Un weird western per conoscere i pellerossa

Il termine tecnico per descriverlo è “weird western”, che in italiano di potrebbe tradurre con “Fantawestern”, un filone letterario che mescola western e fantasy, horror o fantascienza. Un genere che lo scrittore bolzanino Andrea Zanotti ha utilizzato per il suo ultimo libro, “Inno cannibale” (edizioni Dark Zone): quasi trecento pagine fresche di tipografia che sembrano destinate a diventare un cult fra gli appassionati del genere. Zanotti non è nuovo a questo tipo di scrittura: ha sfruttato le atmosfere western con “Voodoo”, e il fantasy – horror sembra quasi un filo conduttore che unisce le sue tante opere (“Dracophobia” in primis, giusto per fare un esempio).
Ma con “Inno cannibale” Andrea Zanotti compie un passo in più, e nel narrare una storia avvincente regala ai suoi lettori uno spaccato degli Stati Uniti in un periodo storico poco conosciuto, o comunque poco studiato da questa parte dell’Oceano: quello dopo la guerra di Secessione. L’autore snocciola nomi di personaggi che sono entrati nell’immaginario collettivo, da Toro Seduto al generale Custer, dal presidente Johnson a Geronimo, li fa interagire e ambienta dunque la trama del libro in una precisa dimensione spazio temporale, descrivendo in sottofondo i fatti storici realmente accaduti.
E la trama è pane per i denti degli appassionati del genere.
Black Mamba, donna-medicina a capo della tribù dei Senza-lingua, ha convocato il cerchio degli Elders, gli anziani capi di tutte le genti pellerossa. Nuovi alleati sono disposti ad aiutare le tribù contro i visi pallidi, è sufficiente unirle per innalzare l’inno cannibale, anche se l’intero ordine del creato verrà sconvolto dal rito, dato che Black Mamba vuole risveglierà Yužáža, “Colui che sgozza gli Dei”. Ma le grandi manovre dei selvaggi non passano inosservate al colonnello Souther, gerente della Clinica psichiatrica federale nr. 51. Sta a lui risolvere il problema dei “musi rossi”. Ma chi spedire in Sierra Nevada, nel covo della sciamana? La scelta cade su Marc Trementina De La Cruz, il suo compare Jo Occhiomoscio e il resto della loro improbabile banda di antieroi. Solo serpi di quella risma potranno resistere a ciò che li attende in quelle lande infestate: Wendigo, Skinwalker, Si-Te-Caha e tutte le leggende da incubo dei nativi, riportate in vita dalle malie di Black Mamba.

Autore: Luca Masiello

Tornano gli Eventi Speciali del Centro Servizi Culturali S. Chiara

Inserzione pubblicitaria – Per Natale, dal 23 al 26 dicembre, approda al Teatro Sociale di Trento lo spettacolo firmato da Arturo Brachetti. Venerdì 31 dicembre tocca invece a Elio con una serata dedicata a Enzo Jannacci.

È tutta dedicata all’Italia la nuova stagione di SOLO, the Legend of quick-change, il grande one man show del più grande trasformista al mondo: Arturo Brachetti, che ha scelto di festeggiare il ritorno nei teatri con un grande tour italiano, l’ultimo prima di spostarsi all’estero, che farà tappa anche al Teatro Sociale di Trento dal 23 al 26 dicembre. Un grande ritorno nei teatri che l’artista ha voluto per incontrare il pubblico dopo lo stop imposto dalla pandemia. 

Protagonista è il trasformismo, quell’arte che lo ha reso celebre in tutto il mondo e che qui la fa da padrone con oltre 60 nuovi personaggi, molti ideati appositamente per questo show, che appariranno davanti agli spettatori in un ritmo incalzante e coinvolgente. Ma in SOLO Brachetti propone anche un viaggio nella sua storia artistica, attraverso le altre affascinanti discipline in cui eccelle: grandi classici come le ombre cinesi, il mimo e la chapeaugraphie, e sorprendenti novità come la poetica sand painting e il magnetico raggio laser. 

Brachetti in SOLO apre le porte della sua casa fatta di ricordi e di fantasie; una casa senza luogo e senza tempo, in cui il sopra diventa il sotto e le scale si scendono per salire. Dentro ciascuno di noi esiste una casa come questa, dove ognuna delle stanze racconta un aspetto diverso del nostro essere e gli oggetti della vita quotidiana prendono vita, conducendoci in mondi straordinari dove il solo limite è la fantasia. È una casa segreta, senza presente, passato e futuro, in cui conserviamo i sogni e i desideri… Brachetti schiuderà la porta di ogni camera, per scoprire la storia che è contenuta e che prenderà vita sul palcoscenico. 

Reale e surreale, verità e finzione, magia e realtà: tutto è possibile insieme ad Arturo Brachetti, il grande maestro internazionale di quick change che ha creato un varietà surrealista e funambolico, in cui immergersi lasciando a casa la razionalità. 

