Il foulard scout di papà 

Padre adottivo e affidatario di due bambine stupende, Thomas Girotto è commercialista e presidente della Sezione Scout Cngei di Bolzano. Ama l’Alto Adige e si sente sia italiano che tedesco. Da sportivo gli piace la competizione, ma sa anche accettare le sconfitte. 

La cosa di me che mi piace di più.

L’entusiasmo che metto nel fare le cose.

Il mio principale difetto.

Fare ogni tanto il “Herr Allwissend”.

Il mio momento più felice.

Quando mi hanno messo in bracciomia figlia Anna.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Montarmi un bel televisore in camera da letto.

La mia occupazione preferita.

Occuparmi dei bambini (anche di quelli degli altri).

Il luogo dove vorrei vivere.

Dove il cellulare non prende.

Nel mio frigorifero non manca…

Il latte per la colazione.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Ho preso il coraggio di presentarmi alla ragazza che ora è mia moglie.

Dove mi vedo fra dieci anni.

A consolare le pene d’amore di mia figlia adolescente.

La prima cosa che faccio al mattino.

Consultare l’agenda degli appuntamenti.

Il superpotere che vorrei avere.

Riuscire a dormire solo 4 ore a notte.

Il mio sogno ricorrente.

Io, che pur con grande affanno, riesco a volare.

Il mio ultimo acquisto.

Una nuova fresatrice per il mio piccolo laboratorio da falegname.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo.

La vicinanza ai nonni.

Amo il mio lavoro perché…

Mi dà ogni giorno modo di conoscere gente interessante.

L’errore che non rifarei.

Praticare uno sport (il calcio), per il quale non sono assolutamenteportato.

Il mio motto.

Improvvisare, adattarsi, raggiungere lo scopo.

La massima stravaganza della mia vita.

Lo smalto sulle unghie dei piedi – cosa non si fa per i figli…

L’oggetto a cui sono più legato.

Il mio foulard scout.

Del mio aspetto non mi piace…

La panzetta del 40enne (e mia moglie continua a farmelo notare).

Il mio primo ricordo.

Io sul trattore verde a pedali all’asilo nido.

Autore: Marco Valente

Stop

I muscoli contano più del cervello. Il cervello fa risparmiare i muscoli. Stop. “Se l’ignoranza fosse un vuoto sarebbe facile riempirlo di cose, cultura, civiltà. Ma l’ignoranza è un pieno! È un muro, ed i muri si possono solo abbattere. O scavalcare”. Stop. Un privato può esporre nel BalconORTO una bandiera straniera? Il Governo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio Cerimoniale di Stato ci dice di sì, a condizione che ne rispetti il decoro. Stop. Come è possibile che il fumo degli incendi del Canada sia giunto fino a noi in Europa? Tutto merito della corrente a getto che scorre nell’alta troposfera; in Giappone, con gli incendi in Siberia, capita esattamente la stessa dinamica, lo stesso cielo lattiginoso, carico di inquinanti, anche se la distanza è di circa 4000km e non 7500. In Canada sono bruciati per ora 35mila km² di vegetazione. Stop. Dove è finito l’anticiclone delle Azzorre e perché con l’anticiclone subsahariano soffriamo così tanto il caldo? Sono due masse molto differenti, d’origini diverse; l’azzorriano è di estrazione oceanica, dunque T max gradevoli e giornate ventilate, notti fresche; il subsahariano nasce nel deserto e si porta appresso l’afa che esacerba la sofferenza fisica, con notti tropicali; inoltre presenta alti valori di geopotenziale con zero termico sopra i 5000 metri. Il surriscaldamento del pianeta sta deviando gli andamenti (cfr. Celle di Hadley, Ferrel e Polare). Stop. Più in generale ci siamo incamminati verso un nuovo clima, dai fenomeni sempre più estremi. Bisogna agire subito prima di capitolare. Stop. Il termine antropocene venne proposto ufficialmente nel 2000 dal premio Nobel per la chimica dell’atmosfera Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer in un bollettino durante un convegno IGBP; non furono i primi a coniare un termine che segnasse in modo netto l’impatto umano sulla storia naturale della Terra. Fin dall’Ottocento ci avevano già provato Stoppani (geologo), Vernadskij (geochimico), Teilhard de Chardin (paleontologo) e Andrew Revkin (biologo e giornalista scientifico). Stop. Dopo antropocene, polemicamente, sono nati i neologismi capitolocene o wasteocene. Stop. “Però a quelli in malafede sempre a caccia delle streghe, non vi sembrerò normale, ma è l’istinto che mi fa volare” l’ignoranza oggi, signori, è un vizio capitale!  Stop. Papà, papà, perché con i fondi del PNRR non stanno sistemando le tubature colabrodo dell’acqua dell’intero Paese? Perché non stanno dimorando alberi come se non ci fosse un domani contro le abominevoli estati che ci aspettano? Peraltro acqua e ossigeno non sono essenziali alla vita? Stop. In queste settimane attenzione a Cacyreus marshalli, la farfallina dei gerani, che deposita in prossimità dei boccioli minuscole uova, dalle quali nasceranno i bruchi che si ciberanno nei nostri fiori. Non usate veleni, piuttosto Bacilllus Thuringiensis. Stop. “Nera che porta via, che porta via la via, nera di malasorte che ammazza e passa oltre, acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti, acqua per fotografare per cercare i complici da maledire”. Stop. 

