Il Pacher custodito nel nuovo museo dell’Abbazia di Novacella

Nel cuore della Val d’Isarco sono assai numerosi i luoghi e gli oggetti da scoprire. Fra le innumerevoli perle da vedere e visitare, recarsi a Novacella significa scoprire uno scrigno dentro ad uno scrigno i cui tesori sono variegati e tutti imperdibili.

Il nuovo museo dell’Abbazia si profila come una possibilità ulteriore di estasi. Davanti all’altare a portelle dedicato a Santa Caterina di Alessandria e al suo martirio, del grande Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) non si può che vivere una vera e propria “Sindrome di Stendhal”.

L’abbazia di Novacella era sorta nel 1142, per volere del suo fondatore, il beato Artmanno vescovo di Bressanone. Con lo scorrere dei decenni l’abbazia continua a crescere d’importanza e ad estendere a vari territori e parrocchie la propria giurisdizione. È però il tardogotico il periodo di fioritura artistica all’interno del monastero. Nel 1485 fu consacrato il nuovo coro della chiesa abbaziale. I più importanti pittori del Tirolo, tra i quali Michael Pacher, lo arredano con altari a portelle. Nello scriptorium nascevano manoscritti meravigliosi. 

Le depredazioni dovute alla Guerra dei contadini che, infuriati assaltarono l’Abbazia nel maggio del 1525 sotto la guida di Michael Gaismair, e che distrussero gli urbari e i titoli di credito, derubarono anche il convento e la cantina. Fu però con l’annessione del Tirolo al Regno di Baviera nel 1805 e la chiusura forzata di tutte le abbazie tirolesi nel 1807 che si ebbero i maggiori furti e saccheggi. I bavaresi portarono con sé tonnellate di libri e opere d’arte, compreso l’importante altare tardogotico dei Padri della Chiesa di Michael Pacher. Dopo il ritorno del Tirolo all’Austria, nel 1816 Novacella fu riaperta grazie a un editto imperiale. Ciò che è sopravvissuto e giunto sino a noi si trova oggi in parte nella pinacoteca del Museo abbaziale. Tra le opere più importanti della collezione di dipinti c’è appunto l’Altare di Santa Caterina, opera di Friedrich Pacher giunta sino a noi quasi integra.

L’altare di Santa Caterina di Alessandria di Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) è un brillante esempio dell’arte sacra tardogotica in Tirolo. L’altare mette in evidenza cinque momenti della vita e del martirio di Santa Caterina di Alessandria mettendo però in evidenza ciò accadeva nelle vallate alpine nella seconda metà del XV secolo.

Come da tradizione liturgica gli altari a portelle restavano chiusi nei giorni feriali per essere aperti durante le festività. Per questo motivo le tavole erano dipinte su recto e verso. Nel caso dell’altare di Santa Caterina l’esterno della portella di sinistra mostra una Annunciazione, qui la Vergine appare seduta ad uno scrittoio, mentre il lato esterno della portella destra raffigura l’Angelo. Il lato interno presenta due scene, una superiore e una inferiore. La prima raffigurava Santa Caterina che rifiuta di adorare gli idoli. La seconda invece raffigura la Flagellazione di Santa Caterina. Il lato interno della portella di destra presentava la stessa suddivisione: la disputa di Santa Caterina con i sapienti pagani, la scena inferiore rappresenta Santa Caterina che converte l’imperatrice Faustina. Mentre nel pannello centrale assistiamo al Martirio di Santa Caterina e, sullo sfondo, alla Sepoltura della santa sul Monte Sinai. L’Altare di Santa Caterina dovrebbe essere stato dipinto tra il 1475 ed il 1478. In ogni caso è evidente come la pittura in Tirolo sia ancora legata ai motivi del gotico ed ancora lontana dalle innovazioni che in quegli anni scuotevano l’arte in Italia.

Friedrich Pacher fu a bottega da Michael Pacher (1435-1498), il maestro più riconosciuto del XV secolo tirolese. Fra i due maestri, Friedrich era quello più legato ai motivi tradizionali tirolesi mentre Michael ebbe un importante ruolo di innovatore.