Dai personaggi dei telefilm celebri a Magritte e alle grandi icone della musica pop, passando per le favole e la lotta con i raggi laser in stile Matrix, Brachetti batte il ritmo sul palco: 90 minuti di vero spettacolo pensato per tutti, a partire dalle famiglie. Un vero e proprio as-SOLO per uno degli artisti italiani più amati nel mondo, che torna in scena con entusiasmo per regalare al pubblico il suo lavoro più completo: SOLO.

Foto: Dorotea Castro

Per chi desidera attendere in allegria e all’insegna della musica il nuovo anno, venerdì 31 dicembre il Teatro Sociale ospiterà lo spettacolo Ci vuole orecchio. Elio canta e recita Enzo Jannacci, con Elio e cinque musicisti, per la regia di Giorgio Gallione e con gli arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri.

Enzo Jannacci, il poetastro come amava definirsi, è stato il cantautore più eccentrico e personale della storia della canzone italiana, in grado di intrecciare temi e stili apparentemente inconciliabili: allegria e tristezza, tragedia e farsa, gioia e malinconia. E ogni volta il suo sguardo, poetico e bizzarro, è riuscito a spiazzare, a stupire: popolare e anticonformista contemporaneamente.

Jannacci è anche l’artista che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare la Milano delle periferie degli anni ‘60 e ‘70, trasfigurandola in una sorta di teatro dell’assurdo realissimo e toccante, dove agiscono miriadi di personaggi picareschi e borderline, ai confini del surreale.

“Roba minima”, diceva Jannacci: barboni, tossici, prostitute coi calzett de seda, ma anche cani coi capelli o telegrafisti dal cuore urgente.

Un Buster Keaton della canzone, nato dalle parti di Lambrate, che verrà rivisitato, reinterpretato e “ricantato” da Elio. Sul palco, nella coloratissima scenografia disegnata da Giorgio Gallione, sarà possibile trovare assieme a Elio cinque musicisti, i suoi stravaganti compagni di viaggio, che formeranno un’insolita e bizzarra carovana sonora. A loro toccherà il compito di accompagnare lo scoppiettante confronto tra due saltimbanchi della musica alle prese con un repertorio umano e musicale sconfinato e irripetibile, arricchito da scritti e pensieri di compagni di strada, reali o ideali, di “schizzo” Jannacci. Da Beppe Viola a Cesare Zavattini, da Franco Loi a Michele Serra, da Umberto Eco a Fo o a Gadda.

Uno spettacolo giocoso e profondo perché “chi non ride non è una persona seria”.

Per maggiori informazioni su programmi e spettacoli visitare il sito www.centrosantachiara.it

Ostinazioni ed abbagli

Siamo fatti per guardare avanti. Possiamo osservare dove poggiamo i nostri piedi, quello che sta davanti a noi e – sforzandoci un po’ – anche il panorama, arrivando fino all’orizzonte (e dintorni). La nostra prospettiva è dunque a breve, medio e lungo termine. E nel nostro campo visivo ci sono sempre altri individui. Persone come noi, in alcuni casi anche dotate di specifiche caratteristiche di affinità nei nostri confronti. Ma cosa vuol dire, in questo complicato periodo, guardare avanti? Non è facile per nessuno, vale anche per noi di QuiMedia che abbiamo voluto allegare a questo numero dei nostri tre giornali – Qui Bolzano, Qui Merano e Qui Bassa Atesina – uno specifico Magazine dedicato a tutte le belle cose che si possono fare quando il nostro territorio si imbianca. Il nostro guardare avanti consente anche di intravedere altro, con la coda dell’occhio. Il problema è che, a destra e a sinistra, da qualche tempo vediamo cose contrastanti. Da una parte osserviamo lo sforzo che il comparto turistico ha compiuto per riuscire programmare una stagione invernale in sicurezza. Dall’altra però constatiamo che nelle medesime località che ospitano le strutture, molti si ostinano, per convinzione o per paura, a confondere la risoluzione del problema con il problema stesso, ragionando in merito a vaccini e virus. Da una parte vediamo la scuola, che con grande determinazione è tornata nonostante tutto in presenza. Ma dall’altra constatiamo che sempre più famiglie preferiscono organizzarsi autonomamente a casa, per quanto riguarda il percorso formativo dei propri figli. Da una parte vediamo operatori sanitari che – fedeli ai principi del mestiere medico – da più di un anno fanno ogni sforzo per curare, ma anche per cercare di aiutarci a prevenire il contagio. Ma dall’altra vediamo anche centinaia e centinaia medici, infermieri e operatori a vario tipo di ospedali, distretti sanitari, case di riposo, che invece, non vaccinandosi, si fanno appunto portatori di una contraddizione che rischia di portare al collasso un intero settore. Per non parlare della perdita di credibilità di medicina e scienza. Si tratta di un vero e proprio serpente che si mangia la coda. Ma siamo fatti per guardare avanti e quindi non verremo meno al nostro compito di dare spazio alle buone notizie. Non mancando di promuovere anche il sano ottimismo proveniente dalla consapevolezza che la stragrande maggioranza di coloro che sono nel nostro campo visivo hanno a cuore gli altri, almeno quanto sé stessi.

