Simboli e diavoli. Alto Adige, nevrosi da confine

Secondo la Costituzione (art. 12), “la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. È dunque la bandiera “della Repubblica”. Non il feticcio identitario dei “meranesi di lingua italiana”. La Repubblica è una casa comune e tutela le differenze linguistiche.

“Simbolo” è una parola interessante. Deriva dal greco antico “symballo” che significa “mettere insieme, far coincidere”. È qualcosa che unisce, che dà la possibilità di identificare l’altro come un amico. Quasi all’opposto c’è la parola “diavolo” (“diabolos”) che significa propriamente “calunniatore” e deriva dal greco “diaballo”, ovvero “gettare attraverso, calunniare”, in senso lato: separare. C’è una terza parola, “dialogo”, che è simile alla seconda, ma solo in apparenza.

Premetto che, da meranese, ringrazio Dario Dal Medico per il lavoro svolto in questi anni a servizio della città e sono fiducioso che Katharina Zeller saprà fare del suo meglio per confermare a Merano il ruolo di una città inclusiva ed europea. Credo che entrambi siano rimasti vittima di dinamiche che li precedono (“nevrosi da confine”, la definì Piero Agostini) e che si siano trovati a dover gestire loro malgrado una situazione non voluta e non prevista.

Torniamo al tricolore. L’equivoco di fondo è pensare che sia il simbolo di una “nazione”. La Costituzione, nonostante l’età, è più avanti di tutti noi e ci corregge ricordando che essa è “la bandiera della Repubblica”. Di quella Repubblica che tutela le minoranze linguistiche (art. 6). Se identifichiamo il tricolore (ma vale anche per il bicolore provinciale) con un gruppo linguistico, allora non è più un simbolo. Anziché unire, divide. Diventa strumento “del diavolo”.

Si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nel nostro caso la pentola è l’Autonomia (a livello più ampio, la Repubblica). C’è, è bella, è efficace. Ma non è detto che abbia il coperchio. Il coperchio è il rispetto per tutte le sue componenti, la partecipazione reale, la reciproca conoscenza, una buona comunicazione. Insomma, il “dialogo”, dal greco “dia” e “logos”. “Logos” vuol dire parola, ragione, senso. “Dia” significa “in mezzo a”. In altri termini: la ragione – in Alto Adige – non è solo mia né solo tua, ma un percorso comune. Diavolo permettendo.

Autore: Paolo Bill Valente

Da Francesco a Leone. La gioia della pace che disarma

Quella tra Francesco e Leone è una staffetta. Persone diverse, stili diversi, ma in relazione e continuità. La “pace disarmata e disarmante, umile e perseverante” è quanto di più francescano ci si possa immaginare. Fa venire in mente la “perfetta letizia” del racconto i cui protagonisti si chiamano, non a caso, Francesco e Leone.

Si narra che frate Francesco (d’Assisi) chiamò l’amico frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi che cos’è la vera gioia (nell’originale: perfetta letizia). Metti che un messaggero arrivi e dica che tutti i grandi maestri dell’università di Parigi sono entrati nell’Ordine francescano: non è questa la vera gioia.
Oppure che tutti i vescovi e gli arcivescovi d’Oltralpe, e perfino il re di Francia e quello d’Inghilterra si siano fatti frati: non è nemmeno questa la vera gioia. Anche se sentissi dire che i miei frati sono andati fra i non cristiani e li hanno convertiti tutti, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da compiere miracoli e guarigioni… ti dico che neppure in tutto questo si trova la vera gioia”. Frate Leone allora chiese: “E qual è, allora, la vera gioia?” Francesco rispose: “Immagina che io stia tornando da Perugia in piena notte, con un inverno freddissimo e fangoso. Il mio abito è gelato, i bordi della tonaca ghiacciati mi feriscono le gambe fino a farle sanguinare. Arrivo finalmente alla porta del convento, stanco e infreddolito, busso a lungo e chiedo di entrare. Un frate viene alla porta e mi chiede chi sono. ‘Sono frate Francesco’. E lui: ‘Non è il momento adatto per venire in giro, vattene’. Io insisto e lui risponde: ‘Tu sei un ignorante, un sempliciotto, non c’è più posto per te. Qui dentro siamo abbastanza e non abbiamo bisogno di te’. E io: ‘Per amore di Dio, lasciatemi entrare almeno per stanotte’. Ma lui insiste: ‘No, vai piuttosto dai Crociferi a cercare un riparo’. Ecco, se in quel momento io avrò saputo restare calmo, non mi sarò arrabbiato né turbato e avrò accettato tutto con umiltà e pazienza, allora sì, quella sarà la vera gioia, quella è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.
Per (papa) Francesco la vera gioia è “la gioia del Vangelo” che “riempie il cuore e la vita intera”. Per (papa) Leone la vera pace è, come la perfetta letizia, “disarmata e disarmante, umile e perseverante”.

