Umberto Volante: un artista e il suo quartiere

Nel centenario della nascita di Umberto Volante, celebre artista meranese, il “Quartiere Musicisti” nel quale egli abitò e tenne il proprio atelier, intende ricordarlo con una mostra a cielo aperto. Per le vie dell’intero quartiere verranno affissi sugli appositi pannelli le gigantografie dei suoi “strappi d’affresco”, una delle numerose tecniche che lo scultore dominava e per le quali divenne famoso. In questo modo si è voluto dare valore alla sua storia umana, alla sua carriera artistica ma anche dare seguito a quel suo desiderio di avvicinare l’arte alle persone che, fin dalla fine degli anni Sessanta, l’aveva indotto a portare l’arte nelle case.

Con il sostegno di costruttori aperti come ad esempio i Calligione, Volante inizio a creare opere d’arte sulle facciate o negli ingressi dei condomini che andavano via via nascendo e trasformando in zone abitative intere aree della città. Così a partire dal 4 novembre e per 15 giorni, il quartiere sarà una galleria d’arte dando a tutti l’occasione di conoscere alcune delle opere che nel corso degli anni Volante realizzò. 

La mostra sarà inaugurata il 6 novembre alle ore 15, l’appuntamento è nell’atrio del liceo delle Scienze umane in lingua tedesca Gymme, in via Verdi 8. Saranno offerte visite guidate il 6 novembre e l’8 novembre ore 15. 

Nato a Cona, in provincia di Venezia, nel 1925, Umberto Volante si trasferì con la famiglia all’età di tre anni a Merano. 

Dopo la scuola primaria, frequentò l’Istituto statale d’arte a Ortisei, diventando maestro d’arte sotto la guida di Ludwig Moroder (Bera Ludwig). 

In questo periodo di formazione fu a stretto contatto con artisti come Augusto Murer, Bruno Visentin e Claudio Trevi. Si trasferì poi a Venezia dove frequentò e si diplomò all’Istituto d’arte, allora diretto dal prof. Giorgio Wenter Marini. Sempre a Venezia frequentò il Magistero d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida di Alberto Viani.

Nel 1948 rientrò a Merano, aprì il suo atelier e iniziò l’attività di scultore. Iniziò anche ad insegnare intaglio presso l’Istituto d’arte di Venezia dove era stato allievo. Vi insegnò fino al 1965. In questi anni egli stesso sperimentò ed approfondì tutte le tecniche plastiche, come maiolica, mosaico, bronzo, metallo sbalzato, nonché le tecniche pittoriche dell’affresco, del graffito, e le tecniche grafiche della xilografia. 

Nell’intervallo tra il 1950 e il 1956 visse nuovamente a Merano, dove frequentò l’ambiente artistico e strinse amicizia con altri artisti, come Ugo Claus, Oswald Kofler, Oskar Müller, Peter Fellin, Anton Frühauf, Emilio Dall’Oglio. Partì poi per un lungo periodo di viaggio e soggiorno in numerose città europee per poi stabilirsi definitivamente a Merano. Qui iniziò a insegnare educazione artistica presso la Scuola Media G. Segantini e continuando anche la sua attività artistica, esponendo a numerose mostre, offrendo corsi d’arte ai cittadini interessati, realizzando le opere commissionate tanto dalla città che dalla chiesa. Fu infatti chiamato a realizzare affreschi e graffiti decorativi per numerosi edifici a Merano e in altre città del Trentino Alto Adige. La sua produzione continuò inesausta fino agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

La tecnica dello strappo d’affresco, legata soprattutto al lavoro dei restauratori per mettere in salvo affreschi antichi, è stata una felice intuizione che gli ha consentito di restare scultore pur accostandosi alla pittura con grande bravura e competenza. Ciò gli permise di incontrare numerosi acquirenti e veri e propri collezionisti. Le sue opere, generalmente di media dimensione, potevano trovare spazio nei salotti e dar vita ad un fiorente mercato. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

I volti caratterizzanti di Beatrice Mattei

Colori tenui appena sfumati a dare una nota di colore ad un bianco-nero carico di patos, frasi scritte in corsivo a completare le suggestioni, queste sono le opere su matrici fotografiche dell’artista Beatrice Mattei. 

