Daniela Brugger e l’arte del ghiaccio

Daniela Brugger è una artista assai interessante sia per la sua formazione che per le tematiche che tratta nelle sue fotografie e nelle sue installazioni ma anche per il suo modo di vivere ritirata nel piccolo paesino di Certosa in Val Senales, dove però svolge una attività molto importante per la cultura e l’arte nell’intera vallata. Daniela Brugger è impegnata anche nella conservazione della memoria e la sua mediazione ai giovani.  

Negli anni della formazione Daniela Brunner ha frequentato la scuola di fotografia di Linz conosciuta col nome di Prager Fotoschule Österreich. Oggi lavora come fotografa e ha all’attivo svariate mostre in Italia e in Austria. Numerosi sono i soggetti che affronta dall’architettura razionalista delle città italiane alle montagne della regione tirolese ma sono soprattutto i ghiacciai in sofferenza a causa del cambiamento climatico il soggetto principe delle sue campagne fotografiche costringendola ad ascese complicate anche dalla presenza dei tessuti geotessili che ricoprono i ghiacci per proteggerli il più possibile dal raggiungere il punto di fusione. Queste coperture hanno però radicalmente mutato il paesaggio naturale e per Daniela sono divenute spunto per stampare le proprie fotografie su questi stessi tessuti. I suoi scatti non rinunciano alla composizione estetica e formale nonostante il desiderio di comunicare la catastrofe imminente. Nelle sue opere le montagne appaiono sospese fra bellezza, fascinazione e fragilità. Sono un vero e proprio monito. Da anni Daniela Brugger fa opera di sensibilizzazione. Attualmente è in mostra a Merano a Palais Mamming con una installazione che, provvista anche di suoni, può mostrare e far ascoltare il ghiaccio mentre si scioglie.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’avventura di Michela Piazzolla nel tiro con l’arco

Il tiro con l’arco è uno sport molto complesso che richiede precisione, concentrazione e controllo mentale. Oggi andremo a scoprire questa disciplina assieme a Michela Piazzolla, una giovane tiratrice con l’arco di ventitré anni, originaria di Bolzano. 

Dopo il diploma Michela ha scelto di entrare nel mondo del lavoro, ma la sua vera passione è il tiro con l’arco, che pratica nel suo tempo libero con grande dedizione. Questo sport ha rapito Michela fin da bambina; lei oggi continua a coltivarlo con impegno, partecipando a diverse competizioni. Michela ci racconterà la sua storia, i suoi successi e le sfide che affronta ogni giorno nel mondo del tiro con l’arco.

Ciao Michela, raccontaci un po’ di te e come hai iniziato a praticare il tiro con l’arco.

La mia avventura con il tiro con l’arco è iniziata da bambina. Ricordo che durante una festa di Carnevale mi ero vestita da indiana e giocavo con un arco di plastica. Quel giorno, però, ho avuto l’opportunità di provare un arco vero con frecce reali, ed è stato amore a prima vista. Qualche mese dopo, i miei genitori mi hanno regalato il mio primo arco in legno, e da lì ho deciso di iscrivermi all’Arco Club Laives per imparare seriamente.

Hai iniziato da giovanissima, ma poi hai preso una pausa per dedicarti ad altri sport. Come mai questa interruzione e come è stato il ritorno al tiro con l’arco?

Sì, dopo circa quattro anni di pratica con l’arco, mi sono allontanata dalla disciplina per dedicarmi alla pallavolo, un altro sport che mi piaceva molto. Ho smesso di pensare al tiro con l’arco per un po’, ma poi durante una vacanza in campeggio ho trovato un’area dedicata al tiro con l’arco. Quella piccola esperienza ha risvegliato in me l’entusiasmo, e così, una volta tornata a casa, ho deciso di riprendere. Mi sono iscritta di nuovo nel 2021 e da allora non ho più smesso.

Cosa ti affascina di più di questo sport?

Il tiro con l’arco è un mix di tecnica e concentrazione mentale. In particolare, adoro le competizioni 3D, in cui si tirano frecce verso sagome di animali in un ambiente naturale, e il tiro di campagna, dove i bersagli sono circolari e i punteggi vanno dal sei al mancato (M), con distanze che variano dai cinque ai sessanta metri, metà conosciute e metà sconosciute. Ogni tipo di gara ha il suo fascino, ma il vero segreto del tiro con l’arco è la mente: è fondamentale riuscire a mantenere calma e concentrazione. Ogni distrazione, anche la più piccola, può influire sul risultato.

