Discriminazione salariale. Fenomeno complesso e evitabile

Ci si può chiedere quali siano le cause del divario nelle retribuzioni tra donne e uomini e se il fenomeno riguardi anche l’Alto Adige. I dati presentati in occasione dell’Equal Pay Day, promosso dalla Provincia di Bolzano per il 17 aprile, descrivono una situazione che fa parlare, anche dalle nostre parti, di discriminazione salariale.

Il gender pay gap in Alto Adige non solo persiste, ma è leggermente aumentato, passando dal 17,3 al 17,5 per cento nell’ultimo anno. Un divario che, come sottolineato dalle istituzioni locali, non è solo una statistica, ma incide concretamente sull’intera vita delle donne, fino alla pensione.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e intrecciate. In primo luogo, pesa la struttura del mercato del lavoro: le donne sono più spesso occupate in settori meno remunerati o con contratti part-time, una condizione che in Alto Adige riguarda quasi la metà delle lavoratrici. A ciò si aggiungono le interruzioni di carriera legate ai carichi di cura, che riducono continuità e possibilità di avanzamento.

Un secondo fattore è rappresentato dalla difficoltà di accesso alle posizioni apicali. Nonostante i progressi, le donne restano sottorappresentate nei ruoli decisionali, con effetti diretti sulle retribuzioni medie. Qui entrano in gioco anche stereotipi e pregiudizi culturali, spesso invisibili ma ancora radicati, che influenzano valutazioni, promozioni e negoziazioni salariali.

Infine, il divario è alimentato da fattori più profondi, legati alla socializzazione e alle scelte formative: uomini e donne tendono a concentrarsi in ambiti professionali diversi, con ricadute economiche significative. Come ricordano gli studi sul tema, il gender pay gap è il risultato combinato di differenze nei settori, nelle ore lavorate e, in parte, di discriminazioni dirette.

Di fronte a questo scenario, iniziative come l’Equal Pay Day non hanno solo una funzione simbolica, ma mirano a promuovere maggiore trasparenza e consapevolezza. Perché il divario salariale non è inevitabile: è il prodotto di scelte economiche, sociali e culturali che possono – e devono – essere cambiate.

Autore: Paolo Bill Valente

Mani che grondano sangue. Ma Pasqua è vita e speranza

Una delle immagini più controverse della presente retorica bellicista è quella di Donald Trump attorniato da una schiera di pastori che pregano per lui. Il legame tra politica e religione è un elemento presente in tutta la Bibbia – per non citare altri libri sacri – e c’è anche nei racconti evangelici della passione che leggiamo in questi giorni.

Tra la folla che applaude Gesù Cristo al suo ingresso a Gerusalemme – episodio che la tradizione fa rivivere la Domenica delle Palme – molti sono quelli che pensano che sia arrivata l’ora del riscatto. Vedono in lui il capo politico che solleverà il popolo, armato di spada, contro l’odiata occupazione romana. Resteranno delusi. Tanto che, quegli stessi che la domenica gridavano “osanna” il venerdì urleranno “crocifiggilo”.

Fa specie come da duemila anni nelle chiese si proclamino parole come “amate i vostri nemici”, “porgete l’altra guancia”, “amatevi gli uni gli altri” e molto altro e al tempo stesso, a cominciare almeno da Costantino, si invochino il nome di Dio e la croce di Cristo per benedire le armi e invocare la vittoria. Si parla qui in particolare delle guerre di offesa, quelle provocate da chi ha gli arsenali per farlo e di cui siamo impotenti spettatori in questi tempi drammatici.

La Domenica delle Palme papa Leone ha ricordato che Gesù, invece, è il “re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’ (Isaia 1,15)”.

Qualche giorno prima il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa aveva detto che “l’abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa e qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo”. “Se è presente in questa guerra, Dio è tra quelli che stanno morendo, che stanno male, che soffrono”.

Se la religione è incompatibile con la violenza, anche la politica non è riducibile alla conquista del potere. È tutt’altro: l’arte di costruire il bene comune. Cosa che presuppone una fede salda nella dignità umana. Strumentalizzare la religione per motivi “politici” svilisce invece la stessa politica e i suoi attuali protagonisti.

Ma la Pasqua, lungi dal nascondere violenza e morte, è un inno alla speranza e alla vita. Dunque: buona Pasqua (in particolare alle vittime della guerra e ai costruttori di pace)!

