Alberi

Qualche giorno fa, passeggiando in montagna, per l’ennesima volta sono rimasto incantato guardando gli alberi. Ho pensato allora, per una volta, di rubare il mestiere a Donatello Vallotta, il nostro collaboratore che da anni si occupa della rubrica Balconorto che trovate in fondo al nostro giornale.
Perché amiamo gli alberi? I motivi sono tantissimi e – per fortuna – ci sono diversi scrittori e poeti che sono riusciti a condensare in poche parole la profondità e la vastità di questo particolare sentimento umano.
“Amo gli alberi, sono come noi, radici per terra e testa verso il cielo”, ha scritto ad esempio Erri de Luca, anima napoletana ma cuore montanaro. Gli alberi oltre a permettere la vita ne sono una perfetta metafora. Rappresentano la solidità ma anche la voglia di libertà e di leggerezza, simboleggiata dalle radici ma anche e soprattutto dai semi che volano alla ricerca della loro dimora per germogliare e poi dai rami e dalle foglie che si protendono verso il cielo, anelando luce e pioggia.
Gli alberi sembrano fermi ma si muovono; in loro il cambiamento è dolce, lento, legato all’età, alle stagioni, ma anche e naturalmente al tempo atmosferico.
Gli alberi sono belli, hanno delle forme armoniose e sono perenne fonte d’ispirazione per gli artisti, con il loro colori che cambiano, dalle mille sfumature.
Gli alberi hanno anche un suono. “Il bosco risuona e tace: tace quando ascolto, risuona quando mi addormento”, scrisse una volta Pablo Neruda.
Gli alberi e i boschi sollecitano davvero tutti i nostri sensi, compreso naturalmente l’olfatto, un’esperienza particolarmente significativa specie per chi come me e come molti di voi, la maggior parte del suo tempo la trascorre in città.
“Perdersi nei boschi, in qualsiasi momento, è un’esperienza sorprendente e memorabile, e insieme preziosa”, scrisse il filosofo, scrittore e poeta americano Henry David Thoreau, un dei precursori dell’ambientalismo e – non per niente – della nonviolenza.
Ecco: i boschi e gli alberi, uno ad uno, possono essere fedeli alleati nel nostro tentativo di trovare non solo un senso ma anche un ritmo, vitale ed equilibrato, per la nostra vita. Non perdiamo l’occasione di incontrarli e frequentarli, e quindi ascoltarli, guardarli, annusarli e toccarli.
Vale anche in questa stagione in cui gli alberi sembrano morti ma in realtà dormono protetti, in attesa di rinascere, come ogni anno. Pronti ad accompagnarci durante il nostro pellegrinaggio.

Autore: Luca Sticcotti

Che spettacolo il Natale a teatro!

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Ormai manca davvero poco, il Natale è alle porte. Ancora qualche giorno e poi sarà nuovamente tempo di tornare a respirare la magica atmosfera natalizia. Il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta anche quest’anno a teatro per trascorre in allegria e spensieratezza le Festività, in compagnia di una ricca programmazione pensata per le famiglie, tra musica, danza, musical, comicità e grande intrattenimento.

L’avvio sarà nel segno delle risate in compagnia di Loredana Cont, che martedì 3 dicembre salirà sul palco del Teatro Sociale di Trento con Do(n)ne, storico spettacolo che l’ha vista debuttare come ‘one woman show’ nell’ormai lontano 2000, portando in scena le vicende di tre donne diverse tra loro. Si tratta di un’occasione per festeggiare i prossimi 25 anni di uno tra i lavori di maggior successo dell’attrice e autrice trentina.

Sabato 21 dicembre, invece, all’Auditorium S. Chiara sarà la volta di Walt Disney – Un sogno lungo una vita: un viaggio attraverso le tappe fondamentali della vita di Walt Disney, tra affascinanti narrazioni video e le più famose colonne sonore che hanno reso grande il suo nome; le melodie saranno eseguite dal vivo dalle splendide voci soliste di Giulia Galletti e Mattia Inverni, accompagnate dall’Orchestra delle Alpi e rock band, dirette dal M° Giancarlo Guarino.

Per tutti gli appassionati di danza, invece, dal 21 al 23 dicembre è in programma un trittico di appuntamenti all’insegna dei grandi e intramontabili classici. Si comincia il 21 al Teatro Sociale nel segno dell’irriverenza e del divertimento in danza dei Chicos Mambo con Tutu, spettacolo in cui i danzatori, travestiti da ballerine, rivisiteranno tutti i tipi di danza, prendendosi gioco senza alcun tabù dei codici della coreografia. Il giorno dopo, domenica 22 dicembre, tutti al Teatro Comunale di Pergine per assistere a Lo Schiaccianoci, una favola moderna sulle musiche di Čajkovskij, portata sul palco dal Balletto di Siena, con la regia e il riallestimento coreografico firmato dal M° Marco Batti. Una rilettura fresca, spontanea e giocosa, che riesce a comunicare anche ai più piccoli. (Lo spettacolo verrà replicato anche lunedì 23 dicembre al Teatro Cristallo di Bolzano). Il compito di chiudere questo meraviglioso trittico dedicato al balletto spetterà al Balletto di Mosca, che il 23 dicembre sarà all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) con un’icona dei balletti classici ottocenteschi come Il Lago dei Cigni, storia d’amore, tradimento e trionfo del bene sul male, pronta a deliziare nuovamente il pubblico, tra romanticismo e bellezza.