Com’è organizzato il tuo allenamento e quanto tempo riesci a dedicare alla pratica?

Non è sempre facile, visto che lavoro come impiegata. D’estate, però, grazie alla disponibilità di un campo all’aperto, riesco a essere più flessibile negli allenamenti. In inverno, invece, gli orari sono più rigidi e devo adattarmi. Cerco comunque di allenarmi almeno due/tre volte a settimana, anche se so di avere ancora margini di miglioramento, soprattutto nella concentrazione. In gara, a volte mi trovo a distrarmi facilmente, influenzata dall’ambiente intorno a me.

I risultati, però, sono già arrivati. Quali sono i tuoi successi più importanti?

Quest’anno sono diventata campionessa provinciale in tre discipline: tiro alla targa (70 metri), tiro indoor (18 metri) e tiro di campagna. Inoltre, mi sono qualificata per i campionati italiani indoor e di tiro di campagna, e spero di fare ancora meglio il prossimo anno. Ogni vittoria è una piccola soddisfazione, ma l’obiettivo principale è migliorare sempre. 

Consiglieresti a qualcuno di iniziare a praticare il tiro con l’arco? 

Lo consiglio vivamente! È uno sport accessibile a tutti, indipendentemente dall’età o dalla preparazione fisica. Non richiede una grande forza, perché l’intensità del tiro si adatta alle capacità individuali. Inoltre, le competizioni sono suddivise per categorie di età e tipo di arco, il che rende il tiro con l’arco un’attività inclusiva e stimolante. La precisione, la concentrazione e la disciplina sono fondamentali, e credo che chiunque possa trarne beneficio.

Un’ultima domanda: qual è il tuo obiettivo futuro nel tiro con l’arco?

Il mio obiettivo principale è continuare a migliorare, perfezionare il mio tiro e cercare di vincere il più possibile. Ma, soprattutto, voglio continuare a divertirmi e a sentire quella sensazione di concentrazione assoluta che il tiro con l’arco sa offrire.

Autore: Niccolò Dametto

Piavenna: un villaggio dimenticato dal tempo

Spesso si è portati a fare lunghi viaggi per andare a raggiungere quei luoghi il cui fascino è continuamente ricordato nei romanzi, nei film, nei dipinti, come ad esempio le bianche scogliere di Dover, il dedalo di strade del Cairo, o i verdi prati della brughiera scozzese, trascurando di conoscere la propria città e i suoi dintorni. Eppure molto spesso quei dintorni e quella città riservano più di un paesaggio inaspettato, più di un edificio ragguardevole. 

Questo vale anche per l’affascinate quanto immensa Malser Haide, la brughiera di Malles, la lunga striscia di terra che dai 900 metri delle campagne di Glorenza si innalza fino ai 1450 metri del lago della Muta. La zona corrisponde al declivio meridionale del vasto conoide alluvionale di Malles. Generato dal torrente Alpiabach, che ridiscende dalla val Piavenna, è considerato addirittura il più grande della catena alpina, lungo 8 chilometri e con un dislivello di 700 metri. 

Il piccolo agglomerato di Piavenna, a 1750 metri s.l.m., è luogo a dir poco suggestivo e pare essere stato risparmiato dal tempo. Il palazzotto, da sempre proprietà della nobile famiglia dei Plawenn, conserva quell’aspetto di residenza e di castello difensivo al tempo stesso. La parte più antica dell’edificio risale al XII secolo e corrisponde alla torre poligonale coperta da un tetto di scandole di legno, mentre il resto della costruzione è il risultato di lavori settecenteschi dovuti all’incendio che nel 1708 aveva distrutto gran parte della zona abitativa. La facciata, elegante pur nella semplicità delle linee, è coronata da una serie di merli a coda di rondine, quasi un tratto distintivo che parla dell’origine medievale del casato. 

Il piano nobile divide la facciata a metà con la fila di finestre e il balcone al centro, mentre l’orto, il tipico Kreutergarten, conferisce un tono familiare e quotidiano alla struttura. La chiesetta, intitolata alla Visitazione di Maria, come testimonia l’affresco che sormonta il portale d’ingresso, è in realtà una cappella gentilizia e fu fatta erigere nel 1630 dalla famiglia. Molto semplice nelle linee architettoniche, è in perfetta armonia col luogo, l’altitudine e i masi contadini intorno, senza però rinunciare ad una serena sacralità.