Autore: Luca Sticcotti

Modifiche alla servitù di passaggio

La vicenda oggetto di analisi riguarda il proprietario di un terreno il cui accesso è possibile attraverso un sentiero con servitù di passaggio unicamente a piedi a carico di un terreno di terzi.
Per poter tagliare la folta vegetazione presente, al fine di evitare incendi, sarebbe necessario accedere con mezzi meccanici; accesso che, però, viene negato dal confinante, in quanto la servitù prevede l’accesso solo a piedi.
Ci si chiede se sia possibile modificare arbitrariamente le modalità di utilizzo della servitù di passaggio, in assenza, come in questo caso, di autorizzazione del titolare del fondo servente.
Ai sensi dell’art. 1064 del codice civile, il diritto di servitù comprende tutto ciò che è necessario per usarne il passaggio; quindi, nel caso in cui si sia chiamati ad eseguire delle opere necessarie a conservare intatta la proprietà e, per fare ciò, si debba necessariamente gravare quella servitù dal passaggio di mezzi meccanici, in assenza di autorizzazione da parte del proprietario del fondo confinante, si dovrà agire legalmente.
Nello specifico, occorrerà inviare una raccomandata al proprietario, con la quale rappresentare che è necessario intervenire per ragioni di pubblica sicurezza al taglio della vegetazione, onde evitare possibili incendi, sul proprio fondo, il quale, per dimensioni, non può essere oggetto di manutenzione manuale, se non con l’utilizzo di mezzi meccanici.
Se non dovesse essere concessa l’autorizzazione al passaggio entro pochi giorni, l’unica strada sarebbe quella di adire il Tribunale competente (dove è sito il terreno), al fine di ottenere un provvedimento di urgenza, con il quale il Giudice ordini al proprietario del fondo servente di consentire, seppur temporaneamente, il richiesto passaggio.

Autore: Massimo Mira

Quella violenza così vicina

Ogni tre giorni una donna muore, vittima di violenza. Nella stragrande maggioranza dei casi a portare la morte non è uno sconosciuto, ma il compagno o l’ex. Un fenomeno che tocca anche la nostra “terra felice” e le giovani generazioni. In occasione della “Giornata contro la violenza alle donne” abbiamo tracciato una panoramica sulla situazione e sulle iniziative del territorio.

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. È una ricorrenza amara, che ci ricorda un dato di fatto: quella sulla donne è la forma di violenza più diffusa, non solo a livello mondiale e nazionale, ma anche territoriale. La nostra provincia dunque non fa eccezione. Ne abbiamo parlato con una operatrice dell’associazione Gea di Bolzano, che gestisce il centro di ascolto antiviolenza e una struttura residenziale protetta. “Sfatiamo alcuni stereotipi, radicati nell’immaginario collettivo, come quello dello sconosciuto che aggredisce per strada: questi casi sono una minoranza. Nel 98% dei casi l’autore della violenza è il marito, il compagno o l’ex compagno. Inoltre, non si tratta di un fenomeno che riguarda gli stranieri. Certo, tra le donne che accogliamo nelle case protette c’è una maggiore incidenza di straniere rispetto alle autoctone, ma questo dipende dal fatto che chi viene da fuori ha meno relazioni e possibilità di appoggiarsi ad un parente. E la violenza è trasversale, colpisce indipendentemente dalla lingua, cultura, provenienza e titolo di studio” precisa l’operatrice, che preferiamo lasciare anonima. Gea è attiva dal 2000 sul territorio provinciale e da allora ha seguito oltre tremila donne che si sono rivolte al centro per violenza domestica.

Cosa dicono i dati?
Abbiamo in media 120- 150 donne che ogni anno ci chiedono aiuto. Quest’anno in particolare abbiamo seguito 128 donne, di cui 13 ospitate nella struttura protetta, 16 di queste insieme ai figli minori.

Nel periodo di lockdown sono aumentate le richieste?
Abbiamo avuto molte più richieste di accoglienza nella struttura protetta; la convivenza forzata ha esasperto situazioni esistenti. È stato un periodo difficile e di grande solitudine per le donne: ci siamo trovate a parlare con donne chiuse in cantina per chiedere aiuto. È emerso chiaramente che ogni percorso di uscita dalla violenza necessita di una rete.