Autore: Donatello Vallotta

Athletic Club ‘96: un secondo posto che vale tantissimo

L’Athletic Club ‘96 Bolzano torna da Brescia con un ottimo secondo posto nella Finale Oro del Campionato Italiano maschile di Società. 

Si tratta di un piazzamento che, pur non replicando la vittoria dell’anno scorso, conferma la solidità e l’alto livello della squadra altoatesina in un contesto nazionale che si è fatto molto più competitivo. Il presidente e fondatore Bruno Telchini ha sottolineato come questa edizione sia stata segnata da un innalzamento generale del livello tecnico, ma anche da dinamiche regolamentari che hanno influenzato l’esito finale.

La prestazione dell’Athletic Club ‘96 è stata di grande valore: il club ha centrato nove podi su venti gare, con diversi atleti protagonisti assoluti. Mohamed Amin Jhinaoui, già nome di spicco nel panorama internazionale, ha dominato sia nei 3000 siepi che nei 5000 metri, offrendo una doppietta da incorniciare. Il giovane Oliver Mulas, ha conquistato un importante secondo posto nei 110m ostacoli con un nuovo record personale di 13”60, dando un segnale molto promettente anche in vista degli Assoluti e dei campionati europei Under 23 di Berlino.

Brayan Lopez si è confermato un uomo squadra: secondo nei 400 metri, ha guidato magistralmente le due staffette, in particolare la 4×400, che ha fermato il cronometro su 3’12”52, tempo valido per la qualificazione agli Assoluti. Insieme a lui, nella formazione del miglio, c’erano Michele Tricca, Abdessalam Machmach e Joao Carlos Pina Barros. Nella 4×100, invece, Lopez ha sostituito con successo l’infortunato Jacques Riparelli, affiancando Monte, Badolato e Ianes, mostrando una notevole versatilità.

Altre buone notizie sono arrivate nel getto del peso, dove Nick Ponzio ha chiuso in terza posizione con 20.28 metri, in una gara di altissimo profilo vinta da Leonardo Fabbri con 21.22m. Sempre terzi sul podio sono giunti anche Federico Lorenzo Bruno nel triplo e Hakim Elliasmine negli 800 metri.

In un contesto così competitivo, è naturale che non tutte le prove siano andate secondo le attese. Purtroppo non sono mancate alcune controprestazioni da parte di alcuni “senatori”: va però riconosciuto che l’impegno non è mai mancato. Come spesso accade nello sport, dare il massimo non garantisce sempre il risultato sperato.

Con questo nuovo podio, il sodalizio bolzanino si conferma tra le grandi realtà dell’atletica italiana. Nell’ultimo decennio, l’Athletic Club ‘96 ha conquistato il titolo nazionale quattro volte, è salito sul secondo gradino del podio in due occasioni, è arrivato una volta terzo, una quarto e una quinto. Una continuità di risultati che testimonia non solo la qualità tecnica, ma anche la solidità strutturale e la visione a lungo termine della società.

Telchini conclude – “Questo secondo posto non è un passo indietro, ma la base da cui ripartire, con rinnovato entusiasmo, per tornare sul gradino più alto del podio”.

