Rock’n Südtiroll: sessant’anni di manifesti per la musica locale

Nel foyer del Teatro Cristallo di Bolzano si respira aria di musica e memoria visiva: fino al 31 gennaio è visitabile la mostra Rock’n Südtiroll – Grafica da concerto. Sessant’anni di manifesti, curata dal giornalista e critico musicale Paolo “Crazy” Carnevale. Un viaggio nella storia della musica dal vivo in Alto Adige, che è anche diventato un libro, pubblicato da Riff Records, la casa editrice ed etichetta musicale che fa capo a Paolo Izzo.

Come è nato questo progetto?

Rock’n Südtiroll nasce dalla mia passione per la musica, unita a un interesse per la grafica dei dischi e dei manifesti dei concerti. Non mi interessavano i manifesti più commerciali, ma quelli con un contenuto grafico originale, creativo, spesso legati a piccole produzioni o realtà indipendenti. Penso, per esempio, ai manifesti dei grafici di San Francisco tra il 1966 e il 1969, oggi vere opere da collezione. Da qui anche il sottotitolo del libro: Grafica da concerto.

Nel libro ci sono 150 manifesti. Sessant’anni di concerti: cosa li accomuna?

Il filo conduttore è il legame con la nostra provincia: concerti di gruppi locali o eventi in cui sono coinvolti musicisti del territorio. Chi cerca la locandina, ad esempio, del concerto di Frank Zappa a Bolzano, non la troverà. Ma se un gruppo locale ha fatto da spalla a un artista famoso, anche fuori provincia, allora sì. Per fare due esempi: c’è una locandina del concerto beat dei Giganti a Castelfiorentino, con apertura dei bolzanini Dedy Cemm, e quella del concerto di Stanley Clarke in Germania, con i Trinciato Forte della Val d’Isarco come gruppo spalla.

Un archivio visivo e musicale che nasce da una rete di collaborazioni…

Esatto. È un progetto che non sarebbe stato possibile senza figure chiave, in particolare Paolo Izzo, presidente dell’Associazione provinciale musicisti e anima di Riff Records. Con lui c’è un rapporto di fiducia e uno scambio continuo: ci si sostiene a vicenda e le idee prendono forma concretamente.

La mostra e il libro raccolgono materiali molto diversi… 

Sì, ci sono manifesti di festival con più gruppi, ma anche concerti singoli, grandi e piccoli. La raccolta va dagli anni Sessanta al 2023. La cosa più bella è stata l’entusiastica partecipazione di musicisti, appassionati e collezionisti, che hanno tirato fuori i loro manifesti conservati per anni.

Ogni manifesto è descritto con data, nomi dei musicisti, provenienza (spesso da collezioni private), autore della grafica e dimensioni. È un modo per restituire dignità a oggetti che sono vere testimonianze culturali.

C’è già l’idea di una seconda edizione?

Questa è una prima raccolta, un punto di partenza. Spero che chi visita la mostra o legge il libro pensi: “Anch’io ho dei manifesti!” e magari voglia contribuire a una nuova edizione. Progetti come questo vivono grazie alla memoria collettiva.

Dove si può trovare il libro?

Ha un codice ISBN, è reperibile online e sarà disponibile anche in libreria e nei negozi di dischi. E naturalmente, chi passa dal Teatro Cristallo può sfogliare alcune delle pagine esposte in mostra, fino al 31 gennaio.