Cosa potete fare voi e le istituzioni?
Offrire possibilità di ascolto e un servizio competente e, soprattutto, saper valutare il rischio. Ogni volta che mi trovo davanti una donna che chiede aiuto potrebbe essere, purtroppo, la prossima vittima riportata dal giornale. Mai sottovalutare. Ricordo che in Italia ogni tre giorni una donna muore, vittima di violenza.

Lei ha detto che, negli anni, i dati delle donne che si rivolgono a voi sono costanti. Non è cambiato nulla per le generazioni più giovani?
La dinamica è la stessa, c’è chi agisce e subisce. Oggi è cambiata la soglia di sopportazione tra le più giovani, che tollerano un po’ meno. Ma il frutto del cambiamento culturale è lento. È un problema relazionale: molti uomini non hanno imparato a vivere relazioni paritarie; spesso sono personalità che hanno bisogno di esercitare violenza. Certo questo non avviene all’improvviso – l’uomo si sceglie la donna con cui sa di poterselo permettere. Sono uomini con lati caratteriali talvolta molto affascinanti e inizialmente accoglienti, capaci di colmare certi bisogni. Occorre cogliere i campanelli d’allarme fin dall’inizio della relazione, perché più si rimane ingabbiate nella rete della violenza, più cala l’autostima e quindi la capacità di reagire.

Tornando sul territorio: com’è la situazione nella Bassa Atesina?
“Noi siamo a Bolzano, ma seguiamo anche molte donne provenienti dalla Bassa atesina, perché non c’è una sede distaccata. Abbiamo numeri rilevanti dalla Bassa, che definirei un territorio caldo – senza distinzione tra straniere ed autoctone. Fortunatamente, abbiamo una buona collaborazione con i servizi sociali territoriali competenti.

Oltre ai servizi in caso di emergenza vera e propria, diversi comuni della Bassa Atesina si sono “attrezzati” con commissioni pari opportunità: di recente sono state istituite a Vadena e Bronzolo, mentre ad Egna e Laives sono già attive da diverse legislature. A farne parte sono spesso donne volontarie, come l’energica Patrizia Daidone, Presidente del comitato pari opportunità di Laives nonché membro della commissione pari opportunità a livello provinciale. “Il nostro compito è sensibilizzare e ascoltare, e tessere reti” ci racconta Daidone, “dobbiamo pensare che la violenza alle donne porta anche alla violenza assistita, quella che vivono i piccoli e che ogni donna che muore lascia degli orfani”, continua. “Perciò quest’anno con il comitato abbiamo iniziato un lavoro nelle scuole, proprio a partire dall’11 di ottobre, giornata dei diritti delle bambine”. In consiglio comunale a Laives è stata portata la sedia del “Posto occupato”, quel posto vuoto lasciato dalla donna che non c’è più”.
Il rosso è anche il colore delle panchine, collocate negli anni passati a Laives, ma anche in altri centri della Bassa, come Egna e Laghetti: le panchine sono non solo un segnale simbolico, ma riportano una targhetta col numero 1522, che risponde alle richieste di aiuto.

Il Comune di Bronzolo, con l’assessora Sabrina Adami ha invece organizzato questa settimana diversi momenti di riflessione sul tema con relatrici come la giornalista Lucia Bellaspiga e l’avvocata Maria Lucia Di Pierro. Tra gli appuntamenti anche un evento con le Poste, con un annullo speciale e la mostra di illustrazione “Ci sono donne” visibile fino al 27.11 alla galleria Raika (ingresso libero). “Ci occupiamo di educazione e prevenzione, perché il femminicidio è solo la punta di un iceberg” dice Roberta Decarli, presidente della commissione di Egna, che aderirà alla giornata con diverse iniziative, portate avanti fino al 10 dicembre, giornata internazionale dei diritti umani. La sedia del posto occupato verrà esposta nelle sedi istituzionali ed esercizi pubblici, mentre il 25 mattina ci sarà uno stand informativo in paese. “Siamo qui per ascoltare e indirizzare le donne che hanno bisogno di aiuto” ci racconta Margareth Stifter, volontaria e presidente della commissione pari opportunità di Vadena, recentemente istituita dall’assessore Govi. “Le donne spesso non parlano delle violenze che subiscono, nemmeno con la migliore amica. E ci sono tanti tipi di violenza, non solo fisica, ma anche psicologica ed economica. E vorrei ricordare una cosa importante: esiste il protocollo Erika, basta dire questa parola al pronto soccorso e viene attivata immediatamente una rete di protezione, che porta la donna in una sala protetta ed in un percorso di aiuto lontano dall’aggressore”. Ricordiamo inoltre che è attiva 24 ore su 24 la linea telefonica di emergenza gratuita di Gea, numero verde 800 – 276433.
A livello nazionale, esiste il numero verde 1522 , anche questo gratuito e attivo 24 h su 24, che accoglie con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking.

