Controfiletto alla cipolla con patate arrostite

Ingredienti

Preparazione: circa 50 minuti, per 4 persone

Salsa alla cipolla
400 g cipolla
40 ml olio di semi di girasole
sale
1 c paprica in polvere
½ C concentrato di pomodoro
125 ml vino rosso
250 ml brodo di carne o acqua


Controfiletto alla cipolla
4 controfiletto da 150 g ciascuno
Sale
Pepe appena macinato
40 ml olio di semi di girasole


Patate arrostite
800 g patate non farinose
1 cipolla piccola, tagliataa dadini
Olio di semi di girasole
Sale
1 c burro
1 C prezzemolo, tagliatofinemente

Altro
200 g cimette di broccoli, lessate
50 g cipolla tagliata ad anelli e fritti

Preparazione

Per la salsa alla cipolla: pelare la cipolla e tagliarla a fettine.
Arrostire nell’olio fino a ottenere una doratura uniforme (circa 15 minuti).
Eliminare l’olio in eccesso. Aggiungere il sale, la paprica in polvere e il concentrato di pomodoro e sfumare con il vino rosso. Versare un po’ brodo di carne e far ridurre il liquido per 10 minuti.
Per il controfiletto alla cipolla: condire la carne con sale e pepe e arrostirla nell’olio per circa 4 minuti, finché non sarà di un bel colore rosa.
Togliere dalla padella e tenere in un luogo caldo.
Eliminare l’olio in eccesso e versare sul fondo di cottura la salsa alla cipolla.
Ridurre la salsa.
Per le patate arrostite: Lavare le patate e lessarle con la buccia in acqua salata per circa 40 minuti.
Farle raffreddare, pelarle e tagliarle a fette.
Arrostire nell’olio con i dadini di cipolla per circa 5 minuti. Salare, aggiungere il burro e cospargere di prezzemolo.
In fine passare la carne brevemente nella salsa.
Disporre le patate arrosto e i broccoli sui piatti. Adagiarvi la carne con la salsa e servire guarnita con gli anelli di cipolla fritti.

Ricetta del libro Athesia:
I classici delle Dolomiti – Le ricette più famose da preparare
ISBN: 978-88-6839-734-0

QUANDO IL NUOTO DÀ SPETTACOLO

Il Cool Swim Meeting ha vissuto un’edizione da record: da venerdì 20 a domenica 22 giugno, il Lido di Merano ha ospitato per la nona volta la manifestazione simbolo del nuoto altoatesino, con quasi un migliaio di atleti iscritti, la presenza di campioni della Nazionale italiana e tre dirette TV su Rai Sport. Ecco alcuni momenti negli scatti di deepbluemediaphoto.

La lettera di San Vigilio e l’evangelizzazione

Il Cristianesimo impiegò molti secoli per “conquistare” l’Occidente e, in particolare, la valle dell’Adige. I cittadini romani di questa regione erano fedelissimi alle loro divinità ancestrali, tra le quali spiccava sicuramente Saturno. Per nessun motivo al mondo erano disposti ad abbracciare la dottrina del predicatore orientale che stava facendo breccia in Egitto e in Turchia, in Siria e in Palestina, ma molto meno in Gallia, in Germania e in Italia.

Nel 313, l’Editto di Milano autorizzò la pratica della religione cristiana nell’Impero; nel 380, con l’Editto di Tessalonica, essa diventò religione ufficiale dello Stato. I primi patriarchi siedono a Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Da queste città e da alcuni “missionari” parte quella grande impresa che, nel giro di pochi secoli, convertirà al Cristianesimo l’intero mondo occidentale.

Per quanto riguarda il nostro territorio, la sede della diocesi era a Trento, a sua volta suffraganea della sede metropolitana di Milano. A contrastare il dominio trentino sorse poi la sede vescovile di Sabiona. Nasce in questo contesto la “competizione” tra le due diocesi, che durerà per molti secoli. Alcuni comuni e parrocchie di confine come Laives, Bronzolo e Salorno furono ambiti da Bressanone; Caldaro, Appiano e Termeno, invece, restarono fedeli a Trento.

