ttps://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f978020ecc7fc75334eed537b
Mese: Aprile 2023
QuiBolzano – nr8 – 20.4.2023
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f248e6b796911d2cdb096877c
L’appalto della carne a Bronzolo
Se oggi è l’inflazione il cruccio delle famiglie, con il costo dei generi alimentari in costante lievitazione, anche agli albori del ‘900 i cittadini si lamentavano del prezzo dei beni primari. Ovviamente anche allora i commercianti elencavano gli elevati costi a loro carico: materie prime, personale, energia e trasporti incidevano non meno di oggi sul prezzo della merce.
A Bolzano i consumatori minacciavano di assaltare le botteghe come ai tempi raccontati da Manzoni. I commercianti, dal canto loro, denunciavano sempre più furti nei loro depositi e negozi e i contadini vedevano la loro frutta e verdura andare letteralmente a ruba. Inoltre, la forbice della disuguaglianza tra ricchi e poveri era in costante crescita, la grande guerra alle porte. Nella lontana Russia una sommossa seguiva l’altra e la disoccupazione minacciava il benessere delle famiglie.
Curioso in tal senso il caso dell’appalto della carne di Bronzolo.
Nel paesino della Bassa era scoppiata una vera e propria rivoluzione delle massaie che minacciavano di ricorrere alle vie di fatto se non intervenivano le autorità preposte.
Scrive la “Bozner Zeitung” del 21 giugno 1904: “Come a Bolzano, anche a Bronzolo è scoppiata la guerra del prezzo della carne”. La “questione in questione”, per dirla con un bisticcio di parole, traeva origine dalla massiccia immigrazione di famiglie trentine in paese. Queste persone, oltre alla loro lingua e cultura, avevano portato a Bronzolo anche le loro tradizioni e usanze, che con l’andare del tempo si imposero su quelle preesistenti.
In particolare, vi era nel Welschtirol la consuetudine di appaltare l’esercizio del mestiere di macellaio. Il vincitore della gara aveva l’esclusiva della vendita nel territorio aggiudicato. Questa tradizione, che in origine doveva garantire la presenza dei macellai nei paesi, venne introdotta dagli immigrati trentini anche in provincia di Bolzano. In particolare ne furono interessati i paesi della Bassa Atesina di Bronzolo e Salorno, dove la popolazione trentina aveva quasi del tutto sovrastato quella originaria. Ma se nel resto dei comuni questo monopolio, con la possibilità di stabilire il prezzo della carne senza attenersi ai regolamenti vigenti, riguardava soltanto i pregiati bovini da ingrasso, a Bronzolo si permetteva al macellaio aggiudicatario di estendere il principio a tutti i tipi di carne con esclusione della sola carne di maiale.
I cittadini di Bronzolo si erano ribellati al sopruso ma il tribunale amministrativo, subito interpellato, gli aveva dato torto. La sentenza aveva destato scandalo poiché era in netto contrasto con le leggi correnti nella monarchia asburgica, che garantivano a tutti i commercianti il diritto di offrire le loro mercanzie di in ogni paese e città dell’impero.
A Bronzolo l’esercizio della macelleria era stato inizialmente appaltato per l’importo di 260 corone mentre nel frattempo era arrivato a 1325 corone, un importo molto elevato per un paese di 1200 abitanti. L’aggiudicatario dell’appalto, “strozzato” dalla somma da versare, aveva scaricato il costo sul prezzo della carne, senza attenersi a quella che allora era definita la “BoznerTaxe”, ossia il prezzo massimo di vendita consentito. A suo dire, era “costretto” a vendere anche le carni meno pregiate allo stesso prezzo della carne migliore, anche in questo caso contravvenendo ai regolamenti vigenti in materia.
I Bronzolotti, al contrario, ritenevano che egli non aveva nessuno diritto di praticare prezzi da strozzino ma che avrebbe dovuto fare i suoi conti prima di accettare l’appalto. Inoltre, fece presente il comitato dei cittadini, l’appalto era stato aggiudicato a un altro macellaio che poi – vizio ovviamente ben radicato – aveva subappaltato l’attività a una persona neppure in possesso dei titoli per partecipare alla gara. Non rimase, agli infuriati Bronzolotti, che mandare giù l’amaro boccone o trasferirsi, per i loro acquisti, in un altro paese.
Autore: Reinhard Christanell
Il dialetto trentino al concorso nazionale
Prosegue il viaggio alla scoperta delle compagnie teatrali amatoriali della Bassa Atesina che recitano in italiano. Questa volta, protagonista della storia è il Circolo Culturale Negrelli di Ora, da poco reduce della propria rassegna in grado di riscuotere un interessante successo.
