La cura degli anziani #2

Proseguiamo nel nostro percorso volto a conoscere meglio il sistema complesso di servizi pubblici e associazioni che – nella nostra provincia – vengono incontro alle famiglie nel percorso di cura degli anziani alle prese con disabilità più o meno marcate. Questa volta il focus è su ANMIC e Centro tutela per i diritti del malato. 

Ho conosciuto il sistema della cura non da esperto, ma da figlio: accompagnando i miei genitori anziani nell’ultima fase della loro vita. È un’esperienza che costringe a orientarsi tra regole, procedure e percorsi non sempre immediati da capire, e che fa toccare con mano quanto il rapporto tra cittadini e servizi dipenda anche dal contesto. Ci sono operatori che si “fanno in quattro” – assistenti sociali, professionisti dell’Azienda sanitaria e dei servizi sociali – e che sanno davvero accompagnare. Ma il sistema, nel suo insieme, resta complesso: basta un’informazione mancante, un appuntamento rimandato o un passaggio interpretato in modo diverso per rendere tutto più difficile.

Le due interviste che seguono non raccontano soluzioni miracolose, ma due esperienze concrete. Mostrano come alcune associazioni possano fare da ponte, aiutando le persone a orientarsi tra le regole e a non restare sole: l’ANMIC e il Centro di Tutela dei Diritti del Malato.

L’ANMIC IN ALTO ADIGE

Con circa 6.000 soci in tutta la provincia, l’ANMIC Alto Adige – sede provinciale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili – rappresenta un punto di riferimento insostituibile per chi affronta il percorso dell’invalidità civile o della disabilità. Tra burocrazia, normative complesse e bisogni concreti, l’associazione offre orientamento, assistenza pratica e ascolto.

Ne abbiamo parlato con Giulia Ferrarese e Karin Klotz, referenti della sede di Bolzano

Che cos’è l’ANMIC e a chi si rivolge?

Siamo un’associazione di categoria riconosciuta a livello nazionale, con oltre cento sedi in tutta Italia. A Bolzano seguiamo esclusivamente persone con invalidità civile, ovvero patologie o disabilità che non derivano da cause di guerra o lavoro. Offriamo supporto per ottenere il riconoscimento dell’invalidità, per la Legge 104, per eventuali aggravamenti o ricorsi, e aiutiamo a conoscere i propri diritti.

Quali sono i servizi più richiesti?

Ci occupiamo della compilazione e dell’invio delle domande agli uffici competenti, seguiamo la persona prima e dopo la visita della commissione medica, interpretiamo insieme il verbale e le accompagniamo anche nelle domande successive.

Che differenza c’è tra ANMIC e un patronato? 

I patronati gestiscono molti tipi di pratiche per un’utenza molto ampia. Noi invece siamo specializzati esclusivamente nell’invalidità civile. Questo ci permette di offrire una consulenza mirata, individuale, approfondita. Ogni appuntamento è dedicato a entrare nel merito del caso specifico.

Chi sono i vostri soci?

Abbiamo soci in tutta la provincia, e la maggioranza sono anziani, perché molte patologie insorgono con l’età. Ma il 30% della nostra utenza sono adulti in età lavorativa e bambini con disabilità dalla nascita, come l’autismo o la sindrome di Down.

Il vostro lavoro ha anche una forte componente umana.

Assolutamente. Spesso accogliamo persone smarrite, che non sanno dove andare né cosa fare. Alcune sono preoccupate, altre addirittura disperate. Il nostro ruolo è anche quello di rassicurarle, ascoltarle, far capire che non sono sole. E questo vale non solo per le persone invalide, ma anche per i loro familiari, che spesso si trovano a gestire situazioni difficili senza strumenti. Cerchiamo di dar loro sicurezza, li aiutiamo a capire come muoversi. A volte basta sapere che c’è qualcuno disposto ad ascoltare, per ritrovare un po’ di fiducia.

L’ANMIC non si occupa solo di assistenza amministrativa. Quali sono le altre attività che portate avanti?

Oltre al supporto individuale, promuoviamo percorsi gratuiti di formazione professionale per invalidi civili disoccupati. L’anno scorso abbiamo attivato un corso di contabilità e uno di marketing, con tirocinio finale. Molti partecipanti hanno trovato lavoro proprio nelle aziende ospitanti.

