Il disagio: effetto collaterale del “sistema Alto Adige”

Il dibattito sul cosiddetto “disagio degli italiani” in Alto Adige ha avuto sempre un ampio fondamento di verità e un certo ruolo di propaganda. Il secondo tendenzialmente ha oscurato il primo, lasciando irrisolte le questioni di fondo. Due nodi: l’apprendimento della seconda lingua e il “sistema Alto Adige”.

Già dire “gli italiani” è fuorviante. In provincia, sulla base della categoria linguistica (e prescindendo da un corposo gruppo di cittadini stranieri), ci sono altoatesini o sudtirolesi (per me sinonimi) di lingua tedesca, italiana, ladina o mistilingui, molto diversi tra loro e non necessariamente accorpabili in gruppi omogenei.

Molti altoatesinosudtirolesi di lingua italiana hanno un problema. Non conoscono a sufficienza il tedesco. Questo dipende in parte dalla scelta del singolo (chi vuole lo impara) e in gran parte dal contesto – scuole monolingui, prevalenza del dialetto – che frappone ostacoli all’apprendimento. Oggi meglio che ieri, ma molta strada ancora da fare. L’incapacità di comprendere – sul piano linguistico – cosa accade attorno a te, crea di per sé disagio. La buona notizia: le lingue si possono imparare. La cattiva notizia: più difficile quando sono trattate come elemento ideologico e identitario.

Ciò che produce disagio (degli “italiani”, ma non solo) sono gli effetti collaterali di quello (c’è ma non si vede) che viene chiamato “sistema Alto Adige”. L’affermazione dell’autonomia dal dopoguerra agli anni ‘90 non è stata un percorso facile. Ha comportato tra l’altro un compattamento “a prescindere” di parte della società altoatesina. Questa unità – “Geschlossenheit”, parola che richiama anche l’idea di “chiusura” – si è realizzata attorno al partito di raccolta etnica e ha come componenti organiche le lobby economiche, l’informazione/cultura, pezzi di sociale, di chiesa, di formazione dei giovani. Persino una certa “opposizione”, in questo contesto, è organica al sistema.

Per motivi storici e per scelta più o meno consapevole, il gruppo di lingua italiana è escluso da questo “organismo” (ad esempio non è contemplato che suoi esponenti ricoprano ruoli apicali), non tanto per una questione “etnica” (la cooptazione di persone di lingua italiana è prassi consolidata, purché se ne stiano buoni buoni nel proprio orticello), ma perché strutturalmente non organico al sistema (che ha radici nella “Geschlossenheit” e ha sviluppato una società funzionale alla stessa). Ovviamente la cosa è molto più complessa di quanto si possa dire in poche righe.

La cattiva notizia? L’Alto Adige o Sudtirolo non valorizza le risorse umane e culturali di cui dispone e andrà impoverendosi e provincializzandosi. La buona notizia? Troviamola, c’è da qualche parte.

Autore: Paolo Bill Valente

Intingoletti e sughi sapidi (musicali)

Il finale d’anno ha portato alle nostre orecchie una certa quantità di nuovi singoli, ce n’è davvero per tutti i gusti, come al cenone di San Silvestro: antipasti, primi, secondi, contorni a bizzeffe, dolci, frutti esotici. Vediamoli insieme, uno ad uno.

A svettare su tutti, dimostrando ancora una stoffa di qualità eccelsa e pregiata, c’è il ritorno di Davide Marciano, cantautore della scuola storica, pieno di talento e ispirazione. Dal suo disco sono trascorsi alcuni anni ormai e le scene ha smesso di calcarle da un po’, Marciano non ha però perso smalto e ispirazione, così prima di Natale ci ha regalato un inatteso singolo intitolato Ho sentito una voce, registrato a Vienna col solo accompagnamento del pianoforte suonato da Monika Lang: “È un brano – dice – per me molto particolare e al quale tengo moltissimo, il primo di una serie di singoli, che verranno poi raggruppati. Mi piacerebbe poi mettere tutto su un vinile, ma per ora navigo a vista”. Nell’attesa salutiamo con piacere il ritorno di questo autentico cavallo di razza.

