Con il termine “silenzio” si intende la relativa o assoluta mancanza di suono o rumore. Dal punto di vista tecnico un ambiente che produca suono inferiore ai 20 db viene solitamente considerato silenzioso. Avete mai provato ad attivare un “fonometro”, ovvero uno di quegli strumenti che servono per misurare la “pressione acustica”? Ebbene: sia che vi troviate in città che in un piccolo paese di montagna i 20 decibel resteranno un miraggio, per la maggior parte della giornata. Il nostro rapporto con il silenzio può assumere forme molto diverse. In generale alcuni di noi lo accolgono, ma per molti altri il solo pensiero di stare seduti in silenzio è sufficiente a far accapponare la pelle. Ma in realtà il silenzio dovrebbe far parte della giornata di tutti noi ed è da tempo che la scienza ne ha riscoperto l’importanza, per migliorare la nostra salute fisica, mentale ed emotiva. Gli studi scientifici hanno provato come il rumore (il contrario del silenzio) abbia un impatto negativo sulla nostra salute perché, fra le altre cose, aumenta i livelli di ormoni dello stress. Invece è provato come il silenzio ci renda più sereni, calmi e rilassati. Secondo la scienza il silenzio è addirittura alla base della creatività e dell’elasticità mentale, in grado com’è di rigenerare il cervello e il corpo, e di farci recuperare abilità cognitive. Negli ultimi anni, “grazie” agli effetti dei cambiamenti climatici si è sviluppata una nuova sensibilità ambientale. L’auspicio è che all’interno di questo processo trovino spazio anche misure volte a ridurre l’inquinamento acustico, che pregiudica la necessità di tutti noi di poter fruire della giusta dose di silenzio. L’augurio è che in questo tempo di ferie per tutti ci sia la possibilità di godere della giusta dose di assenza di rumore. D’altronde il silenzio ha la sua importanza, più metaforica, anche nel mondo della comunicazione, indicando non solo la negazione o interruzione della stessa, ma facendosi anche vero e proprio mezzo di espressione di pensieri ed emozioni. Seneca sosteneva che un bravo oratore non solo deve saper parlare (persuasivamente), ma anche tacere (efficacemente). Il silenzio infatti è messaggio e la scelta di non dire è essa stessa un atto linguistico. Specie in questo periodo di molte (troppe) parole al vento.
È possibile sfrattare un inquilino con il quale convivano stabilmente minori? La risposta è sì, ma occorre fare alcune precisazioni. è certamente possibile ottenere un provvedimento di sfratto, ma la presenza di minori impone cautele particolari nella fase cosiddetta esecutiva, ossia quando il provvedimento debba essere azionato per ottenere la liberazione (con la forza) dell’immobile. Il principio cardine è che ai minori deve essere garantito un alloggio idoneo alle loro esigenze. Lo stesso discorso è valido se sono presenti disabili. Per tale ragione, prima di agire, gli ufficiali giudiziari (incaricati di eseguire materialmente lo sfratto) devono attivarsi con i servizi sociali competenti per trovare un altro alloggio, altrimenti non è possibile cacciare la famiglia (la procedura viene concretamente sospesa in attesa di trovare una sistemazione alternativa). Vi sono poi altre tutele finalizzate a garantire una stabilità psicofisica del minorenne. La legge, infatti, ha previsto alcune agevolazioni per le famiglie che si trovano in difficili situazioni economiche: ad esempio, la possibilità di effettuare i pagamenti con tempi dilazionati, ma entro 90 giorni dalla convalida del provvedimento. Inoltre, lo sfratto può essere interrotto se la famiglia versa in condizioni particolarmente precarie, se il soggetto ha una malattia grave, è disoccupato, o se sono presenti altri problemi. La sanatoria può essere concessa entro il termine di 120 giorni dalla data di convalida dello sfratto, per 4 volte in 4 anni, invece di 3 come avviene di solito. Nel caso in cui non sia semplice trovare un alloggio idoneo è possibile richiedere la cooperazione di un Giudice Tutelare, che insieme ai servizi sociali può collocare i figli presso una comunità di assistenza, finché i genitori non saranno in grado di sopperire alla mancanza di un impiego e di un reddito. Altra possibilità è che siano i servizi sociali a pagare direttamente il canone, ma se la situazione è particolarmente complessa e non motivata da circostanze estemporanee, si procede solitamente allontanando i figli dai genitori e affidandoli a delle comunità, finché si trovi un’altra soluzione abitativa. Ciò anche al fine di tutelare gli interessi del proprietario che ha dato in locazione un suo immobile e non percepisce alcun conseguente reddito.