Autore: Paolo Bill Valente

Habermas, i nazionalismi, il patriottismo costituzionale

Negli ultimi anni il riemergere dei nazionalismi in Europa e l’affermazione dei populismi in molte democrazie occidentali – dagli Stati Uniti a diversi Paesi dell’Unione – hanno riaperto una discussione che il filosofo tedesco Jürgen Habermas – scomparso lo scorso 14 marzo all’età di 96 anni – aveva anticipato già da tempo.

Nel pensiero di un uomo che ha conosciuto attivamente le contraddizioni del secolo scorso e di questo, la rinascita dei nazionalismi non è un fenomeno puramente culturale o identitario, ma il sintomo di una trasformazione profonda nelle democrazie dell’era della globalizzazione. Habermas ha visto prima di altri come la globalizzazione economica ha progressivamente eroso la capacità degli Stati nazionali di controllare i processi economici e sociali. Le decisioni che incidono sulla vita dei cittadini – dalla finanza ai commerci internazionali – vengono spesso prese in contesti sovranazionali o da attori globali difficilmente controllabili dalla politica democratica. Questo scarto tra potere economico globale e politica nazionale produce un senso diffuso di perdita di controllo. È in questo vuoto che si inseriscono i nuovi nazionalismi. In Europa, i partiti sovranisti hanno costruito il loro consenso promettendo un ritorno alla sovranità nazionale, presentata come l’unico argine alla globalizzazione e all’immigrazione. Negli Stati Uniti, il fenomeno populista esploso negli ultimi anni ha seguito una traiettoria simile: la promessa di “riprendere il controllo” delle frontiere, dell’economia e dell’identità nazionale. Per Habermas, tuttavia, questo ritorno del nazionalismo è in gran parte illusorio. Gli Stati nazionali, da soli, non sono più in grado di governare processi economici e politici che operano su scala globale. Il rischio è che il richiamo all’identità nazionale sia solo uno strumento politico capace di mobilitare paure e frustrazioni, ma incapace di offrire soluzioni reali.

Il filosofo tedesco ha contrapposto a questa deriva l’idea di un “patriottismo costituzionale”: un senso di appartenenza fondato non su etnia o tradizione, ma sui valori democratici e sui diritti condivisi. In Europa questo progetto si traduce nella necessità di rafforzare le istituzioni politiche dell’Unione, colmando il divario tra integrazione economica e legittimazione democratica. La stagione dei nazionalismi e dei populismi, letta alla luce delle riflessioni di Habermas, appare dunque come la manifestazione di una crisi della democrazia nella globalizzazione. Non un ritorno al passato, ma il segnale che la politica non ha ancora trovato le forme adeguate per governare un mondo sempre più interdipendente ma esposto – come mostrano i numerosi conflitti in atto – alla logica del divide et impera.

Autore: Paolo Bill Valente

“Ambientalista, pacifista, filosofo della convivenza”

Roma ricorda Alexander Langer. A due giorni da quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno (22 febbraio), sulla parete che dà sul cortiletto esterno dell’istituto Darwin, sulla via Tuscolana, è stata inaugurata una lapide che ricorda una presenza mai dimenticata, malgrado sia passato ormai mezzo secolo.

Non tutti sanno che Langer fu professore in un liceo romano. Lui stesso ne parla in un suo scritto autobiografico. “Svolgo con grande impegno e passione il compito di insegnante. In due periodi (1969-’72, 1975-’78) la scuola mi assorbe con particolare intensità. Insegno filosofia e storia, nei licei classici di lingua tedesca a Bolzano e Merano, in un liceo scientifico della periferia di Roma”. Aggiunge: “La mia vita nella scuola non è facile, costellata di trasferimenti punitivi, di note di qualifica con ‘sufficiente’ e ‘buono’, con frequenti interventi repressivi di presidi e provveditori. Mai un appunto sulla qualità della mia preparazione o dell’insegnamento, o un richiamo per scorrettezze disciplinari. Mi si rimprovera di ‘fare politica’ e di non rispettare i ruoli prestabiliti”. Langer è uno che crede davvero nella scuola come luogo di riscatto e di crescita. Insieme. Tanto da aver tradotto in tedesco la “Lettera a una professoressa”, scritta dagli alunni del maestro don Milani.

