medesima massa d’aria, e dall’altra, dal fenomeno della compressione, che si genera per differenza barica tra i due versanti delle Alpi (ricordiamoci che l’aria si sposta sempre da un campo di alta verso una zona in cui la pressione è più bassa, ergo con ulteriore riscaldamento nel momento di valicare e poi ridiscendere lo spartiacque alpino), siano in parte diminuiti. Con il passare del tempo in ogni caso l’umidità presente ha esacerbato il senso di disagio fisico, specie dove isolati temporali hanno apportato fugace trascurabile frescura. Ma è piovuto davvero poco o niente, proprio perché le correnti erano disposte da nord est verso sud ovest, ovvero progredivano, in un contesto piuttosto secco, con moto retrogrado rispetto al flusso zonale tipico. Alcuni temporali, dapprima su Bressanone, si sono poi incanalati nella Val Sarentino fino alle porte del capoluogo senza mai bagnarlo; altri nati in Val Passiria non hanno mai raggiunto Merano; le zone più fortunate sono state l’alta Val Aurina (una zona benedetta, specie in inverno per la neve), la Val di Fleres e la zona di Sesto Pusteria. Questo movimento retrogrado è poco frequente, perché i fronti temporaleschi devono contrastare la forza di Coriolis, data dalla rotazione terrestre, che nel nostro emisfero devia giocoforza verso destra; ma esso capita con le famose ritornanti. Pertanto, i temporali non disponevano di tanto carburante e di gradienti termici verticali per coprire lunghe distanze andando, come si dice in gergo, in frontolisi. La frontolisi non è altro che il dissipamento del fronte che viene a contatto con un campo anticiclonico, dove le correnti sono discendenti e di conseguenza dissolvono i sistemi nuvolosi, che hanno bisogno di correnti ascendenti – cfr. termiche – per poter sopravvivere e dare spettacolo. Per gli amanti del fresco e del caldo moderato il giorno peggiore è stato sicuramente mercoledì 13 agosto, in cui a Merano sono stati raggiunti, alle ore 16, i 37°C. Quel giorno, lo ricorderò bene, ero a spasso per Lana, un bellissimo paesino ai piedi della Val d’Ultimo, che purtroppo non offre grandi zone d’ombra. Nel paesino tuttavia ci sono ancora zone san(t)e, come imbattersi in una fontana d’acqua potabile per rinfrescarsi capo e polsi. In questi casi ogni singolo sprazzo d’ombra – meglio se composto da grandi piante, ogni pertugio semi climatizzato, come ad esempio aree bancomat, supermercati, l’interno di gelaterie, concessionari d’auto e farmacie – è come se diventasse un’ambasciata della salute, un porto franco, un approdo di sollievo – breve – alle nostre, stufate, membra (e terga) gratinate.

Autore: Donatello Vallotta

Il paese di Corces e le sue chiese

La Val Venosta nasconde mille angoli da scoprire ed è quindi consigliabile in ogni stagione, con queste giornate calde poi è assolutamente preferibile ai nostri bellissimi centri urbani. 

Corces (Kortsch) è un piccolo paese adiacente a Silandro, solo la strada statale separa queste due località, indipendenti. Si estende sulla sinistra orografica, sul versante settentrionale della Valle dell’Adige ai piedi del conoide detritico del Rio Gadria, uno dei conoidi alluvionali più grandi d’Europa, a circa 800 metri sul livello del mare, ai piedi delle pendici del Monte Mezzodì, in mezzo a meleti piantagioni di albicocche, vigneti e castagneti I confini di Corces sono il Rio Gadria a ovest, la linea ferroviaria e l’Adige a est e a sud, nonché i masi sul Monte Sole a nord. Il paese è diviso in villaggio inferiore e superiore, che sono separati dal Lahngraben. Il nome Kortsch fu menzionato per la prima volta nel 931 in un diploma del re franco Enrico I, a favore della chiesa episcopale di Frisinga, come Chorzes che probabilmente deriva dal termine latino curtes, maso. 

Il paesaggio di Corces è caratterizzato da un numero relativamente elevato di masi, che sono ancora conservati. Corces ha 1. 219 abitanti. 