Trent’anni fa, nel luglio del 1991, moriva Joseph Gargitter, ultimo vescovo di Bressanone e primo vescovo (fondatore) della diocesi di Bolzano-Bressanone. Fu il vescovo delle scelte lungimiranti e dell’ascolto. Seppe riconoscere le sfide del contesto in cui fu chiamato ad operare. Senza paure. Ebbe il coraggio della solitudine.
Conobbe direttamente le contraddizioni della guerra, delle dittature, dei nazionalismi. Non si fece umiliare da subdole lotte di potere. Non cedette alla violenza delle parole e delle bombe. Seppe cogliere la chance insita nella natura di una terra di confine e di una diocesi plurilingue. Sapeva, avendo contribuito al Concilio Vaticano II, che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Gargitter descrisse il ruolo della diocesi in Alto Adige in un’intervista pubblicata dai settimanali diocesani all’inizio del 1970. “La Chiesa locale – disse –, in questi anni difficili e a volte anche estremamente duri, è stata presente sul terreno della pacificazione etnica anzitutto attraverso un magistero pastorale che è stato chiaramente impostato a obiettivi di pace e convivenza”. Aggiunse: “Ci sono state anche ore buie di intolleranza e di violenza. Proprio in quei momenti si è potuto misurare il ruolo della Chiesa locale”. Essa “ha sempre avuto sommo rispetto per le competenze dei politici … ma ogni qual volta ha potuto incoraggiare e sostenere ipotesi di pace non si è mai tirata indietro”. Attuale anche ai giorni nostri l’appello finale del vescovo: “Sono profondamente convinto che la pace è una realtà da conquistare ogni giorno. Credo ad una pace dinamica da reinventare ogni giorno, in rapporto alle situazioni nuove che si presenteranno”.
Mantenere attiva e salda un’associazione in continua espansione è un grande impegno, specie per chi si oppone a quel sistema agricolo tradizionale, che sta agli antipodi e che sfrutta la terra piuttosto che cercarne un equilibrio. Prendersi cura della biodiversità, arricchirla, con un patrimonio genetico di semi antichi e riproducibili è un unicum, un lascito alle future generazioni, che entro la fine del secolo dovranno preoccuparsi degli effetti del riscaldamento globale e della sovrappopolazione. La si può indubbiamente chiamare una storia di resistenza sostenibile e di agroecologia senza veleni, all’interno della quale tante anime, i soci, come formiche, si prodigano a fare fronte comune contro i pericoli per la colonia. Si tratta di singoli comportamenti, di gocce nel mare, di granelli di sabbia, del fare quello che si può, ma con testa e cuore, empatia e con estrema naturalezza qualunque siano le risorse che si hanno a disposizione. A testimonianza di queste righe posso elencarvi i semi che in questi anni – tra balconorto e orto – sono riuscito a far pervenire alla banca sociale di Firenze: cavolo nero precoce, girasoli, lunaria annua, trombetta d’Albenga, cipolla egiziana ligure, calendula. Negli ultimi anni Seed Vicious ha stretto contatti e sinergie anche con gli apicoltori per dare vita al progetto “Bee-Side / Dalla parte delle api” per contrastare la diminuzione delle popolazioni di insetti impollinatori e promuovere dunque – sia sul balcone, sia in pieno campo – l’utilizzo di piante mellifere per sostentare api domestiche, selvatiche (bombi), solitarie (osmie), api tagliafoglie, terricole, legnaiole e anche le farfalle. L’azienda agricola “Canonica ai Borri” (Incisa V.no – FI), produttrice di miele biologico certificato e l’azienda agricola “Il Cavolo a Merenda” (Colle Val d’Elsa – SI), che produce ortaggi e fiori eduli tramite agricoltura naturale, sperimenteranno l’utilizzo di miscugli di semi di piante mellifere per valutare