Autore: Till Antonio Mola

La chiesa di Santa Maria Assunta 

I fedeli della diocesi di Bolzano-Bressanone non sono da meno rispetto a quelli di altre diocesi in fatto di devozione mariana. Ne fanno fede, tra l’altro, le chiese dedicate a Maria Assunta, anche per le pregevoli opere d’arte in esse presenti. Tra esse spicca la chiesa parrocchiale di Bolzano, o Duomo di Bolzano, dedicata a Santa Maria Assunta;  inizialmente era dedicata alla “Madonna della palude” (Maria im Moos), ciò per le frequenti inondazioni cui era sottoposta la zona. Va ricordata la cappella delle Grazie di Nostra Signora della Palude, eretta da Giuseppe Delai, l’ultimo della famiglia dei costruttori civici attivi a Bolzano a partire dalla metà del Settecento, e da Josef Gebhart; la cappella ha la volta decorata di affreschi di Carl Henrici (1771), con scene della vita di Maria. Dal 1964 la chiesa è concattedrale vescovile della diocesi di Bolzano-Bressanone. Sorge sull’area di una basilica paleocristiana del VI secolo, sulla quale fu costruita la chiesa altomedievale e quindi romanica, consacrata nel 1180. La struttura gotica fu completata nel 1519 con l’erezione del campanile tardo-gotico, alto 65 metri. Durante la Seconda guerra mondiale i bombardamenti alleati, come quello del 13 maggio 1944, causarono notevoli danni alla chiesa, che fu fedelmente restaurata (1946-1951). Il grandioso altare barocco in marmo, che nel Settecento sostituì l’altare gotico di Hans von Judenburg, fu finanziato in gran parte da alcune ricche famiglie bolzanine. Davanti a tale altare vi è il moderno altare liturgico in marmo bianco, ai cui lati si trovano i reliquiari d’argento del beato Arrigo di Bolzano (1250-1315) e del beato Johannes Nepomuk von Tschiderer: nato a Bolzano nel 1777, fu principe vescovo di Trento; deceduto nel 1860, fu beatificato nel 1995. Sul retro dell’altare maggiore vi è la lapide funeraria dell’arciduca d’Austria Ranieri Giuseppe (1783-1853) e della moglie Maria Elisabetta di Savoia-Carignano (1800-1856).

Leone Sticcotti

Cap_able: fashion-tech e diritto alla privacy

Rachele Didero è una designer, ricercatrice e professoressa presso l’Università di Bolzano dove lavora su interfacce di nuova generazione, wearable technologies e design critico applicato all’IA. È fondatrice di Cap_able, per il quale ha ricevuto il Compasso d’Oro Giovani ADI. Cap_able è un progetto di fashion-tech e ricerca che esplora il rapporto tra corpo, intelligenza artificiale e diritti umani, in particolare il diritto alla privacy.

Da quali esigenze è nato Cap_able?

Oggi i nostri corpi sono costantemente osservati, analizzati e classificati da sistemi di intelligenza artificiale, spesso senza consapevolezza né consenso. Mi sono chiesta se il design potesse intervenire in modo concreto su questa asimmetria di potere, trasformando un oggetto quotidiano, come il tessuto, in un’interfaccia capace di dialogare — e talvolta entrare in conflitto — con i sistemi di sorveglianza automatica.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Sviluppare prodotti e sistemi che rendano tangibili questioni normalmente invisibili, come la sorveglianza algoritmica e la perdita di controllo sui dati biometrici. Il progetto si muove tra ricerca, sperimentazione e produzione, con lo scopo di dimostrare la capacità del design di incidere sulla vita quotidiana. 

Come funziona la tecnologia dietro ai tuoi prodotti?

I prodotti utilizzano pattern tessili progettati per interferire con i modelli di computer vision, in particolare quelli di object detection e riconoscimento delle persone. Attraverso la combinazione di colore, struttura tessile e composizione visiva, il corpo viene interpretato in modo ambiguo dagli algoritmi. Non si tratta di “scomparire”, ma di rallentare e rendere meno automatico lo sguardo dell’IA.

Qual è l’equilibrio tra innovazione e regolamentazione?

L’IA è una tecnologia il cui sviluppo è più rapido della regolamentazione. Il mio lavoro non è contrario alla tecnologia, ma critico rispetto al suo uso non riflessivo. 

Quanto conta l’inclusività in Cap_able?

È un principio centrale. I capi sono gender-neutral, pensati per corpi diversi e progettati come strumenti di espressione. L’idea è che ogni persona possa decidere come e se esporsi allo sguardo tecnologico.

Quali sono i traguardi più importanti che hai raggiunto?