Ma è il cimitero a stupire, minuscolo, immerso nel verde, si affaccia come un balcone sulla brughiera e accompagna lo sguardo nella lontananza della distesa della vallata sottostante. Le poche tombe in marmo bianco  o in ferro battuto riassumono la storia familiare dei Plawenn e dei compaesani che con loro hanno diviso il vento, i lunghi mesi innevati e il verde sfavillante della bella stagione, ma soprattutto il duro lavoro e il magico silenzio. 

Alla famiglia dei Plawenn, per periodi più o meno lunghi, appartennero anche altri castelli e residenze: a Malles, ad esempio, la residenza Prakassan, un edificio medievale a torre quadrangolare, fino al 1362 era appartenuta a  Dominik von Plavenn quando decise di cederla insieme al fondo agricolo. Per un lungo periodo, tra il 1615 e il 1863, anche Castel Coldrano , ereditato da una linea ormai estinta dei von Goldrein, appartenne alla famiglia Plawenn che poi lo cedettero al comune di Laces. Tra il 1645 e il 1741 ai nobili di Plawenn appartenne anche il Castello di Oris, il Moosburg, come attesterebbe anche l’iscrizione: Woledl gestrenger Herr Carl von und zu Plawen. La residenza settecentesca Freienturm di Silandro appartenne ai Plawenn tra il 1860 e il 1891 quando la vendettero a Josef Insam. Infine, sempre a Silandro, presso la chiesa parrocchiale, li ricorda una lapide tombale ottocentesca.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Federico racconta il diabete nei giovani

Federico Travagli, studente di infermieristica presso il polo universitario Claudiana, ci racconta com’è la vita di un giovane con il diabete di tipo uno e quali iniziative ci sono per chi, giovane e non, ha questa malattia autoimmune.

Quando hai scoperto di avere il diabete?

Avevo 7 anni, la mia pediatra è stata molto brava: ha subito colto i sintomi, mi ha prescritto i test e fatto ricoverare immediatamente. Per me è stato poco traumatico, ero piccolo, quindi non ho ricordi della vita prima. è stato di certo più traumatico per i miei genitori che hanno dovuto cambiare stile di vita e imparare tutto. Per quanto riguarda somministrazione di farmaci, misurazioni e insulina io ho imparato con gli anni;  all’inizio dovevano infatti gestire tutto i miei genitori. 

Crescendo la cosa è stata difficile da gestire?

Per me era la normalità. Ho avuto la fortuna di avere un bravo diabetologo: non era rigido, mi ha sempre lasciato la libertà di gestire le cose come più mi sentivo e i miei genitori sono stati molto bravi a delegarmi ogni anno compiti maggiori finché a 12/13 anni sono arrivato a una completa autonomia. Una volta che si impara a gestirsi non c’è nulla che non si possa fare.

I giovani come vivono il diabete?

Per quanto mi riguarda non ho mai vissuto episodi di bullismo o di esclusione a causa del diabete, ma ho amici che invece hanno vissuto un forte bullismo. Se ne parla sempre di più, questa cosa ancora non si conosce bene. Se non si ha un diabetico in famiglia o tra gli amici stretti spesso non si sa nulla; so di partner di persone diabetiche che anche dopo anni di matrimonio non conoscono ancora quasi per nulla la patologia. Spesso si arriva a conoscere il diabetico quando ormai è autonomo e quindi non si impara a conoscere ciò che serve, ma sarebbe importantissimo educare le persone più vicine.  

Quali sono gli strumenti per vivere meglio? Sono accessibili?

Alla base ci sono il glucometro e le penne dell’insulina; questa è la terapia base che viene sempre insegnata. Si fa un periodo iniziale con questo kit, ma, nei giovani, si opta per passare a sensori e microinfusori il prima possibile. La Provincia copre i costi di tutte le forniture. Per i microinfusori, che sono degli strumenti che con i sensori misurano automaticamente la glicemia e forniscono direttamente la dose necessaria di insulina, c’è una lista d’attesa che per i giovani è abbastanza rapida in quanto il fattore dell’età è un criterio importante.