“Tutto nasce dopo la guerra, quindi siamo tra il 1945 e il 1950, dall’idea di don Clemente Deflorian, allora parroco di Ora e curatore dell’oratorio – racconta il presidente del gruppo amatoriale, Ivan Sgarbossa – L’intento era quello di diffondere cultura e favorire le relazioni fra persone proprio attraverso la recitazione, lo spettacolo”.
Presidente Sgarbossa, come fece don Clemente a promuovere la cultura del teatro?
Fece costruire nella propria parrocchia il centro giovanile e il teatro appunto; dopo la scomparsa del sacerdote restò attivo solo il teatro della scuola elementare grazie al maestro Domenico Mosuto.
Oggi recitate per lo più in italiano, ma in passato avete proposto degli spettacoli in dialetto…
I primi tempi siamo partiti portando in scena delle farse, piccoli componimenti divertenti. Poi siamo passati alle commedie più strutturate. In questo senso abbiamo fatto un sorta di percorso partendo con il dialetto e poi, per uscire dai canoni classici, siamo andati avanti provando a recitare in italiano, e ci siamo riusciti: abbiamo anche ottenuto diversi riconoscimenti.
Che tipo di riconoscimenti?
Nel 2013 con “La baita degli spettri” abbiamo ottenuto tutti i premi del palcoscenico trentino di quell’anno. Poi, con “Il mistero dell’assassino misterioso” di Lillo&Greg, abbiamo vinto il concorso nazionale Sant’Urbano a Padova.
Ricorda altre commedie interpretate in questi anni?
Quando abbiamo iniziato in dialetto, penso a “Robe da Ciodi” di Antonia Dalpiaz. O “L’usel del marescial” di Loredana Cont. Poi, quando abbiamo iniziato ad esibirci in italiano, penso a “L’incidente”, un testo di Luigi Lunari, o “Il colpo della Strega” scritto da Graam. Anche questo ci ha consegnato dei premi nel circuito Cofas.
In quanti siete?
Siamo quattro attori e cinque, sei assistenti. Il Covid non ha aiutato, però abbiamo tre persone che dovrebbero iniziare a breve.
Progetti futuri?
Provare a riprendere un po’ il ritmo; stiamo cercando i testi per una nuova commedia e anche persone che, come noi, abbiano voglia di impegnarsi.
Autore: Daniele Bebber
Live Muse omaggia il “re dei sorcini”
È l’ultimo concerto della stagione, e gli organizzatori hanno deciso di dedicarlo ad un cantautore che ha fatto la storia della musica italiana, e non certo solo per la sua voce e i suoi testi: sabato 6 maggio alle ore 21, quasi venti musicisti si alterneranno sul palco del teatro delle Muse di San Giacomo per celebrare il “re dei sorcini”, Renato Zero.
“Il triangolo”, “Mi Vendo”,” Felice e perdenti”, e poi ancora “I migliori anni della nostra vita” “Spiagge” e “Il cielo”: sono brani che ogni italiano ha bene in mente, canzoni che fanno parte del patrimonio della musica leggera dagli anni Settanta ad oggi.
Così come il loro autore, Renato Zero: un artista che nel corso della sua lunga carriera ha pubblicato 44 album, ma che soprattutto è stato capace di costruire un personaggio in grado di sconvolgere i cliché del mondo dello spettacolo della Penisola importando il “glam” in tutti i suoi colori e le sue sfaccettature.
Ci saranno anche questi brani nel repertorio che lo staff del Live Muse ha elaborato per la serata di sabato 6 maggio, quando a partire dalle ore 21 la presentatrice Cristina di Zanutto introdurrà sul palco del teatro delle Muse le tre formazioni che si alterneranno sul palco.
Aprirà la serata sarà quella capitanata dal batterista Max Martinelli con Daniela Peroni (voce), Elisa Bernini (tastiere), Luciano Zattel (basso), Andrea Trebo (chitarra), Virgilio Moroni (chitarra), Max Martinelli (batteria).
Poi sarà la volta dell’ensemble guidato da Paolo Tomasi (voce), con Marco Casarin (tastiere), Francesco Basciu (chitarra), Stefano Prosseda (basso) e Mario Cosentino (batteria).