Pochi giorni prima di Natale abbiamo avuto un altro prezioso regalo, il secondo singolo Il lanciatore di coltelli dell’imminente nuovo disco di Andrea Maffei e della sua Spritzband. Anche in questo caso siamo al cospetto di un brano davanti al quale possiamo toglierci il cappello e reclinare la testa. Con la consueta bravura di musicisti impeccabili, i ragazzi della Spritzband  dimostrano di essere ancora una volta sul pezzo, in particolare vorremmo citare Giorgio Mezzalira, che oltre alla chitarra qui si cimenta con la voce, cantando la prima strofa del brano di cui è coautore con Maffei. L’attesa del nuovo disco si fa quindi spasmodica, visto che si tratta del primo completamente composto di brani originali dopo troppo tempo. E – ciliegina sulla torta – a marzo il gruppo dovrebbe tornare a suonare dal vivo al Carambolage di Bolzano.

Come negli anni scorsi, ma in misura minore, c’è chi si è dedicato invece alla canzone natalizia. Santa è il brano con cui la cantautrice Lisa Laner festeggia la ricorrenza stagionale: un brano pop proposto con un video molto sornione, come il gatto che ne è protagonista insieme alla performer. Fa un po’ specie la sponsorizzazione di Mamma Provincia, per una canzone che non lascia particolari impronte, per altro cantata in inglese e quindi fuori contesto rispetto alle lingue che si parlano da noi.

Assolutamente più centrata è la canzone natalizia di Stefano Mascheroni, Natale vero, Natale sincero, sempre in ambito pop, con un arrangiamento che fa il verso alle canzoni natalizie americane ma al tempo stesso con un testo che fa riflettere, mentre la mente è rivolta al Natale dei perdenti, dei dimenticati, di chi fa fatica ad arrivare a fine mese.

Taking Chances è invece l’ottimo singolo pubblicato a metà dicembre dal duo Wild As Her, la cui metà è incarnata dal nostro conterraneo Chris Kaufman, chitarrista, autore e produttore che, dopo aver calcato i palchi dimezza Europa come chitarrista della storica band dei Truck Stop, da qualche hanno ha unito le proprie sorti musicali a quelle della cantante Caroline von Brünken, dando vita ad un progetto country pop che riscuote un certo seguito. Il nuovo singolo, che dovrebbe preludere al terzo disco del duo, è un brano ben composto, ben suonato senza eccesso di effetti e con il giusto spazio per la chitarra di Kaufman.

Un insospettabile singolo dalle tematiche estive è The Sea del meranese William T.(elser), per una volta in solitaria, chitarra e voce, senza i fidi Black Fifties che lo accompagnano solitamente. Con la sua voce calda in odor di Elvis Presley – ma meno del solito – Telser canta del suo amore per le vacanze al mare e dei ricordi delle vacanze della sua infanzia.

E chiudiamo la rassegna con il singolo di Thessa Longobardi intitolato Girl In Ur Dreamzzz: la giovane cantautrice e filmaker si propone con un divertente brano che ricalca lo swing degli anni trenta con l’accompagnamento di una batteria esageratamente jazz. Del brano esiste però anche una versione live a Los Angeles in cui la titolare è accompagnata solo da un chitarrista, e che piace di più rispetto all’indie pop di Time, il singolo precedente.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il nazionalismo tra Deutsch e Welschtirol

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le spinte principali verso il precipizio delle due guerre furono di natura nazionalistica. Le “nazioni” monolitiche, non diversamente da quanto accade oggi, cercarono di sostituire gli Stati multietnici, generando disastri e fiumi di sangue anche tra Trentino e Sudtirolo.

Un esempio significativo in tal senso è rappresentato dal contributo apparso nel 1907 sul settimanale “Gardasee-Post” con il titolo “Am Sprachgrenzlandstrich” (Nella terra di confine). Il testo affrontava la questione della frontiera linguistica e nazionale nell’Etschtal/Val d’Adige, tra Deutsch- e Welschtirol, con particolare attenzione all’area compresa tra Bolzano e la Salurner Klause. Prendendo le mosse dalla definizione del confine tra i distretti di Trento e Bolzano, discussa anche nel saggio “I confini della nazione”, l’autore contestava l’idea di un’originaria appartenenza italiana di questi territori, rivendicando invece una loro prevalente germanicità storica. Ne emerge un quadro di contrapposizione “nazione contro nazione” in un’area che tradizionalmente era stata luogo di coesistenza di più comunità linguistiche.

Secondo la ricostruzione proposta, la linea di confine nazionale presso Salorno attraverserebbe l’Adige, toccando Eichholz (Roverè), Magrè e la Valle di Non, mentre il “Bozner Kreis” si sarebbe esteso sul lato sinistro del fiume fino a Salorno.

