Droni #3

Il riferimento principale è la Direttiva 128/2009/CE, che definisce il quadro per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari: riduzione dei rischi, limitazione della deriva, tecniche più efficienti, formazione degli operatori. Ogni trattamento deve essere giustificato, mirato e compatibile con la protezione delle risorse naturali. In questo contesto i droni possono essere strumenti virtuosi, ma richiedono criteri operativi più severi rispetto alle attrezzature tradizionali.

A livello nazionale la direttiva è stata recepita con il D.Lgs. 150/2012, che disciplina formazione obbligatoria, patentini, registrazioni e distanze di sicurezza. Per chi opera con UAS (Sistemi di Aeromobili a Pilotaggio Remoto) significa integrare competenze aeronautiche e agronomiche: non basta saper pilotare, occorre saper trattare. Ogni intervento deve essere tracciabile, motivato e conforme ai protocolli tecnici.

Il “decreto MIPAAF del 2014” è un insieme di provvedimenti, tra cui il PAN, per l’uso sostenibile dei fitosanitari (22 gennaio 2014), le norme sulle organizzazioni di produttori ortofrutticoli e olivicoli e il decreto che istituisce il marchio di qualità SQNPI. Sono strumenti che contribuiscono a uniformare criteri, controlli e buone pratiche agroalimentari. Il quadro però è già cambiato con l’introduzione della Legge 2 dicembre 2025, n. 182, che sostiene la digitalizzazione delle attività agricole, incluse le applicazioni con droni. L’articolo 6 di questa norma introduce una novità attesa: una fase di sperimentazione regolamentata dell’irrorazione aerea tramite UAS, finora soggetta a divieti o forti limitazioni.

Tra metodi tradizionali e sorvoli più o meno ravvicinati, e dopo svariati test a base di coloranti alimentari e cartine idro-sensibili, cade pertanto – anche in agricoltura – l’ultimo velo nell’impiego di fitofarmaci tramite UAS.

La legge inserisce un nuovo articolo nel D.Lgs. 150/2012 e consente l’irrorazione con droni in via sperimentale per tre anni su terreni agricoli, derogando temporaneamente alle norme vigenti. Inoltre, esso delega alle Province Autonome di Trento e Bolzano poteri amministrativi e normativi significativi per l’attuazione del Piano d’Azione Nazionale (PAN), gestendo le abilitazioni professionali (consulenti, applicatori) e definendo misure specifiche (es. divieto irrorazione aerea, aree sensibili), pur nel quadro delle direttive nazionali e comunitarie. 

Per tutte quelle che saranno le sfide, le problematiche, i retaggi e le papabili soluzioni che verranno, l’Italia resta una paziente in cura e perennemente sotto osservazione. Mentre il riscaldamento globale tira dritto e se ne frega delle nostre liti da cortile noi cerchiamo di ricordarci sempre da dove veniamo e dove stiamo andando: implementare una serie di riflessioni e adottare misure concrete rivolte all’ecologia, alla salute e al rispetto della Natura.

Autore: Donatello Vallotta

Castel Rodengo e il Ciclo di Yvain

Fra i castelli più suggestivi dell’Alto Adige non può essere trascurato Castel Rodengo che con la sua struttura imponente e vasta caratterizza lo sperone roccioso a strapiombo sulla Gola della Rienza e il paesaggio del piccolo agglomerato di Villa di Rodengo.

Costruito nel 1140 dai Signori di Rodank, una famiglia di ministeriali del Principe Vescovo di Bressanone, che si estinse nel 1300, nel Medioevo fu una delle fortezze più ampie dell’arco alpino, ricca di stanze e sotterranei. Estinti i primi proprietari, per quasi duecento anni la fortezza fu amministrata dalla Contea del Tirolo ma nel 1491 l’Imperatore Massimiliano lo passò ai Conti di Wolkenstein-Rodenegg. Fu poi ampliata e trasformata in una elegante residenza nobiliare dai Wolkenstein che la possiedono e la abitano a tutt’oggi.   