Ultima formazione, quella che farà capo ad Alessandro Magri (basso e voce): Federico Barzon (voce), Philipp Skal (batteria), Luca Tommaseo (chitarra), Paolo Tomasi (tromba), Bruno Tagliari (sax) e Filippo Grimaldi (tastiere).
E poi il gran finale, con tutti gli artisti assieme sul palco per eseguire uno dei maggiori successi di Renato Zero, che – per ora – rimane un segreto per non rovinare la sorpresa.
Anche per questo concerto il biglietto d’ingresso è stato fissato a 10 euro, e anche per questa occasione il ricavato verrà devoluto per una buona causa: questa volta tocca al Comitato di Bolzano della Croce Rossa.
Per ulteriori informazioni e prenotazione posti è possibile chiamare il numero 0471 952650 dalle 9 alle 12 dal lunedi al venerdi, o via mail: prenota@teatrofilolaives.it.
Autore: Luca Masiello
A “ferro e fuoco” per la bella stagione
La primavera è arrivata, e anche a Laives si sentono i suoni della natura che si risveglia, il profumo dei fiori che sbocciano e… delle grigliate. A Laives si potrà godere di questo aroma particolare per dodici ore di fila durante la giornata del 29 aprile, quando in parco Marconi andrà in scena una grande kermesse di musica, spettacoli e gastronomia dal titolo “a ferro e fuoco”.
Sei esercizi pubblici, cinque associazioni, quattro musicisti, tre artisti coinvolti: sono i numeri della manifestazione che sabato 29 aprile lancerà la zona a sud di Bolzano verso la primavera, e un piccolo preludio ai grandi festeggiamenti che verranno celebrati a Laives nel corso dell’estate.
“Una sorta di grande prova generale per il ciclo di eventi che stiamo organizzando per la bella stagione, denominato proprio ‘Pazza estate’ – spiega il direttore dell’ufficio Sociale e cultura, Paolo Brunini – si tratta di un esordio sotto molti punti di vista: perché è la prima volta che organizziamo una kermesse del genere, ma soprattutto perché ‘A ferro e fuoco’ sarà un evento capace di coinvolgere contemporaneamente tutte e tre le realtà che compongono il comune, unendo dunque Laives, Pineta e San Giacomo in un unico luogo per festeggiare assieme”.
Dalle 11 del mattino dunque, verrà proposta un’ampia e variegata offerta culinaria, fra l’altro a prezzi alla portata di tutti, e il programma di contorno sarà in grado di soddisfare ogni esigenza: si partirà già al mattino con i concerti, e dunque le esibizioni di Brigida, del dj Ivan, poi i “Cinnamon Rolls” e in serata il deejay Alessio B. Nel primo pomeriggio per i bambini non mancheranno gli spettacolo di burattini, e poi tanta animazione con i clown dell’associazione Sos smile (di cui parliamo nella storia di copertina nelle pagine 4 e 5), con le incursioni dell’artista di strada Francis Forlan, con i giochi dell’associazione genitori bambini Elki, e dopo le ore 21 ci sarà uno spettacolo di mangiafuoco con una vera professionista; grazie all’Arco club Laives si potrà provare a scagliare delle frecce, con l’associazione di Capoeira “Energia pura” si potranno provare le mosse di questa scenografica arte marziale e dare una mano ai Paesi più poveri allo stand della bottega Altromercato.
“È tutto pronto – conclude Paolo Brunini – non ci resta che sperare nel bel tempo e nella risposta della cittadinanza: questa prima festa è un’ottima occasione per rilanciare l’economia locale, ma anche l’immagine di Laives”.
Autore: Luca Masiello
Quando arrivò la strada ferrata
A metà del XIX secolo, la costruzione di nuove linee ferroviarie occupò la maggior parte dei governi europei. Perfino nei lontani Stati Uniti il cavallo di ferro era assurto a protagonista della conquista dei vasti territori del selvaggio West. Due binari di ferro avevano risolto un problema atavico dell’umanità: ora spostarsi comodamente e in tempi rapidi era cosa alla portata di tutti.
Anche in Tirolo e nelle altre province dell’impero asburgico fervevano i lavori. L’intento era quello di costruire una fitta rete di collegamenti tra Trieste e Verona, Milano e Como, Verona, Trento e Bolzano fino a Innsbruck. Ovviamente i governi non avevano in mente soltanto la comodità dei cittadini ma anche le loro esigenze militari. La velocità, anche in questo campo, si era impadronita del genere umano e, a quanto pare, non l’avrebbe più abbandonato.
