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Mese: Dicembre 2021
QuiMerano – nr24 – 9.12.2021
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QuiBolzano – nr24 – 9.12.2021
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Seehauser, racconti per immagini
Da quasi mezzo secolo, Othmar Seehauser ci racconta l’Alto Adige con le sue fotografie. La mostra “Kein schöner Land/Immagini”al Kunstforum di Egna presenta una selezione degli scatti del noto fotografo altoatesino, tra la bellezza sfacciata e le tante contraddizioni della nostra provincia.
Da quasi mezzo secolo, Othmar Seehauser ci racconta l’Alto Adige con le sue fotografie. La mostra “Kein schöner Land/Immagini”al Kunstforum di Egna presenta una selezione degli scatti del noto fotografo altoatesino, tra la bellezza sfacciata e le tante contraddizioni della nostra provincia.
L’impresa non era semplice: selezionare poche decine di fotografie tra oltre un milione – tante sono quelle che compongono lo sconfinato archivio fotografico di Othmar Seehauser. Nato nel 1955 a Nova Levante, Seehauser può considerarsi tra i più importanti testimoni visivi della nostra provincia. Dagli anni ’80 ha lavorato per i media locali e come autore di libri illustrati, restituendo in immagini spettacolari la natura, le persone, i fatti e i monumenti del Sudtirolo. Seehauser ha l’occhio, l’energia e la “fame” di storie del fotoreporter fuoriclasse. Non a caso ha iniziato la sua carriera realizzando servizi dall’America latina per la stampa nazionale e internazionale, come “Der Spiegel” Tra i reportage per la prestigiosa rivista tedesca ricordiamo in particolare quello sugli effetti del disboscamento in Amazzonia.

Anche l’immagine scelta per l’invito della mostra a Egna è un paesaggio avvolto da nebbie invernali, un’atmosfera i cui non sfigurerebbe il Bates Hotel del film Psycho, ma che in realtà ritrae uno scorcio di Renon verso Santa Maria Assunta, luogo storico della villeggiatura della ricca borghesia altoatesina. Coperti dalle nebbie, anche i posti noti appaino sotto una luce diversa, insolita. Un po’ quello che provano a fare le immagini di Seehauser: svelare quei tratti inaspettati della nostra provincia, mostrarne la bellezza, ma anche i contrasti e le contraddizioni che fanno riflettere, pensare, a volte anche sorridere. è un Alto Adige “smascherato”, quello della mostra, “Il colore abbellisce, distrae: per questo ho scelto il bianco e nero per la maggior parte delle fotografie esposte”, ci racconta Seehauser. Il percorso non segue uno svolgimento cronologico; le immagini sono raccolte in gruppi di tre, quattro, in base ai temi e ai momenti che raccontano. Sono abbinamenti che non gridano, ma suggeriscono: sta a noi fermarci ad ascoltare, a guardare.
Ecco allora che la fotografia dei boschi devastati dalla tempesta Vaia è accostata alla possente bellezza del paesaggio d’alta quota del gruppo Tessa; il venditore ambulante tra le vie di Bolzano all’arrivo dei rifugiati albanesi a Monguelfo, nel 1991. Ma c’è anche l’Alto Adige tradizionale e un po’ borioso, di uomini nei tipici Lederhosen in un momento di festoso cameratismo e quello delle architetture ipermoderne del museo Corones di Zaha Hadid e di Museion. C’è la vendita all’asta dei buoi a san Lorenzo e il trasporto del fieno su filo, sotto il Catinaccio – “che ormai non esiste più” racconta Seehauser, “perché quei campi non sono più coltivati”. Quando gli chiediamo quali sono i cambiamenti che negli anni ha visto scorrere sotto i suoi occhi, Seehauser invita a puntare il nostro sguardo sul turismo e la smania di nuove e più grandi costruzioni, che hanno sconvolto paesi e paesaggio. “Anche nelle valli che si dicono più tradizionali, come la Val Sarentino e la Val Passiria, si fatica a trovare un maso storico – si è preferito abbatterli per ricostruire edifici nuovi” constata Seehauser. Interessante contraddizione, in una terra che spesso ama identificare la tradizione con la cultura. E che vale anche per i monumenti naturali: “mi capita che solo quando vedono l’immagine del pino maestoso stampata nei miei libri le persone si rendono conto di quanto sia bello e prezioso – eppure lo hanno sotto gli occhi ogni giorno, nel prato di casa”.
In questo senso, non è un caso se il titolo scelto per la mostra, “Kein schöner Land” si riferisce ad un antico canto popolare tedesco che evoca armonia, natura e pace, a dispetto della prima impressione.