E arrivati oramai alle porte del Natale, dal 24 al 27 dicembre non perdetevi l’occasione di trascorrere le Feste al Teatro Sociale di Trento in compagnia del grande cabarettista, performer e trasformista Ennio Marchetto e del suo The Living Paper Cartoon, spettacolo nel quale, attraverso costumi di carta, darà vita ad una vera Babilonia di musica, teatro e creatività, portando in scena grandi cantanti e grandi personaggi italiani e stranieri. Si andrà da Tina Turner a Marylin Monroe, da Vasco Rossi a Pavarotti, passando per Lady Gaga, Maria Callas e Edward mani di forbice. Uno spettacolo esilarante, unico nel suo genere.

Ma non finisce qui, visto che sabato 28 e domenica 29 dicembre all’Auditorium S. Chiara ci sarà spazio per Sherlock Holmes – Il musical, con Neri Marcorè nei panni del più celebre detective di tutti i tempi, a capitanare un cast di oltre venti eccezionali performer. La Londra vittoriana fa da sfondo a questo avvincente scontro tra bene e male. Tra amicizia, amori e costanti pericoli, al 221b di Baker Street si decideranno le sorti dell’intera Inghilterra. Un musical ricco di colpi di scena, misteri ed enigmi, capace di combinare tensione, umorismo e azione.

Nell’offerta natalizia ci sarà spazio anche per il pubblico dei più piccoli, che il 29 dicembre potranno trascorre il pomeriggio al Teatro Sociale con Spezie e aromi: ispirato ai contest fra chef dagli esiti imprevedibili. La Compagnia EgriBiancoDanza propone uno spettacolo esilarante, capace di coniugare danza, prosa e musica dal vivo.

La conclusione dell’anno al Teatro Sociale (martedì 31 dicembre e mercoledì 1 gennaio) verrà affidata all’irresistibile duo formato da Tullio Solenghi e Massimo Lopez con Dove eravamo rimasti, il loro nuovo, divertente e imperdibile show tra numeri, sketch, brani musicali, e grande comicità. Ci sarà spazio per una lectio magistralis di Sgarbi/Lopez, un affettuoso omaggio all’avanspettacolo, ed un confronto Mattarella/Papa Bergoglio. Uno spettacolo irresistibile, che vuole stupire ed emozionare. Con la Jazz Company diretta dal M° Gabriele Comeglio.

L’ultimo appuntamento delle Feste sarà il 5 gennaio al Teatro Sociale con Cenerentola – Rossini all’opera, lavoro dedicato al pubblico dei più giovani, portato sul palco dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani.

(inserzione pubblicitaria)

Volontariato. La forza liberae discreta del cambiamento

5 dicembre, prossima settimana, Giornata internazionale del volontariato. Un fenomeno, quello del servizio volontario, che cambia. In senso duplice. Cambia perché evolve in relazione all’evolversi del contesto sociale di riferimento. Ma soprattutto opera un cambiamento dello stesso contesto sociale. E i volontari lo sanno bene.

Si era sentito dire che i volontari non sono più quelli di una volta. Soprattutto i giovani sarebbero attratti eventualmente da un impegno di breve durata, da un “volontariato spot”, che non lega e non si pone obiettivi a lungo termine. Ma è davvero così?

Nei mesi passati alcune importanti realtà – Forum Terzo Settore, Caritas Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Formazione di Roma Tre – hanno svolto un’indagine (NOI+) sul volontariato (cui hanno risposto anche volontari altoatesini), con lo scopo soprattutto di valutarne la maturazione di competenze e le potenzialità. I dati che emergono confermano quanto l’impegno volontario sia una forza di cambiamento, spesso silenziosa, certamente sottovalutata.

Partendo dall’autopercezione dei volontari, si evidenziano alcuni aspetti molto interessanti. Emerge ad esempio che il volontariato migliora la comunità. Lo fa attraverso l’ascolto e la vicinanza, la crescita personale, l’educazione e l’inclusione sociale, e il sostegno diretto ai più fragili. Queste azioni concrete e relazioni umane rafforzano la coesione sociale e la resilienza collettiva.

Il volontariato, secondo quanto rivela l’indagine, non solo offre aiuto diretto, ma ispira altre persone a impegnarsi. Ha un effetto moltiplicatore. La testimonianza dei volontari è un motore che coinvolge nuove risorse e diffonde una cultura di solidarietà. Attraverso progetti innovativi e nuove sinergie tra cittadini, enti e associazioni, il volontariato introduce modelli di intervento che rispondono ai bisogni locali e promuovono una società più inclusiva.