Oltre agli arredi rinascimentali a tutt’oggi visibili, sono gli affreschi del Ciclo di Yvain di Hartmann von Aue, scoperti e restaurati solo nel 1972, ad essere il gioiello prezioso che il maniero custodisce.  

L’ampio ciclo ad affresco fu realizzato tra il 1200 e il 1220 e sono considerati il più antico ciclo profano di area tedesca. Il protagonista del ciclo è Yvain, il celebre cavaliere del romanzo francese scritto in versi intorno al 1173, da Chrétien de Troyes Yvain ou Le Chevalier ou Lion. Il romanzo era divenuto famoso nelle aree di lingua germanica grazie alla traduzione-rifacimento nel 1205 di Hartmann von Aue. Gli affreschi di Rodengo occupano tre pareti e sono suddivisi in undici scene che si concentrano sui primi 2500 versi del poema. Essi raccontano di Yvain che nella foresta di Brochelandia uccide Ascalon, il cavaliere custode della Fontana magica, e ne sposa la vedova la bella Laudine. Partito nuovamente alla ricerca di avventure, l’eroe scorderà di tornare dalla sposa nel giorno stabilito e ne perderà così l’amore. Per poterla riconquistarla dovrà affrontare nuove prove e nuove imprese. Le scene presentano sempre i protagonisti scrivendone il nome come Ywain, Aschelon, Luneta Laudina. 

La sequenza inizia sulla porta d’ingresso, la partenza di Yvain che si congeda dal padrone di un castello dove era stato ospite e da sua figlia e muove alla ricerca di nuove avventure. Segue l’incontro nella foresta con l’uomo dei boschi, l’uomo selvatico, che indica a Yvain la via che conduce alla fontana magica, dove potrà avvenire l’incantesimo che trasforma il cavaliere in uno sciamano in grado di dominare per breve tempo gli elementi e la natura. Segue  il duello con il guardiano della fonte, il re Aschelon, il suo ferimento mortale da parte di Yvain e l’inseguimento nel castello del sovrano. Seguono le scene che si svolgono all’interno del castello: Yvain prigioniero che si salva grazie all’intervento della damigella Luneta che gli consegna un anello magico che lo rende invisibile; le esequie di Aschelon che l’eroe spia da una finestra mentre Luneta con una mano sulla fronte gli trattiene il volto perché non guardi; il pianto di Laudina per il marito defunto e l’innamoramento per lei per  Yvain, la scena della ricerca dell’eroe da parte degli uomini di Aschelon che fendono inutilmente l’aria con le spade perché l’eroe è protetto dall’invisibilità. Nell’ultima scena mostra l’eroe che inginocchiato e pentito viene presentato da Luneta alla sua signora Laudina. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada dedicata a Antonio Locatelli