Sulla “Bozner Zeitung” del 19 aprile 1856 apparve in prima pagina un articolo dal titolo “Die lombardisch-venetianischen Staatseisenbahnen” (Le ferrovie statali del regno Lombardo-Veneto – parte dell’impero fino al 1859) in cui si annunciò la costruzione di nuove linee per 355 km. Inoltre, era in programma la costruzione di una linea tra Verona, Bolzano e Innsbruck.
L’idea della cosiddetta linea del Brennero risaliva a qualche decennio prima.Nel 1836 era stato pianificato il collegamento tra Kufstein, Innsbruck, il Brennero e Bolzano. Nel 1858 fu inaugurato il tratto tra Kufstein e Innsbruck, nel 1859 quello tra Trento e Verona. Tra Trento e Bolzano i binari furono posati l’anno successivo e la linea fu inaugurata il 16 maggio 1859. La valle dell’Adige era quindi percorribile da Verona a Bolzano. Poi, con la costruzione del ponte di Cardano, venne finalmente completata l’opera e il 25 luglio 1867 un treno percorse per la prima volta l’intera distanza tra Innsbruck e Bolzano.Il 23 agosto partì da Bolzano l’ultima diligenza per Innsbruck. Pochi anni dopo, anche il trasporto fluviale sull’Adige cessò la sua attività secolare. Nel 1866 il Veneto passò all’Italia e il punto finale della Südbahnasburgica divenne Ala.
Per la costruzione della linea tra Bolzano e Trento fu necessario espropriare diversi terreni. La stessa “Bozner Zeitung”pubblicò l’elenco completo dei proprietari interessati dal provvedimento. Per quanto riguardava il territorio di Laives, il primo nome del lungo elenco è quello dello stesso comune, rappresentato dal Gemeindevorsteher (sindaco) Franz Gerber, cui veniva espropriata la cosiddetta Stierwiese, il campo del toro. Facile immaginare chi in precedenza pascolasse su quel prato. A Johann Pattis e sua moglie Barbara Gottardi venne espropriato un campo denominato Fuchserau, evidentemente collegato all’antico maso Fuchser. Sempre nella Fuchserau dovettero cedere i loro terreni Peter Franko e Dominik Komper, oltre a Franz von Ferrari di Bronzolo. Peter Pfeifer cedette un terreno paludoso e Josef Pircherdel maso Goldegger un terreno nei pressi del Landgraben. Johann Gerber del “Thurmer” cedette la Burgerwiese (di maso Burger), Franz Gerber la Flascherwiese del maso Flascher. Furono espropriati anche Anton Franzelin, noto oste del Casagrande, e ancora Franz Gerber di un campo in località Raut (oggi Curti). Josef Pircher dovette cedere anche la Aspmaierwiese, Peter Zeole Johann Grumerla Giesenwiese. Anche alcuni nobili furono espropriati, tra cui Ludwig von Biegeleben, i von Malfer di Ora, Karl von Zallinger di Bolzano, Guidobald von Thun. A Teresa Kurzl, erede di un’agiata famiglia del luogo, fu espropriato un terreno detto Weisshaus dell’omonimo maso.
Così l’antica linea postale Innsbruck – Roma – Napoli, introdotta da Johann Taxis nel 1489, divenne soltanto un ricordo per i nostalgici dei bei tempi andati.
Autore: Reinhard Christanell
Focus sull’arte “preziosa” del meranese Konrad Laimer
Agli occhi di Konrad Laimer l’arco alpino è uno scrigno prezioso, capace di offrire gemme e pietre dure di pregio, gli alberi del bosco offrono venature fantasiose, le corna di cervo, tagliate e sbiancate, hanno il fascino dell’avorio ma il cervo le perde annualmente e basta raccoglierle nel bosco. L’arco alpino quindi come fonte di ispirazione poetica e creativa per dar vita a monili d’oro o d’argento.
L’arco alpino vissuto come uno scrigno prezioso in cui flora, fauna e geologia offrono ispirazione ma soprattutto i materiali utili al concetto produttivo di Konrad Laimer, orafo artista che intende il gioiello come il risultato che scaturisce dal territo stesso. Il gioiello è visto come un ponte fra il soggetto e le sue radici. Il gioiello che diventa vettore per comunicare una storia millenaria poiché, la gemma incastonata, racconta di vulcani in eruzione, terremoti e glaciazioni. Così le corna, che il cervo perde ogni inverno, le fette di mela, il marmo di Lasa, il cristallo della valle Aurina, la corniola delle Dolomiti, lo smeraldo della valle di Habach, la pisolite del Montebianco, la tormalina dell’Ortles, il cristallo doppia-punta della Val Tellina, il granato della Zillertal e soprattutto la nostra meranite diventano le mille occasioni per la creazione di un monile. La raffinatezza del gioiello è dunque anche conoscenza e fascinazione per la natura e indossarlo diviene quasi una sorta di sodalizio con essa.