Nata a Vipiteno nel 1959 è bolzanina di adozione. Pur senza aver frequentato l’Accademia di belle arti o una Scuola d’arte, Beatrice Mattei raggiunge il fruitore con intensità e lascia il segno. Ha iniziato ad esporre fin dagli anni Ottanta e nel corso degli anni ha sviluppato la propria arte modificandola e passando dall’ astrazione alla figurazione e poi alla figurazione corredata di testi che sono citazioni, ricordi, desideri, sogni.  

Ogni opera deve essere guardata prendendosi un po’ di tempo, perché le varie parti che vanno a comporre l’insieme risaltano ai nostri occhi anche singolarmente per poi riunirsi all’insieme dando profondità alla visione e al messaggio. Sfilano così immagini di donne dai tratti rassicuranti, dolci, trasognati romantici, oppure all’opposto sguardi ammaliatori, duri, di sfida, oppure disillusi. Altre ancora con gli occhi chiusi forse per non tradire i propri sentimenti, le proprie angosce, le proprie paure. 

I colori usati da Beatrice Mattei per creare sfumature sono molto particolari, si tratta di tonalità inusuali quali le tonalità del lavanda, della salvia, del rosa pallido, del grigio polvere. Tonalità queste che riescono a donare alle raffigurazioni alterità e mistero ma anche ad infondere una magica atmosfera.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

San Martino in Passiria: Masi dello Scudo

I cosiddetti Masi dello Scudo rappresentano una particolarità e soprattutto un motivo di grande orgoglio per l’intera val Passiria. Una realtà storico-architettonico da conoscere. Come spiega Tiziano Rosani nel suo saggio pubblicato in Alto Adige Angoli da scoprire. Bolzano 2001, esteticamente abbinano le caratteristiche architettoniche del maso agricolo a quelle di una struttura con finalità marcatamente difensivo-militari. Il maso si abbina talvolta addirittura ad un mastio, le aperture di alcune finestre paiono quasi feritoie di un castello, la posizione prescelta sembra avere finalità strategiche e così di seguito.

Vi è un documento che viene comunemente ritenuto la pietra miliare di questa situazione: “Noi Enrico di Tirolo […] annunciamo agli astanti e a tutti coloro che leggeranno il presente testo che abbiamo fatto grazia a Egno de Saltus di un nostro particolare privilegio, poiché egli sarà liberato ed esentato, per tutto il corso della sua vita, dal pagamento di tasse e tributi, si tratti di tributi ordinari o straordinari, siano essi vecchi o nuovi, temporanei o altro […]. Il medesimo Egno, in cambio di tali esenzioni, deve impegnarsi a svolgere per noi, entro i confini della contea tirolese, il servizio militare armato a cavallo, dotandosi di armamento nell’ordine di sette o otto marche, impegnandosi altresì a mantenerlo sempre a disposizione. […]”. Il documento, qui riportato in libera traduzione dal latino, data al 1. marzo 1317 e fu concesso nella sua residenza di Castel San Zeno presso Merano dall’allora principe tirolese Enrico di Tirolo, figlio di Mainardo II. Nel medesimo giorno furono fatti oggetto di simili esenzioni altre cinque persone: Fridrich von Gereut, Hainold von Passeier, Fridrich von Weingart (Fridericus de vineis), Berchtold von Steinhaus, Heinrich von Puchach. I loro nomi corrispondono agli attuali nomi di alcuni fra i Masi dello Scudo.

Gli abitanti di questi edifici, assieme ad altri aggiuntisi in seguito, hanno goduto nel passato di alcune particolari libertà: esenzioni fiscali, diritto di portare le armi, posizione giuridica particolare, diritti di caccia e pesca ecc. Si tratta di prerogative tipicamente nobiliari, tradizionalmente interdette alle classi inferiori e ai contadini, e ciò ha spesso fatto sì che nella interpretazione storiografica locale si identificasse in questi masi la tradizione di una sorta di milizia contadina al servizio dei principi territoriali tirolesi.