La mostra è visitabile da martedì a sabato, ore 10-12 e 16-18, Kunstforum Unterland, Portici 26, Egna. Ingresso libero, green pass obbligatorio. Fino al 18 dicembre.
Autrice: Caterina Longo
Paula Donà festeggia 100 anni
Compiere cent’anni è un bel traguardo e arrivarci come la signora Paula Donà di Appiano non può che destare ammirazione.
L’energica signora ha festeggiato il compleanno lo scorso 26 novembre, circondata dall’affetto dei suoi cari e della comunità di Appiano, che attraverso il Sindaco Wilfried Trettl e l’Assessora Monika Hofer Larcher ha portato i più sentiti auguri alla signora Donà.
Amministrazione che così ha ricordato le vicende dell’intensa vita della neo centenaria: “Quarta di otto figli, Paula Donà è nata il 26.11.1921 ad Appiano, dove è cresciuta in via Crocevia in modeste condizioni. Nel febbraio del 1950 ha sposato Fritz Prossliner, col quale ha avuto tre figli: Kurt, Paul e Johanna. La signora Donà fa parte di quel gruppo di persone che hanno vissuto in prima persona e possono raccontare l’esperienza delle “scuole-catacombe”ai tempi del fascismo e delle opzioni, della guerra, dei bombardamenti.
Dopo aver frequentato la scuola nel “Mariengarten”ha lavorato in diversi settori, ad esempio come dattilografa presso l’hotel Laurin, nella stima del valore dei masi, presso la ferramenta Sanin e nel fine settimana come cameriera alla Malga Roen, raggiungendo il posto di lavoro in bicicletta.
Nel 1951 col coniuge ha aperto un negozio di generi alimentari in piazza Stazione; inizialmente la signora Donà aveva poca esperienza, ma col tempo è diventata una brava commerciante. Nel 1963 si sono trasferiti in un locale più grande in via Stazione (l’odierno Poli), che è noto per essere stato il primo negozio self-service in Oltradige e dove la signora Donà ha lavorato fino ai suoi 68 anni.”Ma, a quanto pare, la pensione non ha fermato la sua voglia di scoperte e di viaggi. Così continua la comunicazione dell’amministrazione comunale: “Negli anni a seguire si è goduta il suo tempo libero e ha fatto vari viaggi, anche con suo marito Fritz, come ad esempio quello in Sudafrica, in America, Islanda, Parigi… e non si è lasciata scappare un giro sulle montagne russe a Disneyland”.
Ancora oggi, Paula prende regolarmente il citybus per fare visita in casa di riposo alla sua ultima sorella rimasta, Ada (97 anni).
Tutto ciò non è casuale, ma frutto di un impegno costante, per mantenersi attiva: la signora Donà ha infatti sempre dato grande importanza all’allenamento fisico e mentale e grazie al salto della corda, la bicicletta, le passeggiate e la ginnastica, ancora oggi è più attiva di alcuni nipoti. Ha inoltre vari hobby, tra cui giocare a carte, il lavoro a maglia, risolvere i sudoku e le parole crociate, e va a messa – durante il periodo del Covid la segue su YouTube attraverso il suo I-Phone o l’I-Pad. Infine, da quando suo marito è venuto a mancare nel 2005, abita ancora da sola nel suo appartamento.
Dos della Forca e i primi pescatori
Tra i luoghi della memoria più significativi ma anche meno “celebrati” della Bassa Atesina rientra indubbiamente, accanto a Vadena, Castelfirmiano e Castelfeder, il sito mesolitico denominato “Galgenbühel / Dos de la Forca”nei pressi di Salorno.
A pochi passi, una storica linea di confine. Di qua e di là dell’Adige, le corpulente pareti bianche cadono a precipizio sulla valle formando, da millenni, piccoli conoidi che riducono lo spazio e le vie di passaggio.
In tempi preistorici, dopo il repentino ritiro dei ghiacciai wurmiani e il ritorno a un clima simile al nostro, questo lembo di terra ha offerto, sotto le rocce sporgenti, riparo ai primi cacciatori e raccoglitori che osavano “battere”il territorio della Val d’Adige. “Aree di sosta”stagionali simili a questa sono riscontrabili anche a Zambana e Romagnano, o verso la Val di Non e Folgaria, da cui sembra provenire la selce utilizzata per forgiare le armi.
È, questo, soprattutto un confine di suoni, di parole. Un luogo dove un ipotetico nord si trasforma in un chimerico sud – e viceversa. Per noi, soprattutto un termine temporale, che ci ricollega alla nostra storia in questa terra.