quelli che possono garantire la migliore resa sia in termini di attrazione per gli impollinatori e sia di durata del periodo di fioritura. Il progetto “Bee-Side / Dalla parte delle api” permette quindi ai soci di trovare molte varietà di semi di piante floreali. Inoltre Seed Vicious ha recentemente dato vita ad una sezione di formazione (al momento solo on-line), che prevede corsi, lezioni e approfondimenti con agronomi e docenti del settore agricolo tramite collegamenti via web. Schede tecniche, slide e materiale informativo delle lezioni calendarizzate sono a disposizione dei soci. Per informazioni: seedvicious.mail@gmail.com
La Vallarsa / Brantental che collega la Bassa Atesina (e in particolare Laives) all’altipiano del Monte Regolo, rientra a buon diritto tra le località fantasma. Ma questa gola stretta tra spaventose pareti porfiriche e attraversata da un torrente impetuoso può vantare un passato di tutto rispetto. Un tempo veniva chiamata semplicemente “Leiferer Tal / Valle di Laives oppure “Valle dei Liechtenstein” (che ne erano i proprietari). Oggi vi si affacciano solo edifici in rovina, masi semiabbandonati, mulini e officine crollati e ponti caduti. Accanto alle risorse idriche e alle varie miniere che vi venivano coltivate, dal medioevo in poi questa valle ha conquistato grande rilevanza nel commercio di legname e nell’estrazione del porfido. Ma dalla costruzione della strada della val d’Ega a metà 900, questa valle è caduta in un sonno profondo e attende da decenni l’improbabile comparsa di un taumaturgico principe azzurro.
Il nome secolare della valle contiene l’antica parola tedesca “Brand-Prant”, che potrebbe derivare dalle numerose “Brandrodungen” (disboscamento per abbruciamento) che vi venivano praticate. Come la valle si chiamasse prima, non è noto. È presumibile che un luogo di tale rilievo per i collegamenti tra la valle dell’Adige e il Regglberg abbia portato un nome romano o preromano.
Un qualche indizio ci può essere fornito dalla circostanza che la valle nel gergo popolare continua a chiamarsi semplicemente “Val” o, in tedesco, “Tal”. E perciò non si può escludere che anche il suo primo nome sia stato il retico “Vul” o “Val”, da cui successivamente “Vallis” e “Tal”. A Nova Ponente esistevano in epoca medievale otto quartieri o Roden. Uno di questi si chiamava – e si chiama ancora – Prent. Qui si trova anche il maso Prentner, nominato per la prima volta nel 1336 come “de Prente de nova teutonica”. Prent(e) dovrebbe essere il plurale di Brand (incendio), e la valle potrebbe anche aver preso questo nome “Prentner Tal” da questo maso Prent. A volte viene chiamato anche im Prand, Prüntental oder Präntental.
Ma il nome “Brant” non è univoco. Molti studiosi ritengono che toponimi con la radice Pre- o Pren- o Bran- siano da porre in collegamento con il popolo dei Breoni che a suo tempo frequentavano l’area alpina. Nomi come Brenner, Brenta, Brentonico, Breguzzo, Brione, Breno e molti altri ancora deporrebbero a favore di questa ipotesi. Se anche Brantental / Vallarsa rientri in questo novero non si sa. Interessante ci sembra invece l’ipotesi delio studioso Ernst Forstemann, che ritiene che i nomi con “Brand” non derivino dal fuoco e da brennen (ardere) ma dall’acqua: “Questi nomi ci suggeriscono che deve essere esistita una radice Brand o Brant per corsi d’acqua, come per esempio nei fiumi Brend e Brenz, che trovano la loro origine nell’indogermanico brendh (sgorgare). Anche Hans Krahe riconobbe nel termine la radice bhrondhi, fonte. Si pone dunque il quesito se la Brantental / Vallarsa abbia preso il suo nome dalla “Rode Prent” o se il nome di questa derivi dal rio che la attraversa.