Ciononostante la maestria di Friedrich Pacher nella creazione dei ricchi particolari è indiscussa. Sono da godere i broccati, le armature, le acconciature delle dame a fronte molto alta e spaziosa come di moda a quel tempo. Seguono poi un modello preciso di eleganza le mani dalle lunghe dita affusolate. Infine, splendidi sono i paesaggi che si stagliano sullo sfondo, con campagne o città turrite, o fiumi dove navigano numerosi vascelli. Infine la prospettiva sicuramente mediata da Michael Pacher che per impararla e restituirla si era recato in visita nelle città italiane di Padova e Mantova ed era entrato in contatto proprio con quei maestri che al tempo l’avevano indagata e risolta. Michael Pacher aveva affrontato questo argomento con la sua bottega e i suoi collaboratori.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La valle dell’Adige, corridoio dell’Impero

I Reti che vivevano tra Verona e la zona alpina e i Romani repubblicani, usciti vincitori dalle guerre puniche, si conoscevano bene già da secoli, anche se i commerci tra i due mondi avvenivano spesso tramite intermediari, come i “cugini” Atestini (di Este, patria anche della divinità comune Reitia) e gli Etruschi, o Rasenna, dell’Italia centrale. Si trattava di popoli italici in contatto e in relazione per tutta l’età del Ferro e che, pur nella distanza culturale, si rispettavano.

Certo, i Latini guardavano con una certa diffidenza a quei montanari, ritenuti aspri e poco raffinati, che parlavano una lingua affine a quella dei loro vicini più prossimi, gli Etruschi. Allo stesso tempo, però, ne apprezzavano alcuni prodotti: in particolare il vino retico, celebre nel mondo romano. Secondo Virgilio, esso era secondo solo a  rinomato Falerno. Lo aveva bevuto Giulio Cesare, e anche Augusto lo apprezzava. 

Poi, dopo il 15 a.C., l’intera area alpina, compresa la valle dell’Adige, subì una trasformazione profonda. Con le campagne condotte sotto Augusto – che a parole rinnovò la repubblica ma nei fatti la seppellì per sempre – e guidate da Druso e Tiberio, Roma impose con la forza bruta il proprio controllo su territori abitati da popolazioni retiche e alpine che non garantivano più un passaggio sicuro lungo la valle dell’Adige. In sostanza, i Reti della Val d’Adige esigevano pedaggi sempre più onerosi ai militari romani e, in caso di rifiuto, li invitavano a scegliere altre strade.

Molti insediamenti furono distrutti, le strutture locali smantellate e le comunità decimate o integrate nel sistema imperiale; i giovani vennero inseriti nell’esercito o nelle reti economiche legate alle nuove vie di comunicazione.

Data la rilevanza strategica dell’area, ponte per l’espansione germanica, non si fondarono grandi città lungo l’asse alpino. La valle dell’Adige fu organizzata come corridoio di transito e controllo, dotato di stationes, mansiones e mutationes (ovvero posti di controllo, punti di cambio dei cavalli e punti di ristoro) funzionali alla mobilità di truppe, funzionari e merci. 

L’ager, ossia la campagna, venne affidato a coloni romani, riorganizzato e integrato in un sistema economico più ampio, volto a garantire approvvigionamenti e stabilità lungo una direttrice fondamentale.

Diverso il caso della vecchia città retica di Tridentum, definita splendidum municipium e principale centro urbano dell’alto Adige tra Verona e il confine alpino fin dal I secolo a.C. Il suo territorio comprendeva la Bassa Atesina fino alle soglie della conca bolzanina. Qui i Romani non fondarono nuove città non per disinteresse, ma per razionalità: era più importante garantire la continuità dei collegamenti verso le province settentrionali. Questo asse era assicurato dalla Via Claudia Augusta e da una fitta rete di vie collaterali, che collegavano l’Italia con il bacino danubiano e con Augusta Vindelicorum.

Lungo la via si sviluppò una rete di punti di sosta: a nord di Trento si colloca

Endidae; più oltre il nodo di Pons Drusi; quindi le mansiones come Sublavio, fino a Vipitenum, uno dei pochi centri con una certa stabilità insediativa. Secondo l’opinione di alcuni studiosi, il percorso indicato dalla Tabula Peutingeriana e dall’Itinerarium Antonini, in realtà, giunto a Endidae da Salurnis, si snodava verso Vicus Augusti (Ora) per poi risalire da Foetibus (Vadena) fino a Castrum Formicarium (Castel Firmiano), Teriolanum (Terlano) e Castrum Maiense e Teriolis (rispettivamente Maia e Tirolo). Da qui la via proseguiva da un lato verso Resia e dall’altro verso il Passo Giovo fino a Vipitenum e al Brennero.