La montagna di pietra dolomitica sopra di noi si chiama Monte Alto, Geiersberg. Tutta l’area ai suoi piedi è occupata da un’enorme cava di ghiaia. Di fronte a noi, immersi nella penombra pomeridiana, il soleggiato paese trentino di Roveré della Luna. In mezzo, il fiume che taglia in due la valle e probabilmente ha attratto i girovaghi che si sono insediati qui già nell’Olocene, all’incirca 10000 anni fa.
La cosa singolare, come dimostrano i resti faunistici rinvenuti nei vari strati degli scavi effettuati a fine anni novanta, è che queste persone rimanevano nel fondovalle anche nella bella stagione e non, come si pensava prima, solo nei periodi freddi. Più tardi, nel periodo del bronzo e poi in epoca romana, il minuscolo villaggio si spostò di qualche chilometro a nord. Quest’area fu destinata soprattutto alla combustione dei defunti (utrinum) e, più avanti, anche alle sepolture. Insomma, una vera e propria città dei morti affacciata sul fiume che porta in un altrove sconosciuto.
Non doveva essere facile la vita, a quei tempi. La valle era invasa dalle acque dell’Adige che, in seguito ai movimenti del ghiacciaio, aveva abbandonato l’Oltradige e si era spostato da questa parte del Monte di Mezzo. Si erano formati molti laghi, stagni, meandri fluviali e zone paludose. Nelle isole di terra e detriti che sporgevano dall’acqua abbondava la tipica vegetazione fluviale e la fauna era quella delle zone umide e palustri. L’attività principale degli uomini che transitavano e si fermarono qui e che ancora non avevano scoperto la domesticazione di piante e animali, consisteva nella caccia e raccolta di frutti selvatici. La caccia avveniva soprattutto in altura, dove cervi e camosci erano le prede privilegiate dei cacciatori. Zone di caccia simili, con ripari temporanei, sono state individuate anche sulla catena della Mendola. Ma qui, ai piedi della massiccia chiusa, non era facile raggiungere le zone montane se non risalendo i boschi che conducono a Cauria. Una strada molto lunga, come troppo lunga dev’essere stata quella sull’altro versante.
In effetti, tra i resti trovati qui, oltre a vari utensili e oggetti di selce, di corno e di osso lavorati con sempre maggiore cura e maestria, si registrano soprattutto resti ben conservati di pesci e molluschi. Erano dunque questi uomini dediti prevalentemente alla pesca e pare che con il passare del tempo si fossero perfezionati nella pesca del luccio. Probabilmente si formò proprio grazie a questa specializzazione una prima comunità di pescatori abbastanza stabile e capace di sfruttare le risorse di questo particolare territorio.
Accanto alla pesca e alla stagionale caccia d’altura, veniva praticata anche la caccia al cinghiale e al castoro, al gatto selvatico e alla lontra. Insomma, un’era postglaciale che ha visto la rinascita della Bassa Atesina proprio grazie al suo protagonista principale, il grande fiume Adige.
Autore: Reinhard Christanell
Sara Filippi Plotegher in mostra
Si può dire che “guardare avanti” e guardare oltre, con energia e spirito d’innovazione, è stato un po’ il Leitmotiv di tante iniziative della giovane associazione lasecondaluna di Laives. Ed è proprio con la mostra intitolata “Beyond”che Lasecondaluna chiude questo 2021, di successi e attività, nonostante tutto.
Dopo le esposizioni di Oliver Kofler, Andrea Proietti, Isabella Nardon, Rolando Tessadri e Federico Casati, lasecondaluna ha aperto al pubblico, lo scorso 26 novembre, una nuova mostra dedicata all’illustrazione dell’artista trentina Sara Filippi Plotegher, curata da Stefania Rossi e Nicolò Faccenda.