Tuttavia il dibattito storiografico attorno alla posizione di questi masi è piuttosto articolato e non trova tutti gli studiosi fra loro concordi. Heinz Moser, ad esempio, ha di recente rimarcato come i nomi sopracitati appartenessero in realtà a ministeriali e funzionari legati al principe territoriale che allora risiedeva nel vicino paese di Tirolo. Simili argomenti aveva portato anche lo studioso Josef Weingartner. Secondo il Moser, il documento in questione non sarebbe dunque l’atto di nascita di una sorta di casta di contadini-nobili, quanto piuttosto l’elevazione di fidati funzionari della burocrazia tirolese al primo gradino della scala nobiliare (Schildmann = uomo dello scudo, cavaliere). Di conseguenza i Masi dello Scudo andrebbero interpretati, secondo lui, non come masi contadini con prerogative in parte nobiliari ma come vere e proprie residenze nobiliari medievali, abbandonate però nel corso dei secoli successivi dalla medesima nobiltà anche in seguito allo spostamento nel XV secolo del capoluogo tirolese da Merano-Tirolo ad Innsbruck, e divenute a tutti gli effetti abitazioni contadine. È un’interpretazione che altri storici hanno contrastato.

Il numero dei Masi dello Scudo è stato variabile nel corso dei secoli. Nei documenti l’elenco varia non solo nel numero ma altresì anche nella identificazione dei singoli masi. Attualmente undici di essi vengono definiti come Masi dello Scudo. Sette sono posti sul lato orografico sinistro, lungo la strada che penetrava nella valle e che quindi univa Tirolo ad Innsbruck, tutti all’interno del comune di San Martino: Saltaus (al centro del paese di Saltusio, successivamente ristrutturato), Haupold, Weingart, Kalb (quest’ultimo in posizione suggestiva e dominante sulla strada, presso il rio della Clava / Kalmbach), Baumkirch, Gereuth, Steinhaus (dominante sull’abitato di San Martino, ristrutturato nel corso del Seicento). Quattro sono sull’altro versante della valle, tutti nel comune di San Leonardo, ma hanno subito ristrutturazioni tali che ne hanno quasi completamente alterato l’aspetto originario: Erbion, Buchenegg, Happerg, Gomion.

Dei diritti di cui erano originariamente dotate queste strutture rimane solo il diritto di pesca in valle, ancora oggi regolato dalla Interessenza Masi dello Scudo di Passiria. Gli abitanti dei masi sono molto fieri di questa tradizione. Una loro rappresentanza sfila ancora oggi in occasioni particolari con alabarda e scudo – queste peraltro risalenti solo all’inizio del XX secolo – in occasione di Pentecoste o di ricorrenze particolari. Nel cimitero di San Martino le tombe delle famiglie che abitano i Masi dello Scudo riportano l’unitario stemma caratteristico. 

COME ARRIVARCI

Non esiste una vera e propria passeggiata che unisca fra loro tutti i Masi dello Scudo. Solo quelli posti nelle vicinanze del paese di San Martino permettono di recarsi comodamente dall’uno all’altro. Un stretto sentiero pianeggiante unisce San Martino al discosto Kalmbauer, passando per i Masi dello Scudo Gereuth (Ober-, Untergereut) e Baumkirch. Il Maso Steinhaus, invece, domina il paese da una altura e viene raggiunto in un quarto d’ora di salita a piedi. I masi Saltaus, Haupold, Granstein si raggiungono più rapidamente facendo capo a Saltusio. Si consiglia l’utilizzo di una carta topografica, ad esempio la cartina Tabacco 039 (Val Passiria).

Autrice: Rosanna Pruccoli

Anita, “Il mondo è donna” e Nilde Iotti

“Il mondo è donna” è un progetto che ogni anno sceglie una figura femminile da un diverso continente come protagonista di un murales. Anita Danese, autrice dell’opera di quest’anno, racconta la sua esperienza.