Il volontariato è forza di cambiamento. Cambia in primo luogo chi lo pratica. Promuove empatia, solidarietà e una maggiore consapevolezza sociale, contribuendo così a costruire comunità più giuste e umane.

Autore: Paolo Bill Valente

Bolzano, città sprecona della musica

Bolzano ha la memoria corta. Adeguandosi all’indiscutibile constatazione – ahimè – che la memoria corta è tipica della razza umana, i bolzanini non fanno nulla per sottrarsi a questa verità. Il 14 settembre 2010, accadde che il centro città fosse preso d’assedio da una moltitudine di persone che vi si recavano per un accumularsi di eventi di grande richiamo: primo su tutti il concerto di Patti Smith presso le vecchie officine delle ferrovie, probabilmente il concerto pop più bello ed epocale visto nel capoluogo negli ultimi trent’anni. Il risultato, vista la mala abitudine del bolzanino di muoversi sempre con le quattro ruote sotto il sedere, fu l’ovvia difficoltà nel trovare parcheggio. Si parlò molto, in quel frangente, di creare una sorta di calendario ad uso delle associazioni e degli enti che si occupano di organizzare eventi, per evitare che i detti eventi si sovrapponessero. A quasi quindici anni di distanza, non è cambiato nulla.

Bolzano lo scorso anno è stata insignita del titolo di “Città Creativa della Musica UNESCO” (questa sembra essere la definizione esatta) ma pochi ne hanno compreso il significato, molti non hanno neppure provato a interpretarne la dicitura, generalizzando coll’identificarla come capitale della musica.

Ora senza nulla voler togliere alla nostra graziosa città, la cui storia si è pur incrociata a più riprese con la storia della musica (e non parliamo solo di musica cosiddetta colta, badate), da qui a diventare capitale della musica ne passa di acqua sotto i numerosi ponti di un capoluogo i cui confini sono bagnati da ben tre fiumi!

Beninteso che la musica possa essere creativa anche qualora non sia originale, quando la storia del patrocinio UNESCO venne fuori, abbiamo avuto la sensazione che a molti sia parso che si trattasse di una gallina dalle uova d’oro, o meglio ancora una giovenca da latte alla cui mammella attaccarsi per mungere a più non posso.

Ad un anno di distanza, non è per nulla chiaro come questa faccenda stia procedendo: certo è che le problematiche sulla programmazione sembrano ferme a quella famosa sera del 2010. Proprio in questo mese di novembre ne abbiamo avuto a più riprese la prova con un sovrapporsi di concerti come da tempo non si vedeva: in testa alla classifica degli spreconi musicali ci sono sicuramente Ca’ de’ Bezzi e il sussidiario Sudwerk, situato nei suoi sotterranei. Il 7 novembre, mentre al piano interrato il giovane talentoso Moritz Gamper si esibiva per cinque persone, barista e fonici inclusi, al piano sopra si suonava musica gipsy, praticamente nel medesimo locale! Stesso copione una settimana dopo, 14 novembre: all’ottimo concerto dei redivivi Psicopolizia al Sudwerk, al piano sopra veniva contrapposto un concerto country, pubblico e genere diversissimi, non si discute, ma un controsenso totale per un proprietario che in passato ha più volte ribadito che il motivo per cui organizza concerti nei suoi locali è l’amore per la musica. Se si ama la musica si dovrebbero amare un po’ anche i musicisti e, almeno il 7 novembre non abbiamo visto tutto questo amore per lo snobbato Moritz Gamper.

Il 15 e 16 novembre poi, si è svolto a San Giacomo il Festival An Evening with the Blues, decima edizione, mentre in contemporanea, al Laurin di Bolzano (comune differente, certo, ma distanza minimale) suonava Hubert Dorigatti in versione full band, in pratica il miglior talento blues espresso dalla scena altoatesina (e non solo) negli ultimi vent’anni. Ora, il festival di San Giacomo era stato annunciato con largo anticipo già ad inizio estate, il Laurin propone solitamente eventi più orientati verso il jazz: proprio in concomitanza con il festival doveva suonare Dorigatti? E per concludere, visto che il suddetto festival e i concerti di Live Muse coinvolgono la cooperativa Laives Cultura e Spettacolo, ci è parso assurdo che la seconda serata del festival sia coincisa con un concerto di Live Muse nella vicinissima Pineta (stavolta sì, stesso comune!), sia pure a tema musicale differente.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le servitù di pascolo a Ora e Bronzolo

Tra metà ottocento e i primi anni del novecento un viaggio in treno attraverso l’Unterland poteva riservare visioni bucoliche del tutto inattese. Tra Ora e Bronzolo, i campi primaverili permeati dalle acque stagnanti dell’Adige ospitavano immense greggi di pecore la cui presenza sembrava appartenere al mondo dei sogni più che a quello della realtà.

Le centinaia di pecore intente a brucare l’erbetta fresca provenivano dalla Val di Fiemme e si trovavano in quei luoghi in virtù di un secolare diritto di pascolo. Questa servitù della Magnifica Comunità di Fiemme – ossia dei comuni di Cavalese, Carano, Daiano, Castello, Molina, Moena, Panchià, Predazzo, Tesero, Trodena, Varena e Ziano – un tempo comprendeva territori molto più vasti, che grazie al passaggio dei pastori fiemmesi e fassani introitavano dazi non indifferenti.