Le opere di Plotegher sono irriverenti e un po’ spiazzanti, ma hanno un’immediata forza comunicativa, sanno arrivare direttamente al visitatore. Come spiega Nicolò Faccenda, co-curatore della mostra, “Sara Filippi Plotegher ci conduce nell’analisi di alcuni dei temi topici della nostra società: l’identità di genere, l’estetica e l’affettività del cibo, il cambiamento climatico. Certi che si possa considerare, da più punti di vista, questi tre aspetti tra i più centrali e pervasivi del dibattito sulla cultura che si vuole contemporanea, li si propongono in questa mostra come manifestazione di quella che lasecondaluna ha strutturato come riflessione sullo Spazio Umano”. La mostra “Beyond”si inserisce infatti nella stagione di mostre 21/22 il cui tema di base, sviluppato e approfondito in ogni esposizione realizzata e in programma, è appunto “Human Space”. Una stagione mostre che vede lasecondaluna anche uscire dalle proprie mura per allacciare delle collaborazioni artistiche con il vicino trentino. Proprio lo scorso 24 novembre si è infatti inaugurata a Trento, presso il Café della Paix Circolo Arci, la personale dell’artista Andrea Proietti, in cooperazione con lasecondaluna (fino al 24 dicembre prossimo). Tornando a Laives, ricordiamo invece che la mostra “Beyond”sarà visibile presso la Sala Espositiva di via Pietralba fino a domenica 12 dicembre dal martedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, domenica dalle 10 alle 13 (sabato e lunedì chiuso). Ingresso libero, non è necessaria la prenotazione ma c’è l’obbligo di indossare la mascherina e del Green Pass.
Autrice: Caterina Longo
La creatività al servizio degli altri
Una mamma, una moglie, una sognatrice e una persona instancabilmente curiosa: cosi si definisce Cinthia Vieira, brasiliana di origine veneta, che vive a Laives da 15 anni. Cinthia è laureata in Scienze della comunicazione a São Paulo, Brasile e ha una lunga esperienza nei settori creativi di agenzie di pubblicità e case editrici. Oggi come Arteterapeuta realizza progetti di arte terapia espressiva, per guidare le persone a fare “psicopulizia”, per raggiungere il benessere emotivo attraverso la creatività nascosta – a qualsiasi età.
La cosa che mi piace di più di me.
Il mio entusiasmo.
Il mio principale difetto.
Troppo entusiasmo.
La volta che sono stata più felice.
Quando sono nate le mie gemelle
Da bambina sognavo di diventare…
Un’artista/pittrice.
L’errore che non rifarei.
Dare più ascolto alla testa che al cuore.
La persona che ammiro di più.
Platone.
Un libro da portare sull’isola deserta.
L’Arte Guarisce – come la creatività cura l’anima.
L’ultima volta che ho pianto.
Preferisco riderci su.
La mia occupazione preferita.
Disegnare.
Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Ultimamente il Giappone.
Il colore che preferisco.
Ultimamente il rosa.
Il fiore che amo.
Non 1 ma i 12 guaritori di Edward Bach.
Il mio musicista preferito.
Bill Douglas – New Age Music.
Il mio pittore preferito.
Renoir.
Non sopporto…
Troppi rumori.
L’ultima volta che ho pregato.
Non prego ma medito.
Il giocattolo che ho amato di più.
Le scatole di matite colorate.
La disgrazia più grande.
Fidarsi esclusivamente dei 5 sensi
L’oggetto a cui sono più legata.
Non bisogna legarsi.
La massima stravaganza della mia vita.
Preferisco la discrezione.
Il mio più grande rimpianto.
Non bisogna avere rimpianti – fatto è fatto!
Dove mi vedo fra dieci anni.
In continua evoluzione, imparando da ogni momento.
Se fossi un animale, sarei…
Un pavone.
Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Ho mollato tutto per dedicarmi alle mie bambine.
Il mio motto.
Se la vita ti dà limoni, fai una limonata!
Autrice: Caterina Longo
Un secco no alla violenza
In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, oltre 150 meranesi si sono dati appuntamento in corso Libertà superiore, presso la scalinata che conduce al Lungo Passirio, per accendere le loro candele bianche. Ecco alcune immagini scattate dal fotografo Donatello Vallotta.
“Senza consenso è violenza”
“Ma hai visto com’era vestita? E poi era anche ubriaca: se l’è andata a cercare”: non è difficile (soprattutto in questo periodo in cui sui social fioccano giuristi laureati all’università della vita) sentire frasi del genere quando si parla di violenza sulle donne. Come il recente caso della giornalista sportiva molestata in diretta: un fatto che se da una parte ha visto gli italiani sostenere la professionista, ha lasciato anche spazio a quell’infimo ed intimo pensiero che vede “una palpatina” come nulla di serio.
Ma non è così.
Ed è anche per questo che la Rete contro la violenza sulle donne ha voluto lanciare una nuova campagna di sensibilizzazione: “La violenza sulle donne non ha tempo né confini, è endemica e non risparmia alcuna nazione o paese, industrializzato o in via di sviluppo che sia. Non conosce nemmeno differenze socio-culturali, vittime ed aggressori appartengono a tutte le classi sociali. Secondo le statistiche il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici, vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro. Secondo l’Oms una donna su cinque ha subìto, nella sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo”, ha spiegato la vicesindaca di Merano e assessora alle pari opportunità Katharina Zeller.