Autrice: Caterina Longo

Non c’è libertà senza responsabilità

Per capire quanto sia importante la vaccinazione per contenere il coronavirus e per limitarne le conseguenze è sufficiente confrontare i dati di quest’anno con quelli dell’anno scorso. Il numero dei contagiati, dei ricoverati, delle terapie intensive, dei morti è drasticamente calato rispetto allo stesso periodo del 2020.

Malgrado l’evidenza ancora molte, troppe persone si rifiutano di farsi vaccinare. I motivi possono essere molteplici. In certi casi si invoca il diritto alla libertà personale, come se ottemperare a un obbligo di legge fosse di per sé una lesione di questo diritto. La verità è che non esiste libertà senza responsabilità. La responsabilità e l’eticità delle nostre azioni (o delle nostre omissioni) si misurano in base alle conseguenze che esse hanno sulle altre persone e sull’ambiente che ci circonda. Il rifiuto di farsi vaccinare (quando esso non è giustificato da comprovati motivi di salute) ha ripercussioni serie sia sulla persona che su tutta la società. Innanzitutto la persona non vaccinata mette a rischio la propria salute. La qual cosa rientrerebbe certamente nella sfera della libertà personale se ogni malato di Covid-19 non rappresentasse un costo pesante per il sistema sanitario (cioè per tutti noi). Chi si ammala di Covid-19 in modo grave va a occupare letti in ospedale e usa risorse di tutti. Queste risorse sono sottratte ad altre categorie di malati. Alcuni di questi, che ad esempio hanno dovuto aspettare mesi per una visita, hanno conseguenze anche mortali. La mancata vaccinazione di una parte della popolazione fa sì che il virus continui a circolare. Questo mette a rischio la salute e la vita delle persone più deboli. Detto diversamente: alcuni muoiono perché altri non si sono voluti vaccinare. Se poi si è costretti a un nuovo lockdown, l’economia si ferma, le relazioni ne risentono, aumenta la povertà materiale e psichica. Ancora una volta a pagare il conto della libertà-senza-responsabilità saranno i più deboli.
Infine: negli ospedali, nelle case di riposo, nelle attività sociali e sanitarie le persone vaccinate si stanno facendo carico anche del lavoro dei loro colleghi non vaccinati. Una situazione che a lungo andare andrà a minare le relazioni e la convivenza civile.

Autore: Paolo Bill Valente

E’ arrivato il letargo

Mi sono affezionata all’inverno perché sento che è vero, non come l’estate che vola via e sembra così divertente e allegra ma non lo è, perché il sole è sempre di corsa e lascia tutti con l’amaro in bocca. L’inverno non pretende di confortare, ma in fin dei conti sento che è consolante, perché una si raggomitola su se stessa e si protegge e osserva e riflette, e credo che soltanto in questa stagione si possa pensare per davvero. 
Marcela Serrano

Capisco che per qualcuno l’inverno sia lungo e paia non finire mai; che debba resistere fino a febbraio e poi tutto tornerà alla “normalità”. Così come i semi, che ho raccolto qualche giorno fa, che ho messo ad asciugare sui canovacci da cucina e che già attendono i tepori cosmici per germinare.  Ma io adoro anche l’inverno: la neve con la sua smisurata poesia; la neve senza pioggia o pioggia mista a neve, che vorrei imbiancasse sempre le pianure – e il mio cortile immaginario – e non si concedesse solo alle alture. Gli inverni sono sempre più miti e purtroppo uno come quello del 1985 non tornerà più a farci visita. Ricordo la neve alta oltre mezzo metro in città, i viali alberati e le auto parcheggiate completamente sommersi, i bambini felici trainati sulle slitte o quelli che giocavano a battaglie di neve, le scuole chiuse e il silenzio ovattato che è proprio della neve e che tutti conosciamo, i bianchi cumuli rimasti per mesi ai bordi delle strade. Per questo motivo ogni volta, nelle notti potenzialmente nevose, attendo elettrizzato davanti alla finestra il cadere lento delle prime virghe che andranno lemme lemme ad imbiancare il paesaggio attorno a me e persino i ciclamini che ho sui davanzali esterni.