La tesi secondo cui i contadini tedeschi sarebbero stati semplici immigrati

temporanei, costretti a ritirarsi oltre Bolzano a causa del Sumpffieber (malaria), viene respinta richiamando una scrittura del 1610 del medico Guagnoni, nonché le condizioni demografiche ancora osservabili nel XIX secolo. Il testo sottolinea come nel XIV secolo il territorio oggi definito Welschtirol presentasse ancora preti, sindaci e numerosi minatori tedeschi, impegnati nello sfruttamento delle miniere d’argento a favore dei successori di san Vigilio. La progressiva affermazione dell’elemento italiano ebbe inizio solo nel XV secolo, quando il settore meridionale della zona di confine passò sotto Venezia. Per questo motivo l’arciduca Sigismondo del Tirolo e l’imperatore Massimiliano I tentarono di riconquistare l’area per conservarla al popolo tedesco e al Reich.

Un ruolo decisivo nella successiva Verwelschung (italianizzazione) non fu svolto da fattori climatici, bensì da dinamiche economiche e istituzionali. La navigazione sull’Adige, monopolizzata da operatori italiani fin dal XV secolo, favorì una penetrazione sistematica dell’elemento “italico”. Nel 1424 Rudolf von Bellinzona deteneva il porto di Bronzolo, appartenente al principe-vescovo di Trento. La fluitazione del legname da Terlano a Bolzano, Egna e Trento rimase a lungo in mani italiane. All’inizio del XVII secolo Gianbattista Sommada di Claramonte organizzò la navigazione regolare, dopo precedenti iniziative di Bonfioli nel 1603, avvalendosi di tecnici provenienti da Bergamo. Dal 1584 operava inoltre una compagnia commerciale italiana a Sacco presso Rovereto, con diritti esclusivi sul trasporto del legname da Laives, Bronzolo e Egna.

Durante il regno di Ferdinando I si verificò un’importante ondata migratoria da Venezia, che coinvolse aristocratici, avvocati, medici, funzionari e mercanti delle aree veneziana, vicentina e veronese, nonché contadini chiamati a sviluppare la bachicoltura. Secondo Bidermann, almeno metà delle famiglie aristocratiche del Welschtirol con cognomi italiani risale a questo periodo. Parallelamente, il clero romano limitò l’uso del tedesco nella predicazione, accelerando la perdita linguistica.

Ampio spazio è infine dedicato alle testimonianze ottocentesche. Il sacerdote Tomaso Bottea, in una cronaca pubblicata a Trento nel 1860, affermò che il dialetto di Folgaria conserva numerose parole tedesche, prova dell’origine germanica della popolazione. Dai registri comunali risultano 2300 abitanti con nomi tedeschi nel 1785 e 2854 nel 1818. L’italiano parlato si diffuse solo dal 1560, mentre fino al 1596 le procedure giudiziarie si svolgevano in tedesco. Bottea elencò inoltre i cognomi Bramer, Pfettner, Rech, Larcher, Graser, Filz e i centri germanofoni del “Roveretaner Kreis” (Terragnolo, Brandtal, Trambileno, Val Lagarina, Vallarsa, Vielgereuth, Serrada, St. Sebastian, Mitterberg) e del “Trienter Kreis” (Lusern, Chiesanuova, Lafraun, S. Felice, Palai).

Una posizione analoga fu sostenuta da Friedrich von Attlmayr, presidente del Kreisgericht (pretura circondariale) di Rovereto, che nel 1865 pubblicò “Die deutschen Kolonien im Gebirge zwischen Trient, Bassano, Verona” sulla Zeitschrift des Ferdinandeum für Tirol und Vorarlberg, stimando in 15.000 persone la popolazione di origine tedesca nelle montagne comprese tra Adige e Brenta.

Autore: Reinhard Christanell

La mise perfetta per entrare al Kurhaus

Sono le fotografie dei fotografi come Emil Joffè, Albert Ellmenreich, Leo Bährendt Rudolf Schoener e di tutti quelli che nei decenni si susseguirono a testimoniare la vita al Kurhaus fatta di incontri e di importanti eventi. Ma se giustapposte una accanto all’altra possono diventare una sorta di catalogo della moda del Novecento.