Realizzate anche progetti legati alla sensibilizzazione?

Sì, da cinque anni assegniamo il Premio Ottone Nigro ad aziende, enti o persone che si distinguono per l’inclusione degli invalidi civili. È un modo per dare visibilità a chi crea opportunità, spesso senza clamore.

Come si può accedere ai vostri servizi?

I nostri servizi sono rivolti a chi decide di associarsi all’ANMIC. Accompagniamo anche le persone che si avvicinano per la prima volta al percorso di riconoscimento dell’invalidità, fin dalla prima domanda. A volte si associano anche familiari: è un gesto di sostegno, ma anche un modo per sentirsi parte attiva di un percorso che riguarda da vicino una persona cara.

Dove si trova la sede e come si può entrare in contatto con voi?

Siamo a Bolzano, in via Dante 20/B, ma lavoriamo per tutta la provincia. Tutte le informazioni, i contatti e gli aggiornamenti sono sul nostro sito: www.anmic.bz

CENTRO TUTELA DIRITTI DEL MALATO

Stefano Mascheroni: qual è il cuore del vostro lavoro?

Aiutiamo i cittadini a orientarsi e a far valere i propri diritti. Ascoltiamo i bisogni delle persone: quelli espressi in modo chiaro, ma anche quelli più nascosti, che emergono solo con un po’ di dialogo in più. Le accompagniamo in un percorso per cercare una soluzione, che può essere sanitaria, socio-sanitaria o assistenziale. Oggi questo è ancora più importante, soprattutto per chi vive situazioni di fragilità legate all’età, alla disabilità o alla solitudine.

Si può dire che siete un po’ gli “avvocati del malato”? 

Forse è una definizione eccessiva, ma in parte sì: siamo un’associazione di tutela. Da oltre sedici anni aiutiamo malati e familiari a far valere i propri diritti. Non tutti hanno gli strumenti per orientarsi nel sistema o per farsi ascoltare. Noi cerchiamo di colmare questo divario, mettendo a disposizione competenze ed esperienza.

Che tipo di situazioni vi vengono segnalate? 

Spesso si tratta di difficoltà burocratiche, di accesso ai servizi o di incomprensioni con le strutture. A volte basta poco per sbloccare una situazione ferma: una spiegazione, una telefonata, un chiarimento. Altre volte serve più tempo. Il primo passo, comunque, è sempre l’ascolto.

Ci sono storie che l’hanno colpita in modo particolare?

Molte. Ma ciò che colpisce di più è quando le persone tornano da noi per ringraziare. A volte anche da lontano, solo per dire che ce l’hanno fatta. È il segno che il nostro lavoro ha avuto un senso.

Come si può entrare in contatto con voi?

La nostra sede principale si trova a Bolzano, presso il Distretto socio-sanitario Gries, in Piazza A. W. Löw Cadonna 12 (ex via Amba Alagi 20), al primo piano, stanza 103. Tutte le informazioni sono disponibili sul nostro sito: tdmaa.org. Chi ha bisogno, può bussare: siamo qui per ascoltare.

Autore: Till Antonio Mola

Il ladino, un fiore che vale come l’oro di una medaglia

Il ladino è una delle più belle e preziose eredità che la storia ha consegnato all’Alto Adige. Assieme ad altre lingue minoritarie è promosso e valorizzato da una legge dello Stato (la 482/1999) e soprattutto dalla Costituzione italiana: “La Republica defënd la mendranzes linguistiches cun normes aposta” (art.6).

Lo scorso 17 gennaio la sciatrice gardenese Nicol Delago ha conquistato la prima vittoria della sua carriera in Coppa del Mondo, vincendo la discesa libera di Tarvisio. Un successo che premia anni di lavoro e conferma la sua maturità agonistica. La maggior parte dei tifosi ha applaudito all’oro di Nicol, ma una porzione – che si vorrebbe definire “esigua” anche perché espressione di un “nulla culturale” tendente allo zero ontologico – dei frequentatori della rete l’ha invece ricoperta di insulti, dopo aver sentito la sua intervista alla Rai Ladina, pronunciata nella versione gardenese della lingua dolomitica. “Gareggi per l’Italia, parla in italiano”.