Uno dei principali è aver trasformato una ricerca accademica in un progetto reale, capace di dialogare con industria, musei, università e pubblico. Cap_able è diventato un caso studio che dimostra come il design possa operare tra etica, tecnologia e produzione, senza rinunciare alla complessità.

La sensibilizzazione è un obiettivo?

Assolutamente sì. Indossare i prodotti Cap_able significa rendere visibile un problema spesso invisibile e stimolare una riflessione sul ruolo dell’IA nella società.

Qual è il prossimo passo?

Portare queste riflessioni oltre la moda continuando a tenere insieme ricerca e impatto sociale. Oggi il design ha una responsabilità fondamentale: non limitarsi a rendere le tecnologie desiderabili, ma contribuire a renderle comprensibili, discutibili e, quando necessario, criticabili.

Autrice: Anna Michelazzi

Lo skiman: l’artista invisibile nel biathlon 

Diamo uno sguardo dietro le quinte delle più importanti gare di biathlon del mondo parlandone con Luca Tomasi, originario di Predazzo, uno degli skiman della nazionale di statunitense.

Cosa significa essere uno skiman?

Significa tante cose: seguiamo tutta la parte dell’attrezzatura dell’atleta, dalle scarpe ai bastoncini agli sci. Siamo fondamentali. Ci alziamo presto, circa cinque ore prima della gara, per preparare gli sci da test e mettere l’atleta nelle migliori condizioni per gareggiare. Nel mio lavoro ci sono tre cose fondamentali: i prodotti che applichiamo agli sci, le rigature – ovvero i disegni che sono sotto lo sci che in base alla condizione della neve consentono di essere più veloci – e lo sci vero e proprio. Ogni atleta ha tra le trenta e le quaranta paia di sci. Noi dobbiamo scegliere le migliori componenti in base alle condizioni (neve, meteo…). Io precisamente sono responsabile dei prodotti. È tutto un lavoro di squadra: lavoro con gli allenatori, Emil Bormetti e Armin Auchentaller, il capo skimen Federico Fontana e il responsabile strutture Giovanni Ferrari. 

E’ la carriera a cui aspiravi?

Siamo stati quasi tutti degli atleti, io ho iniziato quando gareggiavo: mi divertiva provare le varie scioline. Già durante la mia carriera ho capito di avere una grande sensibilità del piede per poter  essere in grado di scegliere correttamente. Avere sensibilità è davvero importante. Lavoro come skiman dal 2013. Ho iniziato con la squadra di Predazzo, poi sono passato al Comitato e conoscendo persone mi sono messo in contatto con una ditta e poi la nazionale thailandese; contemporaneamente ho iniziato a lavorare per quella statunitense. Ora sono cinque anni che lavoro solo per questi ultimi. 

E’ strano lavorare per una nazionale che non è la tua?

Sicuramente. Per fare un esempio: alla cerimonia d’apertura a Oberhof tutti i fan ci facevano le foto pensando fossimo tutti americani e invece siamo italiani, tedeschi, finlandesi: anche se tra i tecnici ci sono pochi americani, in squadra teniamo alla bandiera come se lo fossimo. Quando siamo in gara vogliamo tutti fare dei bei risultati con gli atleti americani, ma alla fine siamo contenti anche se l’Italia raggiunge buoni risultati. 

Come si lavora sotto pressione, sapendo che una scelta sbagliata può compromettere una gara?

ìSei costantemente sotto stress. Finché non parte la gara sei davvero sotto pressione. È molto difficile perchè non c’è niente di matematico, lavori con la natura e quindi è tutto artigianalità, creatività e sensibilità. L’errore è sempre dietro l’angolo. Se sbagli, i risultati non arrivano.

Qual è il momento più emozionante che hai vissuto grazie al tuo lavoro?

E’ stato sicuramente l’anno scorso quando abbiamo vinto due medaglie d’argento ai mondiali in Svizzera con Campbell Wright. La triade di figure importanti per raggiungere questo risultato è composta dall’allenatore, l’atleta e gli skimen. Siamo parte della medaglia.