Tutto cambiò dopo l’anno 1777, quando il bolzanino von Zallinger realizzò due grandi canali di scolo in grado di raccogliere le  acque ristagnanti attorno al lago di Caldaro. I proprietari dei terreni poterono iniziare a coltivare mais, legumi e altri cereali e le pecore erano mal tollerate. A partire dagli anni 1887 e 1889, un’apposita commissione governativa iniziò a valutare la possibilità di escludere le greggi mediante un risarcimento finanziario. In quel periodo, accanto ai comuni di Ora e Bronzolo, anche Caldaro, Termeno, Cortaccia e Egna ospitavano greggi di pecore provenienti dalle valli di Fiemme e Fassa. 

La commissione promosse le trattative tra i comuni interessati e la Magnifica Comunità; solo Ora e Bronzolo non sembravano interessate a liberarsi della servitù. Fu infine stabilito un importo forfettario di un Gulden per ogni starland (corrispondente a 720 metri quadri) per cancellare definitivamente l’atavica servitù. Ora, con i suoi 2121 starland e Bronzolo con 866 avrebbero dovuto corrispondere alla Comunità 2987 Gulden ma, come detto, rinunciarono in quanto, secondo l’opinione pubblica dell’epoca, i loro terreni sarebbero rimasti paludosi e poco adatti alla coltivazione anche in futuro. Inoltre, i soliti complottisti che, come si vede, esistono in tutte le epoche, riponevano scarsa fiducia nella regolazione del corso dell’Adige e parlavano ironicamente di “Etschruinierung” (rovina dell’Adige) anziché di “Etschregulierung” (regolazione dell’Adige). 

Ora e Bronzolo si videro dunque costrette ad aumentare la presenza di pecore sui loro territori. Il numero fu stabilito in 600 unità, oltre a 90 agnelli. Il periodo fu fissato dal 25 marzo al 4 maggio, durante il quale per 5 giorni le pecore pascolavano a Ora e per 2 (il martedì e il venerdì) a Bronzolo. Le ore notturne dovevano recarsi nei ricoveri di Ora. 

In seguito alla disastrosa inondazione del 1890, furono finalmente ultimati i lavori di bonifica anche dei terreni di Ora e Bronzolo, iniziati nel 1801. Nel 1912 fu realizzato un secondo canale di scolo (Uhl) che partiva dalla stazione di Bronzolo e confluiva nella fossa grande di Bronzolo nei pressi della stazione di Ora. Una fitta rete di canali minori completò l’opera e a quel punto il comune di Ora inviò alla commissione competente una petizione per chiedere di essere affrancato dalla servitù che danneggiava irrimediabilmente le coltivazioni. Iniziò un estenuante batti e ribatti tra i comuni e la Magnifica Comunità. Dovette intervenire l’autorità competente di Innsbruck, obbligando i fiemmesi ad accettare un ragionevole confronto. Ma scoppiò la prima guerra mondiale e il discorso fu accantonato. Nel dopoguerra, le trattative ripresero vigore e proseguirono, tra le reciproche rivendicazioni delle parti, fino al 1927, quando, grazie a una sentenza definitiva del Tribunale di Trento, i due comuni si liberarono della servitù pagando una somma di 66 Lire per ogni starland. 

Calò così il sipario su un’epoca memorabile e si spalancarono le porte per la monocoltura moderna.

Autore: Reinhard Christanell

San Martino fra San Giacomo e Vadena

È una festa che si ripete da generazioni quella di San Martino, il santo che insegna ai bambini lo spirito di condivisione. Ogni anno, tra il 10 e l’11 novembre, sono centinaia le lanternine create dai bambini che illuminano il buio dell’inverno e che – anche quest’anno – hanno animato, tra le altre, le comunità di San Giacomo e Vadena grazie all’Oratorio Santiago, al Centro Culturale Vadena e al Vke sezione Vadena, in collaborazione con scuole e parrocchie.

L’Oratorio Santiago questa volta ha anticipato la tradizionale festa a domenica 10 novembre, in concomitanza con l’ormai consueto appuntamento novembrino della Castagnata, che si è svolta nel piazzale della parrocchia locale. 

Qui, i volontari dell’Oratorio e i sempre attivissimi alpini della sezione locale hanno accolto la popolazione “vecchia” e “nuova” del paese. 

Un bellissimo pomeriggio accompagnato da strauben, castagne, giochi e indovinelli, che hanno lasciato trascorrere velocemente il tempo fino all’arrivo di San Martino. La chiesa gremita ha assistito alla consueta rappresentazione dell’appassionante storia di questo generoso Santo, per poi raggiungere in processione con le colorate e fantasiose lanterne il grande falò allestito nel piazzale dai pompieri volontari di San Giacomo, dove grandi e piccoli si sono emozionati cantando canzoni e, infine, condividendo il pane simbolo della festa di San Martino.