La solidarietà espressa nei giorni successivi è stata corale. Ma come in casi analoghi, sorprende che – nella società dell’iperinformazione che fa il paio con l’iper-ignoranza – ci siano ancora persone che non conoscono il rispetto dei diritti linguistici e non comprendono come la varietà delle lingue apra le menti mentre la monocultura le ottunde (appunto).

La non-cultura del siamo-in-Italia-si-parla-italiano è espressione di residui di nazionalismo presenti in tutto il Paese (e nel mondo). Si fondano – oltre che su una generica intolleranza nei confronti di chi non è come te – sulla misconoscenza di questa Italia che, come Repubblica, ha la tutela delle minoranze linguistiche tra i suoi principi fondativi.

Il ladino, che è vario e bello come le terre dove esso si parla, appartiene a una famiglia linguistica che si estende dal Friuli ai Grigioni. Un patrimonio fatto di storia e leggende, di passato e presente. Appartiene a tutti coloro che amano la biodiversità culturale. “N gra de cuer a duc chëi che juda pea a lascé flurì la rujeneda ladina” (Grazie di cuore a tutti coloro che fanno fiorire la lingua ladina!).

Un dettaglio: il 17 gennaio, mentre i ratti da tastiera ci insultavano (perché gli insulti vanno a tutte le persone bi-tri-plurilingui) in molte parti del Bel Paese si celebrava la “Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali”.

Autore: Paolo Bill Valente

Uno sguardo… sul panorama musicale locale


Solitamente, la nostra rubrica, porge attenzione alle nuove uscite discografiche. Stavolta proveremo invece a fare un punto della situazione sulla promozione della suddetta scena che passa attraverso sponsorizzazioni pubbliche o private, sottoforma di concorso ma anche in veste di finanziamento sulla base di un progetto presentato ai preposti organi provinciali. 

A chi inorridisce all’idea che ci sia uno sponsor pubblico dietro la realizzazione di un disco, diremo subito che, innanzitutto non accade solo da noi, e citiamo ad esempio una piccola casa discografica con sede in Spagna, che da anni pubblica e distribuisce a livello mondiale dischi di artisti indonesiani finanziati dal loro ministero culturale, in seconda battuta il ruolo svolto dalle amministrazioni va a ricoprire quello che un tempo era ad appannaggio dei cosiddetti mecenati. È di pochi giorni fa la notizia che IDM Alto Adige (l’azienda provinciale che si occupa tra l’altro dei finanziamenti di produzioni televisive e cinematografiche girate in regione) si occuperà anche dei progetti musicali e ha individuato dieci progetti da sovvenzionare, tra cui il nuovo disco del chitarrista Mortiz Gamper, una rock opera firmata da Manfred Schweigkofler, il terzo CD dei Timbreroots. Proprio questi ultimi si sono messi in evidenza nell’ultima edizione del contest Upload, collocandosi al secondo posto. Da qui l’occasione di scambiare due chiacchiere con Matteo Jamunno, musicista, scrittore, creativo a 360° che da un paio d’anni si occupa attivamente del concorso.

“Upload – ci spiega Jamunno – ha tre identità territoriali che corrispondono alle tre regioni dell’Euregio. Negli ultimi anni in Tirolo c’è stato un calo sia a livello di organizzazione che soprattutto di finanziamenti, il Trentino è invece particolarmente in evidenza e ha sviluppato un forte legame col mondo dei workshop e delle scuole di musica perché chi si occupa di Upload ha i giusti agganci con queste realtà, qui in provincia di Bolzano c’è invece un forte legame con la scena live grazie a Maurice Belotti e alla presenza di luoghi deputati alla musica giovane, non dimentichiamo che Upload è un contest riservato a musicisti sotto i 35 anni. L’importante, e al tempo stesso difficile da fare, è ricordarsi di non essere bolzanocentrici.”