Autore: Paolo Bill Valente

Quando Francesco indicò Josef come testimone e modello

Ricordiamo papa Francesco per molte cose ma c’è un aspetto, direttamente legato all’Alto Adige, che molti hanno dimenticato. Si tratta del riconoscimento da parte sua che Josef Mayr-Nusser è stato un martire e, di conseguenza, è da ritenersi “beato”. Testimone della fede. Martire ovvero testimone della coscienza.

Il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi che riconosceva Mayr-Nusser come martire, cioè come testimone, e che il suo martirio era avvenuto “in odio alla fede” giunse l’8 luglio 2016.
Forse non è un caso che la Lettera apostolica di papa Francesco che lo dichiara beato porti la data del 13 marzo 2017. Francesco fu eletto proprio il 13 marzo, quattro anni prima. E Josef Mayr-Nusser diede la sua testimonianza – che lo condusse al martirio – il 4 ottobre del 1944, nella ricorrenza di san Francesco di Assisi, il santo di cui il pontefice aveva assunto il nome.
“Concediamo – scriveva il papa – che il venerabile Servo di Dio Josef Mayr-Nusser, fedele laico, padre di famiglia e martire, il quale, fedele alle promesse battesimali, riconobbe come unico Signore Gesù Cristo, di cui fu testimone sino ad offrire la propria vita, d’ora in poi sia chiamato beato”.
Dopo decenni di damnatio memoriae (salvo il piccolo ma tenace gruppo dei suoi amici) il 24 febbraio 2006 (anniversario della sua morte nel treno che lo stava portando al lager di Dachau) il vescovo Wilhelm Egger aprì la causa diocesana di beatificazione, che si concluse il 19 marzo 2007, festa di san Giuseppe, onomastico di Josef.
A rilanciare convintamente il messaggio di Pepi Nusser fu il vescovo Karl Golser, che il 27 dicembre del 2009 (nel giorno della nascita del futuro beato), inaugurò l’anno diocesano dedicato a Josef Mayr-Nusser.
Durante il sinodo diocesano (2013-2015) fu proposto (ma invano) di nominare Mayr-Nusser simbolicamente il 260° delegato (i delegati diocesano erano 259).
Il 19 marzo 2017 (ancora una volta a San Giuseppe, festa dei papà), il giorno dopo la cerimonia di beatificazione, papa Francesco disse all’Angelus queste parole: “Ieri, a Bolzano, è stato proclamato beato Josef Mayr-Nusser, padre di famiglia ed esponente dell’Azione Cattolica, morto martire perché si rifiutò di aderire al nazismo per fedeltà al Vangelo. Per la sua grande levatura morale e spirituale egli costituisce un modello per i fedeli laici, specialmente per i papà, che oggi ricordiamo con grande affetto”.

Autore: Paolo Bill Valente

Antisemitismo. Fenomeno che richiede consapevolezza

“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”. Spesso chi ha un atteggiamento antisemita non se ne rende affatto conto. L’odio contro gli ebrei, nella storia, si è manifestato in vari modi anche nella nostra regione. Un fenomeno che richiede attenzione e consapevolezza.