Ci sono iniziative dedicate ai giovani?

La Diabetes Union ne organizza moltissime accessibili a tutti. Le principali a cui io ho partecipato sono i Summer Camp che sono dedicati ai bambini dai 9 ai 14 anni e i Camp 14+. In entrambi i camp è presente personale sanitario fisso e l’ultimo giorno dei medici vengono a fare un Q&A per rispondere a dubbi e quesiti anonimi dei partecipanti, i quali hanno poi spazio per discutere e scambiarsi opinioni. È un’occasione per conoscere persone diabetiche che normalmente non hai occasione di incontrare. Le attività sono moltissime, ovvero giochi, passeggiate in montagna, visite a laghi… E i momenti educativi sono davvero utili. Nel camp 14+ si ampliano per affrontare temi di cui magari non si parla col proprio medico o coi genitori come sesso e diabete e alcol e diabete. Io ho partecipato a entrambi e ora sono parte dello staff. Una nuova iniziativa che sta per partire è quella dedicata alle coppie in cui si passa un weekend con altre coppie e la psicologa, e in cui si fanno attività e si hanno dei momenti di discussione. In generale sono dei momenti da passare in compagnia in montagna, in cui si uniscono educazione e attività con animatori e personale sanitario, che aiutano a diventare autonomi, sentendosi capiti e divertendosi.

Autrice: Anna Michelazzi

Il ponte e il viale dedicati a Druso

Ponte Druso e il lungo Viale Druso sono dedicati al condottiero romano, Nerone Claudio Decimo Druso, noto anche come Druso Maggiore. 

Nato a Roma il 14 gennaio del 38 a.C., per i privilegi concessi dal  padre adottivo Ottaviano Augusto, Druso ricoprì presto cariche pubbliche, come quella di questore nel 16 a.C. 

Fu ai due figliastri Druso e Tiberio che Augusto cercò di far realizzare la propria politica militare. Mentre Tiberio con l’esercito gallico da Lione risalì il corso del Reno fino al lago di Costanza, il ventiduenne Druso, iniziata la marcia verso Nord, rastrellata la Val d’Adige e la Val d’Isarco, espugnati i valichi alpini e scendendo dall’attuale passo di Resia nella valle dell’Inn avrebbe raggiunto il fratello al lago di Costanza. 

Breuni, Isarci, Anauni e Venosti furono i nemici che Druso ebbe da affrontare. Nell’estate del 16 a.C, entrato da Trento nella valle del Noce, lasciò presidi a Romeno, dove poteva controllare il passo della Mendola, e a Castelfondo, per il controllo del valico delle Palade. A sud di Bolzano gettò un ponte sull’Adige a Vadena. Nell’inverno tra il 16 e il 15 a.C, concentrate le truppe e preparata l’offensiva, in primavera mosse all’attacco, puntando subito sulla conca di Bolzano, dove installò un ponte permanente, che diede all’intera zona la storica denominazione di “Pons Drusi”. 

Ci sono diverse ipotesi sull’esatta posizione del ponte: sull’Adige ai piedi di Castelfirmiano, sull’Isarco a Rencio o in prossimità della chiesa parrocchiale. Fu comunque sulle rive dell’Isarco che ci fu una memorabile battaglia contro i Reti, tanto che, secondo uno storico, l’acqua del fiume divenne rossa; Druso avanzò nel fiume con la spada in pugno nelle primissime file; i legionari, trascinati dall’esempio del comandante, sgominarono Isarci e Breuni. Muovendosi da Pons Drusi per la media Val d’Adige, Druso giunse alla conca di Merano. 

Morì  a Castra Vetera nell’estate del 9 a.C. per una caduta da cavallo. Il feretro ebbe a Roma le dovute onoranze.

Autore: Leone Sticcotti

Trasformare l’invenduto in solidarietà 

Nato nel 2013 da un’intuizione di Christian Bacci e sostenuto da Confesercenti Alto Adige, il progetto “Cacciatori di briciole” ha saputo trasformare un problema quotidiano – lo spreco alimentare – in una risorsa preziosa per chi è in difficoltà. Grazie a una rete di volontari e partner locali, il cibo invenduto viene raccolto e distribuito a chi ne ha bisogno. L’entusiasmo degli imprenditori coinvolti e l’azione di volontariato che coinvolge oltre 160 persone a Bolzano, Merano e Brunico, raccontano una storia di collaborazione e impegno civile. QuiBolzano ha incontrato l’ideatore del progetto Christian Bacci e il direttore di Confesercenti Alto Adige Mirco Benetello.