Da qui l’esigenza di portare il concorso non solo nelle altre città della regione ma nelle valli, cosa che in Trentino è già divenuta una parola d’ordine, anche perché contrariamente a quanto avviene qui, c’è già una forte connessione tra i locali che danno spazio ai giovani e il finanziamento pubblico è meno consistente: i luoghi dedicati alla musica fanno così rete contando sulle proprie forze. Senza dover fare i conti col fatto che in Trentino si parla un’unica lingua mentre in Alto Adige, a fondo valle l’Italiano e l’idioma più usato mentre nelle valli, ladine a parte, il tedesco è la lingua principale.

“I Timbreroots – prosegue Jamunno – che si sono aggiudicati il secondo posto nel 2025, vengono dalla Bassa Atesina, sono di lingua tedesca, ma hanno viaggiato ed esplorato molto a livello musicale, pur rimanendo legati alle loro origini. Hanno aperto alla loro musica la possibilità di andare fuori. Questo è stato il loro punto di forza, li ho visti crescere rispetto all’edizione precedente del concorso: hanno fatto un salto enorme. D’altronde è cresciuto anche Upload. Fino a qualche tempo fa il contest era visto come una vecchia zia che ti dà la mancia quando la vai a trovare, ora per qualificarsi bisogna che i gruppi abbiano davvero le idee chiare, che abbiano un programma, e noi li seguiamo nel loro percorso anche dopo per vedere come procedono questo cammino. I Timbreroots in questo sono davvero avanti, e poi riescono a farti sentire la loro terra in un ambito musicale pop internazionale: si sente il camminare in montagna, il fango sugli scarponi, non so come facciano, ma è la loro magia.”

La band rientra tra i dieci artisti che si sono appena aggiudicati il premio della Rocknet Academy (assegnato da una giuria che ascolta per così dire al buio), consistente in un premio in denaro e nella pubblicazione del brano Wild Rustles sulla compilation SONX 2026, risultato conseguito con SONX 2025 e SONX 2021.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La frattura carolingia e l’eredità bavara

Per comprendere l’origine del mix linguistico che caratterizza la valle dell’Adige bisogna tornare indietro nel tempo. Tra l’VIII e il IX secolo, l’Europa occidentale conobbe una trasformazione linguistica profonda, comunemente definita “rottura carolingia”.

Non si trattò della nascita improvvisa di nuove lingue, ma della presa di coscienza di un mutamento già avvenuto: il latino non era più una lingua parlata. Questo processo, che portò alla separazione definitiva tra latino scritto e lingue dell’uso quotidiano, assunse nella valle dell’Adige un valore strutturante, destinato a incidere a lungo sull’equilibrio linguistico della regione. 

Con l’inserimento dell’Italia settentrionale nell’Impero carolingio (774), il territorio tra Trento e Bolzano entrò in uno spazio politico unitario ma linguisticamente eterogeneo. Il latino rimase la lingua della Chiesa, dell’amministrazione e del diritto, ma non era più compreso e parlato dal popolo. Il Concilio di Tours del 813, imponendo la predicazione in “rusticam romanam linguam” (volgare) o in “theodiscam” (da cui todesc), sancì ufficialmente questa frattura: accanto al latino colto esistono ormai lingue parlate autonome: romanze, basate principalmente sul “maltrattamento” popolare del latino, e germaniche. 

Nella valle dell’Adige tale rottura si innesta su una realtà già stratificata. Il dominio longobardo, conclusosi politicamente con la conquista franca, lascia un’eredità visibile soprattutto nel lessico giuridico e sociale. Nei documenti altomedievali redatti in latino compaiono molti termini di origine longobarda (guerra/werra, bannum, fara, faida, banca, arimannia, bara, stamberga, skuldhaizo, gastaldus), che descrivono istituzioni estranee alla tradizione del diritto romano. Il latino resta la lingua del documento, ma non più quella della società che il documento rappresenta. A partire dal IX secolo, un ruolo decisivo è svolto dai Bavari, popolazione stabilmente organizzata a nord delle Alpi dopo il crollo romano. Diversamente dai Longobardi, essi non costituiscono soltanto un’élite militare, ma una comunità radicata, con strutture familiari, agricole ed ecclesiastiche solide. L’espansione bavara verso sud non è il frutto di un’invasione improvvisa, bensì di una progressiva penetrazione favorita dal controllo dei passi alpini, dal sostegno carolingio e dalla funzione strategica dell’asse del Brennero. In questo contesto, la valle dell’Adige diventa una zona di insediamento e di contatto stabile tra parlanti romanzi e germanici. 