A tutt’oggi sopravvivono numerose testimonianze dei secoli passati e della sua storia movimentata: sopra l’abitato, vicino alla cappella di San Giorgio, è stato scoperto un centro di fuga, che è stato istituito nell’età del bronzo. Per irrigare i prati, che si trovano intorno al paese, nell’XI e XII secolo furono costruiti canali d’irrigazione. Corces fu anche afflitto da epidemie di peste. Gran parte della sua popolazione morì a causa delle epidemie di peste nel XIV e XVII secolo. 

I luoghi storici e di culto sono la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella di San Giorgio, la Cappella nei prati di Corces, il Sentiero del Rosario e la Chiesa di Sant’Egidio.

La parrocchiale di Corces è dedicata a San Giovanni Battista, fu costruita alla fine del XV secolo sulle fondamenta di un sacello precedente, del IX secolo, citato ancora nel 1432. Vi è una fase costruttiva barocca e una settecentesca. L’aula fu ampliata nel 1699 per far fronte alle necessità dei fedeli con la creazione di una seconda navata e nel 1765. Come tradizione la chiesa e attorniata dalle tombe del cimitero. La facciata è a capanna e il portale laterale è posto sul lato nord. L’antica cappella cimiteriale gotica svolge oggi la funzione di sagrestia. La torre campanaria si alza in posizione arretrata rispetto al corpo di fabbrica ed è unita alla chiesa all’altezza del catino absidale poligonale. Risulta particolarmente interessante essendo stata elevata dalla base della torre primitiva nel 1597 ed avendo conservato il suo stile romanico. Sul campanile sono visibili l’orologio e sotto di esso, una cornice affrescata, la scritta in caratteri gotici che ricorda i lavori del 1597. 

“Anno 1597 Got dem Almechtigen zu Lob den heiligen Johannes den Täufer zu Ehern hatt ain
ehrsam Gmein allhie Reich und arm disen Turn vom älf claffter erhecht und den 9ten tag october volent so Gott belons allerhie und dortt”.

“Anno 1597, a l’Onnipotente per lodare il santo Giovanni Battista, una onorevole comunità qui, ricca e povera, ha eretto questo campanile alto e ha dedicato il 9 ottobre, se Dio vuole, qui e altrove.”

All’interno l’aula si compone di due navate, l’altare maggiore gotico è quello a portelle un tempo parte della chiesa di Sant’Egidio. Interessanti sono le opere contemporanee di due importanti artisti altoatesini: Karl Grasser autore dell’altare marmoreo e Robert Scherer che realizzò la vetrata policroma 

La Chiesa romanica di Sant’Egidio sorge come una chiesa rupestre sul pendio del Monte Sole in Val Venosta. Le pareti interne sono decorate con affreschi del XIII e XV secolo, mentre all’esterno una grande immagine di San Cristoforo, realizzata attorno al 1330, orna la facciata meridionale. La torre campanaria risale al XIV secolo e fu realizzata in occasione dei lavori di ampliamento della chiesa romanica.
Già in tempi remoti l’uomo iniziò a stabilirsi in questa posizione strategica con vista su tutta la valle. La presenza di popoli antichi è testimoniata anche dal ritrovamento di resti di un insediamento preistorico nelle immediate vicinanze, chiamato dagli abitanti del posto “Schatzknott”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Ciak! Si gira”: nel mondo cinematografico per una key set

Maria Bernardi lavora nel mondo del cinema come key set costumer, ovvero colei che si occupa dei costumi sui set cinematografici, e in quest’intervista ci fa dare uno sguardo nel backstage del suo lavoro. 

Qual è stato il tuo percorso?

Mi sono sempre immaginata di lavorare in ambiti artistici, ma il cinema è arrivato casualmente. Ero a Milano a frequentare un corso intensivo di sartoria mentre continuavo a lavorare come stylist. Il Covid mi ha tagliato le gambe. Dopo un periodo di depressione ho deciso di iscrivermi alla Film Commission e sono stata contattata da Milena Canonero per un film che avrebbe girato in Alto Adige. Da qui è iniziato il mio percorso, sul set ho conosciuto il covid manager che mi ha portato a Roma a lavorare in produzione. Da qualche anno sono tornata a fare costumi. Trovarmi in questo mondo mi ha fatto sentire per la prima volta nel posto giusto. 