Anche a Vadena quella del San Martino, grazie al Centro Culturale, al VKE e alla collaborazione di scuola e parrocchia, è una tradizione molto sentita da tutto il paese. La consueta, emozionante, sfilata è stata preceduta da un ritrovo nel piazzale della chiesa, in cui è avvenuta la narrazione della liturgia e della leggenda di San Martino, con tanto di San Martino a cavallo.

Alla sfilata hanno partecipato tantissimi bambini accompagnati da altrettanti adulti che, infine – come da tradizione – si sono ritrovati a cantare canzoni e condividere pane dolce, castagne e cioccolata calda.

I festeggiamenti di questo amato Santo che ogni anno ci rinnova l’insegnamento della condivisione con chi è meno fortunato sono sentiti come il primo di una serie di appuntamenti che piano piano, insieme alle parrocchie locali e alle tante associazioni di volontariato del territorio, accompagnano le comunità locali alla celebrazione del Natale. Sono occasioni importanti per creare coesione all’interno di gruppi di persone che condividono lo stesso luogo ma che spesso, a causa della vita frenetica di oggi, riescono a malapena a incontrarsi in modo sfuggente. 

Autrice: Raffaella Trimarchi

I mestieri degli ebrei nel Tirolo

Nell’arco alpino gli ebrei vissero destini diversificati a seconda della legislazione antiebraica e delle singole concessioni, permessi o patenti. In epoca medievale gli ambulanti ebrei erano presenti soprattutto in Baviera, Alsazia Vorarlberg e Tirolo, dove subirono le prime persecuzioni e pogrom a causa delle peste (1347-1349) e le accuse di avvelenamento dei pozzi. La storia degli ebrei in Tirolo, infatti, fu fin dai suoi esordi, una storia di discriminazioni sospetto e malcelato antisemitismo. 

Episodi d’intolleranza di varia intensità e pogrom si ebbero attraverso tutto il medioevo e l’ età moderna mentre sporadica e discontinuo appare la documentazione atta a delineare la geografia e la consistenza della presenza ebrea sul territorio. Di contro più corposa e soprattutto severa appare la normativa statutaria tirolese atta a regolarne l’esistenza nelle singole città. L’insediamento di ebrei si concretizzava quasi esclusivamente per precisa volontà dei regnanti che – per risolvere i propri problemi finanziari o per dare impulso all’economia concedevano ai richiedenti la possibilità di un limitato soggiorno. Li chiamavano a sé offrendo loro – dietro lauti tributi detti “Judensteuer” – protezione e possibilità di lavoro. Esclusi dalle corporazioni di mestiere, gli ebrei dovevano ripiegare sul prestito pecuniario e sul commercio ambulante di tessuti e stracci.

Essi si stabilirono così nei centri del commercio e del potere tirolesi, quali Merano, Bolzano, Innsbruck, Hall, Lienz e Rovereto.  Qui gli ebrei furono prestatori, gabellieri di dogana, esattori, amministratori di zecca farmacisti, stracciaioli, venditori ambulanti. Tanto in Europa quanto in Tirolo il rapporto tra ebrei e principi vacilla e veniva meno quando o il debito contratto si faceva troppo oneroso e difficile da restituire. Così approfittando del generale mal contento e delle tensioni sociali si faceva in modo che lo straniero o il diverso fungesse da capro espiatorio. In questi casi la xenofobia latente e l’antisemitismo mai sopito venivano opportunamente risvegliati con accuse ignominiose e infondate fatte quindi sfociare in veri e propri massacri ed espulsioni di massa. Le accuse erano le più svariate e andavano dalle denunce per “attività demoniache” a quelle di profanare l’immagine della  donna oppure l’ostia. La più terribile era però l’accusa di “omicidio rituale”.  Accusati di “spionaggio” gli ebrei divennero anche i capri espiatori della paura collettiva per una temuta invasione turca. Per essere immediatamente riconoscibili sia nel Medioevo che in epoca rinascimentale gli ebrei furono costretti ad indossare il cerchio giallo sul petto e sulla spalla. Gli ebrei non furono risparmiati neppure durante le sollevazioni contadine del 1525 quando le loro case furono saccheggiate e incendiate.  In Baviera dopo la cacciata degli ebrei dalle città, ad un ristretto gruppo riuscì di sistemarsi in campagna al limitare dei piccoli villaggi. Anche in queste zone essi dovettero pagare la propria presenza da “tollerati” attraverso tasse e commissioni restando comunque privi dei normali diritti. 

La maggior parte di loro viveva del commercio di animali domestici e di piccoli oggetti di prima necessità di scarso valore poiché era vietato loro svolgere qualsiasi attività lavorativa. I cosiddetti “Schmuser” intermediavano affari e contratti di ogni tipo ma venivano sottopagati e soprattutto in natura. I cosiddetti stracciaioli vendevano tessuti e vestiti alla popolazione rurale. Durante la settimana camminavano di villaggio in villaggio con un sacco, o con una cassetta a tracolla. Fra i loro oggetti vi era il grasso per i carri lacci da scarpe, e merci provenienti dalla città che altrimenti non avrebbero potuto trovare.