Se con i superiori non c’è piena intesa, “il rapporto con gli alunni, invece, è gratificante e durevole”. “A Roma si vive tra collettivi, cortei, assemblee ed occupazioni. Anche lì un passaggio decisivo nella socializzazione degli alunni si compie a scuola. Credo – immodestamente – che la maggior parte dei miei studenti con me abbia imparato qualcosa di interessante e di importante, e ne serbi un buon ricordo. Con molti di loro il rapporto è ancora vivo”.

È proprio così, anche a decenni di distanza. Ecco il testo della targa: “Ambientalista, pacifista, filosofo della convivenza. Insegnò storia e filosofia in questo liceo (1975-1978). Il suo insegnamento e il suo esempio rimangono testimonianza per chi in questa scuola studia e lavora, nel ricordo collettivo di ex alunni, dei colleghi del municipio VII e della comunità scolastica dell’istituto C. Darwin”.

Quando nel 1995 se ne andò, ex colleghi e studenti, scrissero: “Arricchiti dalla fortuna di averti conosciuto e amato, continueremo a lottare e sperare ‘in ciò che è giusto’”.

Autore: Paolo Bill Valente

Remigrazione. L’homo insipiens e le sue non-parole

Negli Stati Uniti si parla apertamente di “deportazione”. “Le deportazioni di massa stanno migliorando la qualità della vita degli americani” (dal sito della Casa Bianca). In Europa, dove la memoria del recente passato è ancora viva in qualche angolo delle coscienze, “deportazione” è un concetto tabù. Per questo si dice “remigrazione”.

Il termine è sbucato in Francia, negli ambienti dell’estrema destra identitaria, per passare poi all’area di lingua tedesca, dove è stato adottato dall’AfD (Alternative für Deutschland), il movimento fondato su posizioni che, come dichiarano i vescovi tedeschi, sono incompatibili con i valori cristiani. Nel 2023, in Germania, “Remigration” è stato dichiarato “non-parola dell’anno” (Unwort des Jahres).

In Italia la non-parola non è ancora in tutti i dizionari, ma compare già come titolo di manifestazioni e summit, nonché di un disegno di legge di iniziativa popolare: “Remigrazione e riconquista”.

Alla base dell’idea di “remigrazione” stanno visioni dichiaratamente identitarie, implicitamente razzistiche ed etnocentriche. Niente di nuovo sotto il sole. Sono frutto di quel populismo nazionalista, mascherato da patriottismo, che ha preso piede nell’800 per giungere a piena maturazione nella prima metà del ‘900. Pareva aver esaurito la sua stagione mortifera col nuovo millennio, invece ecco la nuova fioritura, soprattutto in Europa e in America, legata ai noti politico-climatico-culturali.

L’idea di remigrazione si fonda sulla convinzione che la terra appartenga a questo o quel popolo. Ma ogni gruppo umano e ogni persona è, di fatto, migrante o discendente di migranti. Ognuno di noi ha un luogo dove poter remigrare. Alzi la mano chi non ha antenati migranti. Andando a ritroso ci ritroveremmo tutti in Africa, da dove l’homo sapiens ha cominciato a migrare nella notte dei tempi, diffondendosi in tutti i continenti e trasformandosi pian piano in homo insipiens.

Certo che la presenza umana sui territori ha bisogno di regole (ci sono già, si facciano rispettare). La questione delle migrazioni però non si affronta a colpi di slogan, ma rimuovendo le cause che negano alle persone il diritto a rimanere nella propria terra.

Fintanto che il sistema-mondo si fonda su enormi disuguaglianze, fintanto che i potenti perseguono unicamente i propri interessi, i deboli avranno tutto il diritto di migrare.

Autore: Paolo Bill Valente

Il ladino, un fiore che vale come l’oro di una medaglia

Il ladino è una delle più belle e preziose eredità che la storia ha consegnato all’Alto Adige. Assieme ad altre lingue minoritarie è promosso e valorizzato da una legge dello Stato (la 482/1999) e soprattutto dalla Costituzione italiana: “La Republica defënd la mendranzes linguistiches cun normes aposta” (art.6).

Lo scorso 17 gennaio la sciatrice gardenese Nicol Delago ha conquistato la prima vittoria della sua carriera in Coppa del Mondo, vincendo la discesa libera di Tarvisio. Un successo che premia anni di lavoro e conferma la sua maturità agonistica. La maggior parte dei tifosi ha applaudito all’oro di Nicol, ma una porzione – che si vorrebbe definire “esigua” anche perché espressione di un “nulla culturale” tendente allo zero ontologico – dei frequentatori della rete l’ha invece ricoperta di insulti, dopo aver sentito la sua intervista alla Rai Ladina, pronunciata nella versione gardenese della lingua dolomitica. “Gareggi per l’Italia, parla in italiano”.