Estate, periodo di ferie per molti. Ma nei secoli precedenti dove andavano i bolzanini in vacanza ? Tenuto comunque conto che il concetto di vacanza è relativamente recente, a Bolzano si “fuggiva dalla città” sin dal ‘600. E il periodo di ferie canonico andava dal 29 giugno (santi Pietro e Paolo) fino al 12 settembre. Nel capoluogo, già allora, durante la bella stagione le temperature erano elevate e forse anche allora immondizia ed “interminabili lavori stradali” facevano fuggire nobili e ricchi commercianti della città . Essi cominciarono a costruire le loro residenze estive in altura. Luogo privilegiato prescelto era Soprabolzano, a pochi chilometri dall’“urbe”, ricco di boschi e di aria salubre e fresca. Tale “vacantia”, denominata in tedesco “Sommerfrische” (estate al fresco) caratterizzò la vita dei bolzanini benestanti, come gli antichi romani, nella costruzione di ville suburbane. Nel giro di pochi decenni quasi tutte le famiglie di un certo rilievo realizzarono una propria villa con giardino sul Renon, costruendo anche una chiesa per i villeggianti (Santa Maria Assunta), e un edificio per il tiro al bersaglio. Gli edifici si concentravano quasi tutti in prossimità della chiesa in modo da ricreare una piccola Bolzano sull’altipiano. Le famiglie, così, potevano prevalentemente dedicarsi all’“otium” (passeggiate, letture, caccia…).
Franz von Gumer ritratto da Martin Knoller
Fra le ville più note e prestigiose citiamo quella del banchiere e sindaco di Bolzano Gumer. Realizzata a metà del settecento, presenta una “stanza della caccia” di forma ottagonale, interamente dipinta da uno dei più famosi pittori operanti in quel periodo, Martin Knoller (autore di tutto il ciclo pittorico della chiesa abbaziale di Gries), insieme al più prestigioso e raffinato pittore, Carl Henrici (palazzo Menz), autore di un pergolato dipinto trompe – l’oeil lungo i corridoi. Ogni villa, quasi in concorrenza con l’altra, chiamò a dipingere le volte delle stanze i più importanti pittori del periodo presenti a Bolzano. Troviamo così concentrate a pochi metri una dall’altra opere, oltre a quelle già citate, di Ulrich Glantschnigg (Palazzo mercantile), Christoph Schgachnes e tanti altri. La chiesa per i villeggianti bolzanini eretta nel 1668 alla fine del Settecento venne ampliata, in quanto era diventata insufficiente per i numerosi cittadini presenti a Soprabolzano. Le spese di ampliamento furono interamente a carico del nobile Josef Felix von Eberschlager e le pale d’altare affidate a Cristoforo Unterpergher. Nel corso degli inizi del Novecento altre ville vennero realizzate; fra queste la particolarissima villa Staffler progettata dall’architetto M. Amonn. Ecco quindi spiegato il legame antico tra la città di Bolzano e l’amena contrada alpina, ricca di boschi e di prati fioriti, oltre che di pace e serenità.
In foto principale: La chiesa di Santa Maria Assunta sul Renon
Continua il viaggio di QuiBassaAtesina alla scoperta delle strategie di ripartenza dei vari comuni del territorio nel periodo post Covid. Oggi poniamo la nostra attenzione su Egna, dove ci siamo fatti raccontare dalla prima cittadina Karin Jost (la prima sindaca donna della storia del capoluogo) come sono stati vissuti gli ultimi mesi dalla cittadinanza e dall’amministrazione locale.
// Di Alexander Ginestous
Un mandato iniziato subito in salita, cercando di fronteggiare la pandemia da Covid che non ha lasciato scampo neanche ad un piccolo paese come Egna, da poco meno di 5.500 abitanti, e che è proseguito dovendo affrontare il difficile lockdown dello scorso inverno fino alla lenta ripresa di quese ultime settimane. Il futuro? Ancora tutto da scoprire, ma Karin Jost, sindaca di Egna, sa che ci sarà ancora del lavoro da fare per ripulire il territorio dalle macerie che la crisi sanitaria ha provocato e lasciato dietro di sè. L’abbiamo contattata per farci raccontare come sono stati vissuti gli ultimi mesi nel capoluogo della Bassa Atesina e quali sono le sue prospettive per il futuro, tra la fiducia mai persa e il pensiero rivolto a giovani e associazioni del luogo.