Una delle vie colleganti Corso Libertà con Piazza IV Novembre è dedicata al pilota Antonio Locatelli. 
Nato a Bergamo il 19 aprile 1895, diplomatosi nel 1913 all’Istituto industriale di Bergamo, chiamato alle armi nel 1915, ottenne il brevetto di pilota al campo scuola della Malpensa. Da caporale fu man mano promosso fino al grado di tenente nel dicembre 1916. Volò con aerei sia da ricognizione che da bombardamento; furono ben 523 i voli, per i quali ottenne meritate medaglie. Tra i voli leggendari va ricordato quello, assieme a Gabriele D’Annunzio, su Vienna il 9 luglio 1918, con lancio di manifestini. Il 15 settembre 1918 fu ferito sopra Fiume dalla contraerea. Catturato, evase diverse volte dal campo di concentramento di Sigmundsherber; il 4 novembre raggiunse la colonna di connazionali. Nel 1919 fu inviato in Sudamerica con una missione aeronautica per promuovere l’industria italiana. Rientrato in Italia, congedato nel marzo 1920 dopo il servizio al campo di Centocelle (Roma), fu tra gli organizzatori delle squadre d’azione fasciste nel Bergamasco. Dal gennaio 1923 viaggiò in Egitto, India, Cina, Giappone, Stati Uniti, documentando con disegni e foto. Nel 1924 fu eletto nel Parlamento. Rischiò molto in un volo per la Groenlandia: con l’aereo in acqua da tre giorni fu tratto in salvo da  una nave americana. Podestà di Bergamo dal novembre 1923, si dimise nel dicembre 1934. Partito nel gennaio 1936 per la guerra italo-etiopica, anche in Somalia guidò aerei da ricognizioni e da bombardamento. Partecipando ad una missione con tre velivoli, atterrò presso Lechemti il 26 giugno 1936; ci fu un attacco da parte di cadetti etiopici della scuola militare di Oletta; tra i componenti della missione uccisi ci fu anche Antonio Locatelli: morì  il 27 giugno 1936. Ciò gli valse il conferimento in agosto di una seconda medaglia d’oro al valor militare; il 15 marzo 1937 gli fu conferita, caso eccezionale, una terza medaglia d’oro.

Autore: Leone Sticcotti

“Raccontare la storia dove si incontrano le culture”

Narratore appassionato e fine conoscitore della storia locale, Reinhard Christanell è una figura di riferimento per chi si interessa del passato della Bassa Atesina. Nato nel 1955, per anni ha diretto la casa editrice Traven Books, contribuendo alla diffusione di opere legate al territorio. Oggi è autore e divulgatore indipendente. Scrive regolarmente sui bisettimanali Qui Bolzano, Qui Merano e Qui Bassa Atesina, dove racconta con sguardo curioso e rigoroso il volto meno noto del nostro territorio.

Cosa ti spinge a raccontare la storia locale?

È la storia in sé a spingermi: il desiderio di ricostruire mentalmente la grande rete spazio-temporale che essa rappresenta. Partendo da una visione d’insieme, inevitabilmente lacunosa ma il più possibile completa, diventa poi possibile concentrarsi anche su territori più piccoli – come la Bassa Atesina, che costituisce il mio ambito principale – per individuare fenomeni particolari che spesso riflettono dinamiche più ampie, di carattere regionale, sovraregionale o addirittura europeo.

La Bassa Atesina viene spesso vista come un’area “di passaggio”. È davvero così?

La Bassa Atesina non è affatto un territorio isolato o marginale: da sempre rappresenta un asse fondamentale di collegamento tra nord e sud ed è, al tempo stesso, una zona di confine. E i confini, si sa, non sono spazi vuoti o immobili, ma luoghi in cui accadono le cose: scambi economici e culturali, tensioni, incontri, conflitti e trasformazioni profonde. È proprio questa continua interazione tra persone, lingue e mondi diversi a rendere la Bassa Atesina un territorio estremamente dinamico e, per questo, particolarmente stimolante da studiare e raccontare.

Non il Brennero, ma la Bassa Atesina come vero punto d’incontro tra culture… 

Esattamente. È qui che si incontrano e si intrecciano due grandi tradizioni culturali europee: quella germanofona e quella latina. La Bassa Atesina è una vera e propria zona di contatto – linguistica, culturale e storica – che consente di osservare dinamiche complesse e affascinanti, spesso trascurate dalle narrazioni storiche più ampie e semplificate.

Come ti muovi per reperire le fonti nei tuoi studi storici?

La base del mio lavoro è costituita dalle fonti documentarie: atti d’archivio, libri, saggi specialistici e articoli di giornali d’epoca. Accanto a queste, mi avvalgo naturalmente dei preziosissimi contributi di molti studiosi e ricercatori nei campi della storia, dell’archeologia, della linguistica, della genetica e di altre discipline affini.