Milano Cortina 2026 si avvicina: cosa significa per te?

Sono orgoglioso di avere l’onore di poter lavorare in un’Olimpiade in casa anche se sono in un’altra squadra. Sono contento. 

Autrice: Anna Michelazzi

Gita a Pietralba per solidarietà

Anche quest’anno le sezioni del Cai di Laives, Bolzano, Merano, Appiano, Egna-Bassa Atesina, Salorno, Bressanone e Vipiteno hanno partecipato alla “Camminata d’Oro”. I soci hanno raggiunto il santuario di Pietralba per festeggiare il Natale e per raccogliere fondi per il progetto “Samburu” nel nord del Kenia. Ecco alcuni scatti della giornata.

Custodire voci e volti umani. Tra intelligenza e stupidità

Ricorre in questi giorni, nella memoria di san Francesco di Sales, la festa patronale dei giornalisti. È l’occasione in cui il papa rende pubblico il messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in calendario a maggio (a Bolzano in gennaio): un appuntamento che, ogni anno, invita la Chiesa e il mondo dell’informazione a misurarsi con il senso e la responsabilità del comunicare.

Il messaggio di quest’anno ruota attorno all’esortazione: “custodire voci e volti umani”. Un richiamo che intercetta una trasformazione profonda degli ecosistemi comunicativi, oggi plasmati da tecnologie capaci di incidere sulle relazioni come mai prima d’ora. Dagli algoritmi che decidono cosa vediamo nei flussi informativi, fino ai sistemi di intelligenza artificiale in grado di produrre testi, immagini e conversazioni, il salto di scala è evidente. Le possibilità offerte sono immense, impensabili solo pochi anni fa.

E tuttavia efficienza e potenza non bastano. Nessuna tecnologia può sostituire ciò che è propriamente umano: l’empatia, il discernimento etico, la responsabilità morale. La comunicazione pubblica non è una mera elaborazione di dati, ma un esercizio di giudizio. La sfida decisiva è questa: garantire che l’essere umano resti il soggetto che orienta, e non l’anello debole di processi automatizzati. Il futuro della comunicazione si gioca sulla capacità di mantenere le macchine come strumenti al servizio della vita umana, non come forze che ne attenuano o cancellano la voce.

Le opportunità sono reali, ma altrettanto concreti sono i rischi. L’intelligenza artificiale può generare contenuti seducenti e insieme ingannevoli, rafforzare stereotipi già presenti nei dati di partenza, amplificare la disinformazione simulando voci e volti credibili. Tutte cose che fa anche la “stupidità naturale”, per così dire. Può violare la privacy, intaccare l’intimità delle persone, erodere – se usata senza criteri – il pensiero critico e la creatività. A ciò si aggiungono interrogativi non secondari sul controllo monopolistico di queste tecnologie e sulle nuove disuguaglianze che ne possono derivare.

Da qui l’urgenza di investire con decisione sull’educazione. Accanto all’alfabetizzazione mediatica tradizionale, diventa indispensabile una formazione specifica sull’intelligenza artificiale. Un messaggio chiaro, non solo per i giornalisti cattolici: il contributo da offrire è quello di una pedagogia del discernimento, capace di aiutare soprattutto le nuove generazioni a sviluppare uno sguardo critico e a crescere nella libertà dello spirito. Perché senza voci e volti umani, non c’è comunicazione che possa dirsi davvero tale.

“Custodire voci e volti umani”, un invito che va ben oltre gli aspetti della comunicazione sociale, in questo mondo disumanizzato dalla politica di potenza, dalla negazione del diritto, dalle memorie negate. Intelligenza artificiale e stupidità naturale: un diabolico mix.

Autore: Paolo Bill Valente

Legittimità

Nel mondo le cose sembrano andare in modo diverso, ma ad inizio anno noi – ancora – ci permettiamo di segnalare quanto è stato detto sul tema della pace (sempre più di stretta attualità) da due personaggi autorevoli quali il presidente della Repubblica Italiana e il papa della Chiesa cattolica romana. 