Cos’è un Key Set Costumer?

La key set è la figura che oltre a vestire gli attori e controllare la continuità e gli stadi di invecchiamento del costume, fa sì che il reparto costumi possa lavorare in modo efficiente sul set, coordinandosi con produzione e regia per gli spazi e i tempi che occorrono al reparto per svolgere il proprio lavoro, facilitando la lavorazione della giornata. 

Che tipo di relazioni sviluppi con attori e attrici e registi/e?

A me piace stabilire un rapporto di reciproca fiducia, mantenendo il giusto distacco e rispetto per il lavoro e gli spazi di tutti. Alcuni attori hanno più bisogno di aprirsi e appoggiarsi alla nostra figura mentre altri preferiscono rimanere più autonomi. È un reparto delicato, ti relazioni con l’attore in un momento di intimità e vulnerabilità. La cosa più importante è mantenere un buon equilibrio. Con i registi invece il rapporto è diverso: ogni indicazione per il reparto costumi sul set passa dal key set al costumista, quindi le interazioni con la regia sono continue. 

Quali sono i progetti più importanti a cui hai lavorato?

Ai costumi al momento Christopher Nolan. Trovarsi in una sorta di tempio sacro del cinema contemporaneo è emozionante. Sul set stiamo facendo tutti il nostro lavoro e cerco di mantenere professionalità, ma l’aurea attorno a certe figure si percepisce. In produzione invece direi La Stranezza. è stato un progetto molto difficile dal punto di vista logistico essendo pieno Covid, ma mi sono divertita moltissimo ed è un film importante per me. 

Quali sono le maggiori differenze tra progetti italiani e non?

Quando ero in produzione ho lavorato per la maggior parte del tempo su film italiani. Alla BiBi Film devo tantissimo, è quasi una famiglia. Con i costumi invece ho lavorato principalmente con produzioni estere che si sono appoggiate a service italiani. La principale differenza si sente a livello di paga: tendenzialmente un progetto americano ti paga di più ma lavori molte più ore, che di base sono già dodici. Inoltre noi italiani siamo più multitasking, tutti hanno vari ruoli, e tendiamo ad avere una maggiore gerarchia. Negli ambienti americani si tende a rimanere nel proprio. 

Quali competenze pensi siano indispensabili per questo lavoro?

Il requisito principale è avere una passione molto grande: questa vita ti sfianca e richiede tanti sacrifici personali. Ogni progetto che inizi diventa la tua vita a 360 gradi finchè non finisce. Ogni volta è come creare una piccola famiglia che poi devi salutare; non c’è niente di glamour sui set cinematografici. Quando si finisce un progetto è difficile uscire dalla bolla e tornare alla normalità. C’è bisogno di tanto equilibrio. Inoltre serve essere in grado di ascoltare e osservare perché ti permette di anticipare l’imprevedibilità del set. È il lavoro più bello del mondo, ma la situazione di crisi che sta affrontando il settore cinematografico mi spaventa. Spero di poter continuare a fare questa lavoro per sempre, è un sogno che non sapevo di avere. Le persone a me più vicine, che rimangono anche se non capiscono del tutto la mia vita, sono importantissime, senza il loro appoggio probabilmente non avrei continuato.

Autrice: Anna Michelazzi


Dalla meraviglia al metodo: quando la scienza entra in classe e accende curiosità

Tre parole, semplici e potenti: meraviglia, metodo, restituzione. Sono il cuore di un nuovo progetto intitolato Science in depth e che, da settembre, entrerà nelle scuole medie. 

“L’idea” mi racconta Alessandro Gelmi, volto del progetto “è quella di dare ai ragazzi gli strumenti per fare ricerca su un argomento che li interessa davvero. Non una ricerca veloce e superficiale, ma un’indagine che vada a fondo”. 