La frattura carolingia produce inizialmente una diglossia: si parla romanzo o teodisco, ma si scrive esclusivamente in latino. Questo equilibrio comincia a mutare dal XII secolo, quando il rafforzamento del potere territoriale e delle strutture signorili porta all’uso dell’alto tedesco scritto (Hochdeutsch) in ambito pratico e amministrativo. Nei territori a nord di Bolzano e progressivamente anche lungo l’Adige compaiono atti redatti in medio alto tedesco: contratti di compravendita, 

regolamenti agrari, atti notarili e documenti urbani. Emblematici sono i testi prodotti negli ambienti comitali e vescovili legati all’area tirolese, dove il tedesco affianca e in parte sostituisce il latino negli atti destinati all’uso locale. 

Il latino non scompare, ma viene progressivamente confinato alle funzioni sovralocali: diritto canonico, documentazione solenne, cultura scritta. Il tedesco diventa invece lingua dell’amministrazione territoriale e della vita economica, mentre i volgari romanzi continuano a evolversi come lingue parlate, con un accesso molto più tardivo alla scrittura. 

L’assetto linguistico che emerge tra XII e XIII secolo nella valle dell’Adige non è dunque il risultato di una sostituzione, ma di una lunga specializzazione funzionale delle lingue. La situazione plurilingue attuale affonda le sue radici in questo processo, avviato nell’età carolingia e consolidato dall’insediamento bavaro, che trasformò una frontiera imperiale in uno spazio di convivenza linguistica destinato a durare nei secoli.

Autore: Reinhard Christanell

Rudolf Jettmar e Alexander Rothaug rappresentanti dello Jugendstil a Merano

Il Novecento meranese vide far capolino a Merano importanti architetti e artisti chiamati a realizzare opere capaci di eguagliare quelle delle grandi città dell’Impero e compiacere il gusto raffinato della clientela che si riversava in città per le cure. Fu l’occasione per mettere in scena le istanze architettonico-artistiche dello Jugenstil facendone di Merano una rappresentante. Tre furono i protagonisti, un architetto e due pittori. Si tratta dell’architetto Friedrich Ohmann, e degli artisti Rudolf Jettmar e Alexander Rothaug.

Coetanei, boemo il primo, viennese il secondo, i due artisti studiarono presso l’Accademia delle Belle Arti della capitale austroungarica. Rudolf Jettmar ebbe come insegnanti i maggiori esponenti del cosiddetto Wiener Ringstrassenstil, tra i quali Rumpler e August Eisenmenger che ne segnarono lo stile dibattuto fra novità stilistica, aveva infatti aderito alla Secessione, e ritorno alla tradizione. 

Alexander Rothaug invece ebbe una formazione più composita, ricevendo le prime lezioni di pittura dal padre Theodor e iniziando un apprendistato come scultore con Johann Schindler (1822–1893). Solo nel 1885 iniziò a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Vienna dove studiò a sua volta con  August Eisenmenger, Christian Griepenkerl e Franz Rumpler. Fu però il pittore Leopold Carl Müller, noto per le sue opere orientaliste a catturare per molti anni il giovane Alexander Rothaug che studiò con il maestro fino alla sua morte avvenuta nel 1892.

Le opere di Rudolf Jettmar, in massima parte popolate da divinità e eroi della mitologia classica, sono un importante esempio di Jugendstil elaborato con accenti personali e risalenti alla propria formazione relistico-simbolista. Alexander Rothaug invece intraprenderà una carriera più dedicata alle arti grafiche, alla morte del suo maestro prediletto si trasferì infatti a Monaco di Baviera dove  lavorò come illustratore per la rivista umoristica Die Fliegenden Blätter. Rientrato a Vienna nel 1910 divenne membro della Cooperativa degli Artisti visivi di Vienna. 

Con l’architetto Friedrich Ohmann i due artisti riuscirono a creare un’opera d’arte totale, proprio come le nuove istanze legate ai circoli artistici dell’Arts & Craft andavano affermando. Fra stucchi di finissima fattura, ornamenti floreali, grandi finestre ad arco, colori tenui e arredi dal gusto delicato, sono riusciti a dare alla possente costruzione tutta la leggerezza dell’Art Nouveau viennese. 

