L’università di Bolzano diventa “più internazionale”

L’Università di Bolzano nei primi decenni della seconda autonomia fu un argomento tabù. L’idea di un ateneo plurilingue nel cuore dell’Alto Adige confliggeva con la dottrina del “quanto più ci divideremo, tanto meglio ci capiremo” e con un sistema scolastico che viaggia anche oggi su binari paralleli.

Quando nel 1997, nell’era del pragmatismo durnwalderiano, UniBz fu fondata davvero, per molti fu un sogno che si era avverato. Oggi essa è un (piccolo) ateneo trilingue e internazionale, con cinque facoltà, oltre 40 programmi di laurea e master, circa 4.100 studenti iscritti, di cui l’11 per cento proviene dall’estero. Il 27 per cento del corpo docente è classificato come “internazionale”.

Recentemente abbiamo “letto sul giornale” un titolo che suona un po’ così: “L’Università di Bolzano diventa di nuovo ‘più tedesca’”. Nell’articolo si riferisce del fatto che la presenza di docenti di lingua tedesca nell’ateneo bolzanino non è al livello che dovrebbe. Per questo il governo italiano ha approvato una misura, grazie alla quale il 10 per cento (per ora) dei membri del corpo docente (17 su 179 professori) potrà essere reclutato da Paesi di lingua tedesca, anche se i professori non hanno ancora una cattedra. L’obiettivo è fare in modo che in futuro il 70 per cento dei docenti provenga dall’estero.

Si può naturalmente discutere sulla bontà di questo provvedimento. Qualcuno fa notare che esso può incidere negativamente sulla qualità del corpo docente. Di fatto aiuta certamente l’università a diventare “più internazionale”.

Due osservazioni. La prima: a dispetto del titolo (“più tedesca”, espressione del resto messa tra virgolette), l’Alto Adige non ha bisogno di essere “più tedesco” o “più italiano”. Serve che sia plurale. Più interculturale, più plurilingue.

La seconda: quando la convivenza tra lingue e culture diventa un valore fondante (anziché un’anomalia da cancellare) allora si trovano i modi, anche a livello giuridico, per farla crescere e consolidarsi.

Autore: Paolo Bill Valente

La democrazia ha bisogno di percorsi di mediazione

In Alto Adige si sta discutendo di riformare la legge provinciale n. 22/2018, che disciplina gli strumenti di democrazia diretta, partecipazione e formazione politica nella Provincia autonoma di Bolzano. Obiettivo: superare le criticità accumulate nella pratica e rendere più effettivi i diritti di iniziativa e referendum.

La votazione sulle proposte di riforma è prevista per novembre. Nel frattempo, si vuole trovare una mediazione tra le diverse posizioni.

Diciamo innanzitutto che la Costituzione italiana riconosce la democrazia diretta come strumento complementare alla democrazia rappresentativa, prevedendo alcuni istituti che permettono ai cittadini di partecipare direttamente alla vita politica, come i referendum e le leggi di iniziativa popolare. A monte di questo riconoscimento c’è il primo articolo della Carta, che afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Ci si potrebbe chiedere come mai i Padri (e le Madri) costituenti hanno previsto dei “limiti” alla sovranità popolare. In realtà questi limiti altro non sono che una tutela. Una garanzia. Almeno nelle intenzioni. Si aveva in mente la deriva populista che aveva portato il mondo sull’orlo del baratro.

È come per l’informazione. Bello che ognuno, sui social, possa scrivere quello che vuole. Ma informare è un’altra cosa. Ecco perché i giornalisti, per esercitare il loro mestiere, devono garantire di essere costantemente formati, perché da questo dipende la qualità dell’informazione (che è alla base della partecipazione). Così la democrazia. Non si tratta solo di votare sì o no (spesso senza cognizione di causa), ma di prendere decisioni per il bene comune. Per questo si eleggono dei rappresentanti che, si presuppone, siano all’altezza di questo compito.