Le parrocchie rurali (Urpfarren) sorsero lentamente sul territorio e cercarono  di legittimarsi con documenti spesso retrodatati. Il più noto di questi è la Lettera di San Vigilio, o Epistola beati Vigilii episcopi ad Calderenses. Il contenuto della “lettera” (in realtà una raccolta di documenti) riguarda  il viaggio missionario del vescovo Vigilio, insediato nel 385 e morto nel 403, la lotta al paganesimo, la fondazione di una chiesa a Caldaro, l’istituzione di una Urpfarre con nomina di un sacerdote, l’attribuzione di un territorio e di diritti, la sottomissione della comunità a Trento e l’ammonizione a non ricadere nei riti pagani.

La lettera viene attribuita a Vigilio, effettivamente il protagonista  dell’evangelizzazione della Bassa Atesina. In realtà, il testo risale a un’epoca  tra l’XI e il XIII secolo, e raccoglie notizie trasmesse oralmente e  anche in parte inventate. Che l’opera di cristianizzazione di Vigilio non sia stata semplice è un dato di fatto. Alcuni suoi confratelli vennero massacrati, e lo stesso Vigilio morì lapidato dai pagani dopo aver gettato nel fiume Sarca una statua di Saturno. Egli fondò numerose chiese in Oltradige e Bassa Atesina. Scrive dunque la lettera, per bocca di Vigilio o di chi ne raccolse le memorie: “In loco qui dicitur Caldarium, idolatria reperta est”,  a riprova del fatto che nel IV secolo la Bassa Atesina era ancora completamente pagana. In quel luogo di idolatri fece costruire una “ecclesia in honore sanctae Mariae” e “presbyterum ordinavi qui plebem doceret et divina celebraret”. Questo sacerdote si insediò al posto dei vecchi sacerdoti pagani affinché “nullus auderet ritu gentilium sacrificare”, cioè nessuno ardisse più sacrificare secondo i riti dei pagani.

Quello che avvenne a Caldaro avvenne anche in altri comuni. Ne è prova la dedizione storica di molte comunità al vescovo di Trento, come Laives, Bronzolo, Ora, Egna e Salorno. Un’ultima annotazione della lettera merita attenzione, quando si legge: “Sit haec parochia sub potestate episcopi Tridentini”, cioè: rimanga questa parrocchia per sempre sotto l’autorità del vescovo di Trento. Questo legame venne di fatto mantenuto fino quasi ai giorno nostri grazie alla donazione dell’intero territorio della Bassa Atesina al vescovo Udalrico II da parte dell’imperatore Corrado II nel 1027.

Autore: Reinhard Christanell

L’agricoltura biologica ante litteram 

Il Novecento può considerarsi il secolo della ricerca e della sperimentazione agricola. Donne come Lady Eve Balfour o Olivia Rossetti Agresti avevano cambiato il concetto stesso di agricoltura e di prodotto della terra, con azioni pionieristiche di grande importanza che restarono nella storia.

“Un suolo sano è il fondamento di tutta l’agricoltura”. Concentrandosi sulla vita del suolo, le pratiche biologiche creano agroecosistemi equilibrati a beneficio sia degli agricoltori che dell’ambiente, così la pensava Lady Eve Balfour, un’agricoltrice visionaria, educatrice e sostenitrice dell’agricoltura biologica che ha trasformato gli atteggiamenti nei confronti dell’agricoltura sostenibile. Acquistato Haughley Green Farm, una fattoria abbandonata di 93 acri nel Suffolk, in Inghilterra, nel 1939, e vi condusse i primi confronti scientifici a lungo termine tra agricoltura biologica e chimica. La sua ricerca rivoluzionaria dimostrò che i metodi biologici possono eguagliare le rese convenzionali, migliorando al contempo la fertilità del suolo e il valore nutrizionale degli alimenti. Balfour documentò le sue scoperte nel suo influente libro “The Living Soil”, pubblicato nel 1943. La sua ricerca ha dimostrato i benefici ambientali ed economici delle pratiche biologiche ed è diventata una delle principali sostenitrici dell’agricoltura sostenibile. Il libro scatenò un vero e proprio movimento presentando l’agricoltura biologica non solo come una filosofia astratta, ma come un sistema agricolo praticabile e produttivo fondato sulla scienza. Fondò The Soil Association, con la quale guidò l’adozione delle pratiche biologiche. Grazie alla sua instancabile difesa, fu considerata la madre del movimento biologico. Mary de Rachewiltz fu fra gli iscritti alla British Soil Association e ne applicò a Brunnenburg i principi. Lady Balfour stessa visitò e soggiornò a Brunnenburg. 