Quando è nato il vostro progetto?

Christian Bacci – Il progetto Cacciatore di briciole di Volontarius è nato nel 2013 grazie alla collaborazione con il direttore di Confesercenti Alto Adige Mirco Benetello, che mi ha aiutato ad andare nei negozi, nei bar e nei panifici del centro città e mi ha presentato ai suoi associati parlandogli del progetto, di quello che noi volevamo fare, cioè recuperare tutto l’invenduto, quello che sarebbe stato buttato via: panini e brioche per poi donarlo a persone in stato di bisogno e senzatetto.

Molti sanno chi siete perché hanno in testa le vostre biciclette, che sono particolarissime.

Le abbiamo chiamate “brici”. Sono delle bici cargo, adatte al trasporto di merci. Sono molto contenitive e ci aiutano a recuperare i grandi quantitativi di merce che anche i supermercati ci donano.

Possiamo dire che siete diventati grandi…

Sìamo partiti dal piccolo commerciante, dal bar e dal panificio, e adesso recuperiamo sia dai supermercati ma anche dall’industria alimentare. Il progetto “Cacciatori di briciole” adesso viene portato avanti, oltre che a Bolzano, anche a Merano e a Brunico, e coinvolge oltre 160 volontari che  giornalmente ritirano l’invenduto.

E il ruolo di Confesercenti in tutto questo cosa è stato?

Mirco Benetello – Per Confesercenti questo coinvolgimento è stata una fortuna perché non capita spesso di avere l’occasione di poter fare del bene e certe occasioni bisogna coglierle al volo. Christian ha chiesto una cosa semplicissima, cioè quella di poter essere presentato ai nostri imprenditori. Quello che nessuno dei due si aspettava era che da parte dei commercianti, in questo caso dei baristi e dei ristoratori, ci fosse una partecipazione così entusiasta. La raccolta degli avanzi alimentari ha risolto un problema importante per molte attività, in particolare bar e negozi di alimentari, dove spesso il cibo invenduto a fine giornata veniva inevitabilmente gettato. Buttare il cibo è un gesto contro natura, che nessuno compie a cuor leggero. Il progetto dei “Cacciatori di briciole” non solo ha permesso di recuperare alimenti utili per chi ne ha bisogno, ma ha anche dato ai donatori l’opportunità di compiere un gesto significativo verso se stessi: evitare lo spreco di qualcosa di fondamentale come il cibo.

A chi vengono distribuiti gli alimenti raccolti?

Christian Bacci – Inizialmente li destinavamo solo al progetto di Volontarius del camper della stazione, che sostiene persone senza fissa dimora. Poi il progetto si è ampliato e ora sosteniamo le famiglie anche degli empori solidali, non solo quello di Volontarius di piazza Mazzini, ma anche per esempio l’Emporio di Santo Stefano a Oltrisarco o la San Vincenzo in centro a Bolzano. Siamo parte di una rete ampia di associazioni di volontariato che si occupano di aiuto alimentare.

Autore: Till Antonio Mola

INCHIOSTROVIVO

È tornato InchiostroVivo! Alla sua quarta edizione, il progetto ha visto i giovani portare sul palco le opere di Goliarda Sapienza. Lo spettacolo si è tenuto il 7 dicembre presso il Teatro Rainerum. È stata un’occasione speciale per riscoprire la forza e l’originalità della scrittura dell’attrice e scrittrice italiana, attraverso l’impegno e la passione dei giovani interpreti. In scena: Leila Bigaran, Mattia Gon, Marianna Redolfi, Sanjna Kumar, Adriano Gullotto, Pietro Marchi, Simone Festa, Luca Pompili, Desiree Di Muccio, Agnese Lo Iacono, Alex Pes. Le foto sono di Niccolò Dametto.

Demoni liberi in città a Laives

Ormai è una tradizione consolidata: non solo quella che riguarda la “notte dei diavoli”, ma anche e soprattutto la sfilata che da anni ormai i “Brontntol Tuifl Leifers”, l’associazione che raduna gli appassionati di quersta antica usanza, organizzano per le vie di Laives. E anche quest’anno è stato uno spettacolo unico.