Quest’anno il progetto ha scelto di rappresentare l’Europa attraverso la figura di Nilde Iotti. Cosa ti ha colpita di più di lei e come hai deciso di interpretarla nel tuo murales?

All’inizio ero indecisa tra due figure: Margherita Hack e Nilde Iotti. La scelta è poi ricaduta su Nilde Iotti perché come donna attiva in politica, mi è sembrato importante ridarle visibilità, soprattutto nel contesto politico attuale, in cui la Storia è troppo spesso dimenticata o cancellata. Rappresentarla è stata una vera sfida: è una figura complessa, una donna che ha lottato per i propri ideali ma che ha anche vissuto momenti difficili, sia pubblici che personali. Poterle dedicare un muro, uno spazio visibile e pubblico, è stato per me un grande onore.

Da dove sei partita per progettare il murales e come si è sviluppata l’idea fino al risultato finale?

La prima fase è stata una ricerca approfondita sulla sua vita e attività politica, cercando di capire chi fosse davvero e cosa rappresentasse. Era importante per me partire da una conoscenza reale della persona prima ancora che del personaggio. Poi è iniziata la parte più complessa, quella della sintesi visiva.

Ho sperimentato stili e idee diverse, lasciandomi ispirare anche da altri muralisti. Il confronto con Cristian Luccarini (Oakmood) e con il team di COOLtour è stato fondamentale: mi ha aiutata a capire come trasformare la mia idea in un murales concreto. Era la mia prima esperienza di pittura su parete, e lavorare su una scala così grande, con un’opera destinata a restare pubblicamente visibile, è stato emozionante e anche un po’ spaventoso. Ma proprio per questo è stato un percorso di grande crescita personale e artistica.

Citando COOLtour, in che modo il percorso con questo servizio ti ha aiutata?

Ho iniziato a collaborare con loro nel 2022, un po’ per caso, grazie ad alcune amiche che già partecipavano ai progetti e da allora ho preso parte a diverse iniziative legate all’arte visiva. Per me è stata un’esperienza fondamentale. Non vengo da un percorso artistico tradizionale — prima dell’Accademia di Belle Arti non avevo mai avuto occasioni concrete per esprimermi — e COOLtour mi ha dato lo spazio per sperimentare. È stato anche un modo per costruire una rete e trovare una mia voce artistica. Lavorare su progetti reali, con un obiettivo condiviso, mi ha fatto capire che avevo davvero qualcosa da dire, e che già possedevo gli strumenti per farlo.

Quale significato volevi trasmettere con l’opera?

Il murales è composto da tante micro scene che insieme raccontano la complessità di Nilde Iotti. Ho realizzato diversi bozzetti prima di trovare un equilibrio tra la sua forza politica e la sua umanità. Una ricerca di equilibrio tra la sua forza personale e il suo ruolo pubblico, tra libertà e responsabilità. Le molte sfaccettature che ognuno di noi porta dentro, i diversi ruoli e le diverse identità che convivono in una stessa persona.

Quale reazione o riflessione speri di suscitare in chi vedrà il murales?

Ciò che volevo davvero, rappresentando Nilde Iotti, era restituirle visibilità e il riconoscimento che merita. Averla esposta allo sguardo di tutti, è già per me un gesto simbolico importante. Volevo che le persone la vedessero, la ricordassero, insieme a simboli riconoscibili per tutti, come i papaveri, che richiamano memoria, fragilità e resistenza. Mi piace pensare che la sua storia resti aperta, che continui attraverso le nostre, e che questo murales possa trasmettere un senso di lotta comune e di impegno ancora vivo.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