Che esperienza è stata quella da editore con Traven Books?

È stata un’esperienza interessante, perché mi ha permesso di aprire una strada che fino ad allora praticamente non esisteva: quella della narrativa legata alla nostra regione, soprattutto in lingua italiana. In seguito ho preferito passare il testimone a una realtà editoriale più strutturata, che ha saputo proseguire con successo il lavoro avviato.

Hai mai pensato di riscrivere un libro? Se sì, su cosa ti piacerebbe concentrarti?

Sì, l’idea c’è, ma dovrei prima vincere una certa pigrizia che mi consente di dedicarmi con piacere a testi brevi, mentre tende a ribellarsi di fronte a impegni di più ampio respiro. Se dovessi farlo, mi piacerebbe concentrarmi su un tema di carattere storico.

Autore: Till Antonio Mola

Sogni olimpici e dintorni

Nel momento in cui scriviamo (martedì 17 febbraio) le Olimpiadi non si sono ancora concluse, ma una serie di momenti, pensieri, emozioni, e immagini sono già impressi nella nostra mente. 

I fortunati che hanno avuto occasione di assistere dal vivo alle gare ci potrebbero dire qual è stata l’aria che hanno respirato, facendo il tifo per i propri beniamini e poi applaudendo i vincitori. Gli spettatori potrebbero anche raccontarci dettagli in realtà non marginali, ovvero come è a loro sembrata l’organizzazione degli eventi. Per quel che sappiamo ad Anterselva la macchina organizzativa sulla scia dell’evento annuale di coppa del mondo con il biathlon ha avuto modo di dimostrare la propria esperienza, messa però a dura prova dal valore aggiunto dell’impronta olimpica. Sappiamo che i problemi principali sono venuti dalla gestione della mobilità in una valle, la Pusteria, che già normalmente in diversi periodi dell’anno risulta congestionata dal traffico. Ci sarà naturalmente modo di riparlarne, a giochi conclusi. 

A me personalmente sono rimaste impresse le imprese compiute da alcune atlete che da poco si erano riprese da infortuni, come l’incredibile Federica Brignone nello sci alpino e Flora Tabanelli nel freestyle. Ma anche la grande dignità e il giusto spirito manifestato da una campionessa del calibro di Linsey Vonn, gravemente infortunatasi a Cortina. Ad Anterselva splendida è risultata la vittoria di Lisa Vittozzi; una vittoria non urlata e gestita con grande compostezza e stile. 

Splendidi sono stati i tantissimi sorrisi di queste centinaia e centinaia di giovani, alle prese con il loro sogno sportivo. Sia quelli dei vincitori che quelli degli sconfitti o di coloro che – per forza di cose – hanno solo avuto ruoli di comparse. 

Come già era avvenuto 4 anni fa mi ha colpito moltissimo la dignità di coloro che sono arrivati solo ad un passo dalla medaglia. Sono stati tanti i quarti posti nella squadra azzurra e io ho ancora stampato negli occhi il volto di Lara Della Mea, arrivata quarta nello slalom gigante che ha visto il secondo oro di Federica Brignone. Sui social sono stati in molti a voler abbracciare, virtualmente, la giovane friulana, che proprio con quel quarto posto ha fatto segnare il miglior risultato (finora) in carriera. 

Forse però l’atleta che mi ha colpito di più è stato Atle McGrath, lo slalomista norvegese che – uscito nella seconda manche dopo aver fatto registrare il miglior tempo nella prima – ha lanciato i bastoncini, sganciato gli sci e a piedi si è diretto ai margini del bosco per sdraiarsi e in qualche modo riprendersi dalla grande delusione appena vissuta. In quel momento era solo un giovane uomo, solo, su sfondo bianco. Al quale tutti noi abbiamo voluto bene. 

Autore: Luca Sticcotti

“Ringrazia sempre!”