La Svizzera invece era rimasta chiusa ad una presenza ebraica fino alla seconda metà del Settecento. Fu solo tra il 1776 e il 1866 che in due sole città della confederazione elvetica, Endingen e la vicina Lengnau, gli ebrei poterono stabilirsi, diventando così per due secoli i principali centri ebraici.  Nel 1799 la comunità ebraica di Endingen contava 500 membri per raddoppiarne la consistenza nel 1850 e infine assottigliarsi nuovamente con l’introduzione dell’Emancipazione che consentiva agli ebrei di essere considerati cittadini a tutti gli effetti con il diritto di stabilirsi ovunque. Dal XVIII secolo dunque gli ambulanti ebrei presero a girare le valli svizzere e i territori vicini con i loro articoli. Generalmente essi commerciavano in tessuti, stracci, merceria, piccoli oggetti di legno e ferro, stampe, libri, inchiostro penne.  

A partire dal XVII secolo il girovagare per borghi e campagne, vallate e fiere di paese, degli ambulanti anche non ebrei di tutta Europa fu fondamentale per la diffusione dei libri ma anche delle idee. Le loro erano vite a rischio di furti, briganti, intemperie, epidemie e lunghi viaggi a piedi con pesi notevoli appesi al corpo e soprattutto al collo. Nonostante i colporteur dovessero sottostare a regole ben precise e essere in possesso di una patente, saper leggere e scrivere durante la Rivoluzione Francese, il Risorgimento e le guerre di Indipendenza, l’Unità d’Italia essi riuscirono a propagare idee sovvertitrici l’ordine costituito, i programmi delle associazioni patriottiche. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Mario Gasperi, una vita per le sette note

Domenica 6 ottobre 2024 a Badajoz, Extremadura, Spagna, ha lasciato la vita terrena Mario Gasperi, musicista e chitarrista meranese, concludendo il suo percorso fatto di note, assoli e un forte sensibilità artistica espressa nel corso della sua carriera. Mario, nato a Merano il 27 febbraio 1959, noto a molti per la sua attività in musica oltreché il negozio di biciclette in via Wolkenstein, si era trasferito a Tenerife prima e Badajoz poi nel 2004.

Nonostante i vent’anni di lontananza, molti gli amici, musicisti e non, che hanno espresso cordoglio e lo hanno ricordato una volta appreso della sua dipartita.

Maurizio Lonardi, chitarrista meranese ne ha ricordato il suo essere molto dotato e coraggioso musicalmente, oltre ai bei momenti della gioventù, quando iniziarono a suonare assieme, lavorando anche nei campi di mele per potersi permettere chitarre ed amplificatori.

“Porta il legno che suoniamo” era solito dirgli Mario quando iniziavano le loro jam, fra ascolti e suonate: Crosby Steel Nash & Young, Santana, Emerson Lake and Palmer fino all’amore per i King Crimson, uno dei suoi gruppi preferiti da sempre e per sempre.

Proprio i King Crimson possono essere una connessione con Max Carbone, bassista e altro grande amico.

Max racconta la forte connessione musicale e personale, i pomeriggi passati ad ascoltare dischi e poi a suonare, con Robert Fripp (King Crimson) e il suo gruppo come principale fonte di ispirazione.

Ne ricorda altresì l’inquietudine e una sorta di onnivoria musicale, sempre alla ricerca di migliorarsi… Era capace di tantissima disciplina. E poi la tecnica: secondo lui in altri contesti avrebbe potuto avere opportunità maggiori.

Gli anni Settanta hanno visto Mario affrontare vari generi dalla prog alla sperimentale, il rock fino ad arrivare all’ascolto e allo studio della musica classica: Arnold Schonberg uno dei suoi riferimenti più importanti.

Mike Frajria, noto musicista meranese ne ricorda l’incontro in musica sottolineandone il forte desiderio di suono (“Una sera suonò nonostante si fosse tagliato un dito, sanguinasse, e noi stessi lo invitassimo a rinviare le prove, poiché era importante suonare”), un forte senso della dinamica e delle inflessioni “zappiane”.

Negli anni successivi ebbe modo di saggiarne la profonda conoscenza ed erudizione in campo musicale. Aveva sempre avuto la tendenza ad immergersi completamente in ciò che faceva, indifferentemente dallo stile e dal genere, e nel tempo iniziò a cercare anche di entrare negli aspetti culturali di quel che suonava.

Dopo aver tentato senza concludere le strade del Dams e del conservatorio a Bologna, proprio dalla città felsinea iniziò la collaborazione con Vittorio Zanella e Rita Pasqualini e il loro teatrino dell’Es, compagnia teatrale di burattini e marionette oggi pluripremiata eccellenza italiana ed internazionale del settore, di cui compose numerose musiche.

Lo stesso Vittorio disse “Aveva una sensibilità rara nel costruire musiche, che vestivano benissimo i nostri burattini. Gli descrivevamo il carattere del personaggio e lui entrava perfettamente nel suo dna creando le sonorità perfette.”