Fin dai suoi esordi i turisti di cura, membri di una ristretta elite della società europea del tempo, consideravano Merano una città assai elegante, dove recarsi con un guardaroba adeguato, ampio, adatto ai diversi momenti di una giornata e alle diverse attività offerte, ma soprattutto esclusivo e in linea coi dettami delle maison più in voga del momento nella capitale della moda, Parigi. Grandi bauli-armadio, completi di grucce e cassetti venivano scaricati quotidianamente dai treni internazionali che giungevano sferragliando in stazione per essere poi trasferiti alle hall dei lussuosi hotel cittadini. Per le signore che all’epoca potevano permettersi la villeggiatura e quindi frequentare il Kurhaus sarebbe stato impensabile recarvisi senza la giusta toilette, completata da accessori ricercati e parure di pregio. L’etichetta e quel gusto mondano che caratterizzava i soggiorni per le cure prevedevano numerosi cambi d’abito ai quali era impossibile sottrarsi. Fra le diverse sale dell’edificio quindi si aggiravano – in una sorta di sfilata di moda perenne – innumerevoli modellini da giorno, da pomeriggio, da sera. Al mattino la consuetudine voleva l’uomo in giacca, panciotto e pantaloni, e la signora avvolta in un semplice e pratico tailleur composto di gonna e giacca accompagnato da cappello, guanti e ombrellino; il pomeriggio richiedeva un abito più elegante per entrambi, spesso con lo strascico per lei e il frac per lui. Gli abiti più ricercati erano riservati alla sera per andare a teatro, al concerto e al ballo. Le linee degli abiti elaborati da Paul Poiret avevano dato avvio ad una nuova era dell’abbigliamento femminile, capace di coniugare eleganza a comodità, raffinatezza a libertà di movimento. I modelli di Poiret a vita alta e a tunica avevano definitivamente liberato la donna dalle costrizioni del corsetto, mentre i suoi ampi cappotti caldi e coloratissimi ispirati all’oriente avvolgevano la figura, sottolineandola. 

Negli anni Trenta, gli anni della crisi economica e dei regimi totalitari, si assistette ad una netta divisione fra l’ideale di bellezza e femminilità propagandate dal fascismo e quello scelto dalle case di moda francesi e in gran parte condiviso dagli altri paesi: longilinea, femminile e coi capelli platinati per questi ultimi, formosa ed estremamente femminile per l’Italia. Nel campo della moda, sotto l’incalzare della crisi economica, si abbandonato il lusso degli anni Venti e si scelsero tessuti del tutto nuovi come il nylon che consentiva di risparmiare sui filati naturali. Anche la linea delle vesti mutò: la vita tornò al punto naturale, gli orli si allungarono sotto al ginocchio e si aprirono in piccole pieghe e pannelli. 

Il secondo dopoguerra, vide nuovamente Parigi al centro della scena internazionale. Fu Christian Dior a lanciare il cosiddetto New Look. Abiti sfarzosi ed eleganti, accompagnati obbligatoriamente da guanti, scarpe col tacco e cappelli, per una donna signorile e raffinata. Spalle morbide, vita di vespa, fianchi tondi, gonna immensa. Furono anni caratterizzati da una grande varietà di mode e di stili: da Coco Chanel – che aveva imposto i suoi famosi tailleur completati dalla tipica borsetta di pelle trapuntata – a Cristobal Balenciaga, inventore di forme scultoree e Yves Saint Laurent che presentò l’abito a trapezio, lungo fino al ginocchio. Per Merano gli anni Cinquanta rappresentarono un periodo estremamente affascinante, denso di contraddizioni e problematiche: vi pulsava la vita, la voglia di ripartire, di andare avanti nonostante tutto. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il presentatore nel mondo

Qui Intervista a Pietro Polidori, un presentatore internazionale con oltre 20 anni di esperienza in eventi e produzioni tv in oltre 20 Paesi e in cinque lingue. Partito dall’Alto Adige, oggi lavora con brand globali e istituzioni come Mercedes-Benz, Financial Times, Samsung e Fifa; ha condiviso il palco con personalità come Andrea Bocelli, Arnold Schwarzenegger e Mike Tyson ed è stato conduttore, in lingua inglese, di un format  tv internazionale dedicato ai giovani talenti della musica classica.

La cosa che mi piace di me.

Non mi arrendo mai.

Il mio principale difetto.

Ho poca pazienza e faccio molta fatica ad aspettare.

La volta in cui sono stato più felice.

Alla nascita delle mie figlie. E anche qualche anno fa: correvo in un prato vicino a Zurigo mentre ascoltavo una canzone che allora amavo molto. La sera avrei intervistato Mike Tyson. 

Le persone che ammiro di più.

Oskar Schindler, Arnold Schwarzenegger, John Cena.