Autore: Niccolò Dametto

Il paese di Montagna e Castel d’Enna

Montagna è un comune di 1.751 abitanti il cui toponimo è attestato come Montana nel 1215, come Montagna nel 1234 e come villa Muntagne nel 1307. Esso deriva dal latino muntanea, ossia “di monte”. Nel 1435 l’insediamento fu chiamato invece Montæny. Il paese merita di essere visitato per le strutture preistoriche e per le antiche vestigia altomedievali e medievali: Castelfeder infatti è un insediamento preistorico e romano su una collina di porfido, strategicamente importante, che costituisce una cupola spaziosa a struttura multipla. Ci sono poi: il “Castello superiore” (in tedesco Oberburg, che sorge a circa 190 metri sul fondovalle ed è situato a 405 metri sul livello del mare), la chiesa di Pinzano (Pinzon) che come altare può vantare il trittico del Maestro Hans Klocker da Bressanone,  e infine Castel d’Enna Schloss Enn. 

Infine non fa male ricordare che nella frazione comunale di Gleno risiedette Ettore Tolomei (1865-1952), il senatore nazionalista italiano massimo artefice dell’italianizzazione della toponomastica germanofona del Tirolo meridionale a seguito dell’annessione all’Italia. Egli riposa nel locale cimitero: dagli anni sessanta in poi la sua tomba venne ripetutamente fatta oggetto di atti vandalici da parte dei gruppi irredentisti locali (quali il Befreiungsausschuss Südtirol) ed è pertanto sorvegliata costantemente dalle forze dell’ordine.

Lo stemma del paese raffigura un leone d’argento e gli artigli d’oro, su sfondo azzurro: “D’azzurro, al leopardo illeonito d’argento, con le branche d’oro”. Adottato dal comune di Montagna nel 1967 esso era l’insegna dei Signori di Enn.  

Svettante sul comune di Montagna si erge dunque il magnifico Castel d’Enna. Il castello sorse attorno al XII secolo come castello-recinto, contenente verosimilmente un palazzo baronale.Costruito dalla famiglia d’Enna, venne da loro utilizzato come residenza. A causa però dell’espulsione di questa famiglia da parte del conte Mainardo II, il castello passò in mano a diversi proprietari e negli anni vennero eseguiti diversi lavori di ristrutturazione.

All’inizio del XVI secolo apparteneva a Blasius Anich, giudice distrettuale di Egna, e fu modificato su imposizione diretta dell’imperatore Massimiliano. Queste modifiche riguardavano il portone interno, la cappella, gli angoli dei fabbricanti, alcune stanze interne e le pareti dei locali (che ricevettero un rivestimento ligneo). Inoltre fu anche rifatta la sala grande, mantenutasi inalterata fino ad oggi.

Nel 1648 il Castel d’Enna venne infine venduto al veneziano Pietro Albrizzi, e nel 1880 i suoi successori si occuparono della sua totale ristrutturazione. Solamente nel 1880 l’edificio fu sottoposto ad un profondo restauro in stile neogotico, su progetto dell’architetto Otto Schmid. Questi lavori cambiarono molto l’aspetto dell’edificio, aggiungendo alcune torrette, erker, guglie, pinnacoli, abbaini, la cinta esterna e il mastio. La famiglia Zenobio Albrizzi ne è a tutt’oggi proprietaria. Il castello possiede un importante archivio storico, risalente al Quattrocento, che oggi si trova parzialmente depositato presso il Palazzo Albrizzi in Venezia. 

Il Castel d’Enna venne anche utilizzato in passato come tribunale e nelle sue segrete venivano torturati i prigionieri. I loro gemiti e i loro lamenti si sentivano fino al paese e per questo motivo vi sono alcune leggende legate a queste rovine. Per esempio si dice che nell’XI secolo tre cavalieri fossero stati imprigionati per aver ucciso con perfidia il Conte Enrico di Appiano. Vennero quindi duramente condannati ed espiarono al tempo la loro azione. Tuttavia sembra che anche dopo la morte non abbiano trovato pace perché si dice che i loro spiriti vaghino ancora nel castello in attesa della loro redenzione.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Elya Rose ci racconta come vive la musica

Laura è una cantautrice bilingue di Bolzano. La sua identità musicale nasce dall’incontro tra il cantautorato italiano degli anni 70 e 80, il jazz e il latin jazz che ha respirato in famiglia e l’influenza della musica anglosassone. Il suo nome d’arte, Elya Rose, è ispirato dai nomi delle sue nonne: Elia e Rosa.