Sorrido, ricordando gli sguardi persi dei miei studenti durante le lezioni di storia (giuro, interessantissime). Alessandro, come se mi leggesse nel pensiero, rilancia: “Io li aggancio con un piccolo trucco”. 

“Quale?”. 

“L’AI. ChatGPT, per capirci. In aula informatica, faccio scegliere a ognuno un tema scientifico qualsiasi — dalle formiche ai vulcani — e li invito a interrogare la macchina per scoprire i fatti più strani, misteriosi, inquietanti o raccapriccianti. Così, ad esempio, scoprono che esistono formiche zombie. A quel punto devono scegliere tre fatti, quelli che io chiamo ‘pepite d’oro’: i più curiosi o divertenti. Nella seconda fase devono poi inventare altri tre fatti e mischiarli ai veri, per poi sfidarmi a indovinare quali sono reali e quali inventati. Se indovino, vinco io. Se no, vincono loro”.
Me li immagino già, i miei ex studenti, pronti a tutto pur di ‘battere la prof’. 

“Li farà impazzire”, commento. 

“Esatto. E quando sono belli carichi, passo alla fase cruciale: quella analitica”. Qui il divertimento diventa metodo. Per ognuna delle tre ‘pepite d’oro’ selezionate nella prima fase, i ragazzi devono formulare tre domande di ricerca. 

“Li farò riflettere” spiega Alessandro “su come cambia il senso di una domanda modificando anche solo una parola, ovvero come, cosa o quando possono aprire strade completamente diverse. In questa fase potremo esplorare miti popolari, storia, opere d’arte collegate all’argomento”. 

È il momento in cui entrano in gioco la selezione delle fonti, la verifica dell’attendibilità, la capacità di distinguere fatti e opinioni. 

“Non c’è però il rischio” – chiedo – “che alla fine chiedano tutto a ChatGPT senza imparare a fare davvero ricerca?”. 

“No, perché toglierò all’AI la magia che credono abbia. ChatGPT è creato per generare risposte, non per forza corrette. Se ne renderanno conto quando vedranno — con il mio aiuto — che spesso si contraddice, sbaglia o dà versioni diverse della stessa cosa. Capiranno che per fare ricerca servono altre fonti: internet, i libri, i professori”. 

“Con questa lezione renderai felici tutti i docenti”, dico. Alessandro ride, poi conclude: “Per me la meraviglia è il motore. Se qualcosa ti affascina o ti disturba, vuoi saperne di più. Il metodo serve a dare struttura e profondità a questa curiosità. Senza metodo si resta in superficie”.

La fase finale è la restituzione: i ragazzi diventano divulgatori, raccontando le loro scoperte non solo ad Alessandro, ma a tutta la classe. Un passaggio che li trasforma in protagonisti della conoscenza, capaci di condividere ciò che hanno imparato.

Dal primo “lo chiedo a ChatGPT” a un percorso di analisi critica, fino alla presentazione pubblica: Science in Depth è un viaggio che parte dalla curiosità e arriva al pensiero critico.
E che, tra un sorriso e una sfida all’insegnante, insegna il mestiere più antico del mondo: farsi domande e cercare risposte.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba

Si fa presto a dire…“Una spremuta! Grazie”

Stefano Furlani, 29 anni, nato a Trento, lavora a Bolzano come in un polo educativo e ha trasformato la sua passione per le spremute d’arancia in un vero e proprio progetto social. Negli ultimi due anni Stefano, conosciuto come @una.spremuta.grazie sui social, ha messo alla prova 86 spremute d’arancia, concentrandosi esclusivamente sui bar delle stazioni ferroviarie, dove mette insieme racconto urbano, ironia e una metrica semplice ma precisa per confrontare sapori e atmosfere. 

Come e quando hai iniziato a recensire le spremute d’arancia?

Ho cominciato nel privato già nel 2019, annotando in un taccuino le mie impressioni. Non era un progetto pubblico, solo appunti personali con punteggi semplici con voti da uno a dieci. La pagina è nata ufficialmente nel 2023, dopo una grigliata con amici: uno di loro ha visto il mio taccuino e mi ha consigliato fortemente di renderlo fruibile anche agli altri.