Sergio Mattarella nel suo messaggio di Capodanno dopo aver ricordato le devastazioni e le sofferenze dei civili in Ucraina e a Gaza, ha detto che “la pace è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza cercare di imporre la propria volontà, i propri interessi o il proprio dominio”. 

Questo modo di pensare, questa mentalità, ha detto, è radicata nella vita quotidiana: “Riguarda tutti gli ambiti: internazionale, gli affari interni degli Stati, e ogni comunità, grande o piccola. Per ogni popolo, è radicata nella sua dimensione nazionale”, ha proseguito il Presidente della Repubblica. “Se ogni circostanza diventa pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche dove conta solo la sostanza e conta solo la forza polemica, allora la mentalità di pace non si esprime, non si costruiscono le sue fondamenta. Di fronte alla domanda: ‘Cosa posso fare?’, dobbiamo liberarci da questo fatalistico senso di impotenza che rischia di opprimere tutti”, ha detto Mattarella.

Papa Leone XIV nel suo messaggio per la 59a giornata per la pace che ricorre il 1° gennaio dal canto suo ha parlato di nuovo della pace del Cristo risorto, una “pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”, riprendendo un concetto espresso più volte anche dal suo precedessore. 

Mattarella e Prevost a più riprese hanno ricordato anche al mondo dell’informazione la propria potenzialità per lo meno di non fomentare i conflitti, promuovendo nei fruitori dei servizi giornalistici conoscenza dei fatti reali, accuratezza nel riportare le differenti opinioni, e rigore nella distinzione appunto tra notizie e opinioni. 

A nostro avviso non si tratta di prospettive e valori ormai passati di moda, bensì di richiami che riteniamo oggi ancor più importanti e cruciali, in giorni in cui sempre più capi di governo tendono a ritenere legittime operazioni militari che vengono messe in atto senza alcun rispetto per il diritto internazionale. 

Autore: Luca Sticcotti

Una vita con il motore al limite

Manuela Gostner ha fatto del rombo dei motori la colonna sonora della sua vita: ecco come la pilota è riuscita ad entrare nel mondo dell’automobilismo e a trovare la sua strada, fatta di rispetto, determinazione e passione.

“Chi non è abituato farebbe fatica persino a tenere gli occhi aperti” racconta Manuela Gostner; dalle sue parole si apprende molto chiaramente che nel mondo delle corse, in un certo senso, l’estremo diventa normalità con incidenti che spesso scorrono davanti agli occhi senza essere davvero “visti” e riflessi allenati a reagire ancor prima di pensare. “Siamo così abituati a queste situazioni che non ci soffermiamo sul loro peso. È un altro stato mentale.” Insomma, chi quell’universo lo osserva da fuori può sembrare surreale, forse persino folle.

Manuela Gostner, cosa spinge una donna a entrare in un ambiente storicamente maschile com’è l’automobilismo?

Parlando di me, in realtà è successo tutto per caso. Ho fatto pallavolo per tanti anni, ma in famiglia le corse c’erano già. Mio papà e mio fratello gareggiavano nel Ferrari Challenge. Un giorno ci invitarono a una prova e mio padre mi disse: “Prova anche tu”. Era una Ferrari 458 Challenge, una vettura da pista vera e propria. Sono salita, ho fatto qualche giro e mi ha affascinata subito; sembrava un altro mondo. Il momento decisivo è arrivato poco dopo, quando ero seduta accanto a quello che allora era il mio allenatore e oggi marito. lui mi ha mostrato cosa significa guidare un’auto al limite, sfruttando tutto quello che può dare. Lì è scattata una sfida personale, ho pensato che  se lui poteva imparare, potevo farlo anch’io. Ho fatto sport per tutta la vita, sapevo come si impara. Mi sono detta: “voglio diventare la pilota migliore che posso essere”.

La prima gara non si dimentica mai, giusto?