Mary de Rachewiltz aveva infatti deciso – fin dalla metà degli anni Quaranta – che fra le mura di Brunnenburg avrebbe portato avanti le istanze apprese ai corsi sul metodo colturale di Giulio del Pelo Pardi presso la Federazione Nazionale dei dottori in scienze agrarie, l’agricoltura biologica di Lady Balfour, gli studi di Ronald Duncan e l’esperienza con gli aceri da zucchero fatta da Helen e Scott Nearing. Helen era cresciuta in una famiglia teosofista e fu vegetariana per tutta la vita.

Nel 1934, la coppia lasciò New York per Winhall, in Vermont, dove acquistarono un grande tratto di foresta per 2200 dollari e una fattoria di medie dimensioni per 2500 dollari. Desideravano vivere una vita più “significativa”, migliorare la loro salute e distanziarsi dalla società moderna.Nel loro podere condussero un’esistenza in gran parte ascetica e autosufficiente, coltivando gran parte del loro cibo e costruendo nove edifici in pietra in due decenni. Si guadagnavano da vivere producendo sciroppo e zucchero d’acero dagli alberi del loro terreno e attraverso occasionali conferenze a pagamento di Scott Nearing. 

Mary si interessò agli scritti di Olivia Rossetti Agresti, co-fondatrice della Fao, su come combattere la fame nel mondo aggiornandosi sulle sperimentazioni Fao ed entrò a far parte della Soil Association di Lady Eve Balfour,. Mary piantò a Brunnenburg aceri da zucchero e si adoperò affinché questi alberi di grande bellezza e di utilità per l’alimentazione umana, venissero piantati in via sperimentale in Alto Adige e in altre parti d’Italia. In un tempo in cui il mais dolce veniva utilizzato esclusivamente come mangime per gli animali, Mary portava in tavola le pannocchie utilizzandole come un cibo altamente nutriente e dal sapore delizioso.
La vita agricola Mary l’aveva vissuta fin da piccola a Gsis al maso Sama dove era cresciuta, nella sua adolescenza all’esperienza pusterese si era unita quella sul Mugello nella residenza estiva del collegio La Quite di Firenze che Mary frequentò. 
Furono i metodi improntati alla sostenibilità e all’autosufficienza, come l’allora nascente agricoltura biologica, organica e rigenerativa esposte nelle riviste inglesi come “The Farmer”, tedesche come “Organischer Landbau” e italiane come “L’Agricoltura” a colpire gli interessi di Mary informata anche sulle ricerche che in campo alimentare compiva la Fao. Gli aceri da zucchero ne furono un esempio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un libro dedicato ai “corridoi”, umanitari ma non solo

Nei giorni scorsi per la casa editrice EMI è uscito un libro intitolato “L’altra strada: i corridoi umanitari, universitari, lavorativi”. Il volume – a cura di Oliviero Forti e del vicedirettotore di Caritas Italiana Paolo Valente, meranese – è una bussola nel mare agitato della mobilità umana contemporanea. Raccoglie analisi, numeri, racconti e voci, tracciando con chiarezza la traiettoria di una “altra strada” percorribile: quella dei corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Del libro ne abbiamo parlato con Paolo Valente, collega giornalista e nostro collaboratore da anni per la rubrica “Senza Confini”. 