Personalmente credo che la priorità – per la qualità della nostra democrazia – stia in un’adeguata formazione dei cittadini e dei loro rappresentanti. La democrazia diretta non può essere un’alternativa alla democrazia rappresentativa, ma può a volte rappresentarne una buona integrazione.

Autore: Paolo Bill Valente

(In)formare coscienze capaci di scelte consapevoli

Ricorre in questi giorni la memoria di Josef Mayr-Nusser, che la Chiesa cattolica ha proclamato beato nel 2017. Il 4 ottobre del 1944 Josef dichiarava davanti ai suoi commilitoni ammutoliti che non avrebbe pronunciato il giuramento di fedeltà a Adolf Hitler. La cerimonia era prevista per il giorno dopo.

Fare memoria non significa semplicemente ricordare. Nemmeno ritualizzare una ricorrenza. Non si tratta di organizzare eventi e fare discorsi di circostanza, ma di declinare il messaggio di una vita nella realtà di oggi. L’oggi è il prodotto del passato e il futuro dipende dalle scelte del presente.

Tra i molteplici temi che Mayr-Nusser ci ha lasciato in eredità, c’è quello del sapersi informare per formare la propria coscienza, allo scopo di compiere la scelta giusta anche, come nel suo caso, a costo della vita. L’informazione libera e completa viene meno in situazioni come le dittature e la guerra. Due realtà che hanno accompagnato la vita di Josef e che, drammaticamente, si mostrano anche i giorni nostri. 

Le dittature sopprimono la libertà di pensiero e nascondono la verità. La guerra usa le notizie come armi, strumentalizza il lavoro dei giornalisti e diffonde senza alcuno scrupolo bugie e mezze verità. 

Sappiamo che attraverso i social media, ma non solo, la disinformazione tattica è particolarmente facile. Tanto più che i fruitori dei social in gran parte non sono più in grado di distinguere il falso dal vero.

Che cosa sappiamo veramente di quanto accade in Ucraina, in Russia, in Israele e Palestina, negli altri oltre cinquanta scenari di guerra? Poco. Nulla. Soprattutto quando siamo convinti di sapere tutto, siamo stati forse abilmente manipolati.

Josef Mayr-Nusser, assieme alla sua comunità, è stato capace, malgrado due dittature, di raccogliere gli elementi necessari a sviluppare un giudizio e a formare la propria coscienza.

Ci vedeva chiaro. Ad esempio, quando scrisse (parole che suonano di una qualche attualità): “Osserviamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con quale cieca passione e dedizione incondizionata le masse si consegnano ai capi (Führer). Ci tocca oggi assistere a un culto del capo che rasenta l’idolatria. Tanto più può meravigliare questa fede appassionata nei leader, dal momento che siamo in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica, in un’epoca piena di scetticismo in cui il singolo non vale niente, ma conta solo la massa, il numero”.

Autore: Paolo Bill Valente

Così è (se vi pare). Il passo più lungo della verità

Alcuni anni fa, quando gli organismi diocesani discussero dell’opportunità di avviare una (costosa) indagine sugli abusi sessuali avvenuti in diocesi, alcuni sostenevano la necessità di riesumare i casi del passato, altri sottolineavano l’importanza di investire soprattutto sulla prevenzione, guardando al presente e al futuro.

Si è scelto, tempo dopo, di cominciare occupandosi del passato. Questo comporta dei rischi, quando mancano gli strumenti per un’indagine storica di spessore e quando ci si occupa di storia con la foga del giustiziere (cha ha sempre il passo più lungo della verità), anziché con la saggezza dello storico. Per un’indagine sul passato non basta rovesciare i cassetti, sfogliare fascicoli e giustapporre ritagli di giornale. Per ricostruire la verità storica si parte da tutti i documenti disponibili, si raccolgono le testimonianze, si vanno a cercare (tutti) i pezzi mancanti, si incrociano le fonti. Senza queste cose nessuno storico responsabile esprime un giudizio sui tempi e sulle persone. E nessuno storico giudica né condanna il passato con le categorie del presente.