Gli incantevoli affreschi che ornano il soffitto della grande sala ne sono la prova tangibile. Un ampio spazio bianco fa da palcoscenico alla danza elegante di figurine eteree, dai vestimenti leggeri mossi da una lieve brezza, fra pieghe e trasparenze. Fra le mani strumenti musicali ad accompagnare i movimenti aggraziati. Agili e sinuose le figure femminili rappresentano ninfe e ore, unite fra loro da ghirlande di viole e di primule che raccontano la primavera, la rinascita della natura, il tepore e la luce che tornano grazie all’arrivo trionfale del carro di Apollo, da cui si sprigionano luminosi raggi di sole, proclamando la sua vittoria sul grigio e freddo inverno, personificato da un vecchio intabarrato in un manto scuro che gli avvolge il corpo e il capo.  

Il fronte di nubi che lo attorniano si dissolvono nell’avanzare dei destrieri che trainano la biga.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Storia, danza, educazione

Qui Intervista a Julia Kristina Lunger, arrivata a Merano da Vienna all’età di tre anni. Dopo le superiori è tornata nella sua città natale per studiare storia, educazione civica e formazione politica, scienze motorie e sportive. Conclusa l’università è rientrata a Merano, dedicandosi alla danza contemporanea, al teatro e alla musica. Parallelamente lavora con bambini e adolescenti, sostenendoli nel loro percorso scolastico, mettendo al centro l’ascolto, la relazione e la crescita personale.

Il mio principale difetto.

L’autocritica a volte mi impedisce di credere in me stessa e nelle mie capacità.

La mia occupazione preferita.

Entrare in uno spazio creativo insieme a persone che hanno voglia di condividere questa esperienzacon me.

Non sopporto…

Di essere “sovrastimolata”.

Per un giorno vorrei essere…

La mia coscienza, capace di osservarmi dall’esterno.

Se fossi un animale sarei…

Hmm… forse un cervo… non ancora adulto.

Il mio film preferito.

Non ho un film preferito, ma l’ultimo che mi è piaciuto molto è stato “Les 15 lettres”.

La prima cosa che faccio al mattino.

Guardo fuori dalla finestra.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Il fatto che mi dia la sensazione di far parte di una piccola comunità, dove posso dare il mio contributo.

Del mio aspetto non mi piace…

Potrei ben trovare qualcosa che non mi piace, ma non voglio darglitroppa importanza.

Il mio piatto preferito.

Pasta aglio e olio preparata con lapersona che amo.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Il latte per fare il caffè al mattino.

Tre aggettivi per definirmi.

Spiritosa, sensibile, modesta.

Il mio sogno ricorrente.

Impegnarmi in un cortometraggio per condividere le mie idee, pensierievisioni attraverso questo formato.

La cosa di me che mi piace.

Credo di avere un buon intuito per le persone, che mi permette di adattarmi rapidamente a diverse conversazioni o stati d’animo.

Il mio ultimo acquisto

Una perforatrice.

Il mio colore preferito.

Il rosso.

Il mio primo ricordo.

Ah… non me lo ricordo più.

Autore: Marco Valente

Radicchio abbrustolito su crema di avocado e pistacchio

INGREDIENTI

4 porzioni, tempo 20 minuti

Per il radicchio

2 cespi di radicchio di Treviso

(lungo)

1 C olio extravergine di oliva

sale q. b.

pepe q. b.

1 C aceto balsamico

Per la crema di avocado

1 avocado maturo

1 C succo di limone

sale q. b.

pepe q. b.

1 c miele

½ c peperoncino fresco

Per completare

1 c olio extravergine di oliva

aceto balsamico q. b.

granella di pistacchio q. b.

PREPARAZIONE

Iniziate preparando il radicchio, lavandolo e tagliandolo a metà o in quarti.
Scaldate una griglia o padella antiaderente con l’olio extravergine di oliva e grigliate il radicchio per 3-4 minuti per lato, fino a che non si formerà una leggera crosticina.
Aggiungete un pizzico di sale, pepe e l’aceto balsamico durante la cottura,  per accentuare il contrasto di sapori.