A questa rete si affiancava un controllo militare capillare, sufficiente a garantire sicurezza e continuità. La valle dell’Adige non era dunque uno spazio marginale, ma un’infrastruttura territoriale di primaria importanza: tra Verona e Augusta Vindelicorum funzionava come corridoio vitale, attraversato da uomini, merci e informazioni.

Autore: Reinhard Christanell

Si parte: dobbiamo votare!

Salma Zouhair è una ragazza bolzanina che frequenta l’università di Cesena. Oltre a studiare, lavora part-time ed è una volontaria presso la Croce Bianca di Bolzano e la Croce Rossa Italiana di Cesena. Questo marzo è dovuta rientrare a Bolzano per votare al referendum in quanto il voto ai fuori-sede non è stato garantito.

Quanto tempo e denaro ha richiesto il viaggio per poter votare?

Tra andata e ritorno, considerando che ho preso un Intercity diretto e non il solito regionale, il tempo che ho passato in viaggio ha sfiorato le dieci ore. Ho deciso di utilizzare il trasporto pubblico e nel complesso ho speso intorno ai 35 euro.

Le agevolazioni di viaggio per gli elettori sono state sufficienti?

Sono state molto d’aiuto in questo caso. Di norma un viaggio in treno regionale mi viene a costare più di 70 euro. Con i treni ad alta velocità le cifre sono più alte. Le agevolazioni per elettori sono tra le offerte più convenienti per quanto riguarda i treni. Se considerassi solo i treni, le agevolazioni sarebbero sufficienti, ma considerando chi si trova più lontano rispetto a me e magari è costretto a spostarsi in macchina o in aereo non basterebbero più; spesso tornare a votare è una spesa non indifferente per uno studente fuori-sede.

Cos’hai dovuto mettere in pausa per venire a votare?

Un sacco di cose. Ho avuto la fortuna che questo referendum non fosse durante una sessione d’esame altrimenti avrei sicuramente avuto più difficoltà a presenziare. Ho però avuto la sfortuna di lavorare il pomeriggio di domenica quindi sono stata costretta a prendere il treno subito dopo aver votato. I seggi aprivano alle 7 e il mio treno era alle 7.30, garantisco che è stato uno stress non indifferente riuscire a fare entrambe le cose.

Per le Europee 2024 era stata introdotta una sperimentazione per il voto fuori-sede. Come ti fa sentire il fatto che si sia “tornati indietro”? 

Per me si tratta assolutamente di un passo indietro, sfavorevole per chi si deve spostare e intraprendere viaggi impegnativi per esercitare un proprio diritto e una perdita anche per lo Stato stesso che impedisce a una buona fetta di aventi diritto di partecipare alla vita politica nazionale. Sarebbe più corretto introdurre la possibilità di votare nel proprio comune di domicilio temporaneo sotto richiesta, come era stato permesso per il Referendum abrogativo di giugno 2025.

L’idea di garantire il voto a distanza o per corrispondenza potrebbe essere un’opzione?

Si, il voto a distanza dovrebbe essere preso in considerazione per i fuori-sede. Inoltre vivendo in un’era in cui la digitalizzazione regna sovrana, dovrebbe essere prioritario trovare il modo di garantire una votazione corretta e inclusiva anche per chi non ha la possibilità di votare nel proprio comune di residenza, quindi per i fuori-sede, ma anche per chi si trova in trasferta di lavoro, oppure chi segue una terapia in un ospedale specializzato e non ha la possibilità di spostarsi.

Con altri studenti fuoriesce avete discusso di questa problematica?

Sì, è un tema ricorrente. Ogni volta che si presenta la necessità di votare ne parliamo cercando di organizzarci al meglio, ma restano la consapevolezza e l’amarezza del doversi mobilitare per esercitare un nostro diritto come tutti gli altri. Votare dovrebbe essere un diritto e un dovere di tutti i cittadini italiani. In un momento di alto astensionismo elettorale, come quello che stiamo vivendo, trovare una soluzione a questo problema dovrebbe rappresentare una priorità per il nostro Paese.