La campagna “Senza il Tuo consenso è violenza” si focalizza sulla violenza sessuale. La necessità di agire riguardo a tale problema è emersa in seguito all’allarme lanciato dalle rappresentanti degli Streetworker all’interno della Rete. Chi infatti lavora a stretto contatto con le ragazze e i ragazzi ha rilevato che le varie forme di violenza sessualizzata spesso sono oggetto di malintesi e confusione e accompagnate da un senso di colpa… da parte della vittima/donna.
Poco chiari sono spesso anche i concetti di limite, di consenso, di rispetto. Inoltre i sensi di colpa e la mancanza di informazioni da parte delle ragazze inibiscono la ricerca di aiuto e sostegno da parte dei servizi presenti sul territorio ma anche da parte di amiche o altre persone di fiducia.
Manifesti e adesivi
La campagna è molto articolata ed è concepita per mantenere la sua validità nel tempo. La Rete ha deciso di puntare molto sulla parte grafica e sull’efficacia linguistica del messaggio che si è voluto giovane e moderno.
A tale scopo è stato realizzato un concorso di idee rivolto a grafiche ed artiste, di cui è risultata vincitrice Júlia Ventura Bruguera. Lunghi mesi di confronto tra l’illustratrice e un gruppo di lavoro interno alla Rete hanno prodotto una campagna di manifesti e adesivi. Gli adesivi – 16 diversi – sono il “pezzo forte” della campagna e hanno il compito di veicolare ciascuno un diverso messaggio attinente al tema della violenza sessuale. Contestualmente sono stati e verranno affissi in città grandi manifesti (due metri per due), che attireranno l’attenzione sull’avvio della campagna. Tutti i prodotti riporteranno un QR Code, che rimanda ad una pagina dedicata del sito del Comune di Merano, in cui sono stati predisposti approfondimenti sul tema nonché riassunti tutti i consigli e le informazioni necessari per reagire in caso di violenza. La campagna si svilupperà anche sui social con l’hashtag #ViolenzaSessualeParliamociChiaro.
Mostra itinerante sulla violenza sessuale “Com’eri vestita?”
L’associazione “Donne contro la violenza – Frauen gegen Gewalt”, in collaborazione con il Museo della donna e il patrocinio della Rete antiviolenza del Comune, porta a Merano la mostra itinerante “Com’eri vestita?”.
L’esposizione sarà allestita al piano terra dell’ingresso del Museo della donna, in via Mainardo 2, e rimarrà accessibile – gratuitamente – dal 4 al 12 dicembre, da lunedì a venerdì dalle ore 7.30 alle ore 19, il sabato e la domenica dalle ore 10 alle ore 19.
“Com’eri vestita? – Rispondono le sopravvissute alla violenza sessuale” è un’installazione creata da Cerchi d’Acqua in cui i vestiti esposti rappresentano simbolicamente quelli indossati durante la violenza subita e sono accompagnati da brevi suggestioni che le donne hanno voluto condividere, raccontando alcuni elementi della loro esperienza.
L’obiettivo della mostra è quello di decostruire alcuni stereotipi relativi alla violenza sessuale, primo tra tutti l’idea che l’abbigliamento possa esserne la causa e che l’atteggiamento e il comportamento della donna possano averla provocata.
“Attraverso un indumento si raccontano violenze, molestie, stupri e abusi subiti da parte di estranei o partner occasionali, ma più frequentemente dal compagno di una vita che non accetta un NO, oppure da una fidata figura familiare, nelle sicure e insospettabili mura domestiche”, ha spiegato Sigrid Pisanu della Casa delle Donne. È in questo contesto che va inquadrato il fenomeno della violenza alle donne, che spesso trova nell’opinione pubblica le più diverse giustificazioni. Così, se gli aggressori sono sconosciuti, ci si chiede perché la donna non sia stata prudente; se sono conoscenti, ci si chiede se abbia provocato e in che modo lo abbia fatto; se sono mariti o partner si imputa la violenza all’eccesivo amore, alla gelosia o a un raptus di follia.
Decostruire gli stereotipi
La mostra vuol essere quindi un momento di riflessione e una risposta tangibile a uno dei pregiudizi più pervasivi nella nostra società, a partire dalle parole delle donne accolte da Cerchi d’Acqua e dai centri antiviolenza della rete D.i.Re. La mostra trae ispirazione dalla poesia “What I was Wearing” di Mary Simmerling ed è stata sviluppata nel 2013 in un’istallazione artistica, dal titolo “What were you wearing?”.