Nel frattempo, preparate la crema di avocado sbucciandolo e denocciolandolo. Mettete la polpa in un mixer, aggiungete il succo di limone, sale e pepe, il miele e il peperoncino fresco tritato. Frullate fino a ottenere una crema liscia e vellutata.

Componete il piatto distribuendo la crema di avocado su ciascun piatto, creando una base morbida. Adagiate sopra il radicchio abbrustolito.

Concludete con un filo di olio extravergine di oliva e aggiungete delle gocce di aceto balsamico per esaltare il piatto. 

Cospargete con la granella di pistacchio per un contrasto croccante e un tocco di eleganza.

Servite immediatamente e gustate il perfetto incontro di sapori!

Scherer, tra artee sperimentazione

Dal vetro soffiato all’acquerello, dai piccoli studi raffinati e preziosi a immensi cicli pittorici indimenticabili, questa l’opera di una vita intera completamente dedicata all’arte, alla ricerca e alla sperimentazione artistica. Apprezzato e ricercato sia dai collezionisti privati che dalle istituzioni Robert Scherer ha caratterizzato per anni la scena artistica tirolese, trentina, italiana ed europea.

La sua vita fu caratterizzata da eventi storici che ne segnarono gli importanti anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Nato a Corces in Val Venosta nel 1928, completò la propria istruzione in Germania dove i suoi genitori, optanti, decisero di emigrare nel 1939.  Vissero così a Linz, Ottensheim (1939/40), Rufach (1942), Schweiklberg (1943) e Heidelberg.

Arruolatosi nella Wehrmacht, fu fatto prigioniero di guerra dagli americani a Berlino. Al termine del conflitto fu liberato e l’anno successivo fece ritorno a Corces dopo essere fuggito dalla zona di occupazione sovietica.

Tra il 1951 e il 1958 studiò all’Accademia di Belle Arti di Vienna diplomandosi in pittura e grafica. Anche l’architettura lo appassionava da sempre e per due anni studiò con il famoso architetto Clemens Holzmeister. Rientrato a Bolzano, le prime commissioni furono per i murales. Nel 1968 per un anno, lavorò presso la famosissima vetreria la Fucina degli Angeli. Rientrato in Alto Adige visse in molti luoghi della provincia fino a quando decise di fare di Palazzo Malfatti ad Ala la propria dimora e un centro grafico. Oltre all’artegrafica decise di donare a molti discenti i segreti dell’arte grafica, dell’affresco e dell’arte del vetro.  

Il suo lavoro artistico fu immenso sapendo egli dominare un gran numero di tecniche artistiche, comprendenti pittura murale, progettazione e esecuzione di vetrate colorate, sculture e mosaici, matita, inchiostro, gesso rosso, gesso e disegni a pastello, oltre ad acquerelli, tempera, ed infine pittura a olio e acrilica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La chiesa di Santa Margherita a Lana

La chiesa di Santa Margherita a Lana è davvero una perla da scoprire. Si tratta di una meta imperdibile per le escursioni ed è raggiungibile in ogni stagione e con qualunque tempo. La chiesa, situata vicino alla passeggiata Brandis, è parte del percorso culturale “La via romanica delle Alpi” ed è visitabile tramite visite guidate. 

La chiesa risale alla fine del X secolo. Secondo la leggenda essa fu una donazione della moglie dell’Imperatore Ottone II. Secondo un documento datato 15 febbraio 1215, fu l’imperatore Federico II a donare la piccola chiesetta all’ordine Teutonico.  

Posizionata fra i campi è sopravvissuta al fluire del tempo quale intatto gioiello romanico, dalla pianta ad aula con tre piccole absidi. Al suo interno custodisce un prezioso e antico ciclo di affreschi del 1215 circa, dedicati alla vita della santa. 