Esatto: era il 26 giugno del 2014. Avevo una paura enorme, tanto che prima della partenza stavo addirittura malissimo. In realtà quando scatta il verde, entri in una specie di tunnel dove reagisci, sei concentrata, quasi come un robot. Quella tensione prima della partenza non se ne va mai del tutto, in sostanza è rispetto per quello che stai per fare. È uguale anche per i piloti di Formula 1. È una battaglia, la bandiera a scacchi sventola e tutto inizia, ma solo a fine gara realizzi il risultato.

Quali sono le piste che le hanno lasciato maggiormente il segno?

Sicuramente Spa-Francorchamps, con curve leggendarie come Eau Rouge e Blanchimont, e poi la famosa 24Ore di Le Mans, che si corre in gran parte su strade normalmente aperte al traffico. Case, alberi, asfalto irregolare. È la pista con la velocità media più alta al mondo: affascinante e molto esigente.

Ha conosciuto qualche grande nome del motorsport? 

Nel Mondiale Endurance ho corso contro i piloti più importanti. Alla mia prima 24 Ore di Le Mans c’era anche Fernando Alonso. Ma in generale ognuno sta nel proprio box. In gara sei concentrato e gli altri sono avversari, non c’è molto “dietro le quinte”. Anzi, per chi se lo immagina glamour, il weekend di gara è noiosissimo. Si pensa a migliorare, si va a dormire presto, si recuperano energie. Tutti sono stanchi e concentrati.

Nella sua carriera che auto ha guidato? 

Le GT sono derivate da modelli di serie, poi trasformate per la pista. Le GT3, usate nelle gare endurance come Le Mans, sono molto più “racing” rispetto alle Challenge. La macchina più straordinaria che abbia guidato è la 488 GTE: un’astronave.

In questa disciplina come siamo messi con le quote rosa? 

Siamo poche, quindi ci conosciamo tutte ma stiamo aumentando in ogni ruolo: pilota, meccanica, ingegnera, team principal. Però il motorsport rimarrà più maschile, come il balletto resterà più femminile. È una questione d’interessi: poche sentono davvero questa passione così forte da iniziare un percorso.

Corrisponde al vero l’idea che uomini e donne guidano in realtà in modo diverso? 

Non siamo uguali, nello sport come nella vita. In generale gli uomini sono più portati al rischio immediato, noi siamo più prudenti, partiamo in sicurezza, poi ci avviciniamo gradualmente al limite. Alla fine si arriva allo stesso punto ma con un percorso diverso.

Personalmente, cosa le ha dato il motorsport?

È molto formativo. Ti insegna a cadere e a rialzarti tante volte. Ti dà carattere, ti rende più solida.

Ci racconta come è una giornata tipo di una pilota in gara.?

Sveglia, colazione, briefing con ingegnere e coach, ultimi consigli, concentrazione prima della partenza. Nelle gare sprint la strategia è più semplice ma l’ansia c’è sempre. Cerchi delle distrazioni, parli, respiri. L’importante è rimanere centrati.

E la sua famiglia che cosa dice? Come si rapporta con questa sua passione?

All’inizio le mie figlie soffrivano la mia assenza, mi vedevano come la mamma rompiscatole. Oggi sono più grandi e sono orgogliose. E questo ripaga di tutto.

Può lasciarci un suo consiglio personale per chi sogna di entrare a far parte di questo mondo? 

Fidarsi del proprio istinto, seguire la passione e non farsi condizionare troppo dalle opinioni altrui.

Autore: Daniele Bebber

Un anno di notizie

Anche quest’anno ripercorriamo i fatti principali dell’anno appena concluso con un collega giornalista del nostro panorama locale. Questa volta si tratta di Elmar Pichler Rolle, direttore del quotidiano di lingua tedesca Dolomiten.

Qual è stato l’evento più importante del 2025?

Al di là della dimensione locale direi la morte di papa Francesco, una figura straordinaria, e l’elezione del nuovo papa. Eventi avvenuti, tra l’altro, durante l’anno santo. 

A livello locale direi invece le elezioni comunali; si è votato in quasi tutti i comuni e c’è stato un cambio al vertice anche del Consorzio dei comuni. Poi ci sono le modifiche che sono state apportate allo statuto di autonomia e che, nonostante qualche scetticismo, pare stiano andando avanti. 