Karin Jost
Sindaca Jost, la fase più difficile della pandemia sembra essere alle nostre spalle. Com’era la situazione a Egna durante l’ultimo anno segnato dal Covid? Anche nel Comune di Egna abbiamo registrato tante infezioni da Covid-19, soprattutto nei mesi di febbraio e marzo 2021. Purtroppo cerano anche alcuni decessi dovuti alla malttia. Sul nostro territorio non c’eraun “hotspot” precisamente individuato, ma le infezioni riguardavano tutto il Comune con tutte le sue frazioni ed anche un po’ tutte le fasce d’età della popolazione.
Lei si è insediata come nuova sindaca a settembre, poco prima del nuovo lockdown invernale. Come ha vissuto questa transizione contando anche la soddisfazione di essere la prima donna a ricoprire questo ruolo? Ovviamente ero molto soddisfatta del risultato che il mio gruppo ed io siamo riusciti ad ottenere. Anche personalmente era una grande soddisfazione per me ottenere la maggioranza dei voti come Sindaca. Certo il periodo seguente era difficile, come lo era per tutta la cittadinanza. Insediarsi in un periodo così difficile con tutte le sue problematiche sicuramente non me lo aspettavo, ma questo di certo è toccato a tutti i nuovi amministratori. L’importante era cercare di riuscire come amministrazione comunale a dare un aiuto alla cittadinanza e cercare in tutti modi di ridurre il numero delle infezioni. Infatti siamo riusciti ad organizzare in novembre i test di massa in maniera egregia dando un ottimo esempio d’organizzazione ed in marzo abbiamo organizzato anche il primo Vax Day per la Bassa Atesina a Egna. Anche per l’estate, il 30 luglio, è prevista una nuova Vax Night a Egna.
Io sono una persona molto ottimista e fiduciosa, e credo che con dedizione e forza d’animo si possa uscire anche dalle situazioni più difficili
Quali sono stati i settori più colpiti a Egna? Quali progetti intendete attuare per farli ripartire? Sicuramente come anche in altri comuni sono stati colpiti tanti esercenti nel mondo della ristorazione e del commercio. Come giunta comunale abbiamo deliberato un contributo di 92.000 euro all’associazione “Zukunft Neumarkt” per incentivare proprio questo settore e poter lavorare sul marketing e sulla rivitalizzazione del centro storico che riteniamo essere un fulcro fondamentale per il nostro territorio e per la ripresa dei comparti più colpiti.
Dal suo punto di vista qual è stato l’ostacolo più grande da dover superare? Non me la sentirei di dirne uno in particolare. Credo che tutti gli aspetti dedicati alla gestione di una pandemia siano complicati e critici da gestire. Ogni giorno nel mio ruolo trovo ostacoli e nuove sfide da dover superare.
C’è stato un momento – anche l’anno scorso durante la fase più difficile – dove ha avvertito forte speranza e ha sentito di poter uscire da questa situazione? Certo, ma non era un momento preciso: sono una persona molto ottimista, fiduciosa e credo sempre che con dedizione, forza d’animo e tanto lavoro si possa uscire anche dalle situazioni più difficili. Nella precedente giunta lei ha ricoperto il ruolo di assessora alla scuola, alle scuole, agli asili e alle famiglie. La gioventù come ha vissuto questo periodo difficile? Quella dei giovani è stata sicuramente una della categorie tra chi ha patito di più in questa pandemia. A Egna abbiamo un bellissimo centro giovani, il “Point”, che appena si è potuto tornare a svolgere di nuovo delle attività ha ripreso subito e ha cercato di coinvolgere i ragazzi in più azioni. Noi come Comune sosteniamo tutte le loro attività e siamo molto contenti e grati di poter contare sull’associazione che gestisce il “Point” con tutto il loro personale.
A proposito di associazioni, in un comune così piccolo che ruolo svolgono? Le associazioni in un comune come in nostro svolgono un ruolo importantissimo, sia quelle sportive, culurali e sociali. Sono i pilastri portanti delle nostre comunità sia ad Egna che a Laghetti. Mi riferisco non solo alle attività che svolgono al loro interno con i diversi obiettivi appunto sportivi, culturali educativi ma anche e soprattutto al ruolo sociale che svolgono nella comunità. Il Comune per qualsiasi cosa si può rivolgere a loro e ovviamente anche viceversa. Le associazioni hanno tutta la stima e gratitudine della giunta comunale e sono un punto di riferimento importante per la ripresa.