Come è nato questo libro e qual è il suo scopo?

Papa Benedetto disse che quelle della Caritas devono essere delle opere “parlanti”. Il libro vuole essere uno strumento in più per dare al progetto dei Corridoi la possibilità di trasmettere il suo messaggio.

Le cronache schizofreniche di questa epoca ci parlano di calo delle nascite in Europa e necessità di importante manodopera, a tutti i livelli, per mantenere livelli di produttività e stato sociale. Allo stesso tempo però molta parte della politica identifica lo straniero e l’immigrato in particolare come uno dei principali problemi sociali da cui difendersi. In che misura il libro “L’altra strada, i corridoi umanitari, universitari, lavorativi” può indicare una via per tornare ad una razionalità nell’approccio alle dinamiche dell’immigrazione, in grado di tenere conto anche della solidarietà, fino a prova contraria elemento costitutivo delle nostre democrazie?

Il libro racconta storie e racconta il loro contesto. Un contesto fatto di idee e di forti convinzioni, come quella di dover lavorare per il bene comune e non solo per l’interesse di pochi privilegiati. Papa Francesco ci ha chiesto di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone. I corridoi umanitari sono un’“opera-segno”, ovvero un progetto che da solo non risolve tutti i problemi, ma indica una strada. Nel nostro caso “l’altra strada”, come dice il titolo. Cioè non la strada della mercificazione e della morte delle persone, dei viaggi disperati attraverso il deserto e il Mediterraneo, ma la strada della vita.

Come sono state raccolte le storie presenti nel libro?

Il libro racconta da un lato le vicende di persone che sono arrivate in Italia (a Ragusa, a Firenze e a Milano) attraverso i corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Sono anche le storie della comunità che ha accolto. E che si è lasciata interrogare e trasformare da questa esperienza. 

“Integrare” deriva da “integro”, cioè “intero”. Esprime la consapevolezza che le nostre società, le nostre comunità non sono mai intere, complete. Non bastano a se stesse. Manca sempre un pezzo. Questo pezzo sono i bambini che nascono, le persone in difficoltà che trovano il loro spazio, le persone migranti che bussano alla porta e, in buona parte, contribuiscono al benessere di tutti.

Qual è l’attuale contesto normativo e politico europeo che riguarda i “corridoi”? Nel libro viene spiegato?

L’Unione Europea riconosce la validità dello strumento del corridoio umanitario. In particolare, promuove percorsi per le persone bisognose di protezione legati allo studio o al lavoro attraverso il finanziamento di appositi progetti. Tuttavia, data la sensibilità (e le strumentalizzazioni) del tema, molto è demandato alla buona volontà dei singoli Stati membri e resta forte la spinta a difendere i confini piuttosto che a guardare oltre.

Qual è il meccanismo con cui Caritas Italiana si relaziona con le altre sedi nazionali nel mondo per portare promuovere la “strada dei corridoi”?   

Caritas Italiana opera all’interno della rete Caritas globale, composta da 162 membri nazionali, coordinati da Caritas Internationalis. Vuol dire che in quasi tutti i Paesi del mondo c’è una Caritas con la quale siamo in contatto diretto. Questo è essenziale per lo scambio di informazioni, per l’attuazione di progetti comuni, per gli interventi in caso di emergenze (purtroppo molte, ultimamente). Anche per i corridoi hanno grande valore queste relazioni. La prima parte del percorso avviene infatti nei Paesi di prima accoglienza. È lì che i nostri operatori incontrano le persone, verificano le situazioni più adatte al progetto e cercano di superare, con l’aiuto dei colleghi del luogo, le barriere burocratiche. Il corridoio umanitario presuppone l’esistenza di una solida rete sia all’estero che in Italia. Per questo quelle che raccontiamo non sono solo storie di singole persone, ma storie di comunità e società che si sono attivate.