A Bolzano appunto le elezioni comunali hanno portato un grande cambiamento: per la prima volta il centrodestra è riuscito ad andare al governo della città

Il sindaco di Bolzano Corrarati prima delle elezioni era un possibile candidato anche per il centrosinistra e questo dice tutto. Non è un sindaco espressione di un’area politica estremista e si tratta di una persona equilibrata. In ogni caso l’affermazione di Corrarati al ballottaggio è stata meno chiara del previsto anche grazie alla posizione non schierata assunta dalla SVP. Possiamo dire che nei mesi dopo le elezioni il sindaco ha confermato la sua forza alla guida di una giunta centrista, con un vicesindaco SVP che secondo me se la sta cavando molto bene. Spero che in futuro il sindaco per alcune decisioni sia così abile da raccogliere una maggioranza in consiglio comunale anche superiore ai numeri attuali. Questo potrebbe dare maggiore forza al primo cittadino di Bolzano nel confronto con il presidente della giunta provinciale, per la definizione di alcuni importanti futuri obiettivi per la città capoluogo.

In effetti in questi primi mesi Corrarati è riuscito ad arginare rapidamente e molto bene alcune derive estremiste della sua maggioranza di centrodestra. Questo lascia ben sperare nell’ottica soprattutto dell’ipotetico coinvolgimento della forza politica che fa capo ad Angelo Gennaccaro, che al momento resta in una posizione di opposizione e anche di significativo contrasto rispetto all’attuale maggioranza. Sulle elezioni di Merano invece cosa possiamo dire?

A Merano senz’altro non ha fatto bene la polemica della fascia tricolore. Sarebbe bello se potessimo cancellarla a posteriori. Non doveva accadere in quella forma;  in quei giorni alcuni commenti da ambo le parti ci hanno riportato indietro di decenni. Queste cose sono da evitare e ci vuole maggiore responsabilità. La sindaca comunque in questi mesi non è sembrata protagonista come il suo omonimo a Bolzano. Il suo è uno stile diverso. 

Lo sport è stato in primo piano nel 2025, grazie ai successi di Jannik Sinner, ma anche per il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, del quale in qualche modo tu stesso sei stato protagonista.  

Per quanto riguarda le Olimpiadi si è trattato di una consulenza che ho prestato. Ho seguito man mano l’iter della candidatura ai giochi olimpici che ha avuto un percorso piuttosto complesso e in gran parte inaspettato. Si è passati dall’ipotetica candidatura di Roma per i giochi estivi a quella di Milano presto riconvertita su quelli invernali in modalità diffusa insieme a Cortina. Noi siamo entrati in gioco quando il Tirolo –  che in precedenza si era candidato – ha deciso invece di fare un passo indietro dopo un voto popolare contrario. Con Anterselva siamo saltati sul carro all’ultimo secondo. E a Losanna ho assistito alla inaspettata vittoria della nostra candidatura. Si è trattato di un’esperienza molto interessante. 

Jannik Sinner invece è venuto alla festa del nostro giornale, non ce lo saremmo mai aspettati. è stato davvero molto bello, è rimasto con noi per ore. è davvero n grande personaggio. Il modo in cui è riuscito a sollevarsi e vincere a Wimbledon dopo quell’incredibile sconfitta a Parigi è stato davvero pazzesco. 

L’FC Südtirol invece nel 2025 ha zoppicato, dopo un bellissimo 2024 in serie B.

Non esiste una ricetta. Il campionato di serie B è difficilissimo. Capita che retrocedano squadre che hanno speso il triplo del Südtirol. I soldi non sono una garanzia. Speriamo che la fortuna ci assista nel prosieguo del campionato perché nella squadra le capacità ci sono. 

A Bolzano il 2025 ha portato una certa inquietudine per quanto riguarda il futuro delle acciaierie. Lì come la mettiamo?