Autrice: Anna Michelazzi

La strada dedicata a Giuseppe Abba

Non lontano dall’areale ferroviario, nei pressi di via Piani di Bolzano si trova  una via minore, via Giuseppe Cesare Abba. Nato il 6 ottobre 1838 a Cairo Montenotte (Savona), dal 1849 al 1854 studiò presso gli Scolopi a Carcare (Savona); frequentò poi per poco tempo l’Accademia di Belle Arti di Genova. Dopo breve esperienza nei cavalleggeri d’Aosta, nell’aprile 1860 fu a Parma per partire il 3 maggio tra i Mille. Combatté eroicamente a Calatafimi e Palermo, si distinse poi nella battaglia del Volturno. Sulla partecipazione all’impresa dei Mille prese giornalmente nota su un taccuino. Tornato a Cairo Montenotte, riprese gli studi a Pisa, dedicandosi a letture storiche e letterarie. Nel 1866 si fece nuovamente garibaldino, distinguendosi il 20 luglio nella battaglia della Bezzecca. Fu per qualche tempo malato a Pisa, per poi tornare a Cairo da dove non si mosse fino al 1880, interessandosi dei vari problemi del paese natale. Non trascurava però l’attività letteraria. Rielaborò i suoi ricordi della partecipazione alla spedizione dei Mille; Carducci, al quale Abba aveva fatto avere alcuni brani del proprio lavoro, le “Noterelle d’uno dei Mille dopo vent’anni”, raccomandò all’editore Zanichelli la pubblicazione del lavoro, che nell’edizione del 1891 ebbe per titolo “Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille”. Fu tramite Carducci che Abba divenne docente d’italiano nelle scuole secondarie; dal 1881 insegnò al Liceo “Evangelista Torricelli “ di Faenza, passando nel 1884/1885 all’Istituto “Niccolò Tartaglia” di Brescia. Commemorò Garibaldi nelle grandi città italiane, come a Roma nel luglio 1907 alla presenza del Re. Continuò a scrivere di storia rievocando immagini a figure dell’Italia risorgimentale. Nel 1910 si recò in Sicilia, a 50 anni dallo sbarco dei Mille, ripercorrendo i luoghi ricordati nelle sue memorie. 

Creato senatore il 5 giugno, Giuseppe Cesare Abba morì improvvisamente in una strada di Brescia il 6 novembre 1910.

Autore: Leone Sticcotti

Pietre d’inciampo: incontriamo per strada la nostra memoria

Un progetto artistico e civile che attraversa l’Europa e che anche a Bolzano ha trovato spazio tra le vie della città. Le Pietre d’inciampo (dal tedesco Stolpersteine) sono piccoli segni nel tessuto urbano che ricordano le vittime della Shoah, riportando alla luce storie che si voleva cancellare. A Bolzano furono posate nel 2015, in occasione del settantesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, anche grazie al lavoro dello storico Hannes Obermair, oggi senior researcher all’Eurac e all’epoca direttore dell’Archivio storico comunale. Lo abbiamo intervistato.

Cosa sono le Pietre d’inciampo?

Le pietre d’inciampo sono un progetto di un artista tedesco, Gunter Demnig. Consistono in cubetti di dieci per dieci centimetri in cemento, con sopra una lastra in ottone sulla quale è impresso il nome delle vittime della Shoah, con le date essenziali della loro vita, della deportazione e, quando si sa, della morte.

Qual è l’elemento più significativo di questo progetto?

Sono posizionate davanti all’ultima dimora liberamente scelta dalle vittime, prima che queste persone venissero sradicate da quella che fino ad allora era la loro vita normale. È questo forse l’elemento più toccante: non ricordano solo la morte, ma la vita quotidiana che le vittime conducevano, la loro dimensione civile, le relazioni, la casa. Tutto ciò che è stato poi annientato dalla persecuzione nazista.

Si tratta quindi di un percorso della memoria?

Assolutamente sì. È un percorso memoriale disseminato nella città, anzi nelle città: oggi in tutta Europa ce ne sono decine di migliaia. È un enorme museo a cielo aperto, tu cammini, sei in città, e puoi vedere queste pietre che luccicano.

Perché si parla di “inciampo”?

Non si inciampa fisicamente, ma con la mente. Ti fermi, ti abbassi, idealmente ti inchini. Questo è il senso: rendere onore a una biografia che si voleva finisse nell’oblio. È una forma di ricordo, una sorta di “resurrezione” di storie scomparse, spesso senza neanche una tomba.

Quali informazioni riportano le pietre?

Ci sono il nome, la data di deportazione, il luogo – per esempio Auschwitz o Mauthausen – e la data di morte, quando è nota. Sono dati essenziali, ma dietro c’è un grande lavoro di ricerca: bisogna incrociare diverse fonti, come gli archivi dei campi di concentramento o il database di Yad Vashem. Spesso i dati sono lacunosi, quindi serve grande attenzione.

Quando sono state posate a Bolzano?