La solidarietà espressa nei giorni successivi è stata corale. Ma come in casi analoghi, sorprende che – nella società dell’iperinformazione che fa il paio con l’iper-ignoranza – ci siano ancora persone che non conoscono il rispetto dei diritti linguistici e non comprendono come la varietà delle lingue apra le menti mentre la monocultura le ottunde (appunto).

La non-cultura del siamo-in-Italia-si-parla-italiano è espressione di residui di nazionalismo presenti in tutto il Paese (e nel mondo). Si fondano – oltre che su una generica intolleranza nei confronti di chi non è come te – sulla misconoscenza di questa Italia che, come Repubblica, ha la tutela delle minoranze linguistiche tra i suoi principi fondativi.

Il ladino, che è vario e bello come le terre dove esso si parla, appartiene a una famiglia linguistica che si estende dal Friuli ai Grigioni. Un patrimonio fatto di storia e leggende, di passato e presente. Appartiene a tutti coloro che amano la biodiversità culturale. “N gra de cuer a duc chëi che juda pea a lascé flurì la rujeneda ladina” (Grazie di cuore a tutti coloro che fanno fiorire la lingua ladina!).

Un dettaglio: il 17 gennaio, mentre i ratti da tastiera ci insultavano (perché gli insulti vanno a tutte le persone bi-tri-plurilingui) in molte parti del Bel Paese si celebrava la “Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali”.

Autore: Paolo Bill Valente

Custodire voci e volti umani. Tra intelligenza e stupidità

Ricorre in questi giorni, nella memoria di san Francesco di Sales, la festa patronale dei giornalisti. È l’occasione in cui il papa rende pubblico il messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in calendario a maggio (a Bolzano in gennaio): un appuntamento che, ogni anno, invita la Chiesa e il mondo dell’informazione a misurarsi con il senso e la responsabilità del comunicare.

Il messaggio di quest’anno ruota attorno all’esortazione: “custodire voci e volti umani”. Un richiamo che intercetta una trasformazione profonda degli ecosistemi comunicativi, oggi plasmati da tecnologie capaci di incidere sulle relazioni come mai prima d’ora. Dagli algoritmi che decidono cosa vediamo nei flussi informativi, fino ai sistemi di intelligenza artificiale in grado di produrre testi, immagini e conversazioni, il salto di scala è evidente. Le possibilità offerte sono immense, impensabili solo pochi anni fa.

E tuttavia efficienza e potenza non bastano. Nessuna tecnologia può sostituire ciò che è propriamente umano: l’empatia, il discernimento etico, la responsabilità morale. La comunicazione pubblica non è una mera elaborazione di dati, ma un esercizio di giudizio. La sfida decisiva è questa: garantire che l’essere umano resti il soggetto che orienta, e non l’anello debole di processi automatizzati. Il futuro della comunicazione si gioca sulla capacità di mantenere le macchine come strumenti al servizio della vita umana, non come forze che ne attenuano o cancellano la voce.

Le opportunità sono reali, ma altrettanto concreti sono i rischi. L’intelligenza artificiale può generare contenuti seducenti e insieme ingannevoli, rafforzare stereotipi già presenti nei dati di partenza, amplificare la disinformazione simulando voci e volti credibili. Tutte cose che fa anche la “stupidità naturale”, per così dire. Può violare la privacy, intaccare l’intimità delle persone, erodere – se usata senza criteri – il pensiero critico e la creatività. A ciò si aggiungono interrogativi non secondari sul controllo monopolistico di queste tecnologie e sulle nuove disuguaglianze che ne possono derivare.

Da qui l’urgenza di investire con decisione sull’educazione. Accanto all’alfabetizzazione mediatica tradizionale, diventa indispensabile una formazione specifica sull’intelligenza artificiale. Un messaggio chiaro, non solo per i giornalisti cattolici: il contributo da offrire è quello di una pedagogia del discernimento, capace di aiutare soprattutto le nuove generazioni a sviluppare uno sguardo critico e a crescere nella libertà dello spirito. Perché senza voci e volti umani, non c’è comunicazione che possa dirsi davvero tale.