Negli anni Novanta si unì per un periodo ai We and Them, noto gruppo reggae locale, famoso anche per essere stato fra i cinque migliori gruppi reggae d’Italia al Rototom sunsplash del 1999 (il maggiore festival reggae d’Italia e d’Europa).

Alfio Casaro, leader dei WaT, ricorda l’ingresso di Mario col suo background rock-prog che dette quel tocco rockeggiante, ma anche la professionalità e l’esigenza nel raggiungere i migliori risultati in sala, studio e dal vivo.

Anche qui si addentrò in profondità nel genere, con Bob Marley che andò ad affiancare altri riferimenti quali Pink Floyd, Santana, Area, Frank Zappa, Brian Eno. Il reggae tornerà anche successivamente al suo trasferimento in Spagna, dove lavorò ai bar “Lambretta” e in seguito al “Codigo13” a Tenerife, locali nei quali ebbe modo di mettere in atto la sua arte organizzando jam, session ed eventi in cui mescolare musica, musicisti, arte, poesia, pittura e qualsiasi forma artistica vi si potesse inserire.

In questi locali conobbe Pilàr Sanchez, con cui avrebbe condiviso tutto l’ultimo tratto della sua vita, artistica e non, lavorando ad una sorta di fusione fra flamenco, in cui si addentrò con la consueta solerzia ponendo Andrès Segovia al vertice delle sue ispirazioni, il reggae e svariati elementi interiorizzati nelle sue esperienze. Si passava così da brani di Bob Marley    a temi spagnoleggianti di Segovia, Tarrega fino a reinterpretazioni di Schubert o Bach.

Pilàr ne ricorda la forte sensibilità che veniva espressa dalla sua musica.

È sicuro che le note che ha lasciato nell’aria ne tengono e ne terranno vivo il ricordo in chi lo ha conosciuto e in chi gli ha voluto bene, poiché, come diceva Bob Marley, “There’s a natural mystic blowin’ through the air”. Hasta luego, Mario!

Autore: Nicola Gasperi (Niko Fyah)

Addio agli orti di via Foro Boario

È bastata una lettera raccomandata, ritirata a metà settembre, per gettare gli ortolani nello sconforto. La notizia girava già da alcuni mesi, e non si sapeva se fossero le solite voci di corridoio o se, al contrario, era qualcosa di tangibile; come spesso accade in queste situazioni si va avanti un po’ ‘sul chi va là’ e si cerca di restare positivi. Purtroppo, l’epistola conteneva l’ufficialità, suggellata dal Comune di Merano, che entro il 15 novembre tutti gli ortolani dovevano abbandonare la propria parcella. Tra tutte queste anime spaesate c’ero anch’io. Grazie alla gentile concessione dell’ex Sindaco Paul Rösch, disponevo di una piccola porzione dal 2017, che poi era stata prorogata di anno in anno dall’attuale Amministrazione; in primis perché c’è sempre stata la disponibilità immediata ed in secundis per meriti culturali come custode di semi dell’associazione fiorentina Seed Vicious, amministratore del gruppo Facebook Balconorto – frutta e verdura a portata di mano – nonché redattore pro bono di questa rubrica; l’appuntamento ormai consueto su tutte e tre le edizioni di Quimedia, attinente alla coltivazione di piante orticole sul balcone, con alcune digressioni, alla possibilità di confrontare le diverse fasi di crescita tra colture in vaso e piena terra, e disporre di semi riproducibili. L’età media dei fruitori degli orti comunali è piuttosto alta, ci sono svariate figure per classe, origine e provenienza; esse possono apparire tranquillamente come gli zii o i nonni,  fortemente connessi alla terra e che trovano nei lavoretti manuali dei miglioramenti delle condizioni di salute, di autostima e modeste autoproduzioni; gli spazi gestiti dalla Caritas invece sono curati da persone più giovani, che hanno sicuramente alle spalle storie e vicissitudini da raccontare, legate alle realtà migratorie e riscatti d’integrazione. Ricordo ancora il giorno in cui ho barattato pomodori e cetrioli con dell’ottimo tè alla menta marocchina da parte di Jamil, sotto la pergola; e proprio lì, recentemente, si sono tenute le riunioni settimanali tra gli ortolani ed i rappresentanti comunali. Infatti, come si è potuto leggere dai giornali, la SASA, società mista privata pubblica, azionista di maggioranza, ha deciso di collegare la grande rimessa di via Foro Boario inglobando questo lembo di terra per creare una stazione di rifornimento a idrogeno per i propri mezzi. In questo abbandono forzato l’Assessore Stefan Frötscher e l’assistente amministrativa sig.ra Tanja Gruber si sono dimostrati davvero molto disponibili ed empatici nei nostri confronti, un faro nella tempesta; speriamo ci sia la stessa sensibilità anche nei confronti del marmista Zanaga. In attesa del trasloco, nei fine settimana tra ottobre e novembre chi più, chi meno ha provveduto ad organizzare lo sgombero del proprio spazio (termine prorogato fino al 30.11), iniziando a raggruppare tutto il materiale ancora in buono stato, a sradicare le piante perenni da trapiantare nei nuovi lotti messi a disposizione tra via Lunga, Sinigo e altri quartieri. Le zampe degli asparagi, ormai quinquennali, le ho prima eradicate e poi messe a dimora sul balcone; anche il piccolo cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara), nato spontaneo da un semino a spasso nel vento, e miracolato alle ruspe, ha trovato nuova vita sul balconORTO.