Com’è nata la tua passione per la musica?

Ha sempre fatto parte della mia vita: intorno ai cinque anni ho fatto l’audizione per lo Zecchino d’oro. Ho sempre suonato uno strumento, dal il piffero al il flauto traverso alla chitarra e per questo ringrazio la forte tradizione musicale delle scuole tedesche: tutti i miei compagni di classe suonavano qualcosa, e così ho cominciato anch’io. Inoltre il musical è stato il mio primo grande amore, mi ha insegnato a stare sul palco e l’importanza delle emozioni nel cantato: una cosa che porto con me anche nel mio cantautorato. 

Che ruolo hanno la musica e il songwriting nella tua vita?

La musica è una costante, un’attività così naturale che non ci devo neanche pensare. Scrivo canzoni da dieci anni anche se i primi cinque li considero “un periodo di prova”. Trovo affascinante creare un mondo all’interno di un brano, e penso che scrivere e ascoltare canzoni sia la sola via per capire davvero cosa proviamo. Amo il processo di scrittura, è un processo quasi artigianale: colpi imprecisi al blocco di marmo dei miei pensieri finché non si delinea un’immagine, che va poi portata alla luce con estrema pazienza. La rima giusta, la parola giusta, l’accordo giusto…

Qual è il tuo ultimo progetto?

“The Water’s Rising”. La canzone è nata nel 2021 come una semplice nota audio, che ho poi riesumato dal dimenticatoio insieme al mio produttore, Lorenzo Campaner. Lavorandoci si è evoluta in un brano che dà voce all’ansia legata al cambiamento climatico. Con questo pezzo ho voluto denunciare la corruzione, l’indifferenza e la complicità di chi trae profitto dalla distruzione dell’ambiente, lasciandoci un futuro sempre più incerto. Musicalmente è molto diversa dal mio stile abituale: ho scelto suoni elettronici e un assolo di chitarra distorto che esprime tutta la tensione che sentivo. Questa canzone è un invito a fermarsi, a guardarsi intorno e a capire che, se non agiamo ora, rischiamo di non avere più nulla da salvare. È disponibile su YouTube e le piattaforme come Spotify e Apple Music.

Pubblicherai un album?

Al momento sto lavorando al mio primo album, incentrato sulle situazioni tragicomiche in cui ci si ritrova dopo la fine di una lunga relazione e il trasferirsi in un’altra città. Per seguire il processo creativo ci sono i miei profili Instaram e Tiktok @elyarose_music dove documento la scrittura dei brani, con tutti gli errori e le frustrazioni del caso, la creazione dell’album in studio, offro qualche sguardo dietro alle quinte dei video musicali e ovviamente faccio l’occasionale reel comico necessario per la visibilità: essere artista, ormai, vuol dire essere anche social media manager. A fine estate uscirà “To say goodbye”. Un brano fresco e solare, costruito su sonorità leggere di ukulele, con un ritmo upbeat e vibrazioni estive. Il testo racconta la fine di una relazione vista con occhi nuovi: non più come una perdita, ma come un passaggio necessario verso una nuova libertà. Tra malinconia e leggerezza, è una riflessione sul lasciar andare, ambientata tra città nuove, cieli aperti e la riscoperta di sé.

E per sentirti dal vivo?

Suonerò il 4 luglio in apertura di Puntino, cantautore Triestino in tournée, inoltre faccio busking per strada a Bolzano e Trieste (annuncio in anticipo quando e dove sui social). Infine c’è un concerto pianificato per l’uscita di To Say Goodbye, ma la location è segreta, seguitemi per restare aggiornati! 