Nel 2015, per il settantesimo anniversario della liberazione. In quell’occasione, quando ero direttore dell’Archivio storico, abbiamo posato quindici pietre insieme a Gunter Demnig. È stato un momento importante anche perché lui, quando può, partecipa personalmente.

Demnig realizza ancora le pietre?

Sì, è un progetto artistico e lui ne detiene il copyright. Quando possibile, accompagna la posa: è un artista molto “materiale”, interviene direttamente nello spazio urbano, con un gesto concreto.

Esiste un archivio delle Pietre d’inciampo?

Sì, oltre al suo archivio, c’è anche un grande lavoro collettivo, ad esempio su Wikipedia, dove sono raccolte le pietre con fotografie e biografie. Ci sono anche quelle dell’Alto Adige, da Bolzano a Merano, fino a Ora e Tires».

In definitiva si tratta Un museo diffuso, discreto ma capace di interrogare chiunque passi. Le Pietre d’inciampo non impongono la memoria: la fanno emergere, all’improvviso, sotto i piedi e nello sguardo di chi si ferma.

Autore: Till Antonio Mola

Il futuro della vipera dal corno a Bronzolo

A seguito delle modifiche recentemente apportate al piano paesaggistico di Bronzolo, la vipera dal corno, specie rara e protetta, potrebbe scomparire dai nostri pendii. Abbiamo dialogato con Gabriel Vettori, giovane studioso di scienze forestali, che ci ha parlato della presenza di questa specie in zona.

Gabriel Vettori, che cos’è la vipera dal corno e dove si trova?

Il nome deriva da una piccola appendice carnosa sul muso che ricorda un corno. Si suppone che sia rimasto ben evidente nella specie per favorirne il mimetismo nei terreni pietrosi in cui vive. Predilige, infatti, ambienti rocciosi, caldi e aridi, spesso di origine antropica e successivamente abbandonati, oppure zone interessate da franamenti naturali. 

A Bronzolo, infatti, vive sui pendii di porfido del monte Göller, nella gola di Aldino e nella zona delle cave. In Italia, la sua distribuzione è scarsa: ci sono colonie nel Friuli Venezia Giulia, nel bellunese e in alcune aree altoatesine.

A cosa è dovuta la sua rarità?

Le aree nelle quali è diffusa sono limitate, e la sua presenza in questi luoghi è scarsa. Pensando al nostro territorio, si cerca di bonificare le frane e l’uso delle superfici è massimizzato per dare spazio al pascolo o all’agricoltura. Inoltre, preferisce ambienti non disturbati dall’attività umana. La sua rarità dipende dalla scarsità delle zone adatte alla sua proliferazione. Per questo motivo, esistono specifiche normative internazionali, nazionali e provinciali volte a preservarne l’habitat.

Quali sono i principali rischi per la sua sopravvivenza nel nostro comune?

Da un punto di vista naturale, direi l’avanzamento della vegetazione, che andrebbe a coprire l’ammasso pietroso nel quale la vipera ama ripararsi. Ma è soprattutto l’azione umana a metterne a rischio la sopravvivenza. La problematica principale per questa specie è il rischio di scomparsa del suo habitat, attualmente non tutelato dal nostro comune, poiché non riconosciuto come biotopo. La zona in cui vive potrebbe essere in futuro interessata da modifiche anche importanti. 

Penso, ad esempio, a eventuali lavori per la Galleria di Base del Brennero (BBT) o alla riapertura della cava. Vibrazioni e rumori prolungati nel tempo potrebbero causarne la scomparsa. 

Come si potrebbe favorire la sua preservazione? 

Penso che il problema sia credere che basti concentrarsi sulla salvaguardia di una singola specie, quando invece bisognerebbe considerare l’ecosistema nel suo insieme. Nel caso della vipera dal corno, la sua presenza in un ambiente indica che questo è variegato e relativamente ben conservato. Le distese rocciose dove vive sono habitat spesso ricchi di biodiversità e ospitano numerose specie vegetali e animali adattate a condizioni ecologiche particolari. Nel caso specifico di Bronzolo, bisognerebbe dunque riclassificare la zona come biotopo ed estenderne il perimetro fino a coprire l’intera area interessata. 