“Custodire voci e volti umani”, un invito che va ben oltre gli aspetti della comunicazione sociale, in questo mondo disumanizzato dalla politica di potenza, dalla negazione del diritto, dalle memorie negate. Intelligenza artificiale e stupidità naturale: un diabolico mix.

Autore: Paolo Bill Valente

Il disagio: effetto collaterale del “sistema Alto Adige”

Il dibattito sul cosiddetto “disagio degli italiani” in Alto Adige ha avuto sempre un ampio fondamento di verità e un certo ruolo di propaganda. Il secondo tendenzialmente ha oscurato il primo, lasciando irrisolte le questioni di fondo. Due nodi: l’apprendimento della seconda lingua e il “sistema Alto Adige”.

Già dire “gli italiani” è fuorviante. In provincia, sulla base della categoria linguistica (e prescindendo da un corposo gruppo di cittadini stranieri), ci sono altoatesini o sudtirolesi (per me sinonimi) di lingua tedesca, italiana, ladina o mistilingui, molto diversi tra loro e non necessariamente accorpabili in gruppi omogenei.

Molti altoatesinosudtirolesi di lingua italiana hanno un problema. Non conoscono a sufficienza il tedesco. Questo dipende in parte dalla scelta del singolo (chi vuole lo impara) e in gran parte dal contesto – scuole monolingui, prevalenza del dialetto – che frappone ostacoli all’apprendimento. Oggi meglio che ieri, ma molta strada ancora da fare. L’incapacità di comprendere – sul piano linguistico – cosa accade attorno a te, crea di per sé disagio. La buona notizia: le lingue si possono imparare. La cattiva notizia: più difficile quando sono trattate come elemento ideologico e identitario.

Ciò che produce disagio (degli “italiani”, ma non solo) sono gli effetti collaterali di quello (c’è ma non si vede) che viene chiamato “sistema Alto Adige”. L’affermazione dell’autonomia dal dopoguerra agli anni ‘90 non è stata un percorso facile. Ha comportato tra l’altro un compattamento “a prescindere” di parte della società altoatesina. Questa unità – “Geschlossenheit”, parola che richiama anche l’idea di “chiusura” – si è realizzata attorno al partito di raccolta etnica e ha come componenti organiche le lobby economiche, l’informazione/cultura, pezzi di sociale, di chiesa, di formazione dei giovani. Persino una certa “opposizione”, in questo contesto, è organica al sistema.

Per motivi storici e per scelta più o meno consapevole, il gruppo di lingua italiana è escluso da questo “organismo” (ad esempio non è contemplato che suoi esponenti ricoprano ruoli apicali), non tanto per una questione “etnica” (la cooptazione di persone di lingua italiana è prassi consolidata, purché se ne stiano buoni buoni nel proprio orticello), ma perché strutturalmente non organico al sistema (che ha radici nella “Geschlossenheit” e ha sviluppato una società funzionale alla stessa). Ovviamente la cosa è molto più complessa di quanto si possa dire in poche righe.

La cattiva notizia? L’Alto Adige o Sudtirolo non valorizza le risorse umane e culturali di cui dispone e andrà impoverendosi e provincializzandosi. La buona notizia? Troviamola, c’è da qualche parte.

Autore: Paolo Bill Valente

Bilancio linguistico. Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

Il Barometro linguistico 2025 pubblicato dall’Istituto provinciale di statistica ASTAT offre un quadro ricco e articolato della complessa realtà altoatesina. L’immagine che ne emerge è complessivamente positiva, pur evidenziando la persistenza di alcune sacche di pregiudizio e di atteggiamenti etnocentrici.

Per chi vuole vedere il bicchiere mezzo vuoto, non mancano gli argomenti: la difficoltà di molti altoatesini di lingua italiana nel comprendere e parlare il tedesco; le differenze marcate tra i gruppi linguistici in tema di identità; la presenza di una – seppur ridotta – quota di persone che ritiene poco o per nulla importante conoscere la lingua dell’altro. C’è ancora un 2% che considera inutile o addirittura dannosa la conoscenza di una seconda lingua. Il 6% della popolazione pensa che “si starebbe meglio senza diversità etnica”. Il 28% degli altoatesini ritiene che il proprio gruppo linguistico sia svantaggiato (percentuale che sale al 46% tra gli italofoni). Per il 19% la convivenza è giudicata lacunosa o pessima (28% tra gli italiani). E un quinto degli intervistati nega ai propri concittadini il diritto a una toponomastica bi- o trilingue.