La strada dedicata a Torquato Taramelli

Torquato Taramelli: a lui è dedicata la via che collega via Druso a via Novacella. Nato a Bergamo il 15 ottobre 1845, si laureò nel 1865 in scienze naturali presso l’Università di Pavia. A indirizzarlo verso gli studi di geologia fu il grande geologo Antonio Stoppani, il quale, apprezzando le capacità dell’allievo, ne fece il proprio assistente. Taramelli, il quale fu tra i volontari garibaldini alla guerra di indipendenza del 1866, annesso il Friuli all’Italia ricoprì la cattedra di scienze naturali nell’Istituto tecnico di Udine, città dove rimase fino al 1874. Nel 1868 si sposò con Clotilde Boschetti, figlia di un ingegnere; ebbero sedici figli, tre dei quali morirono in tenera età. Nel 1874 vinse un concorso per docente ordinario di geologia e dopo un breve periodo a Genova fu chiamato a ricoprire tale cattedra a Pavia, dove rimase fino alla pensione, ottenuta nel 1920; si ritirò dall’insegnamento anche per aver perso quasi del tutto la vista. Come docente  Torquato Taramelli formò intere generazioni di geologi; estese le proprie ricerche a tutto l’arco alpino e alla Pianura Padana, per poi occuparsi anche dell’Appennino. Fornì consulenze anche per le  costruzioni ferroviarie, come il traforo del Sempione. Dell’Università di Pavia Taramelli fu anche rettore tra il 1888 e il 1891, oltre a ricoprire diverse cariche accademiche; fu presidente della Società geologica e membro di diverse società scientifiche nazionali e internazionali. A lui si devono le prime carte geologiche moderne (provincie di Treviso e Pavia, Friuli, Istria, Bellunese, Canton Ticino). Deceduto a Pavia il 31 marzo 1922, è considerato tra i massimi geologi italiani dell’Ottocento. Non mancarono i riconoscimenti pubblici; fu insignito di molte prestigiose onorificenze. In fatto di dedica di vie, oltre  a Bolzano, vi è Pavia, città che gli ha intitolato anche il Liceo scientifico. Porta il suo nome il Rifugio Monzone, della Società degli alpinisti tridentini. Da lui prende nome il minerale denominato “taramellite”.

Autore: Leone Sticcotti

Arci Scacchi Bolzano, una storia di crescita e conquiste

Quarant’anni di passione, tornei e amicizia: il circolo fondato nel 1983 festeggia la seconda squadra in Serie A e l’ingresso di due delegati nella Lega Scacchi Alto Adige.

Quella dell’Arci Scacchi Bolzano è una storia di passione e continuità. Nata all’inizio degli anni Ottanta da un gruppo di ragazzi, l’associazione si è inserita con naturalezza nel panorama scacchistico provinciale, in gran parte di lingua tedesca. Oggi il circolo è bilingue e aperto, e accoglie giocatori di varie provenienze uniti dalla passione per gli scacchi. Abbiamo intervistato Arnaldo Brandolese, presidente dell’associazione, che ci ha raccontato come il gioco degli scacchi possa unire generazioni e culture diverse, e perché la loro partita, a Bolzano, è ancora tutta da giocare.

Presidente Brandolese, che cos’è la Lega Scacchi dell’Alto Adige e quale ruolo ha oggi Arci Scacchi?

La Lega Scacchi della Provincia di Bolzano riunisce i rappresentanti dei circoli attivi sul territorio, oggi circa venticinque. Ogni paese ha la sua realtà, e insieme formano un movimento vivace. L’Arci Scacchi è nata nel 1983 e da allora si confronta con questa realtà, inizialmente in sordina: eravamo un gruppo di ragazzi, mentre gli altri circoli erano già strutturati. Ci è voluto tempo perché il nostro lavoro fosse riconosciuto.

Oggi però il riconoscimento è arrivato.

Sì. Ci siamo fatti conoscere organizzando tornei, anche internazionali, e partecipando ai campionati a squadre. Siamo partiti dalla Serie D e siamo saliti, stagione dopo stagione, fino alla Serie A locale.

Da tempo una nostra squadra milita in questa categoria, ma la novità è che da quest’anno ce n’è una seconda: una formazione giovane, cresciuta nel nostro vivaio, che lo scorso anno ha conquistato la promozione dalla B. Ora le due squadre Arci Scacchi giocano fianco a fianco nella massima serie altoatesina.

E non è l’unica novità del 2025.

Già. Da quest’anno siamo presenti nella Lega Scacchi Alto Adige (LSAA) con due nostri delegati, già attivi nel circolo: un segnale di fiducia nei nostri confronti e di integrazione nel contesto provinciale.