Si è detto che fare luce su vecchie storie serve per capire quali sono le dinamiche che non hanno impedito il verificarsi degli abusi e che solo partendo da ciò si può poi impostare un valido sistema di prevenzione. Tuttavia, in particolare nella Chiesa, le dinamiche di trenta o cinquant’anni fa non sono affatto le stesse di oggi. Il mondo, anche quello delle parrocchie, è radicalmente cambiato. Aver messo alla gogna vescovi e sacerdoti ormai morti (e impossibilitati a difendersi) – oppure preti come don Giorgio Carli (ho già spiegato altrove perché lo ritengo innocente), agnello spacciato per lupo da lupi travestiti da agnello – ha condotto a un clima tossico di paura e sfiducia, anziché a quella fiducia e a quel coraggio della verità che richiede un’efficace azione di prevenzione delle violenze (presenti nella Chiesa come in tutta la società). Le “verità” che si agitano nel vortice dei social media sono quelle di un pirandelliano “così è (se vi pare)”.

Ognuno oggi (con qualche eccezione) si riempie la bocca dei peccati (altrui), ma forse il vero peccato è quello di appiattire la storia su un presente a una dimensione e di costringere le vicende personali negli schemi di un diritto senza diritti, zigzagando tra accuse e pregiudizi, esibendo un’insolita intransigenza che sa tanto di accanimento, in balia di un’opinione pubblica manipolata e viziata da trent’anni di populismi e di pensiero breve.

Autore: Paolo Bill Valente

Vivere insieme è meglio. La Giornata dell’Autonomia

Il 5 settembre si celebra la Giornata dell’Autonomia. Solo un rito di poco interesse riferito a un tema che appassiona solo gli storici? Magari fosse così. L’Autonomia è oggi più che mai una risposta possibile, forse doverosa, a molte delle crisi che insanguinano il mondo e che si fondano, in buona parte, sul nazionalismo.

Ucraina e Israele/Palestina sono due esempi che, pur con le loro differenze e particolarità, contengono molti elementi che ritroviamo nella storia altoatesina: la negazione dell’altro, la strumentalizzazione delle differenze etniche e linguistiche, l’arroganza del più forte, lo spostamento dei confini, la volontà di dividere, l’erezione di muri.

Hanno in comune anche altri aspetti. Ad esempio, la presenza di persone – sempre minoritaria, in questi casi – che indicano nel vivere insieme la soluzione, anziché nella separazione. Persone convinte che uno Stato laico e democratico debba essere in grado di garantire pari diritti a tutte le minoranze che in esso convivono, a tutte le espressioni culturali, linguistiche, religiose.

C’è poi, da ricordare e da sottolineare, il ruolo delle Istituzioni sovranazionali nella vicenda altoatesina. Furono le Nazioni Unite negli anni Sessanta a riportare Austria e Italia al tavolo delle trattative. Fu il processo di unificazione europea a offrire ai due Stati un linguaggio comune. Oggi ONU e UE sono in crisi. Speriamo sia una crisi di crescita.

Infine, il ruolo della diplomazia e della politica. Mentre qualcuno fece ricorso alle armi e altri rivendicavano la loro supremazia culturale, un patto internazionale – l’Accordo Gruber-Degasperi firmato appunto il 5 settembre del 1946 – pose le basi dell’Autonomia. All’indomani di una tragica guerra. La politica, pur non essendo sempre all’altezza (nemmeno oggi), fu però capace di produrre e attuare lo Statuto di Autonomia (1948) e la sua riforma (1972).

Niente di tutto ciò è esportabile? Almeno l’idea di fondo – vivere insieme è meglio – forse sì.

Autore: Paolo Bill Valente

Nomi plurilingui. Segno dell’accettazione dell’Altro

Il fatto che la toponomastica sia un campo di battaglia, ormai da molti decenni, si può spiegare in diversi modi. Nazionalismo, etnocentrismo, riserve mentali, malafede, inettitudine, cattiva volontà sono alcune parole chiave. E non se ne esce col buon senso, ma con l’accettazione dell’Altro.