Nato a Bolzano nel 1965, Corrado Dj cresce con la passione per la musica e diventa dj negli anni ’80. Resident al ST.Louis di Mezzolombardo e poi allo Spleen sul Lago di Garda per 14 anni, si afferma quindi nella scena afro e funky/house tra Italia, Austria e Germania. Negli anni ’90 anima il Phoenix/Mirò e l’Amnesia di Ibiza. Nel 2002 fonda lo Zanzibar a Sirmione.  

Il mio principale difetto.

L’incoerenza.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei due figli.

Da bambino sognavo di diventare…

Tarzan.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Diventare donna!

La mia occupazione preferita.

Acquariofilia.

Il luogo dove vorrei vivere.

Ibiza nei primi anni 2000. 

Il mio piatto preferito.

Il seitan.

Non sopporto…

La piega che sta prendendo il mondo.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Lo yogurt greco.

Se fossi un animale sarei…

Un leone.

Sono orgoglioso di me stesso…

Ogni mattina quando mi alzo.

Tre aggettivi per definirmi.

Vero, passionale, rimpiscatole.

Il mio film preferito.

I soliti sospetti.

Il mio attore preferito.

Tim Roth.

Il superpotere che vorrei avere.

L’invisibilità.

Il mio sogno ricorrente.

Corro e rimango sempre nello stesso posto.

La persona che ammiro di più.

Stanley Kubrik.

Il mio motto.

Ringrazia sempre.

La massima stravanza della mia vita.

Dovresti vedere come sono vestito adesso!

Del mio aspetto non mi piace…

Penso che sia solo un problema di riflesso dello specchio.

Oltre la tregua

A molti – lo so – hanno fatto un po’ sorridere gli appelli giunti in questi giorni da leader politici e religiosi, affinché le Olimpiadi alle porte possano costituire un’occasione per promuovere una “tregua olimpica” nei sanguinosi conflitti in corso a livello globale. Il sorriso nasce dal disincanto, perché ormai da molti è ritenuto inevitabile un cambiamento di paradigma, nella nostra civiltà, volto a sostituire l’intangibilità dei valori universali di giustizia, libertà e diritti fondamentali dell’individuo, con la legge del più forte. O – meglio – di una sempre più ristretta cerchia di “più forti”, siano essi individui o organizzazioni pubbliche o private.

L’ineluttabilità di questi cambiamenti – a mio avviso – è tutta da dimostrare. Così come ritengo che ci siano ampie fasce di cittadini che – fino a qualche tempo fa tentati dall’affidarsi a poteri forti – si stiano ora interrogando sull’opportunità di tale delega in bianco. 

Forse oggi allora è proprio opportuno riflettere sui vantaggi offerti dal cosiddetto spirito olimpico, applicato nella vita di tutti i giorni. Spingendo dunque l’appello iniziale ad andare oltre alla tregua, mettendo in campo un vero e proprio permanente ripensamento della direzione che apparentemente abbiamo preso. 

Lo spirito olimpico è infatti una filosofia di vita che utilizza lo sport come strumento per promuovere una società pacifica, la dignità umana e l’unione tra i popoli. Ricordiamo che i pilastri fondamentali di tale filosofia sono proprio alcune tra le parole (valori) che oggi sembrano trovarsi in un inesauribile processo di declino. Vediamoli insieme. 

Il primo è l’eccellenza, che però non significa solo vincere, ma anche e soprattutto dare il massimo di sé e superare i propri limiti personali attraverso la dedizione e l’impegno, come ricorda bene Roland Fischnaller da noi intervistato in questo numero del giornale. 

C’è poi il rispetto, per sé stessi, per gli avversari, per le regole del gioco e per l’ambiente. Segue l’amicizia, perché nello spirito olimpico lo sport è visto come un ponte per favorire la comprensione reciproca tra individui e nazioni, andando oltre le differenze politiche, religiose o culturali. Infine, ultimo ma non meno importante, c’è il fair play. Sì, perché nello sport la lealtà è centrale; una vittoria ottenuta senza onestà non è considerata una vera conquista olimpica. 