Un libro su un’isola deserta.

“Sopravvivere su un’isola deserta”.

Il paese dove vorrei vivere.

Nelle stagioni calde in Alto Adige. In quelle fredde vivrei in un paese caldo, come la Florida.

Il mio piatto preferito.

Lasagne, pizza, carbonara, ramen, pho vietnamita, curry indiano…

Non sopporto…

La falsità, la chiusura mentale, l’ingratitudine.

Per un giorno vorrei essere…

Con la mia mamma, che non c’è più.

Mi sono sentito orgoglioso…

Quando Arnold Schwarzenegger mi ha fatto i complimenti per un’intervista, invitandomi poi a cenare a base di Currywurst con lui e il suo staff.

Il mio motto.

La vita inizia dove finisce la tua zona di comfort.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Fare il Krampus, ma mai dire mai…

Il giocattolo che ho amato di più.

He-Man e i “Masters of the Universe”, e il Super Nintendo.

I miei pittori preferiti.

Keith Haring, Andy Warhol, Roy Lichtenstein. Ma non mi intendo minimamente di arte.

Il dono di natura che vorrei.

Avere meno capelli grigi.

La qualità che apprezzo in una donna.

Saper ridere in foto e scherzare, senza fare la diva.

…e in un uomo

La lealtà.

Dove mi vedo tra dieci anni.

Un po’ più maturo, un po’ più ricco, un po’ più grigio, ma ancora a fare questo lavoro con successo.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo ogni volta che le mie figlie, invece di andare a dormire, decidono di fare casino.

Autore: Luca Masiello

Orzotto con erbette, zeste di arancia e mandorle tostate

INGREDIENTI

4 porzioni

Tempo 40 minuti

1 scalogno

2 C olio extravergine di oliva

320 g orzo perlato

1 L brodo vegetale

150 g erbette (spinaci o biete)

1 arancia non trattata (scorza)

40 g mandorle a lamelle

1 noce di burro

1 C parmigiano grattugiato

foglioline di timo fresco q. b.

sale e pepe q. b.

PREPARAZIONE

Tritate finemente lo scalogno. In una casseruola capiente scaldate l’olio extravergine di oliva e soffriggete lo scalogno a fuoco dolce,  fino a renderlo trasparente.

Aggiungete l’orzo perlato al soffritto e fatelo tostare 2 minuti, mescolando con un cucchiaio di legno. Iniziate ad aggiungere il brodo vegetale caldo, un mestolo alla volta, continuando a mescolare. Fate cuocere a fuoco medio per circa 25 minuti, aggiungendo brodo man mano che viene assorbito.

Nel frattempo, lavate e tagliate grossolanamente le erbette. Grattugiate la scorza dell’arancia e tostate le lamelle di mandorle in una padella antiaderente fino a renderle dorate.

A circa 5 minuti dalla fine della cottura aggiungete le erbette e mescolate bene.Continuate a cuocere fino a quando saranno appassite e ben amalgamate.

Spegnete il fuoco e aggiungete la noce di burro e il cucchiaio di parmigiano grattugiato. Mescolate energicamente fino a ottenere un orzotto cremoso e ben legato.

Incorporate la scorza dell’arancia, le mandorle tostate e le foglioline di timo fresco. Regolate di sale e pepe a piacere.

Impiattate l’orzotto caldo e completate ogni porzione con un filo di olio extravergine di oliva a crudo, qualche mandorla in più e un pizzico di timo fresco per decorare.

I colori accesi e pieni di vitalità di Daniela Armani 

Sono tele in cui esplosioni di colore sono però capaci di dirimere il caos apparente per dar vita a splendidi volti che affiorano via via sempre più sicuri, sempre più assertivi, facendosi spazio fra le campiture di colore e guadagnandosi la propria centralità. In altre tele fanno capolino paesaggi urbani e persone a figura intera, anche se sembrano appartenere più al mondo scultoreo e monumentale e sembrano non tentare di umanizzarsi facendosi ritratto, ma paiono voler vestire i panni della metafora, della allegoria: citare senza essere, anelare senza vivere, anche se imponenti e indimenticabili al tempo stesso. Dallo scontro titanico dei colori primari scaturiscono sfumature inaspettate. Il fruitore non può che essere attirato da queste tele per restarne piacevolmente imprigionato seguendo sentieri labirintici che conducono al centro della narrazione. Daniela Armani, bolzanina, da decenni si dedica all’arte da autodidatta, sperimentando numerose tecniche quali l’acquerello, l’acrilico, l’olio, le terre e le tecniche miste. A partire dagli anni Novanta importanti sono state le lezioni del maestro Piol per la tecnica ad acquerello e quelle del maestro Giorgioppi per la tecnica a olio. Le architetture sono per Daniela Armani fonte di interesse e stimolo a giocare con volumetrie e prospettive. Numerose le mostre a cui ha partecipato e non meno importanti le sue personali.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Andrea Götsch direttore d’orchestra e clarinettista di fama