Il rischio delle piccole realtà in forte espansione come il nostro comune è che l’aspetto naturale passi in secondo piano. Ci sono leggi che tutelano gli ecosistemi, ma spesso non sono esaustive o, come nel caso del biotopo di Bronzolo, rischiano di venire modificate a discapito dell’ambiente. La presenza di un’area designata come biotopo, e quindi protetta, previene l’eventualità che in futuro l’ecosistema possa essere alterato senza contravvenire alle leggi. Senza un’area tutelata, nulla garantisce che in futuro quella zona non venga compromessa.

LA SCHEDA

La vipera dal corno può raggiungere i 95 cm di lunghezza. La colorazione può variare dal marrone al grigio. Lungo il dorso corre un disegno di colore più scuro somigliante a una linea a zigzag o una serie di rombi uniti. Caratteristica di questa specie è il “corno” posto sulla punta del muso. Questa vipera è la più pericolosa per l’uomo tra quelle osservate in Italia, anche se l’animale è timido e generalmente tende alla fuga in presenza di pericoli. È ovovivipara, le femmine si accoppiano ogni due anni, tra aprile e maggio. Le nascite avvengono tra agosto e settembre e le vipere appena nate misurano tra i 15 e i 20 cm, alimentandosi in modo indipendente sin dalla nascita.

Parti del corpo della vipera dal corno nel folclore hanno il potere di proteggere dai mali. In Alto Adige è tradizione conservare le vertebre dell’animale sotto forma di rosario, mentre nella Venezia Giulia si usa mettere sotto grappa le teste recise. Nella ex Jugoslavia, la Vipera ammodytes è chiamata poskok (“saltatore”) perché le si attribuisce la capacità (che in realtà non ha) di compiere balzi.

Autore: Tommaso Calamaro

Da Bolzano all’Inghilterra, e poi Olanda, Parigi e… Taiwan

Bolzano è l’inizio di molte storie diverse. Questo nuovo format raccoglie e racconta i percorsi di bolzanini che hanno scelto di vivere altrove, seguendone le traiettorie nel mondo.

La prima espatriata che incontro — anche se solo virtualmente, purtroppo — è Duchessa Paulato: una ragazza energica, capace di unire un spiccato senso pratico a una genuina vena artistica. 

Duchessa ha lasciato Bolzano prima di finire il liceo: a sedici anni è partita per l’Inghilterra, dove si è diplomata dopo due anni di collegio. I cinque anni successivi li ha trascorsi ad Amsterdam tra studi e un tirocinio curricolare di sei mesi a Parigi. Quando la chiamo, è appena rientrata da un exchange di cinque mesi a Taiwan, di cui ero già al corrente grazie alle sue stories su Instagram. Non appena risponde, attacco senza troppi preamboli: “Ammazza, Taiwan! Com’è stato?”. Non il più elegante degli approcci, ma tant’è. 

Lei risponde con onestà, senza girarci intorno: “Tosta, se devo essere sincera. Ho forse sottovalutato l’effetto della distanza da casa, dalla mia cerchia sociale… Tosta”. 

Colgo subito la palla al balzo su quella parola chiave: casa. “Tu sei di Bolzano, Duchessa, sei cresciuta qui, anche se poi hai vissuto a lungo altrove. Bolzano è ancora casa?”. 

“Cogli proprio un punto” dice, con un sorriso che non posso vedere ma che percepisco dal tono. “Proprio pochi giorni fa ero a Bolzano a fare aperitivo con il mio ragazzo e lui mi ha detto: ‘Si vede che qui sei a casa dal modo in cui cammini e ti rapporti con le persone’. Mi ha stupito questa affermazione. Certo, a casa mia mi sento a casa; casa sono anche i canederli e le montagne. Ma Bolzano come città, soprattutto il centro… non lo so. Mi sento molto più osservata qui.” 

Mi interessa il tuo punto di vista su questo aspetto. Ti sembra cambiata la città da quando te ne sei andata?

Mah… da un certo punto di vista mi sembra che non cambi mai nulla. Poi però mi accorgo di sentirmi meno sicura a camminare per le strade rispetto ad anni fa, e anche rispetto all’Olanda. E sinceramente non so neanche dove andare a ballare la sera. 

Che Bolzano sia o meno una città per giovani è un tema ricorrente. Ma voglio capire cosa resta, cosa si sedimenta.

Cosa ti porti dietro da Bolzano nel tuo vivere altrove?

Sicuramente la natura, le montagne. È uno dei motivi per cui mi piace tornare. Poter prendere la macchina e in venti minuti essere su un sentiero non ha paragoni.» 

Invece cosa ti lasci indietro? C’è qualcosa di Bolzano in cui scegli di non riconoscerti?