Autrice: Anna Michelazzi

La strada dedicata a Alessandro Volta

A riconoscimento della sua grande statura nel campo della fisica, il Comune di Bolzano gli ha dedicato una delle maggiori vie della zona industriale. Chi era Alessandro Volta?
Nato a Como il 18 febbraio 1745, morto prematuramente il padre, fu lo zio, un canonico, a interessarsi dell’educazione di Alessandro, il quale rivelò presto capacità e interessi nello studio. Nel 1757 iniziò gli studi umanistici, retorici e filosofici, presso il Collegio dei Gesuiti a Como; si distinse nelle varie discipline, ma dedicò tempo anche allo studio dei fenomeni naturali. Fu attento osservatore  di tali fenomeni anche al Seminario Benzi. Finito il liceo si mise a studiare, da autodidatta, i fenomeni elettrici, sui quali nel 1769 compose il primo lavoro “De vi attractiva ignis elettrici ac phaenomenis indipendentibus”; in tale scritto tracciava un programma di ricerca teso a unificare le forze elettriche con quelle di attrazione di origine newtoniana. Il secondo lavoro, del 1771, fu “Novus simplicissimus electricorum tentaminum apparatus”, nel quale, tra l’altro, presentava una nuova macchina elettrostatica. Continuò le ricerche costruendo nel 1775 un nuovo apparecchio in grado di fornire elettricità senza bisogno di un continuo strofinio. Tale strumento, chiamato “elettroforo perpetuo” fu subito utilizzato nei laboratori europei. Dal 1778 ricoprì la cattedra di Fisica sperimentale all’Università di Pavia. Nacque così l’invenzione della pila, la “pila di Volta”, così chiamata perché formata  da dischi sovrapposti di rame e zinco, alternati a pannolini imbevuti ciascuno di acqua con acido solforico. Nel 1801 Volta illustrò la pila all’Institut de France, alla presenza dell’imperatore Napoleone I Bonaparte. Nel 1819,  ormai famoso e onorato con nomine a  prestigiose cariche, Alessandro Volta si ritirò tra Como e la casa di campagna di Camnago, dove morì il 5 marzo 1827; in suo onore Camnago divenne Camnago Volta.

Autore: Leone Sticcotti

“Io creo per me, per affrontare quello che mi accade”

Oggi vi proponiamo la cronaca dell’incontro tra una giovane bolzanina, Giulia, e Davide Gigli, un architetto che si diletta con l’arte: pittura, poesia e fotografia.

Davide Gigli mi apre il cancelletto con in mano un attrezzo da giardinaggio. Sorride, con quell’espressione disarmante che hanno solo le persone buone: quelle che tengono la porta aperta finché non è passato anche l’ultimo della fila, e lo fanno senza sbuffare, con un sincero “si figuri!”.

Mi accoglie in un giardinetto con divanetti e piante rampicanti (almeno credo, potrebbero anche essere solo molto determinate a crescere in verticale).

“Allora,” inizio, “l’artista Davide Gigli…”

“No no,” scuote la testa con vigore, “io non sono un artista.”

Do una rapida occhiata ai miei appunti: pittore, poeta, fotografo. Guardo lui. Guardo il succo che mi ha versato. Riguardo lui. Ascolto la sua storia. 

Davide nasce a Bolzano ma cresce a Torino. Lì si iscrive ad Architettura, ed è lì che comincia a produrre le sue prime opere. “All’epoca non avevo ancora la corazza che ho oggi,” mi dice. “Ero molto trasparente. Sicuramente troppo ingenuo. Sono rimasto ferito dalle cattiverie umane: le bugie, le prese in giro, la competizione spietata. Ho avuto bisogno di buttare fuori tutto questo.”

Prima le poesie, poi i quadri: una specie di diario del disagio in codice visivo.

“Iniziavo buttando colore sulla tela, come Pollock,” racconta. “Era istintivo, come tutto in gioventù. Ma già quello mi faceva stare meglio.”

“Con il tempo è arrivata la costruzione dell’opera. Ma è rimasta l’urgenza. Quella è il motore di tutto.”

Davide è autodidatta. Non cerca il realismo, né la perfezione tecnica: “A me interessa trasmettere. È per questo che non mi definisco artista. Io creo per me, per affrontare quello che mi accade. Soprattutto le cose difficili. Poi, se qualcuno si commuove vedendo i miei lavori… beh, tanto meglio. Ma quello viene dopo.”

Quando sente questa urgenza, Davide scende in cantina. È lì che ha il suo studio. “Ti mostro!” esclama con entusiasmo. 

Poso il bicchiere di succo (che nel frattempo è diventato il quarto, ma chi sta contando?) e lo seguo.

Lo studio è a pochi passi dal giardino. Una stanza compatta, densa, ordinata. A terra, un album di fotografie e uno di disegni. Sulla scrivania, una teca ad anelli mastodontica piena di poesie. Alle pareti, i suoi quadri. Mi viene in mente la camera blindata di Bellatrix Lestrange: tocchi una cosa e ne saltano fuori dieci (da Harry Potter ndr).

Guardando la teca gli chiedo quanto ci metta a scrivere una poesia.

“La poesia va presa al volo, sennò scappa,” risponde. “Dieci, quindici minuti al massimo. Poi la sistemo, ma il grosso è lì, in quell’istante.”

Prima di uscire mi confida che adesso sogna di esporre. Magari vendere qualcosa, partecipare a un concorso.

“Ma senza fretta,” aggiunge. “Tanto l’urgenza, quando arriva, mi trova sempre”.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Teatro Stabile: la cultura come un servizio

La nuova stagione del Teatro Stabile si avvicina. La campagna abbonamenti – in corso fino al 12 ottobre – sta andando benissimo, ma ci sono ancora ancora posti disponibili. Il calendario degli spettacoli che si svilupperà tra la fine del 2025 e la prima parte del 2026 sarà come sempre ricchissimo e ve lo abbiamo presentato nel dettaglio nello scorso numero del nostro giornale. Della salute del Teatro Stabile ne parliamo invece oggi con il direttore, Walter Zambaldi.

Quest’anno si sta rivelando un vero successo la campagna abbonamenti, vero?

è proprio così. Abbiamo dei numeri eccezionali per quanto riguarda i rinnovi degli abbonamenti. Su Bolzano abbiamo una base di 2000 abbonati in crescita. Sono poi 150 a Vipiteno, 110 a Brunico, 230 a Bressanone e 300 a Merano.Si tratta di cifre veramente alte rispetto ad altri territori di riferimento. A Roma dovrebbero essere 80.000 gli abbonati, in proporzione. La prospettiva è dunque quella di un tutto esaurito anche per la prossima stagione. E riuscire ad esaurire il Teatro Comunale dal giovedì alla domenica, con 13/14 spettacoli all’anno è davvero una cosa importante. 

Quali sono i motivi di questo successo?

La progettualità, il concepire il teatro come servizio pubblico, lavorare sulla grandissima qualità delle produzioni, essere appetibili dal punto di vista produttivo sia a livello nazionale che a livello locale. Occorre naturalmente promuovere una confidenza con il teatro fin dalle generazioni più giovani. Non si deve mollare una virgola sulla necessità che la gente possa accedere agli spettacoli, non elaborando una proposta troppo d’élite e nello stesso tempo però non seguendo troppo le logiche del mercato. Insomma: bisogna riuscire a fare una fotografia reale del teatro contemporaneo e produrlo essendone i fautori.  

è una medaglia con tante facce, virtuose.

Sì e poi quando per tanti anni si vendono bene gli spettacoli prodotti agli altri teatri, si ha anche la possibilità di aumentare l’attività, investendo. Noi abbiamo giustamente l’obbligo del pareggio di bilancio e riuscire a distribuire virtuosamente i nostri spettacoli sul territorio nazionale è un fattore molto importante in questo senso.  Ci sono poi continue sinergie e collaborazioni con i principali teatri d’Italia. Questo il pubblico lo sente. Sa che a Bolzano la stagione è di alto livello, tra l’altro a fronte di prezzi che non hanno pari rispetto al resto d’Italia. 

Al di là della stagione, il Teatro Stabile porta avanti tutta una serie di progetti collaterali. Quanto sono importanti per voi?

Sono fondamentali, stanno nel mondo reale e completano la nostra presenza nelle viscere della società, nel suo tessuto civile. Il nostro compito è proprio quello di lavorare con la cittadinanza. 

Il nostro compito non è solo quello di aspettare la gente in teatro, ma anche di andare da lei. Questo perché non siamo un teatro commerciale bensì progettuale. è il motivo per cui frequentiamo ad esempio le carceri e le case di riposo. Portiamo dell’aria da respirare. Collaboriamo con molte realtà per utilizzare il teatro come strumento e non come puro intrattenimento. Nelle scuole siamo diventati materiali scolastica.