Le immagini che giungono da Gaza e dalla Cisgiordania, le narrazioni a senso unico, la polarizzazione che ne deriva, portano a una sovrapposizione tra Stato di Israele, Governo israeliano, popolo ebraico e persone ebree. Ciò, anche quando si è in perfetta buona fede, apre a una nuova deriva antisemita. Un antisemitismo che spesso si nasconde dietro affermazioni di apparente buon senso.
Antisemitismo: ma che cos’è?
Dal 2017 la Commissione Europea utilizza la definizione operativa, giuridicamente non vincolante, adottata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) secondo la quale “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei” e le “manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Si chiarisce bene e subito che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”. Lo diventano quando lo Stato d’Israele viene attaccato perché “concepito come una collettività ebraica”. In questo senso la stessa espressione “Stato ebraico” è fuorviante.
“L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei”. Esempi contemporanei di antisemitismo sono, oltre l’incitamento alla violenza contro gli ebrei, la loro demonizzazione, la diffusione di stereotipi, l’attribuzione agli ebrei in generale di crimini compiuti da poche persone, la negazione o la banalizzazione della Shoa, una certa avversione preconcetta verso lo Stato di Israele, “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, “considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”.
Tutto questo non ci riguarda?
Il documento della “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” rivela che “circa un quinto degli italiani nutre sentimenti antisemiti” e un terzo “coltiva pregiudizi e stereotipi tradizionali”.
In questa Settimana Santa che coincide con la Pasqua ebraica un vivo augurio di liberazione: dal pregiudizio, dall’odio, dall’ignoranza.

Autore: Paolo Bill Valente

Da Cipro all’Alto Adige. Cercansi scavalcatori di muri

C’è un’isola, nell’angolo sudorientale del Mare Nostrum, stretta tra l’Asia e l’Europa, che ha ancora il suo muro. Una “linea verde” divide a metà la capitale Nicosia. Il confine che divide i ciprioti è presidiato dai caschi blu, che non si limitano a fare la guardia, ma aprono spiragli a chi vuole guardare al di là.

“Come fate voi a sostenere credibilmente la possibilità di un nuovo ordine internazionale, se l’Europa non è in grado di risolvere uno dei suoi problemi annosi come quello di Cipro?”. Lo aveva chiesto nel lontano 1991 un giornalista ad Alexander Langer, molto prima che la piccola Repubblica entrasse a far parte dell’Unione Europea (maggio 2004). Una domanda che a tutt’oggi non ha trovato la sua risposta e non la troverà presto in questo mondo governato da folli.

La Sezione Affari Civili dell’UNFICYP (la Forza ONU a Cipro) è stata istituita nel 1998 per lavorare all’interno della zona cuscinetto tra le due partizioni dell’isola (quella greco-cipriota e quella turco-cipriota). Una storia assai diversa da quella altoatesina, ma con tratti comuni. Ci fu ad esempio un tempo in cui i due gruppi gestirono insieme il governo dell’isola, resasi indipendente dalla Gran Bretagna, basandosi su regole come la rappresentanza obbligatoria dell’altro gruppo nelle istituzioni e l’assegnazione dei posti pubblici in base a un calcolo proporzionale. A far fallire la convivenza furono i nazionalismi e le mire imperialistiche di governi totalitari.

Così la divisione provvisoria di Cipro dura ormai da molti decenni. Ne hanno fatto esperienza diretta la settimana scorsa rappresentanti delle Caritas e di Organizzazioni della società civile di una ventina di Paesi del Mediterraneo (e Corno d’Africa) all’interno del progetto PeaceMed, promosso da Caritas Italiana allo scopo di sviluppare insieme strumenti per la soluzione pacifica dei conflitti.