L’accettazione dell’Altro si succhia in buona parte col latte materno. Se fin da piccolo mi hanno insegnato che l’Altro è un intruso, non è come noi, sarebbe meglio che non ci fosse, ci vuole fare del male e via di questo passo, anche quando sarò svezzato da tempo sarà difficile liberarmi del pregiudizio. E se sono un politico, un insegnante, un uomo/donna di cultura, quel pregiudizio finirà col contaminare, in modo più o meno razionale, le mie scelte, le mie parole, le mie azioni.

A monte della questione toponomastica ci sono una storia complessa (ma poi complicata ad arte da chi ha bisogno di tener vivi i conflitti) e qualche riserva mentale. Non serve guardare i cartelli sui sentieri (molti dei quali sono perfettamente bilingui, segno che là dove si vuole, si può), basta camminare per le vie di alcuni dei nostri paesi per ritrovarsi in una “via Dorf” (“traduzione” di Dorfstrasse), in una “via Unterdorf” o in una “via Bach”. Dove “Bach” non sta per Johann Sebastian, ma per “torrente”. Capita pure di incamminarsi per Vallesina (in tedesco Versein, frazione di Meltina) percorrendo una “via Verseiner” (in tedesco Verseinerstrasse). È solo uno dei molti possibili esempi che dimostrano, tra l’altro, quanto poco senso abbia la distinzione tra micro e macrotoponimi.

Si può anche fare una passeggiata in alcuni quartieri anche centrali del capoluogo altoatesino per rendersi conto che il bilinguismo – nelle insegne dei negozi, ad esempio – non è per nulla un fatto acquisito. Per intendersi: tutto solo in italiano. E non apriamo qui il capitolo dell’odonomastica di matrice patriottarda antiaustriaca (24 maggio, Piave, Vittoria e così via).

Nelle situazioni di convivenza le questioni non si risolvono cancellando, ma integrando. Non sottraendo ma aggiungendo. Quanto ai nomi non sono essi il problema, ma chi li usa (come anche la lingua, le scuole, i costumi, la storia) come corpo contundente.

Conoscendo la natura umana e le possibili derive della politica, chi ha firmato e approvato Accordo di Parigi e Statuto di autonomia ha sancito il bi-trilinguismo (anche nella toponomastica) come uno dei criteri di fondo della buona convivenza, segno dell’accettazione dell’Altro.

Autore: Paolo Bill Valente

Ecologia integrale per tornare a sperare nel futuro

Il nostro non è più un mondo attento all’ambiente e preoccupato per i cambiamenti climatici, il contrasto ai quali richiede scelte politiche che l’economia non vuole. Non l’economia “normale”, che da sempre valorizza le risorse e placa i bisogni delle persone, ma l’economia che “uccide”.

Quella che uccide, disse papa Francesco, è l’“economia dell’esclusione e della inequità”. “Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”.

A dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato sì’ (2015) “sulla cura della casa comune”, alla cura si preferiscono il terrorismo, le guerre, i dazi, alla casa comune le patrie e le nazioni (da far diventare great again). L’immagine di casa che oggi ci offrono i mass media è quella sbriciolata nell’inferno di Gaza. Il diritto e le istituzioni internazionali sono neutralizzati dalla legge del più forte.

Pace e tutela dell’ambiente sono strettamente correlate. Guerra e crisi ambientale anche. Non a caso Francesco insisteva sul concetto di “ecologia integrale”, “dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale”.

Nel fare memoria dei quarant’anni della tragedia di Stava, il presidente Sergio Mattarella sottolinea che “qui non è stata la natura a distruggere, a uccidere”. La strage è stata “causata artificialmente dall’uomo”, “a determinarla fu l’indifferenza al pericolo per le persone. Sulla base di una errata concezione del rapporto uomo-ambiente, con quest’ultimo considerato risorsa da sfruttare e non da porre, doverosamente, in favore della comunità, come un valore al suo servizio”.

I costi umani, sociali, ambientali delle guerre e dell’economia che uccide sono sotto gli occhi di tutti. Ma sono occhi abbagliati, i nostri, dal fulgore delle esplosioni e delle scie dei missili che solcano i cieli del nostro immaginario. Le coscienze sono confuse. I grandi del mondo sono nani folli che giocano con la vita dei più poveri e indifesi, negando un pianeta vivibile alle prossime generazioni.