I giochi di Milano Cortina 2026 sono dunque per noi un’occasione importante, soprattutto per riflettere. E per ritrovare la nostra bussola. 

Autore: Luca Sticcotti

Un secolo di fede, di tradizione e di comunità

Il calendario ha girato pagina anche sul nuovo anno, ma l’eco del centenario della Parrocchia di Santa Maria Maddalena continua a riecheggiare all’interno della comunità di Vadena, e parla di fede, di tradizioni e di legami che hanno offerto il proprio supporto nel modellare l’identità del paese, configurandosi in un autentico atto di memoria collettiva.

Era esattamente il primo giorno di dicembre del 1925 quando Monsignor Celestino Endrici, vescovo di Trento dell’epoca, emanò un decreto che riconosceva la chiesa parrocchiale di Vadena come autonoma. 

“Per la nostra comunità, aver celebrato con così grande emozione i cent’anni della Parrocchia di Santa Maria Maddalena, è significato vivere un momento di unione e di ricordo di chi siamo, offrendoci l’occasione di ripercorrere le nostre radici e di non disperdere un’eredità che appartiene a tutti noi – spiega la vicesindaca di Vadena, Martine Parise – La storia della nostra parrocchia, infatti, è la storia di un cammino difficile”.

E proprio guardando al cammino compiuto nel tempo, la chiesa parrocchiale non ha sempre trovato il proprio spazio stabile a Maso Castello. Storicamente risiedeva a Maso Birti, dove agli inizi del XIV secolo era stata edificata una chiesa che per secoli ha rappresentato il cuore spirituale della comunità. Nel 1796, però, le frequenti esondazioni dell’Adige portarono alla sua demolizione. In anni moderni di quell’edificio rimane il solo campanile (per cui c’è anche un un momento dedicato), silenzioso testimone di una fede messa alla prova ma mai venuta meno. O quanto meno è ciò che si apprende attenendosi alla storia, che riferisce come nel 1797 iniziarono i lavori per adattare la cappella di Maso Castello a nuova chiesa parrocchiale. 

In questo senso furono costruiti un campanile e un camposanto, utilizzato fino alla metà dell’Ottocento. Tutto ciò non alleviò però le difficoltà, tanto che nel 1804, come riporta l’annotazione del parroco Sterzinger, “ciò che la furia delle acque aveva risparmiato fu devastato dall’impietosa crudeltà dei francesi”. Si tratta di un chiarissimo riferimento alle invasioni napoleoniche, che hanno portato al danneggiamento del tabernacolo e ai furti di vari oggetti sacri. 

Per vivere un’autentica rinascita servì attendere il diciannovesimo secolo, quando la generosità dei grandi proprietari terrieri fece sì di poter ampliare la chiesa, comunque condizionata dai limiti imposti dalla roccia porfirica del Monte di Mezzo, verso nord. ma è importante annotare che la struttura è rimasta la stessa dal 1840. 

La cerimonia, oltre una sentita e numerosa presenza di cittadini (tra molti bambini e famiglie), hanno presenziato il sindaco Elmar Oberhofer, la vicesindaca Martine Parise, l’intera giunta comunale e i rappresentanti delle associazioni locali. A loro si è aggiunto il maresciallo dei carabinieri della stazione di Bronzolo, Giuseppe Caravello, la Musikkapelle di Bronzolo-Vadena, il parroco don Walter Visintainer con il consiglio parrocchiale. “Un secolo di fede, di tradizione e di comunità è un patrimonio prezioso. Osservando la nostra storia, non possiamo che essere grati nei confronti di chi ci ha preceduti e di tutti coloro che continuano a rendere viva la nostra comunità”, è stato detto. In questo contesto, è doveroso ricordare anche l’impegno speso da Brunella Mottin assieme al consiglio pastorale  parrocchiale, che presiede, nel contribuire all’ottima riuscita delle celebrazioni e alla cura della memoria storica della parrocchia. 