La giovane meranese Andrea Götsch ha diretto concerti in Austria, Italia, Bulgaria, Croazia e Corea. Come clarinettista, è membro della Filarmonica di Vienna e dell’Orchestra dell’Opera di Stato di Vienna, nonché membro del comitato della Società Filarmonica. Insegna all’Università di Musica e Arti Performative di Vienna e al Mozarteum di Salisburgo. 

Da liceale avrebbe immaginato una carriera tanto fulgida?

Da studentessa speravo di poter vivere un giorno di musica; ero diligente e curiosa di vedere dove mi avrebbe portato il mio percorso. Diventare membro dell’Orchestra Filarmonica di Vienna e direttrice d’orchestra, ma tutto questo era al massimo un sogno. Ho ottenuto molto, molto più di quanto avrei mai pensato di poter raggiungere. 

Nella sua brillante carriera ha mai trovato ostacoli dovuti al tuo essere donna? 

In linea di massima non ho mai avuto la sensazione di essere stata discriminata a causa del mio sesso. Tuttavia, forse ho visto e vedo ancora oggi, come una sorta di sfida il fatto che, essendo una giovane donna cresciuta tra i meleti, io debba continuamente affermarmi anche nei confronti degli uomini, senza lasciarmi intimidire e continuando a credere in me stessa.  

Trova più appoggio nei colleghi maschi o nelle colleghe donne? 

Ho ricevuto un grande sostegno sia dagli uomini che dalle donne, e ne sono infinitamente grata. L’orchestra è come una grande famiglia; ho molti amici con cui posso parlare apertamente e trascorrere momenti meravigliosi anche lontano dal palcoscenico; questo significa molto per me.

In quale veste si sente più a suo agio da direttore d’orchestra o da strumentista? 

Il clarinetto mi accompagna da molto tempo e mi piace molto suonarlo e integrarmi nel suono dell’orchestra, anche come solista o con ensemble di musica da camera. Come direttrice d’orchestra mi considero però almeno altrettanto musicista: mi occupo intensamente di opere sinfoniche e opere liriche, cerco di comprendere ogni singola voce della partitura e di immergermi completamente nella musica, di conferirle senso e carattere e di ispirare i musicisti dell’orchestra. Alla fine imparo molto da ambo i lati, e sono molto felice di poter vivere questo cambio di prospettiva. 

Le sue giornate devono essere assai dense, che cosa La aiuta a rilassarsi, a distrarsi? 

Molto spesso vorrei che la giornata avesse più ore, ma probabilmente anche questo non risolverebbe i “problemi fondamentali” dei musicisti: potremmo infatti continuare ad esercitarci e a lavorare su noi stessi, la preparazione e lo sviluppo non sono mai completi, si potrebbe continuare ad esercitarsi e imparare di più. Inoltre, la musica è la nostra passione, ci dà tanta forza, gioia e sostegno che siamo disposti a lavorare costantemente. Ultimamente, però, mi rendo sempre più conto di quanto sia importante trovare comunque dei momenti di tranquillità, incontrare la famiglia e gli amici o dedicarsi ad altre passioni. Il calcio gioca naturalmente un ruolo importante per me, mi permette di staccare la spina e ricaricare le batterie.

Che consiglio darebbe ad una bambina che si accosta allo studio di uno strumento e volesse imitarla per la carriera? 

Sii pronta a lavorare sodo su te stessa e non lasciarti scoraggiare dai momenti difficili. Proprio le sconfitte sono state esperienze importanti per me, che alla fine mi hanno fatto crescere e mi hanno aiutato ad andare avanti. Ci vogliono passione e perseveranza, accetta con gratitudine l’aiuto di chi ti circonda, ma prendi le tue decisioni, trova la tua strada e credi in te stessa. 

Qual è il Suo attuale sogno?

Il mio sogno è continuare a toccare il cuore delle persone attraverso la musica, donando loro forza, solidarietà ed emozioni. 

Autrice: Rosanna Pruccoli