Mattarella cita Alex Langer, “personalità acuta e inquieta”, che “parlava di ‘conversione ecologica’ per indicare un processo che deve coinvolgere contemporaneamente cultura, istituzioni, economia, società”.

L’isola che non c’è ma che potrebbe esserci (almeno un po’)

Nel 1525 – proprio 500 anni fa – il Tirolo fu sede di una rivolta contadina scoppiata sull’onda di quanto stava accadendo in altre parti d’Europa. Nel mirino anche fatti più contingenti, come lo stile di governo del vescovo di allora, ritenuto arbitrario, e le disuguaglianze di una società ancora divisa in caste.

Riuniti a Merano nel mese di giugno 1525, sotto la guida di Michael Gaismair, i contadini rivoltosi stesero una lista di 64 articoli – scritti in tedesco e in italiano – che chiedevano tra l’altro l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la stesura per questo di un codice di norme, come è normale in uno stato di diritto. Poi l’eliminazione dei privilegi della nobiltà. L’elezione dei giudici e la loro indipendenza, da garantire attraverso uno stipendio e non con le entrate legate alla gestione dei processi. Sull’onda della Riforma protestate si chiedeva l’abolizione del potere temporale della chiesa e l’elezione dei pastori da parte delle comunità. Infine, le decime, raccolte in chiesa, si sarebbero dovute destinare a interventi caritativi e di carattere sociale.

Fatte le dovute contestualizzazioni storiche, si può capire che queste richieste furono respinte definitivamente non appena le circostanze lo permisero e anche Michael Gaismair fu presto dimenticato – o fatto dimenticare – anche perché nel suo programma non stavano Gott, Kaiser und Vaterland (Dio, imperatore e patria) a differenza di altri personaggi assurti invece a eroi, presunti combattenti per la libertà. Naturalmente quando fu il tempo sia Michael che Andreas furono tirati per la giacchetta da questo o da quel movimento politico come si fa in questi casi.

A Gaismair e ad altri protagonisti delle Guerre dei contadini si associa spesso la parola “utopia”, nome assegnato da Tommaso Moro, proprio in quegli anni, all’isola che non c’è. Le società ideali, infatti, non esistono se non nei trattati dei filosofi e negli statuti dei rivoluzionari. Però esistono le società reali. Quanto esse si possano avvicinare a un ideale di giustizia e pace, quanto esse siano rispettose dei più deboli, eque nella distribuzione delle risorse, attente a valorizzare i talenti di tutti i loro cittadini, dipende in gran parte proprio dalle cittadine e dai cittadini stessi e dal loro grado di consapevolezza e di partecipazione. Sapendo che – come sembra insegnare il destino di un Gaismair o di un Moro – ci sono sempre dei rischi da correre.

È più comodo convincersi che l’isola della pace e della giustizia non c’è e non ci potrà mai essere.

Autore: Paolo Bill Valente

Il pensiero lento, profondo e dolce di Alexander Langer

Il tratto che più caratterizza la personalità di Alex Langer – e che più ci manca – è la libertà di pensiero. Una libertà autentica, capace di andare oltre schemi preconcetti, pregiudizi, posizioni condizionate al senso di appartenenza. Un pensiero critico, non distruttivo, curioso. Idee che volevano poter abitare la realtà.

Qualcuno, per crearsi un alibi, lo definì un “bastian contrario”, ma non lo era affatto. Di fronte a una realtà segnata dal male, cercava le vie alternative. In questi trent’anni che ci separano dal suo tragico addio (3 luglio 1995), credo non ci sia stata occasione importante in cui non mi sia chiesto io stesso quali domande si sarebbe posto Alex. Non quali risposte. Quali domande.

Ricordiamo tutti quelle parole pronunciate, non a caso, ad Assisi, in alternativa alla cultura della superficialità efficientista: “Io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini [Citius, altius, fortius: più veloci, più in alto, più forte, ndr.], più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo”.