foto: Centro Giovanile Point
L’elezione
Karin Jost è la prima sindaca donna della storia di Egna. Eletta durante l’ultima tornata elettorale del settembre 2020, ha raccolto il testimone lasciato dal collega di partito Horst Pichler, che dopo 10 anni intensi di lavoro ha deciso di lasciare la guida da primo cittadino. La candidata dell’Svp ha ottenuto la vittoria con uno schiacciante 55,9%, staccando Alex Pocher di “Insieme Miteinender Egna Neumarkt” di oltre 20 punti percentuali (19,3%), così come Lucio Gorio (9,9%) e Bettina Ruatti (8,6%). Entrata in politica nel 2015 proprio grazie all’appoggio di Pichler, Jost è stata assessora ai giovani e alla scuola, ruolo che ha saputo ricoprire con determinazione grazie al suo passato da insegnante delle scuole superiori. La sua Giunta è stata formata dopo giornate cariche di tensione dato il rischio di un commissariamento del Comune è stato alto. Alla fine però il consiglio comunale di Egna ha approvato la proposta di giunta con 10 voti a favore e 8 contrari. Fra questi due esponenti del suo stesso partito.
Quali sono le motivazioni che animano oggi i giovanissimi che decidono di impegnarsi in prima persona per riaffermare i valori della democrazia e della liberazione dal nazifascismo? Per rispondere a questa domanda abbiamo intervistato tre giovani altoatesini che hanno deciso di aderire all’Anpi.
// Di Luca Sticcotti
Sono passati due anni e mezzo da quando i giovani hanno ripreso a scendere le strade per manifestare. I ragazzi promotori o simpatizzanti per il movimento Fridays for Future hanno scelto l’impegno pubblico e sociale per rivendicare nei confronti degli adulti azioni atte a prevenire quella che sembra essere oggi la più grande emergenza planetaria, ovvero gli effetti del riscaldamento globale e del conseguente cambiamento climatico. Questa rinnovata spinta sociale (e politica) ha però avuto l’effetto di risvegliare anche l’interesse da parte di molti giovani nei confronti dell’associazionismo che si richiama ai valori fondanti della nostra Costituzione repubblicana e del delicato e doloroso percorso quasi 80 anni fa portò all’edificazione della nostra democrazia. Alcuni di questi giovani in particolare hanno avuto occasione di avvicinarsi all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, una delle realtà simbolo della lotta per la liberazione dal nazifascismo, che in Italia ricordiamo ogni 25 aprile. Ne abbiamo incontrati tre: Diego (23 anni), Silvia (18) e il giovanissimo Pietro (14). Ecco l’interessante colloquio che ne è scaturito.
Diego Laratta, Silvia Pomella e Pietro Marchi
L’INTERVISTA Qual è il percorso che vi ha portati ad aderire all’ANPI? Diego Laratta – ANPI in realtà si occupa di tante cose. A me personalmente interessava partire dalla memoria, dal nostro tragico, rappresentato da fascismo e nazismo. Anche oggi ogni ragionamento deve partire da lì, per farci capire come fare affinché quelle cose non si ripetano. In merito apparentemente siamo tutti d’accordo, ma invece c’è anche chi non è lontano dal voler tornare ai valori e ai principi che provocarono quella tragedia. E come sappiamo oggi spesso anche tra i giovani, nelle scuole e fuori dalle scuole, riescono a farsi strada coloro che simpatizzano per il fascismo.
Insomma, sembra di intuire che a voi sembra farsi strada prevalentemente un attivismo neofascista, senza un corrispondente attivismo antifascista… E’ così? Diego Laratta – Sì, proprio così. Mi sono chiesto: chi è che si occupa dell’altra parte? Chi sono gli altri e dove sono? E ho concluso che me ne sarei dovuto occupare io, in prima persona, perché quella cosa non potevo e non volevo accettarla. C’è ancora tanta strada da fare, ma abbiamo iniziato un percorso che vogliamo portare avanti. Silvia Pomella – Io invece nell’Anpi ci sono entrata davvero per caso. Ero già attivista nei Fridays for Future e nei movimenti ambientalisti, oltre che in altre tematiche sociali, e mi sono accorta che ogni volta che ero in piazza insieme a noi c’era sempre anche l’Anpi. Questa cosa mi ha affascinato molto. Qualcuno infatti ha l’idea che l’Anpi si occupi solo del passato e della memoria. Si tratta di un ruolo che loro senz’altro hanno, ma in realtà oggi Anpi si occupa anche di temi di attualità e quindi delle battaglie per cui noi giovani ci troviamo in piazza. Questo collegamento tra passato, presente e futuro mi ha incuriosita molto e quindi piano piano ho iniziato ad andare agli eventi organizzati dall’Anpi e mi è piaciuto un sacco. In particolare ho apprezzato molto il loro modo di promuovere i valori della Costituzione. Sono questioni che toccano direttamente i giovani, mentre invece succede che gli stessi giovani spesso si sentano molto lontani da queste tematiche. Pensano: il passato è passato, amen. Ma in realtà ci sono molti valori presenti nelle norme della Costituzione che toccano direttamente la nostra vita. Per cui mi sono sentita di dover dare una mano per divulgare questi valori che per me sono importantissimi.
I valori presenti nella Costituzione in realtà hanno molto a che fare con la vita di noi giovani e il nostro futuro. Per questo dobbiamo testimoniarli.
Tu Pietro sei davvero giovanissimo. Per te come ha avuto luogo l’avvicinamento all’Anpi? L’Anpi è il primo movimento associativo a cui mi sono avvicinato, grazie ai miei genitori e soprattutto mio padre che mi portava spesso alle iniziative. Mi sono appassionato e ritengo l’Anpi davvero una parte integrante della mia crescita personale. L’Anpi l’ho incontrata per la prima volta in occasione di un viaggio all’ex campo di concentramento di Mauthausen, in Austria. Lì ho visto con i miei occhi ed ho percepito sulla mia pelle quello che è successo. Ritengo che l’Anpi tocchi un po’ tutti gli aspetti più cruciali di quelle vicende terribili, portando avanti i valori che abbiamo costruito costruiti e che sono necessari per contrastare le ideologie nazifasciste. Si tratta di un percorso che continua: quello che è successo 80 anni fa alimenta ideali che restano anche nel nostro presente. Anch’io quelli dell’Anpi li ho visti sempre in piazza. Essere vicini con le parole è importante, ma metterci la faccia come persone è ancora più importante e più coraggioso, secondo me.
Avete detto che una delle molle che hanno fatto scattare il vostro avvicinamento all’Anpi sta nel fatto che avete avuto occasione di incontrare l’attivismo neofascista dei vostri pari età e che questa cosa vi ha colpiti, inducendovi a reagire in prima persona. Ora che fate parte dell’Anpi com’è cambiato il vostro modo di relazionarvi con i vostri coetanei che manifestano simpatie per ideali così diversi dai vostri? Silvia Pomella – Alla fine anche noi siamo dei giovani normalissimi e abbiamo anche tante altre cose in testa. Quello che cerchiamo di fare è di creare un ponte, come è successo lo scorso 25 aprile quando abbiamo proposto le “letture resistenti” all’anfiteatro del Pippo a Bolzano. Lì c’erano tantissimi giovani che normalmente non vengono alle commemorazioni dell’Anpi, che di per sé hanno un target diverso. Il Pippo è uno spazio giovanile molto frequentato e lì abbiamo semplicemente condiviso insieme un momento. Noi non ci mettiamo a spiegare cose ai nostri coetanei e forse questo non è neanche il nostro compito. Della storia in particolare stiamo ancora imparando molto ed a me manca in particolare il programma della quinta superiore che farò il prossimo anno. Ma questo non vuol dire che noi non ci possiamo informare da soli e impegnarci sulla base dei nostri valori. Ma senza fare “lezioni” a nessuno. Pietro Marchi – Sì, anche perché le lezioncine avrebbero probabilmente l’effetto contrario. Io ho imparato a identificare le persone con cui si possono instaurare discorsi di una certa forza e complessità. Ma un modo valido per avvicinare i nostri coetanei a certi temi è semplicemente parlare, ma facendolo in maniera semplice e senza essere troppo pressanti. Ognuno ha i suoi tempi. Diego Laratta – E poi ognuno ha il suo “modo” per testimoniare. Per me ad esempio è molto importante condividere. Adesso vanno molto di moda le “storie” su Instagram e lì prendere posizione per la nostra generazione ha una certa importanza.
La cosa potrà stupire o trarre in inganno: cosa ci fa la villa Eleonora Duse a Merano? Ricordiamo che l’attrice italiana, forse la più famosa ed omaggiata a cavallo tra l’ottocento ed il novecento, sublime interprete di William Shakespeare, di Dumas e di Ibsen, e notoriamente musa ispiratrice di Gabriele D’Annunzio (compose per essa numerose opere), non abitò ufficialmente, mai a Merano. L’attrice morì in America, a Pittsburgh, nel 1924, lontana dalla città del Passirio e dall’Italia. E, dunque, per quale motivo esiste una villa col suo nome ? La Duse, come tante attrici, aveva un famoso impresario, il suo nome era Joseph Mandelkern. Diventato molto facoltoso grazie all’attrice, si innamorò di Merano e volle proprio, in questa città, una propria residenza. Riconoscente ed in nome della diva del teatro e del cinema, battezzò la propria villa col suo nome. Alla costruzione della propria residenza meranese nel 1932, chiamò un giovane architetto, Franz Lottersberger, il quale progettò per il ricco impresario una villa in puro stile razionalista. Egli, forte dell’esperienza precedente, della realizzazione di villa Kloeckner, sempre a Merano del 1931 ripropose nei modi formali un modello molto simile. La città è in piena trasformazione del linguaggio architettonico, tutta rivolta verso il moderno, ed egli, nato nel Tirolo orientale nel 1903, ma già a Merano dal 1922, allievo dell’ architetto razionalista Clemens Holzmeister, ne ripropone i modi interpretativi del linguaggio architettonico. A Bolzano Holzmeister aveva realizzato con successo villa von Pretz nel 1930, e quell’edificio per Lottersberger è un modello da poter reintepretare. Già nella villa Kloechner egli aveva sviluppato la sua configurazione spaziale architettonica in un unico volume, un cubo: in maniera sorprendente, nella villa Duse egli concepisce due volumi cubici, di dimensioni diverse, uno maggiore ed uno minore, affiancandoli ma facendo emergere il maggiore con un arretramento del secondo e sviluppandolo il primo in altezza. Le forme sono semplici e geometriche, le ampie finestre sono poste in maniera regolare, la superficie del tetto è piana, come richiede una casa in stile razionalista. Con villa Duse si apre a Merano la ricca stagione della trasformazione urbana, seguita da villa Ceran (A.Ronca, 1935), e da tanti altri esempi.
La musa di Gabriele D’Annunzio
Attrice teatrale e cinematografica, Eleonora Duse conquistò una grande fama a livello internazionale per le sue interpretazioni teatrali, tanto che negli anni Trenta il regista Rouben Mamoulian avrebbe voluto fare un film su di leiinterpretato da Greta Garbo, ma per la complessità del personaggio vi rinunciò.
Figlia di commedianti in costante peregrinazione, si accostò al teatro giovanissima (aveva quattro anni, quando, a Chioggia, recitò nella parte di Cosetta dei “Miserabili” di Victor Hugo), ma fu in seguito alla malattia della madre che dal 1870 si trovò a sostituirla, e quindi ad affrontare ruoli di maggior impegno. Nel 1884 l’incontro con Gabriele D’Annunzio a Venezia: i due già si erano già incontrati di sfuggita a Roma, mentre lui era cronista mondano della “Tribuna”. Ma l’incontro decisivo ci sarà l’anno seguente, sempre a Venezia: Eleonora lo ispirerà per otto anni, a lei D’Annunzio dedicherà “La città morta” e “Il Fuoco”. Nel 1898 partirono assieme per l’Egitto e per la Grecia, ma la loro storia d’amore finì, nel 1904, per la conflittualità dei caratteri ma anche per i debiti che la diva accumulò per aiutarlo e per la grande umiliazione che ricevette in quello stesso anno, quando “La figlia di Iorio” esordì al Teatro Lirico di Milano con Irma Gramatica nella parte di Mila. Ripresa l’attività teatrale in Italia nel 1921, nel 1923 fu in tournée a Londra e Vienna. Recatasi negli Stati Uniti nell’ottobre dello stesso anno, ottenne gli ultimi successi in teatro. Poco dopo si ammalò e morì a Pittsburgh.