Come si colloca la Lega Scacchi rispetto alla Federazione Italiana?

La Federazione Scacchistica Italiana (FSI), riconosciuta dal CONI, è rappresentata a livello regionale dai circoli affiliati. In Alto Adige però solo due circoli risultano iscritti, perciò la provincia vive una situazione particolare, con un referente unico che coincide con Andreas Steger, presidente anche della LSAA. La Lega Scacchi Alto Adige è quindi un organismo autonomo che rappresenta la maggior parte dei circoli e coordina l’attività provinciale.

Chi volesse partecipare alle attività di Arci Scacchi, come può fare?

Ci troviamo a giocare il lunedì, martedì e mercoledì dalle 17.15 alle 18.45 presso l’ex Circolo Nikoletti, in via Nazario Sauro 6. Durante l’anno organizziamo corsi, tornei e incontri informali, perché gli scacchi non sono solo competizione ma anche amicizia e socialità. Tutte le informazioni sono su www.arciscacchi.it o scrivendo a info@arciscacchi.it. Il circolo è presente anche su Facebook e Instagram come Arci Scacchi Bolzano.

Autore: Till Antonio Mola

Spogliatoio: un podcast per guardarsi dentro 

Spogliatoio è il nuovo podcast di Valentina Mazzurana e Luca Merlini di CollettivoMOOD in cui i protagonisti si mettono a nudo e raccontano delle proprie esperienze di salute mentale e di come sono riusciti a risolverle. Valentina, musicoterapeuta, offre le sue orecchie non giudicanti mentre Luca cura la parte tecnica creando una serie di storie coinvolgenti e che riguardano tutti e tutte. 

Com’è nato Spogliatoio? 

L’idea era nata un po’ diversa: un’amica che ha vissuto una depressione profonda, un disturbo bipolare e tante altre cose nella sua vita, ha sempre scritto e raccontato di ciò che affrontava in dei diari. Un giorno ha iniziato a leggerne dei passi su Instagram e noi, rimasti colpiti da quello che scriveva, le abbiamo proposto di trasformare i suoi diari in un podcast in cui avremmo potuto ripercorrere la sua vita. Qquando ci siamo incontrati, abbiamo appurato che la quantità di diari era troppo grande per riuscire a creare qualcosa in poco tempo. Riflettendo abbiamo pensato che avrebbe potuto essere interessante aprire questa cosa a tutti. Così abbiamo deciso: abbiamo registrato i primi tre episodi con lei e poi siamo partiti con altri protagonisti. Quest’evoluzione ci è piaciuta molto: ci permette di trattare svariati temi e permettere a sempre più persone di riconoscersi. Il titolo è stato dato proprio cercando un’immagine che rappresenti una persona che si racconta. Lo spogliatoio è infatti il posto in cui una persona apre l’armadio e tu puoi vederci dentro; il luogo dove si mette a nudo e dove spesso capita di chiacchierare e finire per raccontarsi l’intera vita. 

Qual è il tono del podcast?

è come una chiacchierata tra amici al bar, senza giudizio. Siamo liberi di dire tutto quello che vogliamo e cerchiamo di farlo nel non giudizio più totale. È veramente coraggioso da parte di chi viene raccontarsi. Entrare nei dettagli – per quanto a volte siano dolorosi e aprirsi – può essere destabilizzante, però abbiamo visto che funziona e speriamo che possa effettivamente aiutare chi magari sta affrontando problemi simili. I temi sono davvero svariati, ad esempio un episodio parla di chi vive accanto a una persona che sta affrontando delle problematiche ed è un aspetto che spesso e volentieri resta in ombra. 

Quali sono gli aspetti più difficili del raccontare queste esperienze? 

Sicuramente il ripercorrere un dolore che ci ha toccato profondamente e anche la paura del giudizio o delle reazioni di chi ascolterà la puntata. Noi permettiamo di parlare nell’anonimato e cerchiamo di far sentire gli ospiti a proprio agio e non giudicati, in un posto sicuro. Valentina è molto brava in questo e a guidare gli ospiti nel proprio racconto così da creare una storia che sia coinvolgente. 