Autore: Luca Sticcotti

10 foto e una poesia per Elisabeth Hölzl

Elisabeth Hölzl ha fatto nuovamente centro. La sua nuova mostra, visitabile gratuitamente all’Accademia di Merano è intitolata “Abitare la vita” ed è dedicata alla poetessa Mary de Rachewiltz nel suo centenario. 

La mostra all’Accademia si interfaccia con quella a Palais Mamming che cerca di dare un ritratto biografico-letterario della poetessa, della sua opera e dei rapporti intellettuali che ella intessette nel fluire dei lustri. L’esposizione ideata da Elisabeth Hölzl coglie, con la sensibilità poetica che contraddistingue questa affermata fotografa, un aspetto più intimo della poetessa quello del suo quotidiano, colto fra le sue stanze nel castello di Brunnenburg.

Sono infatti esposte dieci fotografie scattate nel corso del 2015 nella casa di Mary a  Brunnenburg. Durante le ripetute visite di Elisabeth Hölzl a Mary,  ha vissuto la poetessa nel suo appartamento traendone una sorta di biografia intima. I suoi scatti colgono gli scaffali colmi di libri. Le vecchie e preziose edizioni amorevolmente avvolte in pergamena, alcuni scaffali coperti da tende per proteggerli dalla polvere e dalla luce del sole contengono opere e inediti. Fotografie incorniciate, dipinti e sculture, rappresentano i ricordi di una vita ricordi e i cimeli dei genitori. Tutto è animato, cambia da un punto di vista all’altro. Le carte giacciono sul tavolo e a volte si mescolano, mentre la corrispondenza aspetta di essere spedita. Ogni ricordo è tangibile e a portata di mano attraverso un oggetto. La sua stessa scrittura è presente, il computer è in funzione. L’appartamento di Mary non è un archivio, ma uno spazio vissuto attraversato dalla storia, dalle parole delle tante traduzioni e delle innumerevoli poesie. Aglio occhi di un estraneo nulla pare organizzato ma sembra seguire un voce interna un fluire nascosto all’estraneo. I tanti oggetti appesi e appoggiati raccontano il pensiero, la scrittura, l’appartenenza, il linguaggio come stile di vita.

Elisabeth ha cercato di catturare il dialogo che nel corso della giornata avviene tra gli oggetti e la luce che, vagante, cade da diverse angolazioni, illuminando costantemente oggetti diversi e portandoli al centro dell’attenzione di chi osserva. È un ritratto di Maria fatto di immagini e colpi d occhio, lanciati nei suoi spazi abitativi privati, con il loro ordine costituito da più strati, così come appare una vita vissuta appieno, con passione, dedizione e creatività. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le nuove leve delle bocce si preparano per i “nazionali”

Ai primi di giugno alcuni giovani di atleti della Bocciofila Bolzano sono stati in visita in provincia di Vicenza dall’istrutture Umberto Campagnolo, che li seguirà nella preparazione in vista della loro partecipazione ai Campionati italiani juniores, in programma nel prossimo mese di settembre. 

Nel 2018, la Federazione Italiana Bocce ha lanciato il progetto “Bocciando si impara”, per promuovere la conoscenza dello sport delle bocce anche tra le fasce dei più piccoli, facendo leva su un’offerta formativa scolastica variegata, multifunzionale e pienamente inclusiva, con la finalità di formare cittadini consapevoli e responsabili. In questo modo lo sport diventa veicolo di messaggi positivi d’inclusione scolastica e sociale e moltiplicatore di buone pratiche volte alla condivisione e allo stare insieme sinergico e collaborativo, incentrato sul confronto e sul dialogo. 

La Bocciofila Bolzano, forte del fatto di avere a disposizione una struttura all’avanguardia come il Bocciodromo Cittadino di Viale Trieste e di avere tra le sue fila “volontari” dotati di grande esperienza, ha subito fatto suo il progetto, coinvolgendo inizialmente gli scolari delle scuole elementari e medie e successivamente anche gli alunni degli istituti superiori presenti sul territorio. 