Quante spremute hai recensito fino ad ora?

Ad oggi 86, tutte nelle stazioni italiane. Ho continuato a tornare anche sui posti già visitati per dare un formato video alle recensioni e aggiungere categorie come densità, guarnizioni e location, quest’ultima suggerita dai primi follower.

Perché solo le stazioni?

Non sono patentato, quindi mi muovo sempre con i treni. Inoltre, le stazioni hanno un fascino particolare: rappresentano l’ultimo posto che vedi quando te ne vai e il primo quando arrivi. È un legame personale, e credo siano spazi spesso sottovalutati.

Qual è stata la spremuta migliore?

Senza dubbio quella di Genova Nervi: arance locali, di stagione, con un sapore unico e una location che completava l’esperienza.

E la peggiore?

Una di Monaco, in Germania: lì la parola “spremuta” non esiste, quindi mi hanno servito una bottiglietta preconfezionata di succo. È stata un’esperienza divertente e un po’ tragicomica.

I follower ti riconoscono?

Sì, qualche volta sì. A Mezzolombardo e Caldonazzo i baristi mi hanno salutato ricordando i miei video. È buffo, ma il bello è anche questo: interagire con persone che ti seguono per un progetto così particolare.

Come influenzano il teatro e la tua formazione i tuoi video?

Faccio teatro dal 2012, e mi aiuta molto nel gestire la dialettica, la presenza davanti alla telecamera e l’ironia nei video. Posso sparare folli invenzioni o aggiungere dettagli veri: il pubblico non sa mai distinguere cosa sia reale e cosa sia ironia, e questo mi diverte molto.

Secondo te, cosa conquista di più chi ti segue?

Il successo dei video non nasce solo dalla passione per le arance o dalle recensioni delle spremute, ma soprattutto dall’ironia e dal modo in cui racconto le stazioni e le situazioni. Cerco di sorprendere chi mi segue, farlo ridere e confonderlo allo stesso tempo, creando un tipo di interazione diversa rispetto ai social più convenzionali.

Autore: Niccolò Dametto

La strada dedicata ad Antonio Rosmini

Da ponte Talvera, provenendo da piazza Vittoria,  si accede a destra in via Antonio Rosmini. Nato a Rovereto il 24 marzo 1797, Antonio  Rosmini dopo l’Imperial regio Ginnasio di Rovereto  frequentò la facoltà di teologia dell’Università di Padova, laureandosi nel 1822 in Teologia e Diritto canonico, dopo esser stato ordinato sacerdote a Chioggia il 21 aprile 1821. Mostrò profonda inclinazione per gli studi filosofici, per approfondire i quali nel 1826 si recò a Milano, dove divenne amico di Alessandro Manzoni. Dopo qualche tempo in Trentino, nel 1828 fondò al Sacro Monte Calvario  di Domodossola la Congregazione religiosa dell’Istituto della Carità, la prima comunità di religiosi, i “Rosminiani”, cui seguì il ramo femminile. Le  Costituzioni furono approvate nel 1839 da papa Gregorio XVI. Antonio Rosmini, oltre ad affrontare i problemi della conoscenza, la morale e la metafisica, rivolse l’attenzione ai problemi etico-politici. Fu insegnante e guida spirituale a Borgomanero in un collegio rosminiano. Scrittore  fecondissimo, fu autore di opere filosofiche, ma anche teologiche e ascetiche. Inviato a Roma in missione diplomatica dal governo piemontese, cercò di portare avanti esigenze politiche ed ecclesiali, come quella dell’indipendenza della Chiesa dal potere civile; la dipendenza era la quarta delle “cinque piaghe”, di cui Rosmini tratta nell’opera “Delle Cinque Piaghe della S. Chiesa” (1848); seguì, nel 1849, la “Costituzione secondo la giustizia”. Le due opere furono messe all’Indice dei libri proibiti. Rosmini si ritirò a Stresa sul Lago Maggiore. Con il tempo la polemica sulle sue opere si attenuò e “Le Cinque Piaghe” furono tolte dall’Indice. Antonio Rosmini per misteriosa e dolorosa malattia si spense a Stresa il 1° luglio 1855; è sepolto nel santuario del Santissimo Crocifisso di Stresa. Vita, messaggio e opera di Rosmini sono ancora oggetto di riflessione e approfondimento. Fu beatificato il 18 novembre 2007.