è una cosa molto strana. Credo ci siano stati alcuni errori, probabilmente anche da parte dell’azienda stessa. Si è parlato di una possibile proroga della concessione del terreno per 50 anni; ecco, forse andrà accorciata. Occorre sempre considerare che si tratta di quasi 20 ettari, si tratta di un’enormità. Come superficie è pari a tutto il centro storico, e ci lavorando circa 500 addetti. Naturalmente dietro c’è una storia, ecc. ecc. Ci sono stati finora alcuni errori di valutazione; nelle prossime settimane la giunta sarà chiamata a prendere una decisione, tutti ora hanno capito l’importanza della questione  e quindi mi auguro che si possa trovare una buona soluzione, anche sull’entità del canone d’affitto del terreno. 

Il 2025 ha portato anche una serie di novità per quanto riguarda i contratti dei dipendenti provinciali e un certo malumore da parte degli insegnanti…

La Provincia ha recuperato gran parte dell’inflazione e ora è a buon punto per il nuovo contratto dei dipendenti provinciali. Cosa giusta, dicono i sindacati, ed è vero. Ma questo ora crea un disequilibrio rispetto ai salari dei dipendenti statali, per non parlare poi dei dipendenti del settore privato. Il quadro complessivo dovrà essere in qualche modo riequilibrato. Ci sono poi gli insegnanti che oltre al recupero dell’inflazione e al nuovo contratto volevano vedersi riconosciuti altri aspetti del loro lavoro. Qui ho imparato che il ruolo dei giornali è molto delicato; ci è capitato molto spesso in questo periodo che voci nei social sostenessero che noi avevamo scritto cose che non avevamo scritto. 

A Bolzano è stato appena inaugurato il Waltherpark, ma il 2025 è stato anche l’anno della cosiddetta inchiesta Romeo incentrata su presunti intrecci tra politica e affari immobiliari, anche relativi alla realizzazione dei nuovo centro commerciale bolzanino. 

Il Waltherpark è una grande opportunità nel senso che segna l’inizio di una fase di sviluppo della città di Bolzano che andrà anche oltre il centro storico, ad esempio con il Polo Bibliotecario e il nuovo parcheggio interrato di Piazza Vittoria. Per quanto riguarda l’indagine dobbiamo attendere la fine per poter giudicare quello che è successo. Come giornale Dolomiten preferiamo aspettare che l’indagine arrivi appunto alla sua conclusione, prima di trarre le conclusioni. 

Gli abusi nella chiesa. La diocesi si è mossa, però, tra luci e ombre.

è stata l’unica diocesi in Italia – tra l’altro spendendo molti soldi – a cercare di fare i conti con il passato. è una situazione molto difficile, la chiesa dovrebbe essere meglio della società, così come pure la politica, e invece… Posso solo augurarmi che il vescovo riesca nel suo intento. 

Nel 2025 è scoppiato il problema della casa che è collegato con il futuro dei giovani e la possibilità per loro di farsi delle famiglie in Alto Adige.

L’assessora Mair e l’assessore Brunner si sono mossi molto velocemente. Ora bisognerà vedere se gli interventi proposti porteranno dei frutti. Tutti sono chiamati a fare la loro parte. Sul problema della casa bisogna lavorare molto più intensamente e più velocemente, soprattutto a Bolzano e dintorni. Sugli airbnb occorre intervenire, non può essere che senza regole e niente oneri un proprietario faccia quello che vuole. Per quanto riguarda i nostri giovani, va considerato che molti di loro sono bilingui o trilingui e quindi è abbastanza normale che si muovano in un mercato del lavoro sovranazionale.

L’overtourism è un altro tasto dolente.

A Braies una soluzione l’hanno trovata e stanno lavorando anche sui passi dolomitici. L’Alto Adige punta più sulla qualità che sulla massa, ma in alcune zone bisogna intervenire. Il turismo è in crescita a livello mondiale, per forza di cose. Ci vuole organizzazione e la provincia di Bolzano è in grado di rispondere adeguatamente a questa esigenza. Va anche ricordato che ci sono comunque zone della nostra provincia in cui è possibile camminare per ore senza incontrare anima viva. 

Autore: Luca Sticcotti