“Come gruppo abbiamo iniziato a pensare e lavorarci dall’estate – racconta Mottin -. Il primo appuntamento si è tenuto nella Sala Polifunzionale, venerdì 28 novembre, con il dottor Walter Landi che ha raccontato la storia della nostra parrocchia. Il 30 novembre si è tenuto l’evento vero e proprio ed è stata una giornata più che positiva, oltre che molto emozionante per l’ottima risposta della comunità e di tutti i volontari che durante l’anno supportano, con il proprio aiuto, l’attività della parrocchia. Tutto questo ci fa guardare con occhi di speranza anche verso il futuro.”

Autore: Daniele Bebber

Merano e i “suoi” immigrati

Merano è una città abituata ai passaggi. Da sempre. Passaggi di lingue, di persone, di confini. C’è chi arriva per restare e chi arriva “solo per un po’”. Qui le storie di spostamento non sono una novità: la città delle cure, del turismo, delle stagioni, ha visto arrivare gente da fuori molto prima che la parola “migrazione” diventasse un tema da dibattito. Per questo parlarne può essere facile (perché le vedi) e difficilissimo allo stesso tempo.

// Di Marco Valente

Le storie che seguono sono reali, ma nomi e dettagli identificativi sono stati cambiati o omessi per motivi di privacy. Il filo rosso è Antonio Rovito, avvocato che da oltre dieci anni accompagna persone straniere tra permessi, residenze, ricongiungimenti. Non è un pezzo “su” Antonio Rovito. È un pezzo su Merano e su ciò che passa dal suo osservatorio. Qui a Merano, in pochi seguono questa materia ogni giorno.

Avvocato…?

No, per favore. Antonio. Mi chiamano così anche i miei clienti.

Antonio, quando uno “ce l’ha con i migranti”… lei da dove comincia?

Dalla pizza. A te piace la pizza? E come la mangi? Rossa. E allora: quel pomodoro chi l’ha raccolto? È in regola? Quanto ha guadagnato per raccogliere 100, 200, fino a 700 chili sotto il sole a quaranta, quarantacinque gradi? Magari è un padre di famiglia dello Sri Lanka, sfruttato, pagato 25 o 30 euro al giorno. Poi chiedo: vai nei ristoranti? E chi ha lavato i piatti dove stai mangiando? Questa domanda spiazza.

Perché spiazza così tanto?

Perché ti porta dove non guardi. La città vive anche di lavoro invisibile. Nelle cucine, anche quelle rinomate e super lussuose, spesso trovi squadre fatte in gran parte da lavoratori di origine straniera. Nel Meranese ho visto decine di contratti di cuochi e aiuto cuochi bengalesi. A quel punto l’offesa gratuita si inceppa.

C’è chi dice: sì, però ci sono anche i reati…

È vero che una parte dei reati è commessa anche da cittadini extracomunitari. Ma se arrivano migliaia di persone all’anno, è fisiologico che una percentuale piccola faccia danni. Non è quello che descrive la maggioranza.

Sotto la superficie, quali sono gli ingrranaggi che decidono se una persona riesce a vivere “normale”?

Dipende anche da come arrivi. C’è chi arriva regolarmente, per esempio con il decreto flussi. E lì i primi passaggi sono quasi sempre quelli: permesso di soggiorno, iscrizione al servizio sanitario, residenza. Tre porte. E dalla residenza discendono diritti molto concreti.

Negli ultimi anni qual è stata la porta più pesante?

I ritardi nel rilascio dei permessi. Si parla di tempi oltre l’anno, in alcuni casi vicini ai due. Ultimamente sta migliorando, ma l’attesa non è un numero: è ansia, stress, incertezza.

In concreto, cosa blocca davvero?