Le pitture mostrano un Cristo Pantocratore, la parabola delle dieci vergini, scene di vita della santa e bestiari medievali. Evidenti sono le influenze bizantine. Essi decorano le tre absidi circolari della chiesetta. Nell’abside centrale svetta il Cristo Pantocratore assiso in mandorla, circondato dai simboli degli evangelisti. Nel registro inferiore è rappresentata la parabola delle dieci vergini le sagge e le stolte. Nell’abside sinistra è rappresentata la Madonna col Bambino gli angeli e Santa Margherita. Mentre l’abside di destra mostra scene del martirio di Margherita, la sua decapitazione e l’ascensione dei santi. Nello zoccolo si dipana poi un affascinante raffigurazione di un bestiario medievale. Allo stato attuale delle ricerche gli affreschi nella chiesta vengono considerati il ciclo più antico dedicato a un santo in Alto Adige. Furono restaurati nel 1896-1898, e successivamente nel 1969 e 1982. 

La chiesa è raggiungibile a piedi attraverso il sentiero della roggia di Brandis o in macchina attraverso la via Santa Margherita.

Per prenotare visite guidate si può chiamare il numero 0473 561770.

Autrice: Rosanna Pruccoli

InchiostroVivo, più che semplice teatro

Una giovane studentessa racconta la sua esperienza teatrale nel progetto Inchiostro Vivo. Si tratta di un progetto per giovani ragazzi e ragazze dai 15 ai 25 anni circa che ogni anno – da ormai sei anni – offre un percorso teatrale gratuito, partendo dalla scelta di un autore/autrice di letteratura italiana per quell’anno, fino alla messa in scena dello spettacolo dedicato.

“Una particolarità di questo progetto è che dipende dal singolo spettacolo; gli allestimenti non vengono sempre fatti in maniera tradizionale, quindi su un palco e con il pubblico in platea, ma si sperimenta, come per l’ultima edizione in cui abbiamo recitato tra le persone del pubblico. L’obiettivo con cui nasce e si sviluppa il progetto è quello di far interessare con un approccio diverso i ragazzi agli autori che si studiano solitamente a scuola.

Proprio per lo spettacolo del 2025, a cui ho partecipato, l’autore scelto è stato Boccaccio e il suo Decameron. Dopo la conferma dell’autore, noi ragazzi abbiamo iniziato a scegliere le novelle, da mettere poi in scena. Sono state selezionate sia alcune delle più conosciute, ma alcune anche meno conosciute.

Come attrice, la mia esperienza è stata super positiva. Ovviamente, ci sono stati dei momenti stressanti, soprattutto durante l’ultima settimana di prove, però ne è valsa totalmente la pena essendo io tutt’ora fiera dello spettacolo che ne è uscito. Ormai questo è il terzo anno che partecipo e ogni volta mettermi in gioco è sempre una bellissima sfida. Una cosa fondamentale è sicuramente il gruppo con cui si lavora e, dato che avevamo tutti circa la stessa età, si sono creati dei bei legami tra di noi, che hanno aiutato a non sentire troppo la stanchezza delle prove. Oltre all’esperienza, adesso ho anche meno difficoltà a parlare davanti ad altre persone, che può essere utile non solo per le interrogazioni a scuola, ma anche per la vita fuori dalla scuola.

Siccome il Decameron ha già una sua cornice narrativa, a differenza degli anni scorsi, abbiamo avuto la possibilità di cambiare e scegliere l’ambientazione dentro cui inserire dei momenti per raccontare le novelle. Sui temi da trattare durante lo spettacolo, dopo suggerimento della nostra regista Diletta La Rosa, abbiamo scelto la sensibilizzazione sul cambiamento climatico legato alle guerre, il tutto ambientato in un futuro prossimo.

Dopo le vacanze estiva abbiamo iniziato le prove con il copione, che sono durate poco più di un mese.

Solitamente, alcune repliche dello spettacolo erano dedicate alle scuole, ma quest’anno a causa dello sciopero non è stato possibile, quindi oltre ai due spettacoli serali alla sala Rosenbch di Oltrisarco, la prova generale del pomeriggio è stata aperta ad amici e parenti che non sarebbero riusciti a venire nelle repliche serali.

Se conosceste giovani curiosi, il progetto riparte come ogni anno. A breve ci saranno due incontri per gli interessati. Martedì 10 febbraio a Spazio in Via Torino 31 si terrà dalle 19 una cena talk per raccontare il progetto. Il primo incontro organizzativo si terrà invece mercoledì 18 febbraio dalle 17.30 presso la sede di COOLtour, via Sassari 13b.”

Autore: COOLtour