Il BalconORTO, invece, è in pausa: durante le ultime settimane ho rimosso tutte le piante annuali come pomodori, peperoni, zucchine ed erbe aromatiche ormai spoglie e giunte a fine ciclo produttivo e che, a queste latitudini, non riusciranno a svernare; in un angolo riparato sopravvivrà solamente il cavolo nero toscano e la cipolla egiziana ligure, che impiego spesso in cucina per preparare i minestroni e la farinata di ceci. Con dei nastrini colorati avevo marcato i rametti secchi ed i succhioni del melograno e dell’albicocco nano che ho poi potato, irrorando sui tagli e sull’intera pianta tramite uno spruzzino zeolite disciolta in acqua per aiutare la pianta a cicatrizzare le ferite e per apportare potassio; anche il tessuto non tessuto (TNT) è pronto per avvolgere le piante e per riparlarle prima delle gelate invernali. Gli altri vasi resteranno parcheggiati sul lato interno del balcone dove c’è qualche grado celsius in più rispetto al parapetto, per permettere il mantenimento vitale alle zampe degli asparagi e alla scorzobianca che resteranno interrate: anche qui un paio di giri di tessuto non tessuto intorno al vaso potrebbero aumentare le possibilità di sopravvivenza alle nostre piante. Sconsiglio eventuali pacciamature a base di paglia sopra il terriccio dei vasi, luoghi preferiti di svernamento di acari e cimici asiatiche.

Autore: Donatello Vallotta

Laives e i suoi primi curati

Fino all’inizio del XVIII secolo, era un prete della parrocchia di Bolzano a prendersi cura delle anime del paese – ovviamente dietro congrua remunerazione. Qualcuno di costoro borbottava per il cammino di due ore sullo stradone polveroso ma poi, giunto a destinazione, aveva modo di rimettersi in forze nella vecchia canonica adiacente alla chiesa. Quella nuova sarebbe stata costruita soltanto nel 1860. Invece la chiesa, a quanto pare finanziata dal nobile Heinrich von Lichtenstein, è citata dal 1386: ma è probabile che quell’anno sia stata soltanto ricostruita. Dice infatti un antico documento che “in villa Leifers quedam capella in bonorem sancti Antoni confessoris antiquitus constructa existat” ossia esistente “da tempi antichissimi”. Ad ogni modo, il principe vescovo di Trento Alberto conte di Ortenburg la inaugurò nel maggio 1386, accordando ai fedeli un’indulgenza di 40 giorni affinché “cupientes igitur, ut capella sanctorum Sigismondi Regis et Martyris, Nicolai pontificis et confessoils et Antonii confessoiis in Leuvers (altrove anche Leyvirs) diocesis nostra dedicata congruis honoribus veneretur” – in sostanza invitandoli a rendere i dovuti onori (e congrui tributi) al nuovo edificio di culto dedicato ai santi Sigismondo (poi andato perduto), Nicola e Antonio.
Ovviamente a quell’epoca era più piccola di quella attuale e poteva contenere una sessantina di persone. Venne allungata nel 1650, poi nel 1856 avvenne un secondo ampliamento e la chiesa fu inaugurata dal beato Johannes von Tschiderer. La torre campanaria è più antica, del 1200 – a riprova del fatto che in quel luogo esisteva già un piccolo tempio cristiano, probabilmente succeduto ad uno pagano. L’11 ottobre 1440 venne invece inaugurato da Alessandro, patriarca di Aquileia, il primo cimitero: fino a quel momento, i morti dovevano essere tumulati a Bolzano e i famigliari in lutto si lamentavano più per la lunghezza dell’ultimo viaggio che per la perdita del caro.
Le messe che il curato era tenuto a celebrare erano elencate in una direttiva del 16 gennaio 1589 emanata dall’arciduca Ferdinando. La “paga” era di 18 fiorini. I battesimi sono registrati dal 1605, i decessi dal 1625. Il primo matrimonio compare nel 1711, quando venne finalmente creata la curazia di Laives. Dovevano essere celebrate almeno tre messe la settimana: una per la conservazione della pace, una per i vivi e una per i defunti. A causa dell’aria malsana, al curato di turno venne concessa anche una “Sommerfrische” (i famosi “freschi”).
Il primo curato fu Zacharias Hochleitner. Nel 1787 compare Johann von Kolb, noto per aver “portato” nottetempo la Madonna di Pietralba a Laives. Johann Bart, eletto nel 1801, fece richiesta di un secondo sacerdote di lingua italiana, poiché nel periodo napoleonico erano arrivate a Laives parecchie famiglie italiane. La richiesta fu respinta per motivi economici e alla necessità provvidero i curati “italiani” di Bronzolo.

Autore: Reinhard Christanell

Gli animali selvatici a Bolzano

Dopo gli uccelli, ecco la seconda tappa del nostro percorso alla scoperta degli animali selvatici a Bolzano. Con l’aiuto del presidente di WWF Bolzano Roberto Maistri, descriviamo dunque gioie e dolori della fauna con la quale conviviamo nel capoluogo altoatesino.