Il progetto a Bolzano, nei primi anni dalla nascita, nonostante sia stato benevolmente accolto da alunni ed insegnanti, non ha però ottenuto gli effetti desiderati. I giovani infatti hanno praticato lo sport delle bocce durante le ore scolastiche, ma non si sono “fermati” oltre.

Questo fino al 2024, l’anno della svolta, quando a novembre di ragazzi se ne sono fermati addirittura quattro. Dopo tanti anni dunque la Bocciofila ha potuto tornare ad annoverare tra i suoi iscritti non più soltanto Senior ma “finalmente” anche Junior.
Ed è proprio grazie ai suoi Under 18 che il Comitato Provinciale, nella persona della Delegata, Sig.ra Tatiana Menegolo, ha prontamente chiesto i cosiddetti “quorum” di partecipazione ai Campionati Italiani Juniores. In prima battuta purtroppo però la risposta è stata negativa, non concedendo posti disponibili al Comitato Provinciale di Bolzano. Ma se le speranze sono labili, sono anche le ultime a morire.

Infatti lo scorso 5 giugno è arrivata la “chiamata”, perché alcuni atleti del Comitato Provinciale di Trento hanno rinunciato alla convocazione.

Per trovare traccia di una partecipazione ai Campionati Italiani Juniores negli annali della Bocciofila, bisogna riavvolgere i nastri sino al 1994, anno in cui un “allievo” di nome Alessandro Salmaso – oggi affermatissimo Arbitro Provinciale, nonché abilissimo Direttore di Gara – partecipò ai Campionati Italiani Juniores che si svolsero a Milano.

A settembre 2025 dunque dopo circa 30 anni, a Campobasso in Molise, gli atleti della Bocciofila Bolzano torneranno a calcare palcoscenici importanti. L’estate è il periodo migliore, per allenare i ragazzi, vista la pausa negli impegni scolastici.  

Per questo la Bocciofila Bolzano ha deciso di appoggiarsi a qualcuno che conosce bene l’ambiente nazionale ma che soprattutto abbia la formazione giusta.

La scelta è caduta su Umberto Campagnolo, un ragazzo di 25 anni di Bassano del Grappa, con la passione per le bocce scoperta da bambino senza per così dire ereditarla. Campagnolo anche se giovane è ma già atleta di serie A, nonché istruttore FIB e membro esperto del Comitato Provinciale Veneto, con un focus ben centrato sul compito di portare i ragazzi e giovani sulle corsie dei bocciodromi. 

Umberto, grazie al progetto Bocciando si impara, promuovendolo nelle scuole, è riuscito a “calamitare” circa 200 giocatori che lasciano ben sperare per il futuro.

A inizio giugno Campagnolo ha accolto i giovani atleti e i membri della Bocciofila Bolzano nel Bocciodromo “Magnabosco” di Zugliano (VI), dove regolarmente allena i suoi ragazzi, per uno stage giovanile, alla fine del quale ha apprezzato le doti degli atleti altoatesini ed ha piacevolmente accolto la richiesta di diventare il loro “tutor”.

Largo ai giovani quindi affinché questa popolare disciplina sportiva trovi il suo giusto inserimento, creando validi presupposti per una sua espansione qualitativa a differenza del passato quando veniva posta ai margini dell’attività sportiva nazionale. 

Egna e i suoi tesori tra le mura degli antichi palazzi e i portici

Egna si trova tra vigneti e meleti, ai piedi dei boschi del Parco Naturale di Monte Corno, a 25 km da Bolzano e 34 da Trento. Il comune comprende le frazioni Villa, Mazzon, Laghetti e San Floriano. Egna è un borgo in cui le mura degli antichi palazzi e i portici, sono uno scenario da non perdere. L’antica città mercato, dal 2014 fa parte de “I borghi più belli d’Italia”.