La Sezione Affari Civili promuove attività “intercomunitarie”. Collaborando con singole persone e con la società civile, inventa luoghi e occasioni di incontro e di scambio. È un lavoro che – come in Alto Adige – riesce a coinvolgere solo una minoranza della popolazione. Che però può essere lievito nella pasta. Pagandone qualche conseguenza.

Anche per Cipro vale ciò che scrisse Langer nel suo decalogo per la convivenza: “In ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”.

Autore: Paolo Bill Valente

Volontari. Servire il prossimo senza servirsi del prossimo

C’era anche un po’ di Alto Adige il 9 marzo in piazza San Pietro a celebrare insieme ad altre 25mila persone il Giubileo del mondo del volontariato. Grande assente papa Francesco. Assenza fisica, ma presenza forte, con la testimonianza e le parole dell’omelia e dell’Angelus. I sogni dei pellegrini di speranza.

Il card. Michael Czerny ha sostituito il pontefice, degente da diversi giorni all’ospedale Gemelli di Roma, e ha letto il testo dell’omelia preparata da Francesco, ringraziando innanzitutto i volontari perché “voi servite il prossimo senza servirvi del prossimo”. Lo fanno “per strada e tra le case, accanto ai malati, ai sofferenti, ai carcerati, coi giovani e con gli anziani”, la loro “dedizione infonde speranza a tutta la società. Nei deserti della povertà e della solitudine, tanti piccoli gesti di servizio gratuito fanno fiorire germogli di umanità nuova”. È quel “sogno di Dio” così lontano dal presente che si sta vivendo. Anziché il “giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti”, il fragore delle armi e la fiducia smarrita.

“Nelle nostre società”, ha scritto il Papa nel testo per l’Angelus, “troppo asservite alle logiche del mercato, dove tutto rischia di essere soggetto al criterio dell’interesse e alla ricerca del profitto, il volontariato è profezia e segno di speranza, perché testimonia il primato della gratuità, della solidarietà e del servizio ai più bisognosi”.

Benché non si doni il proprio tempo per essere ringraziati, il grazie di Francesco arriva forte e chiaro: “Grazie per l’offerta del vostro tempo e delle vostre capacità; grazie per la vicinanza e la tenerezza con cui vi prendete cura degli altri, risvegliando in loro la speranza!”.

Parole ancora più vere perché pronunciate da qualcuno che egli stesso, come aggiunge nel suo messaggio, sperimenta la premura del servizio e la tenerezza della cura. “E mentre sono qui, penso a tante persone che in diversi modi stanno vicino agli ammalati e sono per loro un segno della presenza del Signore. Abbiamo bisogno di questo, del ‘miracolo della tenerezza’, che accompagna chi è nella prova portando un po’ di luce nella notte del dolore”.

Autore: Paolo Bill Valente

Degasperi e la politica capace di guardare lontano

L’accordo Degasperi-Gruber del settembre 1946 è riconosciuto oggi da molti come la base su cui si è potuta sviluppare l’Autonomia dell’Alto Adige. Per uno dei due firmatari, Alcide Degasperi, si è conclusa a Roma, lo scorso 28 febbraio, la fase diocesana del processo di beatificazione. C’è bisogno di politica lungimirante.

Abbiamo tutti ancora negli occhi la strana scena andata in onda dallo Studio ovale di Washington. Soffriamo da anni dell’assenza di una classe politica che sia capace, a livello globale, di porre mano ai mali che attanagliano l’umanità: le guerre, le disuguaglianze, la fame, i cambiamenti climatici. Malgrado l’evidenza, prevalgono i negazionismi indotti dai detentori di interessi economici e da uomini di potere (simili a bambini capricciosi) per i quali è preferibile un mondo alla deriva, piuttosto che un’umanità pacificata.

Di fronte a questa situazione Degasperi usava citare una frase di James F. Clarke (tanto che poi fu attribuita a lui stesso): “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo Paese”. Parole, non a caso, pronunciate da un pensatore statunitense del 19° secolo che suonano quanto mai attuali se riferite proprio agli Stati Uniti (e non solo, sia chiaro) del 21°.