Il fiato e il pensiero lungo, in un mondo che, già allora, si avviava alla pratica del pensiero breve, perdendo testa, fiato e cuore.

Passava da una parte all’altra, Alex, non come fanno gli opportunisti voltagabbana, ma perché bisogna essere “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Perché occorrono “traditori della compattezza etnica”, o di qualsiasi altro tipo di appartenenza che disumanizza quando antepone l’io, il gruppo, alla comune natura umana (e non solo). Traditori “ma non transfughi”.

Langer fu un uomo dal pensiero libero. Non vincolato a un’ideologia, non chiuso nella gabbia di un’appartenenza etnica, privo di pregiudiziali e di tabù, come nel campo della bioetica, della pace, della politica. Non un fanatico con la verità in tasca, ma l’uomo delle domande che possono far male, in primo luogo a chi le pone. E che a volte, per un maledetto istante, tolgono il fiato.

Autore: Paolo Bill Valente

Uomini e caporali. Quando i padri pagano per i figli

Si dice che le colpe dei padri le pagano i figli. Capita pure che i figli scarichino sui padri le loro mancanze. È frequente che una generazione (come la nostra) agisca senza curarsi di chi verrà.  Altrettanto facile emettere giudizi su chi, da morto, non può difendersi. In entrambi i casi c’è qualcosa che, umanamente, non va bene.

Nella mia personale galleria di “padri” il vescovo Joseph Gargitter è nel reparto dei “testimoni”, non in quello degli “imputati”. La sezione dei “giudici” e degli “infallibili” è vuota, anche se ogni tanto qualcuno vorrebbe bussare a quella porta. Il vescovo Gargitter è un uomo che ha dato tutto , perché la sua, la nostra terra potesse avere un futuro diverso da quello di un campo di battaglia. La creazione (strategica), nel 1964, della diocesi plurilingue di Bolzano-Bressanone è opera sua. Sua e di chi ebbe il coraggio, non scontato, di accompagnarlo (allora come oggi). Gargitter fu un uomo capace di leggere e toccare la storia con mano. Visse dentro le dittature del Novecento e la guerra. Esercitò il suo servizio nell’Alto Adige “a pezzi” del dopoguerra. Divenne vescovo di Bressanone nel 1952, raccogliendo la controversa eredità di Johannes Geisler, un pastore in balia del suo gregge, tristemente ostaggio del vicario generale. Fu tra i “padri” che condussero la Chiesa al Concilio vaticano II, che riempirono il Concilio di contenuti e che poi innestarono quei contenuti nel tronco della Chiesa locale. Noi, oggi, viviamo (inconsapevoli) di rendita. Raccogliamo (ingrati) quello che lui ha seminato. Gargitter fu un uomo consapevole della realtà e della missione a cui era chiamato. Le scelte lungimiranti le vedono in pochi. Si capiscono dopo. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi…”. Il destino del profeta è la solitudine. Anche da morto. Nessuno che ti dica grazie per quello che fai e per quello che sei. Un tratto estremamente evangelico. Così per Joseph Gargitter che ebbe pochi amici (ma fedeli e autentici) e molti detrattori. La diffamazione, la caccia alle streghe sono le armi dei vili e in quegli anni ve ne furono parecchi. Nel descrivere il ruolo della comunità cristiana in Alto Adige – l’intervista fu pubblicata nel 1970 – disse: “Ci sono state anche ore buie di intolleranza e di violenza. Proprio in quei momenti si è potuto misurare il ruolo (lo spessore ndr.) della Chiesa locale”. Nelle ore buie, direbbe Totò, si distinguono gli uomini dai caporali.

IL FATTO

A fine gennaio la diocesi presentava un rapporto sugli abusi sessuali che sollevava interrogativi rispetto all’adeguatezza dell’operato dei vescovi nell’affrontare e nel prevenire il fenomeno. Nel clima di sospetto che si è generato il premio triennale dedicato al vescovo Gargitter è stato sospeso.

Autore: Paolo Bill Valente