Interessante è anche il vostro slogan di quest’anno che definisce il teatro “il social più antico del mondo”. Ognuno di noi può fare una riflessione personale sul proprio modo di stare al mondo…

Sì, molti pensano di stare al mondo ma magari non lo sono in realtà. L’intimità sociale che si vive nel rito collettivo è vera perché ti riguarda come essere umano, ma è anche sociale perché hai vicine delle persone che respirano insieme a te. 

Proseguono le collaborazioni con le realtà del territorio? 

Sì, la lista è infinita e ogni anno la integriamo.

Qual è l’età media del vostro pubblico?

Il pubblico giovane è in continuo aumento. Penso sia anche il frutto delle iniziative che proponiamo nella piattaforma  Officina Teatro che ogni anno raggiunge 45.000  studenti e studentesse in tutta la provincia. 

Avete un grande supporto da parte degli enti pubblici?

Sì, Provincia, Comune, Regione e Ministero. Al Ministero dobbiamo garantire quantità e qualità e il nostro lavoro viene passato al setaccio ogni giorno. Non possiamo sbagliare nulla ed è giusto così. I numeri che dobbiamo fare preservano dei requisiti che valgono sia a livello territoriale che nazionale. Dobbiamo tenere sulla tradizione e innovare nello stesso tempo. La nostra è una funzione complessa. Rispetto a un megaconcerto da 100.000 spettatori con tutto il suo forte impatto, noi di spettatori in un anno ne facciamo 250.000, ma attraverso un lento… rilascio di cultura.

Sono dosi omeopatiche? 

Sì, ma in realtà neanche tanto, visto che i nostri spettacoli in sala grande vengono visti in media da 3.000 persone. Abbiamo più spettatori noi che il Calcio Südtirol. Sono dati SIAE. Il teatro è un servizio, un antico mestiere fatto da persone che condividono sul palcoscenico delle storie con la città. è una cosa molto poetica, dalla tradizione millenaria e che non può essere persa.

Autore: Luca Sticcotti

Con la salsedine addosso

Qui Intervista a Maria Lo Russo, classe ‘75, che vive a Bolzano e coordina il centro di cultura giovanile Vintola 18 dal 1999. Pedagogista, amante del mare, dell’arte e dello sport, alterna con equilibrio il bisogno di solitudine rigenerante al piacere di condividere tempo e passione con gli affetti più cari. Crede nell’educazione come forza vitale e trasformativa. Vive con intensità, decide con coraggio, agisce con cuore.

La cosa di me che mi piace di più.

Il mio entusiasmo per la vita. 

Il mio principale difetto.                         

L’orgoglio.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei nipoti.

Da bambina sognavo di diventare…

Una hostess.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Nuotare con i delfini.

La mia occupazione preferita.

Coordinare e creare.

Il luogo dove vorrei vivere.

In riva al mare, sempre.

Il mio piatto preferito.

La pasta fatta in casa.

Non sopporto…

Invidia e superficialità.

Per un giorno mi piacerebbe essere…

Sindaco.

Nel mio frigorifero non mancano mai…

Banane e yoghurt.

Se fossi un animale sarei…

Una cagnolina gioiosa.

Sono stata orgogliosa di me quella volta che…

Quando ho attraversato lo stretto di Messina a nuoto.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In costume, con la salsedine addosso.

Tre aggettivi per definirmi.

Appassionata, ironica, testarda.

La prima cosa che faccio al mattino.

Accarezzare il cane prima di bere il caffè. 

Il mio film preferito.

Pulp fiction.

Il superpotere che vorrei avere.

Il dono dell’ubiquità, grazie.

La disgrazia più grande.

La morte prematura dei miei cugini.

Il mio ultimo acquisto.

Scarpe altissime… bellissime.

L’errore che non rifarei.

Fidarmi del silenzio di chi avrebbe dovuto parlare.

Il mio motto.

Non prendere nulla troppo sul serio. Nemmeno questo.

L’oggetto a cui sono più legata.

Un quadro di famiglia.

Del mio aspetto non mi piace…

L’alluce.

La mia maggiore paura.

Spegnermi.

Il mio primo ricordo.

Un’insegna luminosa sul tetto della mia casa.