“Uno dei tratti distintivi del suo carattere era la capacità di affrontare le difficoltà con serenità e speranza”, ha detto il cardinale vicario di Roma Baldassarre Reina di De Gasperi. “La sua visione dell’Europa, fondata sulla cooperazione tra i popoli, rifletteva un approccio inclusivo e lungimirante, in netto contrasto con le divisioni nazionalistiche che avevano segnato il continente nei decenni precedenti. Per lui, il confine non era una barriera divisoria, ma un ponte tra culture diverse”.

In particolare, “Degasperi fu tra i primi a comprendere che la cooperazione tra gli Stati europei fosse la chiave per garantire pace e stabilità. Il suo contributo al progetto europeo è oggi più attuale che mai”. “In un’epoca segnata dalla polarizzazione e dal populismo, il metodo di Degasperi, fondato sul confronto costruttivo e sulla ricerca di soluzioni condivise, appare come un approccio necessario per ricostruire la fiducia nelle istituzioni”.

Autore: Paolo Bill Valente

“Due mondi si scontrano” e l’umile coraggio di Josef

Il 24 febbraio del 1945, esattamente 80 anni fa, la salma esanime di Josef Mayr-Nusser veniva ritrovata nel vagone del treno che lo stava portando, con altri condannati, al lager di Dachau. Si era rifiutato, da solo, di pronunciare il giuramento di fedeltà incondizionata a Hitler. Una storia solo apparentemente lontana.

Il ritorno in Europa e nel mondo dei fascismi e della follia politica ci riporta direttamente agli anni nei quali Mayr-Nusser si formò e maturò le sue convinzioni. Si tratta dell’Alto Adige degli anni Trenta, stretto tra due dittature imperialiste che stavano preparando il conflitto più devastante che la storia abbia mai conosciuto. Che lui, in quel contesto, trovasse il coraggio di dire no al neopaganesimo nazionalsocialista, al razzismo, all’etnocentrismo e ai nazionalismi, significa per noi che pensare è pur sempre possibile e che il pensiero si può tradurre in scelte responsabili.

Un mondo, quello di Pepi Nusser, preso tra il dilagante individualismo amorale e le appartenenze cieche a masse senza volontà, manipolate dalla propaganda, nemica di ogni verità. In questa situazione i giovani attorno a Josef (e a don Josef Ferrari, loro assistente) scoprivano la dimensione comunitaria. Non la “comunità etnica”, che esclude e imprigiona, ma la comunità nella quale ognuno è un dono per l’altro, in cui si leggono e interpretano insieme i segni della storia e ci si assume ognuno la propria personale responsabilità. “Due mondi si stanno scontrando”, aveva scritto Josef alla moglie Hildegard dal campo di addestramento delle SS dove si trovava suo malgrado.

Josef Mayr-Nusser non fu un eroe solitario e nemmeno l’eroe di un giorno soltanto. È un testimone vero. Fu uno che allenò, mai da solo, la sua coscienza a distinguere, per quanto è possibile, il bene dal male. Ecco, proprio questo lo rende così distante dal mondo dei folli nel quale ci troviamo a vivere noi, donne e uomini del terzo millennio, ma ce lo porta al tempo stesso così vicino, come una risposta autentica, reale, al nichilismo senza speranza di un’umanità che ha bisogno, per preservarsi dalla rovina, di tanti Pepi Nusser e del loro umile coraggio.

Autore: Paolo Bill Valente

A scuola è il tono che fa la musica

Alcune settimane fa il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato le novità per i programmi scolastici elaborate da una Commissione appositamente istituita. Secondo le anticipazioni si tratta tra l’altro di riportare il latino alle medie, più storia e letteratura italiane e anche la conoscenza della Bibbia.

L’assenza di ulteriori dettagli consente di ragionare liberamente sui temi proposti. Si può premettere un vecchio adagio: è il tono che fa la musica.