Duchessa sta in silenzio un attimo, poi risponde. “Il pregiudizio verso le altre persone. Quando torno lo sento molto, le conversazioni ruotano spesso intorno ai conoscenti. Mi sono sforzata di abbandonare questo meccanismo. Vivendo all’estero ho imparato nuovi approcci alle relazioni umane e mi sono resa conto di quanto poco senso abbia giudicare così tanto le persone e il modo in cui vivono la loro vita. Oggi mi sento libera e lascio questa libertà anche a chi scelgo di avere accanto. E poi c’è l’autonomia. Andare via mi ha aiutato a costruirmi un’indipendenza che, restando a Bolzano, probabilmente non avrei mai scoperto, o avrei scoperto più tardi.” 

Sottoscrivo. Ultima domanda: cosa diresti oggi a chi vuole andare via? 

Spesso mi sento dire che ho avuto molto coraggio ad andarmene così giovane e a restare fuori dall’Italia così a lungo. Certamente il coraggio ha giocato una parte, ma oggi direi che l’ingrediente principale, quello da cui parte tutto, è la curiosità unita al sentire che il mondo non è tutto qua. Basta mettersi su un FlixBus e andare. Anche solo farsi due giorni in un ostello a Innsbruck, per esempio, può dare più di quanto ti aspetti. 

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

È uscito Lovergirl di Elya Rose

Laura Stimpfl in arte Elya Rose ha pubblicato, il 28 marzo, il suo EP Lovergirl. Prodotto da Lorenzo Campaner è un disco che nasce dall’incontro del mondo acustico, folk e cantautorale di Laura con quello elettronico, indie e rap di Lorenzo.

Nell’album le basi che spaziano da un pianoforte melanconico a drum machine o synth si congiungono con il flauto traverso e il cajon live sono l’atmosfera in cui gli introspettivi testi di Laura si dispiegano creando un’intesa con gli ascoltatori che seguendo lo storytelling della cantautrice non possono che rimanere catturati dall’ambivalenza tra l’ascolto di una storia e l’immedesimazione in emozioni universali. Elya Rose culla gli ascoltatori attraverso la sua catarsi riflessiva capace di trasportare chi ascolta negli angoli melanconici della propria vita. La nostalgia e il romanticismo dopotutto sono parte di tutti noi e questo EP ascoltato in cuffia e in solitudine ha il potere di far emergere queste sensazioni e speranze (anche deluse) in una maniera a tratti dolorosa, ma necessaria e liberatoria. Arrivati alla fine dell’ascolto non si può che accettarsi un po’ di più nelle proprie sfaccettature e schiacciare di nuovo play. 

Com’è stato lavorare a questo EP?

Mi piace pensare che questo album sia nato un po’ “a singhiozzo”, nel senso che Lorenzo e io ci abbiamo lavorato nei weekend in cui riuscivo a salire a Bolzano da Trieste, dove frequento l’università. Appena uscita da una lunga relazione e con un’intera città da esplorare sono finita in una serie di incontri tragicomici che ho documentato scrivendo. Ora faccio fatica a riconoscermi, ma è questo il bello del cantautorato: cristallizzare un istante per sempre.

La tua scrittura è cambiata? 

Molto. Scrivendo l’EP le canzoni sono uscite di getto in un momento in cui l’alternativa era mettersi a urlare dalla frustrazione. In seguito, ho cominciato a lavorare a canzoni diverse, che esplorano il mio essere più che le mie azioni. Ora le approccio come poesie, non come uno sfogo nel mio diario segreto. È bello vedere la propria evoluzione e rendersi conto che quando si raggiunge una “soddisfazione di base” non c’è più bisogno di sfogare le emozioni in superficie e ci si può immergere in sé stessi per cercarsi davvero. 

C’è un fil rouge in questo lavoro?

Quattro tracce affrontano da un lato la difficoltà di lasciarsi alle spalle una lunga relazione e la propria città, e dall’altro i guai in cui si può finire nel momento in cui la libertà sale un po’ alla testa. Il testo di The curse, invece, l’ho scritto quando avevo sedici anni, ma è ancora una perfetta rappresentazione del mio innato romanticismo. L’ho rilavorato e penso che averlo in questo EP sia necessario, perché, alla fine, restiamo sempre quello che siamo. 

Bolzano e Trieste sono presenti? 

Bolzano è una città complicata, soprattutto per noi giovani. È un magnete che mi tira verso di lei, ma che appena mi lascio andare mi intrappola. Quando sono a Bolzano mi manca Trieste, quando sono a Trieste mi manca Bolzano. È un dilemma che sto affrontando sempre di più nella mia musica. Lovergirl ha tracce di questo oscillare fra l’amore per le proprie radici e la voglia di esplorare nuovi orizzonti. È un tira e molla che mi seguirà sempre.

Quale brano ti rappresenta di più? 

Lovergirl. Affronta la sensazione di non essere mai apprezzata che mi viene nei momenti di nostalgia, la mia emozione preferita. Pur sapendo che sono piena di persone che amo e che mi amano, credo sia un momento di catarsi necessario. In più faccio riferimento all’albero della canzone Y tu que has hecho? dei Buena Vista Social Club. Quando ero piccola mi immedesimavo nella bambina della storia dell’albero e della bambina, oggi mi piace provare a capire il punto di vista dell’albero che regala fiori senza ricevere nulla in cambio.

Autrice: Anna Michelazzi

Tra ingranaggi e meraviglia: il Museo dell’Orologeria

Nel cuore di Bolzano, nascosto tra i portici e il viavai quotidiano di piazza delle Erbe, al primo piano di un palazzo storico, si trova un piccolo museo capace di raccontare quattro secoli di storia attraverso un oggetto tanto comune quanto straordinario: l’orologio. È il Museo dell’Orologeria di Christian Clementi, nato dalla passione di una vita e dal desiderio di condividere un sapere antico.

“Mi sono detto: perché non allestire una mostra permanente con orologi antichi e divulgare un po’ la storia dell’orologeria”, racconta Clementi, proprietario e guida del percorso espositivo.

La mostra si sviluppa attraverso una serie di vetrine ordinate cronologicamente. Un percorso chiaro, che accompagna visitatrici e visitatori dal XVII secolo fino ai giorni nostri, permettendo di osservare da vicino non solo l’evoluzione tecnica degli strumenti, ma anche quella estetica delle casse e dei materiali. “Secolo dopo secolo l’orologeria ha introdotto migliorie significative, perfezionando sempre di più la precisione”, spiega Clementi.

Accanto agli orologi da tasca e da polso, trovano spazio anche meccanismi più complessi, come gli ingranaggi di un orologio da campanile, che testimoniano la dimensione monumentale di quest’arte. Ma il museo non è solo una raccolta di oggetti: è un racconto vivo, guidato direttamente dal suo fondatore. “Accompagno le persone da vetrina a vetrina, spiegando il lavoro e l’ingegno degli orologiai del passato, che cercavano non solo la precisione, ma anche la bellezza”, dice.

Tra i pezzi più curiosi spicca l’orologio a candela, una sorta di sveglia ante litteram: sulla candela sono segnate le ore e una pallina di ferro, inserita all’altezza desiderata, cade su un piatto metallico quando la cera si consuma fino a quel punto, segnalando il passare del tempo in modo tanto semplice quanto ingegnoso.

Il percorso racconta anche il passaggio all’epoca industriale. Intorno al 1900, infatti, la produzione in serie rende gli orologi più accessibili, senza però cancellare il valore della maestria artigiana. In quegli anni si diffondono i primi orologi da polso, destinati a sostituire quelli da tasca, mentre stili come l’Art Nouveau introducono forme eleganti e decorative. Parallelamente, gli strumenti degli orologiai diventano sempre più sofisticati: piccoli torni, macchine per fresare e utensili di precisione, spesso costruiti dagli stessi artigiani, segnano l’inizio di una nuova era tecnologica.

Nonostante la ricchezza della collezione, il museo mantiene un carattere intimo e accessibile. Le vetrine sono accompagnate da didascalie chiare, pensate per guidare anche chi non ha conoscenze specifiche, rendendo la visita comprensibile e coinvolgente.

L’ingresso è libero, ma la visita avviene su prenotazione. Per raggiungere il museo, arrivando da via Museo si svolta a destra e si prosegue lungo il marciapiede dietro le bancarelle di piazza delle Erbe: dietro la seconda si trova un portone con grata in metallo, con i campanelli dell’orologiaio e del museo.

Per informazioni e prenotazioni è possibile consultare il sito www.orologiaio-clementi.it oppure telefonare allo 0471 974482, dal lunedì al venerdì tra le 9 e le 12.

Un luogo raccolto, quasi nascosto, che offre però un’esperienza capace di dilatare il tempo, restituendo valore a ogni singolo ingranaggio.

Autore: Till Antonio Mola