Qual è il vostro obiettivo?

Destigmatizzare la salute mentale, riuscire a superare certi tabù. Le cose belle si raccontano, ma quelle brutte non come se fossero un errore. Non è così: se tu sei una persona sofferente, dovresti sentirti libero di raccontare la sofferenza. Un’esperienza che ti ha fatto stare male è comunque una cosa da raccontare. Fa tutto parte della vita. Perchè bisogna sentirsi in dovere di nascondersi quando si affronta un periodo buio? Raccontiamolo! Forse questo è anche il modo migliore per poterlo proprio superare, il periodo buio.

Cosa vi ha fatto dire “c’è bisogno di un altro podcast sulla salute mentale”?  

In realtà non ci siamo posti il problema, è stata la passione a trainarci. Noi non ci guadagniamo, amiamo creare e quest’idea ci ha appassionato subito. È bellissimo creare i podcast, avere il microfono davanti e cuffie sulla testa. È una bella sensazione, si è concentrati solo su quello che si sta facendo. 

Cercate altri protagonisti?

Sì! Se c’è qualcuno che ha voglia di raccontarsi noi siamo qui. Non bisogna pensare di non avere nulla da raccontare perchè non è mai così, ognuno di noi ha un’esperienza che ci ha cambiato oppure è lì che fluttua sempre, è un’occasione per mettersi in gioco e imparare a parlare delle nostre debolezze. Questa cosa può far bene a tutti.

Dove vi si può ascoltare e contattare?

Per ascoltarci ci trovate su tutte le piattaforme mentre per contattarci potete scrivere una mail a Valentina: mazzurana.mt@gmail.com, vi aspettiamo in tanti e tante! 

Autrice: Anna Michelazzi

Me stessa senza obblighi

E’ nata a Cortina d’Ampezzo, ma vive in Alto Adige dall’età di 19 anni. Di mestiere fa la sindacalista: dall’1 aprile di quest’anno ricopre la carica di Segretaria Generale della FLAEI SGB-CISL di Bolzano e segue il settore elettrico. Ma la sua più grande passione è la musica: è qui che ritrova se stessa, è qui che trova la sua cura e la sua forza. Attualmente ha due progetti. Il primo è di cantautorato fondato da lei e Attilio Rovai, mentre il secondo è denominato Donn’è ed è costituito da una piccola orchestra formata quasi tutta da musiciste donne che porta in scena uno spettacolo incentrato sul mondo muliebre.

La cosa di me che mi piace di più.

La mia tenacia a non mollare mai.

Il miei principali difetti. 

La pigrizia e l’irascibilità.

Il mio momento più felice.

La nascita delle mie figlie.

Da bambina sognavo di diventare…

L’emulazione femminile dei Beatles (modesta).

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Studiare uno strumento musicale.

La mia occupazione preferita.

Cantare.

Il luogo dove vorrei vivere.

Un luogo dove il tempo scorre lentamente.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

Non sopporto.

L’arroganza e la supponenza, accompagnate dall’ignoranza.

Per un giorno vorrei essere…

Me stessa senza obblighi.

Nel mio frigorifero non mancano mai…

Uova e birra.

Se fossi un animale sarei…

Un gatto.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Lo sono stata ogni volta che tutto sembrava perduto e sono riuscita a rialzarmi con grande forza.

Il mio film preferito.

C’è ancora domani.

Il mio attore preferito.

Johnny Depp, è davvero un trasformista.

Il mio sogno ricorrente.

Volare.

Le cose che apprezzo di più del luogo in cui vivo.

Poter ammirare da ogni lato di questa città la meravigliosa natura circostante e il cielo blu accecante.

L’errore che non rifarei.

Non laurearmi.

Il mio motto.

è una frase di Alessandro Baricco, tratta da” Castelli di rabbia”: “Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”.

Il mio primo ricordo.

Avrò avuto forse due anni: ricordo il sole che attraverso la finestra, mi scaldava la faccia nel tinello di casa.