Autore: Donatello Vallotta

Elderspeak: cos’è e perché è importante riconoscerlo

Sanaa El Abidi, laureata in Scienze Infermieristiche presso il Polo Universitario Claudiana a Bolzano, ha dedicato il suo elaborato di tesi alla rielaborazione della letteratura incentrata studio dello stile comunicativo denominato elderspeak. è una sorta di lingua semplificata che usiamo spesso con gli anziani e assomiglia a quella che utilizziamo con i bambini piccoli. Questo approccio linguistico nei confronti degli anziani spesso non è la soluzione ideale e averne consapevolezza è davvero importante.

Cos’è l’elderspeak? 

È uno stile comunicativo utilizzato con gli anziani che nasce da stereotipi della terza età e ha come fine l’espressione di cura, controllo e/o facilitazione della comprensione. Come sinonimo viene spesso utilizzato baby talk in quanto nella maggior parte dei casi risulta indistinguibile da quello diretto ai bambini.

Quali sono le sue caratteristiche?

L’utilizzo di un vocabolario semplice, un tono di voce acuto, un discorso lento, uso di imperativi e domande, ripetizioni, l’uso di diminutivi, termini affettuosi e soprannomi, la sovra-articolazione e l’utilizzo di frasi brevi e semplici. È caratterizzato anche dalla sostituzione del pronome “tu” con “noi”, ad esempio: “è importante che (noi) mangiamo, cara”, che può trasmettere il messaggio di dipendenza dell’anziano. Vengono inoltre utilizzate le tag questions che limitano la scelta dell’interlocutore, suggerendo implicitamente la risposta.

Perché è importante parlarne? 

Perché può essere una manifestazione del cosiddetto “ageismo”, ovvero stereotipi, pregiudizi e discriminazioni nei confronti degli altri o di sé sulla base dell’età. Con l’aumento dell’aspettativa di vita diventa sempre più importante avere una comprensione approfondita della comunicazione con gli anziani. L’elderspeak riflette stereotipi che vedono gli anziani come incompetenti e dipendenti. Contrastarli aiuta a evidenziare e rispettare le preferenze individuali degli anziani in modo da comunicare in risposta ai bisogni personali ed ottenere un indebolimento degli stereotipi sociali. Questo tipo di interazioni nel tempo possono portare gli anziani a credere di meritare quel tipo di comunicazione e ad agire in modo concorde allo stereotipo. Una comunicazione rispettosa favorisce le interazioni significative, migliora i legami, il benessere e l’autostima degli anziani.

Quali sono le conseguenze negative di questo fenomeno?

Anche se in alcuni casi il suo utilizzo può avere effetti benefici come un miglioramento oggettivo della comprensione e della memoria, i destinatari riportano ugualmente problemi nella comunicazione, negativa stima di sé e, in alcuni casi, resistenza alle cure. L’elderspeak viene spesso giudicato come irrispettoso e può suscitare sentimenti di angoscia, frustrazione e rabbia e impattare sull’immagine di sé. Affrontare e prevenire questo fenomeno è essenziale per garantire dignità e rispetto agli anziani.

In che contesti si verifica maggiormente?  

L’elderspeak è diffuso soprattutto in ambito sanitario e nei contesti in cui gli anziani interagiscono con caregiver o operatori più giovani. La sua frequenza e percezione possono variare a seconda del contesto e delle persone. Non è utilizzato solo dagli operatori sanitari, ma anche al di fuori dei contesti di cura, talvolta da familiari ed amici. In questo caso è più tollerato poiché può essere percepito come più caloroso rispetto a quando proviene da operatori sconosciuti. Nei contesti di assistenza sanitaria, secondo gli studi, può rappresentare tra il 22% e il 58% delle interazioni con gli anziani.

Come si può riconoscere e diventare consapevoli?

È necessaria una combinazione di osservazione critica, formazione e sensibilizzazione. Diversi interventi educativi, attuati in contesti ospedalieri perlopiù americani, hanno dimostrato che, focalizzando l’attenzione dei caregiver sulle pratiche comunicative, è possibile ridurre l’uso dell’elderspeak. In generale, riconoscere il fenomeno e le sue caratteristiche è un primo passo per portare l’attenzione verso i propri modelli di comunicazione e ridurne quindi l’utilizzo. Favorire interazioni regolari tra generazioni diverse, sin dalle elementari, si è dimostrato efficace nel ridurre l’ageismo e promuovere empatia e rispetto verso gli anziani.

Autrice: Anna Michelazzi