Una lingua in più non può far male. Nemmeno una lingua, come il latino, che non si parla nella quotidianità, ma è invece presente in ogni aspetto della cultura a livello globale. Il latino, se trattato bene, allarga lo sguardo.

Conoscere la Bibbia è addirittura un dovere civico, prima ancora che un fatto religioso. La Bibbia appartiene alla storia dell’umanità. È un classico, come lo sono le tradizioni del passato che hanno lasciato tracce importanti nei monumenti, nelle immagini, nel pensiero. Visitare un museo senza conoscere la Bibbia è come farlo bendati.

La storia e la letteratura italiane? Certamente è necessario che i cittadini acquisiscano quella prospettiva storica che l’individualismo imperante (il culto dell’attimo) tende a cancellare. Chi sa ragionare tenendo presenti passato e futuro è più difficile da manipolare. Serve conoscere la storia del proprio quartiere, della città, della regione e la storia del proprio Paese, ma inserita nella storia d’Europa e del mondo (senza le quali non si comprende nemmeno quella d’Italia).

Il ministro dichiara: “Non avremo una scuola più sovranista, ma una scuola più seria”.

Se invece si tratta di un rigurgito identitario che vuole sottolineare l’italianità in quanto tale (ma sul concetto stesso di italianità si potrebbero aprire lunghe e vivaci discussioni), riesumando il latino come lingua degli avi (di fronte alla lingua dei “barbari”), la Bibbia a sottolineare le radici giudaico-cristiane (in contrapposizione, ad esempio, all’islam), la letteratura e la storia d’Italia come strumenti di identity building (uso appositamente l’inglese…), allora no grazie.

Autore: Paolo Bill Valente

La Memoria per risvegliare la Ragione dal sonno

La Giornata della Memoria – nell’ottantesimo dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – si celebra in un mondo in cui la lezione della Storia è stata rimossa e i valori codificati nella Dichiarazione universale dei diritti umani messi in stand by. Dimenticati. A maggior ragione, la Memoria, per scuotere la Ragione dal sonno.

Viviamo nell’epoca in cui il presidente degli Stati Uniti annuncia “la più grande operazione di deportazione nella storia americana”, mentre l’estrema destra tedesca promette solennemente espulsioni e re-migrazione (applaudita dagli oligarchi d’Oltreoceano), in cui si pensa di poter risolvere i conflitti con le invasioni (o operazioni speciali), le azioni terroristiche ad alto impatto mediatico, il rapimento e la degradazione di ostaggi, il lancio confuso di missili, i bombardamenti indiscriminati (o chirurgici), l’uso di scudi umani (per lo più donne e bambini). Le persone e i popoli sono carne da cannone, merce buona per campagne elettorali dai toni razzisti o per mantenere il livello di tensione necessario a giustificare la sopravvivenza di un dato gruppo di potere. Anziché interrogarsi seriamente sulle cause delle situazioni e costruire con pazienza le premesse per possibili soluzioni, ci si limita a chiedere (in certi scenari sì, in altri no) che le armi tacciano (importante ma del tutto insufficiente) o si manifesta contro questo e contro quello, risuscitando vecchie ma radicate ideologie (tra cui l’antisemitismo). Anziché dare nuovo impulso al multilateralismo e allo sviluppo di “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali” (papa Francesco), si opta per accordi bilaterali validi fin quando conviene. Situazioni non molto differenti a quelle che portarono alla Seconda guerra mondiale.

In quest’epoca che “genera mostri” cade dunque l’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945. L’evento su cui si basa la Giornata della Memoria. L’Alto Adige, da cui il 16 settembre 1943 partì la prima deportazione di ebrei dal territorio italiano (da Merano) è particolarmente chiamato a rileggere la propria storia in relazione alle vicende di questi anni segnati dall’irrompere di un nuovo “sonno della ragione”.

Autore: Paolo Bill Valente