La “ricevuta”. Per molti è un foglio che non vale niente. In realtà spesso ti consente di restare regolarmente sul territorio mentre la pratica va avanti. Solo che non tutti lo sanno. Se cerchi casa con la ricevuta in mano, spesso ti dicono no. Se vai da un piccolo datore di lavoro, magari non ti assume. E intanto la vita resta ferma.

Quindi il tema non è solo la legge, è l’informazione.

Esatto. Se l’informazione è irraggiungibile, la regolarità diventa un percorso a ostacoli. Ho visto persone perdere mesi perché una pratica era impostata male e quando arrivi all’appuntamento ti dicono: rifai. E il rischio è grosso, perché qui c’è di mezzo la possibilità di diventare irregolari. Le norme cambiano spesso, i dettagli contano, e chi arriva investe sacrifici di una vita per essere qui.

Anche lei, in fondo, ha una storia di spostamento.

Io vengo da un paese vicino a Tropea. Sono arrivato a Merano grazie alla mia compagna, senza conoscere nessuno, con tante paure. Poi ho scoperto che poteva funzionare. Oggi ho famiglia, tre figli, lavoro, associazionismo. È una storia normalissima, ma mi aiuta a capire cosa significa ricominciare.

A questo punto Antonio mi apre una porta in più, e mi fa incontrare le storie di Rahim e Amadu (nomi di fantasia).

Rahim, quando è arrivato in Italia?

Nel 2003 o 2004. Sono partito da solo. Ho lavorato, mi sono inserito, ho preso casa in affitto.

Poi è arrivato il ricongiungimento con la sua famiglia.

Mia moglie stava molto male. Aveva bisogno di terapie urgenti.

Cosa ha fatto la differenza, qui a Merano?

La rete. Antonio ha preso contatti con l’ospedale prima che lei arrivasse. Cartelle cliniche, reparto, medici. Quando è arrivata siamo andati subito in ospedale e le cure sono ripartite. L’iscrizione sanitaria è stata sistemata dopo. Quella settimana non la dimentico.

E oggi?

Oggi i figli sono qui. Scuola, sport. Uno ha scelto la scuola tedesca e parla tedesco fluentemente.

Amadu, la sua storia è diversa, ma parla della stessa città.

Io lavoro in cucina. Tante ore. Mando i soldi a casa. Una volta ho mandato 7 euro e ho pagato quasi 5 euro di commissioni. Alla fine sono arrivati 2 euro. Con quei soldi mia madre ha comprato riso e a casa hanno mangiato per settimane.

È riuscito a rimettere in ordine i documenti?

Sì, dopo anni. Quando ho ottenuto il permesso e sono tornato a casa, ho riabbracciato mia figlia. Sto costruendo una casa in mattoni, sono al piano piano.

Antonio, in mezzo a queste storie e queste difficoltà, esiste anche qualcosa che funziona come sistema?

Sì. Il progetto SAI (Sistema Accoglienza Integrazione) qui funziona molto bene. Vedi persone che imparano la lingua, entrano nel mondo lavoro, trovano una sistemazione. È un modello serio, con esiti quasi sempre positivi: persone che ne escono con lingua, lavoro e una casa.

E cosa la fa più arrabbiare?

Quando qualcuno si approfitta dello straniero. Una stanza in soffitta, non abitabile, 14 metri quadri, indicata come “uso deposito”, a 500 euro al mese, con bagno condiviso. E i locatori sono persone nate qui. Non è solo un problema di chi arriva. È un problema di chi è già qui e sceglie di sfruttare.

Merano convive già. Nelle scuole, nelle cucine, negli uffici, nei condomini. Convivere è una cosa concreta che ti costringe a rivedere idee, a capire meglio come funzionano le regole e dove si inceppano. La diversità può essere vista come ostacolo oppure come opportunità, un arricchimento. Dipende da noi.

Autore: Marco Valente