Questi sono i concetti che sottendono all’oreficeria di Konrad Laimer, classe 1960, venostano ma residente a Merano, in attività come orafo sin dal 1976.
In gioventù Laimer aveva svolto il proprio alunnato presso uno dei nomi più importanti dell’oreficeria meranese Walther Erkert, aveva frequentato la scuola di oreficeria a Bolzano e l’Accademia estiva di oreficeria a scultura di Salisburgo diventando poi per un biennio l’assistente del professor Neele. Nel 1987 Laimer aveva aperto il proprio laboratorio orafo iniziando fin da subito a lavorare per “collezioni tematiche” che, di volta in volta diverse, si componevano tanto di gioielli che di oggetti scultorei, che di grafiche e schizzi. Con le sue istallazioni e opere multimediali ha partecipato anche a mostre a Düsseldorf, Berlino e Milano.
L’idea o meglio l’intuizione della “ricchezza e del valore del territorio alpino” lo ha sviluppato via via approfondendo la propria ricerca e portandola alla maturazione che oggi gli consente di esserne foriero in Italia e all’estero. L’attaccamento al territorio infatti non ha però impedito a Laimer di sfondare i confini altoatesini portando il suo know how negli Stati Uniti nelle vesti del docente ospite per insegnare a molti giovani a conoscere la propria terra e le possibilità da essa offerte.
Inseguendo la via dell’ambra ha iniziato una sinergia ormai decennale -e che a tutt’oggi continua- con la scuola orafa di Kaliningrad e con quella di Mosca, portando suggestioni del mondo alpino e ricevendo ispirazione dagli Urali. La sua idea di “gioiello del territorio” è sbarcata anche alla “Milano Jewelry week” dove Laimer non solo ha esposto ma ha tenuto anche conferenze e un workshop presso la Scuola di oreficeria Galdus.
Autrice: Rosanna Pruccoli
Un informatico a Zurigo
Alberto Masera è un bolzanino classe 2000 con una grande passione per l’informatica e per l’atletica. Dopo essersi laureato in Computer Science alla Libera Università di Bolzano, sta svolgendo un master in Svizzera. Oggi grazie alla sua esperienza andremo a scoprire assieme la città di Zurigo e conoscere la vita di un bolzanino all’estero.
Ciao Alberto, come sei finito a Zurigo?
Dopo aver passato tutta la mia vita a Bolzano ho deciso di provare a vedere se si potesse continuare l’esperienza universitaria attraverso un master all’estero, aggiungendo anche un po’ di economia al mio percorso di studi informatico. Ho deciso di partire perché volevo andare via di casa, fare un’esperienza diversa da quello che è il quotidiano qua a Bolzano. A Zurigo ci ero già stato come turista e mio fratello si è trasferito là a vivere con la sua famiglia. Zurigo è una città molto internazionale, dove comunque si parla il tedesco, una lingua a me già nota. Come turista non è una città che offre molto, ma come città in cui vivere è bellissima; la qualità di vita è molto alta e ci sono servizi di trasporto eccellenti (mi ero portato la bici da Bolzano per i brevi spostamenti cittadini, ma mi sono trovato da subito così bene con i bus e i tram che non l’ho quasi mai usata). I mezzi funzionano bene, sono comodi, puliti e puntuali.
Cosa ti manca di più di Bolzano?
Sicuramente le amicizie, le compagnie e la famiglia. Però la poca distanza da Bolzano (4 ore di macchina) mi permette di passare tranquillamente un week-end a casa. Ma la cosa che mi manca di più di tutte è vedere il Rosengarten al tramonto e in generale tutti i panorami mozzafiato altoatesini.
All’Italia cosa manca?
Potrei dire tante cose, ma credo manchi soprattutto l’apertura verso le altre persone, verso l’estero e le loro culture.Zurigo ti permette di crescere anche a livello culturale, è una città internazionale, ci sono moltissimi residenti stranieri e solo nel mio corso un buon 70-80 % degli studenti è di origine straniera.
Una cosa che lì è normale è che quando entri in un bar o quando fai una passeggiata, senti persone parlare in tantissime lingue diverse, nessuno viene guardato male, sembra quasi che ognuno pensi a sé stesso senza giudicare o “pre-giudicare” nessuno.