Autore: Leone Sticcotti

Servizio civile: davvero un’esperienza dai mille volti

Salma Sammah si confronta con Imane Bihihi in merito al servizio civile svolto presso l’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano, e riflettendo anche sulla propria esperienza fatta presso il progetto COOLtour de La Strada Der Weg.

Imane, come hai scoperto la possibilità di fare il servizio civile al Comune di Bolzano? E cosa ti ha convinta a partecipare? Per te Salma invece com’è andata?

I: “L’ho scoperto tramite una mail scolastica, e mi sono candidata all’ultimo. Ero interessata a mettermi in gioco in un contesto istituzionale e di fare qualcosa di concreto per la comunità. Volevo rendermi utile, ma anche capire meglio come funziona il lavoro all’interno di un ente pubblico e approfondire i temi legati ai giovani!”

S: “Ho iniziato anche io quasi per caso, spinta dal desiderio di fare qualcosa che avesse un senso e mi sono ritrovata immersa in un progetto culturale e sociale coinvolgente e creativo.”

Quali attività vi hanno coinvolte maggiormente?

I: “Ho svolto il servizio civile presso l’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano e durante la mia esperienza ho partecipato a diversi progetti dedicati al protagonismo giovanile, alla partecipazione e sensibilizzazione. Una delle attività che mi ha coinvolta maggiormente è stata la promozione del fumetto “Arnold”, ideato per sensibilizzare sul tema del bullismo.”

S: “Le nostre due esperienze sono accomunate dall’attenzione ai giovani, agli strumenti per attivare la comunità. Anche io ho potuto partecipare ad attività che mi hanno fatto sentire parte attiva del cambiamento.”

Com’è stato lavorare a stretto contatto con le diverse realtà?

I: “Scoprendo le associazioni del territorio che collaborano con il Comune nell’ambito delle politiche giovanili, è stato molto arricchente confrontarsi con persone che operano ogni giorno a favore della comunità. Ho capito l’importanza di una rete tra istituzioni e associazioni locali, anche dal punto di vista umano, per realizzare iniziative efficaci e inclusive.”

C’è stato un momento in cui vi siete dette “sto facendo davvero qualcosa di utile”? 

I: “Ci sono stati tanti piccoli episodi che mi hanno fatto sentire utile e parte di qualcosa di più grande. Ogni volta che prendevo parte a un progetto, o anche solo partecipare a una conferenza stampa, sentivo di contribuire in modo concreto.”

S: “Questo è uno degli aspetti più belli del servizio civile: è importante esserci, mettersi in ascolto e dare il proprio contributo con umiltà e passione.”

Cosa vi ha lasciato, oggi, questa esperienza?

I: “Oltre allo sviluppo di competenze comunicative e organizzative, mi ha dato una maggiore consapevolezza su ciò che mi interessa davvero. Sto considerando un percorso di studi legato all’ambito legale e, un domani, lavorare in un ente pubblico che si occupi del sociale.”

S: “Anche per me il servizio civile è stato un punto di svolta, per capire cosa mi appassiona davvero e mi ha dato strumenti che porto con me anche oggi, nel lavoro e nella vita.”

Se doveste consigliare a un’amica il servizio civile, cosa le direste?

I: “Le direi di non pensarci troppo e di buttarsi, perché è un’occasione unica per imparare, mettersi alla prova e fare qualcosa di concreto per gli altri e per sè stessi. È un’esperienza che lascia il segno.”

S: “Si può svolgere servizio civile in associazioni o enti del territorio, come al Comune di Bolzano (uffici Famiglia, Donna, Gioventù e Promozione sociale) ed è un modo per mettersi in gioco, imparare e dare un contributo alla propria comunità.”