Il dialogo con il presidente del WWF Roberto Maistri parte da un concetto di fondo, tanto interessante quanto per nulla scontato, ovvero la differenza che esiste tra essere protezionisti e animalisti. Ebbene: ai protezionisti – ovvero ai volontari del WWF – interessa la biodiversità e la tutela degli habitat. Per loro quindi non è importante la salvaguardia del singolo animale, bensì della specie ed è proprio in questo che sta la grande differenza rispetto agli animalisti. Un esempio classico della contrapposizione tra protezionisti e animalisti sta nel rapporto che il WWF ha con le “gattare”, le signore che – anche a Bolzano – si prendono cura a loro modo dei gatti “randagi”. Per i protezionisti la sterilizzazione promossa da queste signore ad esempio è un vero e proprio controsenso, che priva gli animali della loro caratteristica peculiare, avvicinandoli all’uomo, l’unico essere vivente che sceglie, spesso, di non procreare. Maistri ricorda infatti che nel mondo animale la specie sacrifica tranquillamente gli individui meno adatti, pur di perpetuarsi.

LA CITTA’: UN AMBIENTE DEGRATATO
In città a Bolzano si trovano solo gli animali selvatici che hanno la maggiore capacità di adattamento.
E anche nei piccoli parchi del capoluogo sono pochi gli animali che possiamo incontrare. Uno dei motivi di questa scarsa presenza sta nel fatto che anche ai bordi della città il verde agricolo è costituito quasi esclusivamente da meleti dove viene fatto un ampio uso di anticrittogamici e pesticidi. L’ambiente naturale è quindi relegato a piccole zone che si trovano lungo gli assi fluviali.
Per la presenza di animali selvatici un altro problema a Bolzano è rappresentato dal fatto che le aree agricole sono quasi tutte recintate, impedendo il passaggio non solo agli umani ma anche a piccoli animali, come lepri e ad esempio i rospi, anfibi terricoli che vivono la gran parte dell’anno nutrendosi di vermi e lumache. Negli ultimi decenni dal contesto urbano sono scomparse anche molte specie, soprattutto di uccelli, che invece avevano a lungo vissuto in città grazie alla presenza di numerosi edifici dotati di orti e giardini, come ad esempio avveniva alle vecchie Semirurali.

Una volpe in città durante una nevicata, sotto a un lampione

L’INTERVISTA
Partiamo dagli animali che siamo abituati a considerare più “vicini” a noi. Com’è la situazione dei cani randagi e dei gatti a Bolzano e in Alto Adige?
I cani randagi sono molto pochi, niente di paragonabile a quanto avviene in altre zone d’Italia, dove il randagismo è una vera piaga. I gatti ci sono, eccome. Dobbiamo ricordare che il gatto è un animale per il quale l’uomo ha operato un addomesticamento molto blando. Si è trattato di una scelta: l’uomo si è avvicinato a questi animali in quanto grandi predatori dei topi. 

I topi ci sono anche a Bolzano? Non ne vediamo molti, in giro…
Sì, ci sono specie sia vecchie che nuove. Ci sono il topolino domestico, quello dei campi e le arvicole. Ma in città e nei pressi di essa troviamo soprattutto la classica pantegana, che in realtà si chiama rattus norvegicus. È un “invasore” proveniente dal nord, fino all’800 non c’era da noi. Si tratta di un ottimo nuotatore, vive nelle fogne e lungo i fiumi. L’altro topo presente è il ratto nero delle case, che è presente da secoli. Per dire: è quello che ha portato la peste e che troviamo nel racconto del Manzoni. Pur presente, il ratto nero è stato quasi soppiantato dalla pantegana, molto più aggressiva e più grossa. Mentre la pantegana si muove a terra, in acqua e sotto terra, il ratto nero vive in soffitta ed è anche in grado di camminare sui fili della luce. La pantegana a Bolzano la si può intravvedere ad esempio nell’Isarco, quando si passa sopra ai ponti. 

Uno scoiattolo

Poi ci sono i pippistrelli, che volano ma non sono uccelli. 
Sì, i chirotteri. Sono mammiferi insettivori che hanno sviluppato il volo. Sono degli animali incredibili, sono dotati di un sistema di geolocalizzazione, una sorta di radar, che consente loro di muoversi e cacciare nel buio più assoluto. Hanno un sistema acrobatico di volo che permette cambi direzionali impossibili anche per gli uccelli.

Le persone tendono ad avere un po’ paura di questi animali. Sono in qualche modo pericolosi?
No, in nessun modo. Conducono una vita molto particolare e amano la città a causa di uno dei motivi principali che conducono le specie animali al loro inurbamento. Oltre alla presenza del cibo – e alla tolleranza da parte dell’uomo – per i pippistrelli fondamentale è la presenza di luoghi dove riprodursi. Cercano vecchi manufatti ma non solo, anche sottotetti. Devono essere, soprattutto, luoghi in qualche modo riscaldati. è infatti più facile svernare dentro il tetto di un condominio che tra le rocce dei porfidi in Val d’Adige. Ricercano una condizione climatica sopra lo zero, in pratica. Certo vivere accanto all’uomo in un ambiente inquinato e fortemente degradato non è facile. E infatti ne pagano le conseguenze, attraverso una maggiore mortalità e una minore aspettativa di vita. Com’è anche per noi umani, d’altronde.

Un riccio

Passiamo alle faine, ai ghiri e ai ricci.
La faina ha una adattabilità incredibile, per questo è entrata in città. è un mustelide nato come predatore classico di piccoli uccelli e roditori. In città si trova benissimo dato che l’uomo butta via una quantità incredibile di prodotti commestibili per lui, figurarsi per una faina. Le faine si divino il territorio in città. Ognuna marca una zona e la difende dalle altre faine. Le faine fanno festa anche quando trovano il cibo che le gattare mettono a disposizione dei gatti randagi. Si è addirittura scoperto che, oggi, il successo riproduttivo della faina è superiore in città rispetto a fuori. Il ghiro è un altro roditore super adattabile. L’unica sua pecca è che ha bisogno di una cavità. A lui piacciono molto i sottotetti e se si infilano lì poi disturbano facendo un sacco di rumore, soprattutto di notte. Anche loro sono molto eclettici nell’alimentazione, ma tendono a stare ai margini della città. I ricci poi sono una vera e propria opera d’arte. Vivono tranquillamente in città e anche loro apprezzano il latte e i croccantini nelle ciotole dei gatti. Trovano le loro nicchie per nidificare e vivono benissimo. E quando attraversano le strade spesso non si appallottolano neanche più: corrono!

Un rospo in mezzo al muschio

Cinghiali. A Roma entrano anche in città. E a Bolzano? 
Da noi no. Ancora ai tempi di Durnwalder si decise che il cinghiale non fa parte della fauna locale e allora il ritorno di questo animale viene impedito alla radice. Appena li vedono li… ammazzano. Ma non penso che basterà, se consideriamo quello che sta avvenendo in altre regioni. Hanno un tasso riproduttivo e una mobilità talmente alti, che bloccarli è quasi impossibile, quando prolificano. 

Volpi, scoiattoli e serpenti. 
Le volpi in città sono state osservate più volte, specie nella zona di san Maurizio. è un altro animale molto adattabile e, naturalmente, opportunista, come ben sappiamo. Gli scoiattoli a Bolzano non ci sono, mentre a Merano si possono tranquillamente incontrare anche in città. Hanno bisogno infatti di alberi ad alto fusto e una alberatura stradale molto più folta, per saltare da un albero all’altro. I serpenti invece sono molto rari. In giro si possono intravvedere solo qualche biscia e qualche biacco. 

Autore: Luca Sticcotti

La targa dedicata alla figlia di Dostoevskij

Fresca di… ! È da pochi giorni, dal 10 novembre, che nel maestoso complesso del Grieserhof, nell’atrio di Villa Aufschnaiter- Caffè Bistro, si trova la targa trilingue (italiano-tedesco-russo) che ricorda la morte, 95 anni fa, il 10 novembre 1926, di Liubov’ Dostoevskaja, scrittrice russa, figlia del più noto scrittore russo Fëdor Michailovič Dostoevskij (1821-1881). All’evento, promosso dall’associazione culturale Rus’, a 30 anni dalla sua fondazione, presenziarono il sindaco Caramaschi, il vicesindaco Walcher e Christoph Klotzner, presidente della Fondazione S. Elisabetta, che gestisce il Grieserhof. L’associazione culturale Rus’, con sede a Bolzano, intende far conoscere in Alto Adige la cultura russa e slava e portare nel contempo in Russia testimonianze della cultura locale nelle sue espressioni plurilingui. La targa inizia con “Vorrei vivere là dove c’è più sole”, riportante una frase di Liubov’ Dostoevskaja in un questionario giovanile; prosegue con “Liubov’ Fédorovna Dostoevskaja (1869-1926), scrittrice russa” e con “figlia di F.M. Dostoevskij si spense al Grieserhof il 10 novembre 1926”. Liubov’ Dostoevskaja per motivi di salute (soffriva di tisi) visse per lo più all’estero; in Italia trascorse gli ultimi anni della sua vita. L’amata Liubov’, così la definiva il padre, di cui la figlia fu anche biografa, nei suoi viaggi utilizzò il nome di Aimée , che divenne il suo nome alternativo. Nel 1924 si trasferì da Nizza a Merano, dove passò l’inverno 1925-1926; a marzo fu a Gries, per tornare in aprile a Merano (Villa Borodine). Tra maggio e giugno 1926 fu ad Arco, dove tornò dopo esser stata a Milano in agosto. Da Arco si trasferì a Gries, dove fu ricoverata al Grieserhof e dove morì il 10 novembre. Sepolta nel cimitero di Gries, dal 1957 riposa nel cimitero di Oltrisarco. Nel 2019 l’Associazione culturale Rus’ ha pubblicato la prima traduzione in italiano del suo romanzo “L’emigrante” (1912).

Autore: Luca Sticcotti