A livello sportivo come ti stai trovando?
Benissimo! A livello sportivo è un sogno vivere in Svizzera: ho la fortuna di allenarmi in una società molto ben organizzata e con un livello molto più alto di quello delle società di atletica bolzanine. Ci sono cinque allenamenti a settimana, che vengono già programmati settimanalmente e c’è la possibilità di fare una seduta di fisioterapia a settimana. Abbiamo sette allenatori fissi più diversi aiutanti, ognuno specializzato in diverse discipline che sono molto bravi e preparati.
In Alto Adige mi trovavo già molto bene, ma la qualità tecnica e la preparazione che hanno gli allenatori in Svizzera è un altro mondo. Lo stato investe molto nello sport e si vede: le strutture d’allenamento sono molto all’avanguardia e ti permettono di allenarti con qualsiasi meteo possibile: ci sono piste outdoor, indoor, palestre e molto altro.
Quali sono i tuoi obiettivi futuri?
Finire il master e trovare lavoro in Svizzera. Sto pensando anche di fare un dottorato, però preferirei prima vivere un’esperienza lavorativa, mi piacerebbe fare ricerche per qualcosa di innovativo che potrebbe servire all’umanità, magari in una start-up o aiutando un progetto già esistente, una realtà che potrebbe aiutare più persone avendo grossi finanziamenti. Una cosa molto bella della Svizzera è che è molto più facile trovare lavoro, soprattutto nell’ambito informatico; hai tante opportunità ed è molto facile conoscere persone che hanno aziende e che hanno bisogno di collaboratori e di persone che hanno idee innovative.
Autore: Niccolò Dametto COOLtour
ANPI: la Resistenza non passa mai di moda
Guido Margheri, presidente di ANPI, ci conduce all’interno dell’associazione e lungo la sua storia di Resistenza e lavoro per il futuro.
Quando nasce ANPI?
ANPI nasce subito dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie ai partigiani che ritennero la loro testimonianza e il loro impegno necessari per portare avanti in modo organizzato i valori che secondo loro avrebbero dovuto essere fondanti della nuova realtà nazionale che stava nascendo. Dal 2006, con l’apertura dell’associazione a nuove generazioni di antifascisti, ANPI si apre anche a nuovi impegni: non solo progetti di memoria, ma anche la formazione di una nuova Resistenza adatta alle nuove epoche storiche e l’appoggio dei movimenti che si impegnano per l’attuazione dei valori fondamentali come la lotta al razzismo e alle discriminazioni.
Quali sono gli obiettivi di ANPI?
Un obiettivo è quello di riuscire a creare e mantenere la coscienza per cui non si può discriminare — per genere, presunta razza, orientamento sessuale ecc. — e ricordarsi che essa è la base di una società civile. L’altro grande valore è quello della pace: non rassegnarsi all’idea che la guerra sostituisca il dialogo, serve che la politica diventi quotidiana nelle nostre teste e non soltanto nelle nostre vite. Sono dei valori non negoziabili che non posso-no dipendere da maggioranze e minoranze perché sono l’essenza stessa della civiltà.
L’associazione si occupa solo di antifascismo?
No, ANPI cerca di essere una cerniera tra le spinte di movimenti — anche lontani tra loro e da ANPI stessa — e le problematiche odierne come con i ragazzi di Fridays For Future. C’è la volontà di sottolineare i grandi problemi impattanti il presente e il futuro. La crisi della democrazia nasce anche quando le istituzioni ignorano le grandi problematiche attuali.
Come si può definire la Resistenza? E perchè è così importante?
La Resistenza non è solo l’opporsi a qualcosa, è una tensione verso la costruzione di progetti positivi e quindi l’essere antifascista oggi significa questo: avere un progetto di una società più libera e democratica.
Mi viene in mente una citazione di Vittorio Foa che descrive bene l’importanza di questo progetto quando rispose al senatore e storico fascista Pisanò: “Se avesse vinto lei io sarei ancora in prigione. Avendo vinto io, lei è senatore della Repubblica e parla qui con me”.
Per questo 25 aprile ci sono iniziative?
Quest’anno c’è la volontà di mettere in atto un’azione più forte attraverso varie iniziative per ribadire che la Liberazione che si festeggia il 25 aprile non è solo un ricordo, ma è il cuore dell’oggi e del domani, è un patrimonio che deve vivere e che deve condizionare il mondo presente e futuro.
Autrice: Anna Michelazzi COOLtour