Ma ci sono più ragioni per vedere il bicchiere mezzo pieno. La competenza in italiano delle persone di lingua tedesca e ladina è nel complesso buona. Cresce il numero di chi si riconosce in identità plurime. Una larga maggioranza considera molto importante conoscere la seconda lingua, e molti percepiscono il multilinguismo come un vantaggio concreto (47%) e un arricchimento personale (36%). Per il 74% la presenza di più gruppi linguistici è – o potrebbe diventare, a determinate condizioni – una ricchezza culturale. Quasi due terzi della popolazione ritengono che il proprio gruppo non sia né avvantaggiato né svantaggiato, e oltre un terzo riconosce pienamente il diritto alla toponomastica bi- o trilingue. Per l’81% la convivenza è soddisfacente o addirittura ottima.

Gli altoatesinosudtirolesi tendono spesso a lamentarsi, talvolta con piena ragione. Eppure il 94% della popolazione – con percentuali simili tra tutti i gruppi linguistici – ritiene che la qualità della vita in Alto Adige, rispetto alle altre regioni italiane, sia uguale, migliore o molto meglio. Solo il 6% afferma di stare peggio o molto peggio. Chissà se questi concittadini insoddisfatti hanno mai messo il naso oltre la Stretta di Salorno.

Autore: Paolo Bill Valente

Nulla è scontato. E la forza sta nelle differenze

Quando si esce dalla stazione centrale di Vienna, la prima piazza che si attraversa è dedicata all’Alto Adige: Südtiroler Platz. Il nome fu assegnato nel 1927 per ricordare il distacco del Sudtirolo dal resto del Paese e come gesto di solidarietà verso una popolazione esposta al nazionalismo del regime fascista.

L’Alto Adige, in realtà, non ha mai fatto parte della Repubblica austriaca. Ha però condiviso pienamente, per quasi sei secoli – da quando la contessa Margherita cedette il Tirolo ai duchi d’Austria – il destino dei territori legati alla corona asburgica.

Oggi chi esce su piazza Alto Adige a Vienna trova una stele rossa che racconta la storia dell’autonomia. Durante l’inaugurazione – il 13 ottobre, a 65 anni dalla risoluzione dell’ONU che invitava Austria e Italia a trovare un accordo – il presidente Arno Kompatscher, insieme al suo omologo viennese Michael Ludwig, ha sottolineato come la stele “vada oltre la classica narrativa vittimistica dell’Alto Adige”. “Racconta la nascita di un’autonomia e mostra come sia possibile superare i conflitti di confine, come si possa rendere concreta una convivenza pacifica.” Non è stata la violenza a prevalere in Alto Adige, ma lo Stato di diritto e la diplomazia. “Questa stele – ha aggiunto Kompatscher – ci ricorda che autonomia e pace non sono scontate, ma richiedono un impegno e un’attenzione costanti.”

Che non si tratti di percorsi scontati e di traguardi acquisiti una volta per tutte lo dimostrano anche le recenti cronache legate a Jannik Sinner. Non passa giorno senza che il ragazzo di Sesto venga interrogato sulla sua “italianità” – a conferma del fatto che molti dei paladini della Costituzione italiana non ne hanno mai letto oltre i primi cinque articoli.

In un’intervista televisiva, Sinner ha affermato di essere felice di essere nato in Italia e non in Austria o altrove, perché dell’Italia apprezza le differenze culturali (“la tutela della diversità”, leggiamo anche sulla stele viennese…). Una tirata d’orecchie, per quanto garbata, gli è arrivata dal comandante degli Schützen, Christoph Schmid. Pur esprimendo disagio per le parole di Sinner (che, in realtà, non ha detto di essere contento di non essere austriaco, ma semplicemente felice di essere nato in Italia), anche Schmid riconosce che “apertura e diversità (Vielfalt) non sono una debolezza, ma una forza”, e che tutti abbiamo la responsabilità di vigilare sulla “consolidata diversità culturale” della nostra terra.

In un mondo che sembra muoversi nella direzione opposta, la tutela delle diversità è un messaggio tanto più necessario. In Europa, in Medio Oriente, in tutto il pianeta.

Autore: Paolo Bill Valente