L’esistenza di un insediamento nella zona dell’attuale Comune di Egna è documentata già in età romana nella nota mappa stradale risalente al III secolo d.C. denominata “Itinerarium Antonini”; l’antico documento riporta infatti una stazione militare e di posta dal nome “Endidae Mansio“, situata lungo la Via Claudia Augusta, a 23 miglia a nord di Tridentum, l’attuale Trento. Nel 1018 il luogo prese il nome di Enna e Egna nel 1170. 

Nel 1189 il paese fu devastato da un grave incendio ma vista la sua posizione geograficamente favorevole, il principe-vescovo Corrado di Beseno si adoperò affinché il centro abitato fosse immediatamente ricostruito: l’atto di fondazione del comune di Egna è così datato 13 ottobre 1189 con il nome di “Burgum novum Egne”, dal quale nel XIV secolo derivò il toponimo “Newenmarcht” e successivamente quello attuale Neumarkt. 

Dapprima il borgo sorse e si sviluppò in prossimità del Corso del fiume Adige, ma a partire dal 1222, a causa delle continue inondazioni, il principe vescovo autorizzò la costruzione di edifici più a monte. Durante il Medioevo la importanza come centro di passaggio dei traffici commerciali terrestri e fluviali crebbe notevolmente e favorì lo sviluppo urbanistico ed economico del borgo. A dare grande prosperità alla comunità fu soprattutto la concessione, nel 1309 da parte del sovrano reggente duca Ottone, del “diritto di fermo e di deposito delle merci”. 

Questo provvedimento disponeva infatti che tutte le merci in transito dovessero essere scaricate e sdoganate a Egna e che potessero proseguire verso Bolzano o Trento solamente a mezzo di trasportatori locali. Egna rimase fino al XVI secolo il porto fluviale più importante della regione; qui infatti tutto il legname proveniente dalla Val di Fiemme veniva caricato su grandi zattere per essere trasportato verso nord o verso sud.
Tra i monumenti religiosi più importanti vi è la chiesa di Nostra Signora in Villa, la chiesa dei Cappuccini dei 14 Santi ausiliatori, la Chiesa di San Michele in Mazzon e la chiesa parrocchiale di San Nicolò; quest’ultima risulta essere la più importante dell’area ed è situata nel centro storico
Costruita nel XII secolo la chiesa è però in stille tardogotico a causa dei numerosi lavori di rifacimento e ampliamento che subì. 

Fu infatti aggiunto il campanile, l’abside e le navate laterali; anche l’interno della chiesa è stato modificato nei secoli con l’aggiunta di diverse opere barocche. L’avancorpo romanico fu costruito al XII secolo e venne ristrutturato al XV secolo. La torre risale al XIII secolo. Il coro, che fu costruito dal maestro scalpellino Konrad von Neumarkt, è un esempio eccellente di architettura tardo gotica.
Sula facciata della chiesa, sopra il portale, spicca l’affresco del 1751 raffigurante San Nicolò Vescovo, mentre all’interno, ragguardevole è l’altare maggiore realizzato in stile barocco da diversi artisti in cui spicca il dipinto raffigurante la Madonna con Gesù Bambino, San Nicolò e San Gallo con ai lati due grandi statue di San Simone e Giuda, gli affreschi sull’arco di trionfo raffigurano San Cristoforo, Sant’Urbano e il beato Heinrich di Bolzano. Sono invece del Novecento le raffigurazioni della Via Crucis Molto interessanti sono anche la cappella laterale meridionale con fonte battesimale e la volta decorata da antichi affreschi. Vi sono conservate tre dipinti del fiemmese Orazio Giovanelli raffiguranti la Natività, l’ Adorazione dei Magi e l’Ultima Cena.
A Egna merita una visita anche il Museo di Cultura popolare che si trova allogato un edificio storico nel centro di Egna. La mostra permanente espone arredi e oggetti di uso quotidiano nel XIX e XX secolo. Tutti gli oggetti presenti nel museo sono stati raccolti dalla collezionista Anna Grandi Müller.
Il Museo è aperto da Pasqua a Ognissanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli