La pace è una cosa seria

Negli ultimi giorni come tutti voi ho seguito l’accelerazione degli eventi che ha portato all’accordo per il cessate il fuoco a Gaza. Quella a cui abbiamo assistito è la prima fase di un’intesa più ampia che, nelle intenzioni del presidente statunitense Trump, dovrebbe portare in futuro alla pacificazione di questa area del mondo martoriata da più di cent’anni. A dire il vero i toni con cui l’accordo è stato celebrato dal presidente Trump e dal parlamento israeliano sono stati sopra le righe e discutibili, molto più vicini alla proclamazione di una vittoria sul nemico che all’oculata considerazione di quanto delicati saranno i passi futuri per fare in modo che una pace vera venga resa possibile. Già nel giro di poche ore in Egitto, dove ha avuto luogo un summit di capi di stato – con l’Onu e il presidente palestinese Abu Mazen solo “ospiti” a giochi fatti – per fortuna qualche leader ha ricordato che il percorso di pace non vede protagonista solo il governo israeliano ma anche il popolo palestinese. 

A questo proposito, seguendo sui media le vicende di questo conflitto, mi è sorta una curiosità. Sulla scia delle notizie provenienti dagli organi d’informazione italiani e occidentali, mi ero fatto un’idea sulla consistenza numerica dei due popoli, ebraico e palestinese, che sono voluto andare a verificare. Ebbene: con mia sorpresa ho constatato che di fatto i numeri quasi coincidono. 

Oggi nel mondo ci sono infatti circa 15 milioni di ebrei, di cui la maggioranza vive in Israele (circa 7,2 milioni) e negli Stati Uniti (circa 6,3 milioni). Altre comunità significative si trovano in Francia (440.000) e in Canada (circa 393.000). 

I palestinesi invece sono complessivamente quasi 13 milioni, e la loro distribuzione è molto interessante e significativa. 4,75 milioni di loro vivono nel cosiddetto “Stato di Palestina” (di cui 2,9 milioni in Cisgiordania e 1,85 milioni nella Striscia di Gaza). 1,47 milioni vivono invece nel resto del territorio di Israele (dove sono detti cittadini arabi di Israele). Altri 6 milioni di palestinesi si trovano da esuli in Paesi arabi (soprattutto in Giordania, Siria e Libano) e di questi 685.000 nel resto del mondo. Impossibile al momento è la stima di quanti di loro vivano nei campi profughi, ma stiamo parlando di circa 5 milioni.

Non c’è dubbio: è davvero interesse di tutti che – finalmente – questi due popoli avviino ora un percorso che li porti a costruire una convivenza. All’insegna di una libertà e di una democrazia in grado di metta ai margini chi predica odio e di una giustizia che imponga a chi si è macchiato di crimini di pagare per le proprie colpe. 

Autore: Luca Sticcotti

“Lavoriamo per la vita” 

Riflettiamo sul valore delle cure palliative attraverso le parole del dott. Massimo Bernardo e l’azione dell’associazione Il Papavero / der Mohn.

“Se non posso morire a casa, allora vorrei farlo qui.”

Lo disse mia madre un giorno, durante una visita al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, mentre aspettava di incontrare il dottor Bernardo. Era in cura, ma non ricoverata. Eppure, le bastò entrare in quel luogo per percepirne l’energia profonda: un clima fatto di ascolto, rispetto e umanità. Parole semplici, nate da un’impressione sincera, che ancora oggi porto con me.

Negli ultimi anni sono stato un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita. Partendo da quel vissuto, sento oggi l’urgenza di raccontare il tema della cura delle persone anziane e, più in generale, del sistema cura, con una narrazione che non sempre coincide con l’immagine che i servizi – e chi li gestisce – propongono di sé.

Questo è il primo passo di un percorso che darà voce a professionisti, volontari, pazienti e familiari, per restituire complessità e profondità al tema delle cure.

Il desiderio di restituire uno sguardo più profondo sulla cura mi ha portato a incontrare due voci autorevoli che da anni si muovono in questo ambito: Mara Zussa, presidente dell’associazione Il Papavero / der Mohn, e il dottor Massimo Bernardo, fondatore e per lungo tempo primario del reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano.

L’incontro si è svolto nella sede dell’associazione, in piazza Firmian: uno spazio che, come il lavoro che vi si svolge, è dedicato all’ascolto, alla presenza, alla relazione.

L‘INTERVISTA

Come nasce l’associazione Il Papavero / der Mohn?

Mara Zussa – Dopo un’esperienza personale, volevo fare qualcosa per il reparto. All’inizio pensavo di donare libri. Ma fu il dottor Bernardo a propormi qualcosa di più: creare un’associazione per far conoscere le cure palliative. Così, nel 2005, è nato Il Papavero.

Qual è oggi il vostro ruolo?

Mara Zussa – Siamo presenti ogni giorno nel reparto di cure palliative con i nostri volontari, che offrono ascolto, compagnia e normalità. Non svolgiamo attività sanitarie. A volte basta poco: un tè, una parola, una presenza silenziosa. È un lavoro relazionale, delicato, che parte dall’ascolto.

Avete anche un servizio domiciliare?

Mara Zussa – No. L’assistenza domiciliare è garantita dall’Azienda Sanitaria attraverso le proprie équipe. Noi operiamo solo all’interno del reparto, dove possiamo organizzare turni stabili. A domicilio servirebbero numeri e risorse che oggi non abbiamo. E poi, è bene ricordarlo: il volontario non è un operatore sanitario, ma una figura di supporto umano, non clinico.

Massimo Bernardo – Va detto però che il domicilio è parte integrante delle cure palliative, non un’alternativa. La legge 38 del 2010 garantisce a ogni persona il diritto a riceverle nel luogo che preferisce, casa compresa. Ma perché questo funzioni, serve tempo, organizzazione, e una rete strutturata. Non si può improvvisare un accompagnamento in 48 ore.

Dottor Bernardo, dopo tanti anni nel reparto lei oggi è in pensione ma resta nell’associazione. Perché?

Mssimo Bernardo – Perché è qui che posso continuare a fare ciò in cui credo. Dopo il pensionamento ho ricevuto proposte da strutture private, ma il mio posto è accanto a chi porta avanti una visione di cura fondata sull’ascolto e sulla relazione. All’interno dell’associazione collaboro sul piano scientifico e formativo, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in anni di reparto, in un contesto dove la centralità della persona resta il primo valore. Le cure palliative non sono la fine. Sono un modo per vivere bene, anche nella fragilità. 

Come spiegherebbe le cure palliative a chi non le conosce?

Massimo Bernardo – Dico spesso che non lavoriamo per la morte, ma per la vita. Il nostro compito non è “far morire bene”, ma far vivere bene fino all’ultimo.

C’è un’immagine che uso spesso: quella dell’uomo che cade da un grattacielo. A ogni piano qualcuno gli dice “fin qui tutto bene”, ma lui sta precipitando. Ecco: il nostro lavoro è aiutarlo ad atterrare il più dolcemente possibile.

Quando dovrebbero iniziare le cure palliative?

Massimo Bernardo – Molto prima. Spesso arrivano solo negli ultimi giorni. Ma dovrebbero iniziare già alla diagnosi di una malattia inguaribile, anche se mancano anni. Solo così possiamo costruire un percorso. Altrimenti, la persona non ha tempo per capire, scegliere, vivere con consapevolezza. E poi ci sentiamo dire: “Se l’avessimo saputo prima…”

Il reparto è spesso visto come un luogo triste. Ma chi lo conosce racconta altro…

Mara Zussa – Sì, molti parlano di leggerezza, perfino di serenità. Noi cerchiamo di dare valore a ogni istante. Una poesia, un gesto, un ricordo. Non possiamo cambiare il destino, ma possiamo rendere più leggero il cammino.

Perché è importante che esista un’associazione come la vostra?

Massimo Bernardo – Perché restituisce umanità alla cura. È un ponte tra il sistema sanitario e la persona. Curare non è solo somministrare farmaci, ma anche esserci, accompagnare, restare vicini. Ed è questo che cerchiamo di fare, ogni giorno.

L’ASSOCIAZIONE

Associazione di volontari che opera accanto al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, con presenza quotidiana e attività di ascolto e supporto rivolte a pazienti e familiari.

Tra le iniziative: “A disposizione”, sportello settimanale di consulenza su cure palliative e Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), e “I martedì del Papavero”, incontri pubblici di approfondimento su temi legati alla fine della vita.

L’associazione si sostiene grazie a donazioni, che rappresentano la sua unica fonte di sostentamento. I fondi raccolti vengono utilizzati per acquisti importanti per il reparto, tra cui arredi, veicoli e strumentazione medica.

Il Papavero / der Mohn

Piazza Firmian 1/a – Bolzano

Tel. 0471 913337 

info@ilpapaverodermohn.org

ilpapaverodermohn@pec.it 

www.ilpapaverodermohn.it

IBAN: IT11 P058 5611 6010 5057 1306 523 – CF: 94100310211

Autore: Till Antonio Mola

La democrazia ha bisogno di percorsi di mediazione

In Alto Adige si sta discutendo di riformare la legge provinciale n. 22/2018, che disciplina gli strumenti di democrazia diretta, partecipazione e formazione politica nella Provincia autonoma di Bolzano. Obiettivo: superare le criticità accumulate nella pratica e rendere più effettivi i diritti di iniziativa e referendum.

La votazione sulle proposte di riforma è prevista per novembre. Nel frattempo, si vuole trovare una mediazione tra le diverse posizioni.

Diciamo innanzitutto che la Costituzione italiana riconosce la democrazia diretta come strumento complementare alla democrazia rappresentativa, prevedendo alcuni istituti che permettono ai cittadini di partecipare direttamente alla vita politica, come i referendum e le leggi di iniziativa popolare. A monte di questo riconoscimento c’è il primo articolo della Carta, che afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Ci si potrebbe chiedere come mai i Padri (e le Madri) costituenti hanno previsto dei “limiti” alla sovranità popolare. In realtà questi limiti altro non sono che una tutela. Una garanzia. Almeno nelle intenzioni. Si aveva in mente la deriva populista che aveva portato il mondo sull’orlo del baratro.

È come per l’informazione. Bello che ognuno, sui social, possa scrivere quello che vuole. Ma informare è un’altra cosa. Ecco perché i giornalisti, per esercitare il loro mestiere, devono garantire di essere costantemente formati, perché da questo dipende la qualità dell’informazione (che è alla base della partecipazione). Così la democrazia. Non si tratta solo di votare sì o no (spesso senza cognizione di causa), ma di prendere decisioni per il bene comune. Per questo si eleggono dei rappresentanti che, si presuppone, siano all’altezza di questo compito.

Personalmente credo che la priorità – per la qualità della nostra democrazia – stia in un’adeguata formazione dei cittadini e dei loro rappresentanti. La democrazia diretta non può essere un’alternativa alla democrazia rappresentativa, ma può a volte rappresentarne una buona integrazione.

Autore: Paolo Bill Valente

Poor Boy, il nuovo album di Hubert Dorigatti

Quarto disco in cinque anni per Hubert Dorigatti. Non è da tutti, soprattutto se si riesce a non ripetersi. Dorigatti è riuscito a realizzare dei dischi quasi a tema, lavorando sulla ricerca dei suoni, su diversi modi di interpretare una musica dalle sfumature multicolori. E lo ha fatto con cognizione di causa, dimostrando di conoscere profondamente ciò che suona, di averlo studiato con attenzione, di essersene appropriato e di avere accettato anche che il blues si appropriasse di lui, della sua chitarra, della sua voce. Già, perché chi considera Dorigatti solamente un ottimo chitarrista, sbaglia: la sua voce è credibile, parecchio, nelle vesti di interprete blues. Poor Boy, per l’etichetta lombarda Appaloosa, responsabile anche delle tre uscite precedenti, è il titolo del nuovo prodotto, uscito in concomitanza col cinquantesimo compleanno del suo autore (auguri!).

“Questo disco – racconta entusiasta Dorigatti – è nato con l’intenzione di andare un po’ in una direzione differente. Ho cercato di tornare alle radici, l’ultimo, quello registrato a Nashville aveva un approccio più rock, il tributo a Blind Boy Fuller era un omaggio ad un artista del passato e Stop era blues elettrico a tutto tondo. Qui invece ci sono un po’ tutte le influenze ma ho lavorato sui suoni, in particolare ho trovato un batterista, Alex Höffken che usa una batteria molto vecchia, coi tamburi in pelle che suonano differentemente dalle batterie di oggi. E poi c’è il tema conduttore, che è il fatto di aver registrato con diversi armonicisti.”

Sette armonicisti differenti che hanno dato un solido contributo al lavoro, tanto che in copertina, il disco è accreditato a Hubert Dorigatti feat. the Blues Harp Masters. Nove brani in tutto, sette blues firmati da Dorigatti, una cover ed un bonus track, autografo, cantato in ladino dalla compagna del musicista, Laura Willeit, che grazie ad un bell’arrangiamento con la chitarra slide, trova una collocazione ideale alla fine del disco.

“Cianore – spiega l’autore – è il nome della località in cui viviamo, Laura ed io abbiamo voluto celebrare il nido della nostra famiglia con una canzone e mi è parsa una buona idea recuperare il brano, che era stato un singolo a sé stante, per chiudere il nuovo album. Quanto alla cover, è The Ocean dei Led Zeppelin. Una canzone che mi è sempre piaciuta, ma mi era chiaro che non avendo la voce di Robert Plant dovevo andare in un’altra direzione per interpretarla, credo di essere riuscito a fare un buon lavoro”.

Il brano in oggetto è in effetti molto riuscito, c’è ospite l’armonicista polacco Greg Zlap, la stessa voce di Dorigatti sfodera sfumature notevoli e il sound del pianoforte è molto originale. Altra canzone memorabile è Mountain Blues, che potremmo definire un po’ il manifesto musicale dell’autore, un omaggio al suo genere musicale e alle montagne pusteresi su cui abita, registrato praticamente in casa, utilizzando come percussione tutto ciò che capitava in mano nella stalla di casa. Qui, a suonare l’armonica c’è il prodigioso Fabrizio Poggi, musicista più volte candidato ai Grammy Award, in lizza – è notizia di pochi giorni fa – anche per l’edizione 2026. Ma l’ospite più titolato di Poor Boy, è Charlie Musselwhite, un autentico pezzo di storia del blues, che presta oltre alla sua celebre armonica, anche la propria voce, accompagnando l’autore nella seconda strofa del brano che intitola il disco. 

“Con Fabrizio – ci spiega Hubert – collaboro da diverso tempo, suoniamo frequentemente insieme anche dal vivo. È lui che mi ha messo in contatto con Musselwhite, ed è stata subito una cosa spontanea, tanto che oltre a suonare, ha anche cantato nel brano; Jason Ricci è un musicista di New Orleans, che ho conosciuto durante una trasferta americana, Roly Platt è invece canadese, ed ha un curriculum invidiabile. Mi ha aiutato molto anche Christian Deimbacher, un mio amico armonicista austriaco, davvero importante per il disco, è tramite lui che ho trovato Roly Platt. Fondamentale, come tutti i musicisti presenti, tra cui cito il tastierista Michele Bonivento.”

Unico appunto che possiamo fare al disco, è l’assenza di armonicisti di casa nostra (pensiamo a Werner Braito e Loris Anesi ad esempio), ma Dorigatti assicura che il disco potrebbe avere un seguito e vi potrebbero trovare posto anche loro. Intanto si attende il concerto bolzanino per il lancio del disco, al Pippo Stage, il 27 novembre prossimo. Save the date, come dicono gli americani!

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Elisa: da Salorno alla Hall of Fame a Parigi

C’è chi si avvicina allo sport per caso e chi invece lo incontra perché “nel paese non si parlava d’altro”. Questo passaggio riassume la storia sportiva di Elisa Dallago, importante esponente nel broomball ai Pochi di Salorno e oltre: tanto che in seguito a una serata a Folgarida, dopo 31 anni, lo scorso ottobre si è ritrovata a Parigi per ritirare il premio Hall of Fame.

Elisa Dallago, partiamo dall’inizio: come ha conosciuto il broomball?

Io sono nonesa. Il broomball l’ho conosciuto grazie alla squadra del Nanno, che giocava sul campo di Folgarida. Ero la più piccola, avevo 16, forse 17 anni, quindi dovevo essere accompagnata. I ragazzi della squadra venivano a prendermi e si partiva. Gli allenamenti erano sempre serali e quella era una squadra fortissima: tutte ragazze di Nanno, di Portolo, qualcuna di Tuenno… ma era un gruppo solido.

Che atmosfera si respirava a quei tempi?

Nel paese non si parlava d’altro che di broomball. Era una faccenda seria e anche molto aggregante. Io venivo dalla pallavolo, per me lo sport è sempre stato un impegno, ma lì ho trovato anche un’occasione per uscire, stare in compagnia. Era il pretesto perfetto per vivere la mia età, il sabato o la domenica, grazie alle partite.

E da lì com’è proseguito il percorso?

Ho trascorso tre anni nel Nanno. Lì è arrivata anche la mia prima convocazione in nazionale, però – a causa del mio primo contratto da insegnante – ho dovuto rinunciare alla trasferta americana: sentivo il bisogno di dimostrare responsabilità al mio dirigente scolastico. È una scelta che ancora oggi un po’ rimpiango, perché poi non ho più avuto occasione di tornare in nazionale, tranne a Innsbruck nel 2010… ma lì ero incinta. Il treno della nazionale femminile è passato così, senza che me ne rendessi conto.

In totale quanti anni ha giocato?

Dal 1989 al 2020. Trentuno anni: una vita, insomma.

E come vivevate il broomball?

Era uno sport serio. Anche se richiedeva meno tempo di allenamento rispetto ad altri, come il tamburello o la pallavolo che praticavo parallelamente. Ma era comunque un impegno. A 25 anni ho dovuto scegliere: ho lasciato la pallavolo per continuare col broomball. Mi divertivo, facevo gol, stavo in una squadra che funzionava e non ero da sola: senza una buona squadra, non vai da nessuna parte.

Ha partecipato a molte trasferte? Anche internazionali?

Il campionato era prevalentemente italiano, distribuito tra le province di Trento, Bolzano e Belluno. Facevamo anche una trasferta promozionale a Como. Poi c’erano gli Europei e i Mondiali. Sono stata a Vancouver, St. John’s, Minneapolis… Ogni volta era anche un po’ una vacanza. Il viaggio che mi è rimasto nel cuore è quello a St. John’s: stadio pieno, inni nazionali, le bandiere, il giro di campo… un’emozione fortissima.

Un aneddoto che non dimenticherà mai?

A Winslow, poco prima del Mondiale, mi vengono a chiamare: “Elisa, ti cercano!”. Giro l’angolo e trovo un negozio con l’insegna “Dallago Sport”. La titolare aveva sposato uno di Tuenno, parlava noneso… a migliaia di chilometri da casa! È stato incredibile. Un incontro che non dimenticherò mai.

Poi, da Nanno è passata a Salorno. Come mai?

Nanno era l’unica squadra della Val di Non, ma stava smettendo. Il campionato invece si svolgeva tra squadre di Bolzano, Merano, Belluno, Stilfes, Vecnofen, Piné, Cavalese… e Salorno. Mi sono portata via anche il borsone da Nanno e mi dissero: “Tienilo, qui non si gioca più”. Sono arrivata con il mio casco, che conservo ancora, con un adesivo del teschio sul retro, simbolo della nostra squadra.

Com’era l’ambiente a Salorno?

Diverso. A Nanno ero la più piccola, lì invece sono arrivata da esperta. Non è stato semplice. Ho portato la mia esperienza, ma non tutti accettavano che parlassi con l’allenatore o proponessi idee, tattiche. Venivano dai “tornei del bar”, quindi si è dovuto lavorare tanto per crescere. Ma poi abbiamo vinto molto. Gaier è diventata la squadra più vincente di Salorno: ho giocato lì 16 anni e per 15 ho fatto anche la dirigente.

Cosa ti ha lasciato questo sport?

Tanto. Come ogni sport di squadra ci sono le emozioni, lo spogliatoio, le vittorie, le sconfitte, anche le batoste. C’è stato un anno in cui non abbiamo nemmeno raggiunto la finale, perché non eravamo all’altezza. Ma guardandomi indietro sono felice di tutto ciò che ho fatto, di ciò che abbiamo costruito. Ho anche cambiato squadra verso la fine, perché i miei valori sportivi non collimavano più con quelli della dirigenza. Ma il broomball mi ha dato tantissimo.

E la Hall of Fame a Parigi?

Pensavo fosse uno scherzo! Infatti ho chiamato mio marito per dirgli mi avevano contattato per una premiazione in Francia. Non ho risposto per quindici giorni a quel messaggio. Poi mi è ricapitato di vederlo in messenger, sono andata a vedere il periodo dei mondiali e coincidevano le date. Allora ho risposto per farmi spiegare. Sono rimasta esterrefatta. È vero che ho giocato tanti anni e vinto molto, però mai avrei pensato che dopo aver smesso sarebbe arrivata una cosa del genere. L’ho detto a tutti. Sul palco non sono nemmeno riuscita a dire le frasi che mi ero prefissata. Sarò sincera, avrei preferito avere il borsone da broomball, vedevo le ragazze pronte e sentivo l’odore dello spogliatoio.

Autore: Daniele Bebber

Sono ripartite le attività del Santiago

Dopo la festa di apertura della nuova stagione di attività tenutasi in settembre, l’Oratorio Santiago si conferma da subito polo di riferimento per gli abitanti di San Giacomo in ogni fascia di età, con un occhio particolare per gli “over”.

La grande importanza data agli anziani – memoria storica del paese – è sempre in prima linea e così, come di consueto negli ultimi anni, giovedì 2 ottobre in occasione della festa dei Nonni, il gruppo Anziani Arcobaleno ha festeggiato nelle sale dell’oratorio. Nonni e nipoti, insieme ai volontari dell’oratorio, si sono dunque ritrovati in una sala gremita per trascorrere insieme un pomeriggio fatto di giochi, racconti e coccole. Dopo la classica tombola è stata servita una ricca merenda che ha accontentato tutti. A seguire, sabato 4 ottobre, è stata la volta del torneo di burraco, che riscuote ormai da varie edizioni un successo sempre crescente. Anche in questo caso, sala gremita di partecipanti, concentratissimi per ore per portare a casa la vittoria. Record di iscritti per questa 17esima edizione, che ha visto sfidarsi ben 38 coppie, nella speranza di portarsi a casa uno dei ricchi premi offerti dalla ditta Gramm.

Sul podio sono salite infine la coppia franca Gobbo – Bruna Barbin al primo posto, Emilia Pargalia – Lella di Vita al secondo e terzo posto per la coppia Maria Angela Ricci e Alda. Il torneo si è poi chiuso con un piacevole momento conviviale in compagnia del gruppo alpini – sempre in prima linea nel supportare le attività in paese – e i volontari dell’oratorio.

Si annuncia quindi un autunno ricco di eventi, con il calendario di novembre fitto di appuntamenti da non perdere come la castagnata il giorno 9, la festa di San Martino il giorno 11 e il torneo di Watten il 15. A seguire, i diversi appuntamenti previsti per l’Avvento e le festività natalizie.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Un viaggio tra rocce, rovine e leggende

Visto dall’alto, il Monte di Mezzo è un lungo dorso montuoso, simile a quello di un animale sdraiato. Si allunga da Bolzano verso la Bassa Atesina, separando la valle dell’Adige dall’Oltradige, con la Mendola alle sue spalle e le vette dolomitiche che si alzano più a nord-est. A prima vista, sembra un rilievo come tanti; ma chi sale tra i suoi boschi e le radure scopre un mondo sospeso tra natura e storia, dove il tempo pare essersi stratificato in silenzio.

I pendii del Monte di Mezzo custodiscono infatti le tracce di una presenza umana antichissima. Reperti e resti murari, disseminati tra i Denti di Cavallo e le cosiddette Buche di aria calda, lasciano immaginare che qui, molto prima del Medioevo, sorgessero insediamenti o luoghi di culto. Tra i ritrovamenti più significativi, alcune asce in bronzo e ferro, frammenti di ceramica e utensili domestici testimoniano la frequentazione del monte già in epoca protostorica, quando le prime comunità agricole e pastorali si stabilirono sui rilievi per controllare la valle sottostante.

La posizione dominante sulla valle, l’abbondanza di grotte e fenditure nella roccia, e persino il singolare fenomeno dell’aria calda che in inverno fuoriesce dal terreno – quasi un respiro della montagna – potrebbero aver conferito a questo luogo un carattere sacro.

Camminando oggi tra i Denti di Cavallo, la roccia levigata dal tempo rivela piccole cavità regolari, alcune scavate forse secoli fa, altre frutto di processi naturali. Quando l’aria calda esce da queste fenditure e crea un lieve vapore nelle giornate fredde, si comprende come il confine tra

geologia e leggenda sia sempre stato sottile. Non stupisce che in passato si parlasse di “fuochi sotterranei” o di “spiriti della montagna”: spiegazioni poetiche per un fenomeno che ancora oggi affascina escursionisti e curiosi.

Più in alto, le rovine di Castel Varco / Laimburg e Castelchiaro testimoniano un’epoca in cui il Monte di Mezzo fu centro di potere e controllo sulla valle. Il primo, eretto nel XIII secolo dai signori di Laimburg, vigilava i confini di Caldaro e la via verso Bolzano. Il secondo, Castelchiaro (Leuchtenburg), con la sua torre slanciata e i resti di mura che si stagliano sul cielo, domina ancora il paesaggio come un faro di pietra. I castelli, ormai silenziosi, raccontano di tempi in cui il Monte non era solo rifugio, ma anche frontiera e simbolo di autorità.

Con il passare dei secoli, però, le voci si affievolirono. Le vie del commercio cambiarono, i castelli decaddero, e il Monte di Mezzo tornò ad appartenere ai boschi, alle volpi e al vento. Ma non scomparve dalla memoria collettiva: i contadini continuarono a raccontare di città sepolte, di gallerie sotterranee che collegherebbero le due rocche, di tesori nascosti tra i faggi. Leggende, certo, ma forse nate dal ricordo lontano di villaggi preistorici, di comunità che qui, in tempi remoti, avevano trovato rifugio e identità.

Oggi, chi percorre i sentieri che salgono da Vadena o da Caldaro può ancora percepire quella stratificazione di voci: l’eco del ferro battuto, il canto del vento nelle fenditure, il profumo di terra calda che sale dalle Buche di aria calda. È un viaggio che non richiede strumenti da archeologo, ma solo attenzione e curiosità: perché il Monte di Mezzo non si lascia raccontare da un solo tempo.

Autore: Reinhard Christanell

Un artista meranese in Sudamerica: Leo Putz

Fra i numerosi meranesi che meritano di essere ricordati c’è sicuramente il grande artista Leo Putz. Nato a Merano nel 1869, Leo Putz si trasferì a Monaco di Baviera all’età di 16 anni contro la volontà del padre per seguire le sue prime lezioni di disegno sotto la guida del fratellastro, il Professor Robert Poetzelberger. Frequentò l’Accademia di Monaco per poi trasferirsi all’Académie Julian di Parigi.

La Secessione di Monaco, fondata nel 1892, influenzò notevolmente Leo Putz, che ogni anno partecipava alle loro mostre. Nel 1899 entrò a far parte del gruppo di artisti chiamati “Scholle”. Essi cercavano un nuovo metodo pittorico che si opponeva allo stile accademico predominante ed allo storicismo dell’epoca. 

Il tema principale delle opere artistiche era l’essere umano, soprattutto la figura femminile. Un esempio significativo al riguardo è dato dai cosiddetti “dipinti di Hartmannsberg”, che negli studi di nudo di ragazze al bagno catturano la magia e la luce della pittura en plein-air. 

Fra le opere godibili in città ricordiamo il grande dipinto inserito nel circuito permanente a Palais Mamming intitolato Puppen, sono in possesso di Palais Mamming anche Ritratto di signora, e Ritratto di Frieda Putz. Nel Ritratto di signora la protagonista è comodamente seduta in poltrona ma l’ambiente è appena accennato ma il volto e le mani catturano la nostra attenzione. Il Ritratto di Frieda racconta invece una storia d’amicizia e di amore.  Nel 1901, ad un ballo in maschera, Putz conobbe Frieda Blell, una giovane artista delle arti applicate. La branca dell’arte consentita alle donne che desideravano affacciarsi all’arte. Ne nacque una amicizia sincera, cameratesca e una fruttuosa collaborazione artistica. Dodici anni dopo, nel 1913 si sposarono a da questa unione nacque il figlio Helmut. Nel ritratto del 1923, Frieda indossa un abitino corto e leggero con un cappello a grande tesa. Completamente immersa in una natura lussureggiante.   

Nel 1923 Putz si trasferì con la famiglia a Gauting in Baviera e due anni dopo diventò membro onorario dell’Accademia bavarese di Belle Arti. Alla ricerca di nuova ispirazione, nel 1929 Putz abbandonò la Baviera per un lungo periodo da trascorrere in Sudamerica.  Fu a San Paolo del Brasile a Buenos Aires ed a Bahia nella foresta vergine. Fu quindi nominato Professore all’Escola Nacionala de Bellas Artes di Rio. 

Gli anni trascorsi in Sudamerica gli diedero i nuovi impulsi sperati e la sua pittura si trasformò nei temi e nella forma espressiva.  La sua gamma di colori si arricchì di tonalità forti e di colori vivaci. Il pittore ritornò a Gauting con la sua famiglia nel 1933.

Le sue opere furono esposte in una grande mostra organizzata dall’Associazione degli artisti di Monaco. Tuttavia, nel 1937 gli fu proibito di lavorare e nel 1938 il Partito Nazionalsocialista Tedesco (NSDAP) sciolse la “Secessione” e tutti i gruppi di artisti di Monaco. Così per sfuggire ai nazisti, nel 1936 Leo Putz si vide costretto a rientrare a Merano, la sua città natale. Morì il 21 luglio 1940 a Merano ma venne sepolto nel cimitero di Gauting. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

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Il 2 ottobre, al Kursaal di Merano, Luca Mercalli ha parlato di clima, un viaggio scientifico e culturale tra i mutamenti del nostro Paese. Il professore ci ricorda che l’Italia non è nuova a eventi estremi, ma ciò che sta cambiando sono frequenze, intensità e imprevedibilità dei fenomeni. A corredo, non servono esempi lontani: settembre 2025 ha portato con sé una nuova alluvione su Milano, nonostante l’ampliamento delle vasche di laminazione del Seveso, intervento ingegneristico costato milioni. Segno che le opere strutturali appena riammodernate oramai non bastano già più. Due alluvioni in 50 giorni in Val Passiria, quattro in 550 giorni in Emilia-Romagna, disastrosa quella di Valencia (300 morti). Esondazioni, colate detritiche, dissesti idraulici e idrogeologici e 140 vittime in Texas, quasi tutti bambini. Ancora vittime della pioggia, della velocità con cui certi fenomeni colpiscono, per i quali, oggi, cura e prevenzione dei bacini idrografici non basterebbero, anche per le zone virtuose. Quando si muore – al netto di comportamenti irresponsabili o per narcisismo da clickbait – c’è sempre da chiedersi se stiamo facendo abbastanza, e se la politica intenda trasversalmente perorare questa causa. Ogni vittima è il risultato di scelte (o non-scelte) collettive. In tempi in cui i cambiamenti climatici incidono su ogni aspetto della vita quotidiana, lasciare giovani ignari è un peccato capitale. Non possiamo ridurci, come i carbonari, a fare lezioni improvvisate sotto gli alberi, sempre che non li abbattano tutti, come è successo a Roma presso il Mausoleo di Augusto. Proprio per questo, diventa urgente che la meteorologia diventi materia scolastica. Non è più ammissibile procrastinare quando invece servirebbe una formazione sistematica, scientifica, capace di fornire strumenti e chiavi di lettura con la tecnologia che abbiamo. In Liguria, paradossalmente, il meteorologo ignorante, alias Gianfranco Saffioti riempie le piazze con “Mi manda Bernacca”, un unicum assoluto a cui ho avuto il piacere di partecipare. Quando spiega è un fiume in piena; interroga bambini, astanti e anziani. Racconta a cosa servono certi strumenti e descrive con passione le dinamiche dell’atmosfera. Il suo successo mostra fame di conoscenza diffusa e popolare. Nelle prime file del pubblico ci sono le autorità, sindaci, amministratori locali e talora anche scienziati affermati, perché avere un mare ancora caldo e un territorio irto, come quello ligure, è un’incognita temibile durante l’autunno. Ma se la scienza non arriva nelle aule, qualcuno cercherà comunque risposte non certificate o peggio verrà avvicinato dal lato oscuro del negazionismo. Ma attenzione: la meteorologia non è un’opinione. Il riscaldamento globale non è un dibattito da bar. La comunità scientifica è compatta: non si tratta di un 50/50 tra scettici e convinti. Nemmeno 70/30 o 85/15. Il suo consenso è oltre il 99%. L’attività umana è responsabile del riscaldamento. Punto. E negarlo, oggi, è da folli. Cosa possiamo fare, allora, come cittadini? Imparare l’autoprotezione attiva. Sapere come comportarsi può fare la differenza tra la vita e la morte. Significa conoscere il territorio, monitorarlo, non sottostimare le allerte della PC, sapere dove ripararsi, quando spostarsi e, soprattutto, avere coscienza e contezza di cosa sta succedendo intorno a noi. In un mondo in cui il clima è già cambiato e si avvia spedito a +2°C di media, facciamolo almeno per i nostri figli.

Autore: Donatello Vallotta

Retorica, canto e scrittura creativa parole chiave di Barbara Ladurner

Barbara Ladurner è un giovane autrice meranese con all’attivo già otto pubblicazioni, un curriculum di studi estremamente vasto e articolato, una attività anche come conferenziera, insegnante di retorica, dirigente di due cori e cantante solista. Accanto a tutto ciò è madre di due bambini e moglie.  

La sua è stata una formazione articolata che le da oggi l’opportunità di dar vita ad una carriera composita e variegata.

Sì, mi considero estremamente fortunata ad aver potuto beneficiare di una formazione ampia e poliedrica. Dopo la maturità mi sono trasferita a Vienna, dove ho studiato Germanistica e Didattica del tedesco e dell’italiano presso l’Università di Vienna, nonché Pedagogia musicale elementare presso l’Università di Musica di Vienna e Canto presso il Conservatorio Diocesano.

Successivamente ho conseguito un Master in Scienze della comunicazione orale e retorica all’Università di Ratisbona e il dottorato in Linguistica, con una ricerca incentrata sul linguaggio e sull’arte del parlare. Numerosi ulteriori corsi di formazione e specializzazione completano il mio percorso di studi, tra cui l’abilitazione all’insegnamento in Storia, Geografia e Latino, la formazione in direzione di coro presso la Carinthian Music Academy e l’esame per il riconoscimento statale come docente di dizione e comunicazione orale presso la DGSS (Deutsche Gesellschaft für Sprechwissenschaft und Sprecherziehung). 

Si potrebbe affermare che le parole chiave dela Sua brillante carriera siano retorica, canto e scrittura creativa?

Sì, la comunicazione in tutte le sue sfaccettature è la mia grande passione. Amo la parola parlata, scritta e cantata. Sono specializzata nell’ambito voce-retorica-linguaggio e adoro trasmettere il mio sapere. Ho fondato la mia attività, “Leading Voices”, dove supporto imprenditrici e donne in posizioni di leadership a affrontare ogni discorso e conversazione con carisma e sicurezza, senza paura, e a coinvolgere i propri ascoltatori. Inoltre, vengo invitata per seminari e conferenze. La musica rappresenta per me più un hobby: canto come solista e ho avuto momenti di rilievo, come l’incarico di solista alla Biennale di Venezia per il Padiglione Italia. Dirigo inoltre due cori: il coro parrocchiale di Parcines e il coro di bambini e ragazzi di Lagundo, che ho fondato sei anni fa e che oggi conta circa 60 membri. Organizzo e vengo regolarmente invitata a workshop e progetti per cori. Come autrice invece mi occupo della lingua scritta. 

Lei è una scrittrice promessa per il nostro territorio e fa parte del gruppo SAAV.

Sì, in qualità di autrice sono lieta di far parte del gruppe SAAV (n.d.r. Südtiroler Autorinnen- und Autorenvereinigung). Nella scrittura amo muovermi in stili e generi diversi: ho pubblicato lavori scientifici, un manuale, poesia, narrativa, libri per bambini e un romanzo. Finora ho pubblicato otto libri e altre pubblicazioni per riviste ecc. In altri libri sono coautrice, ad esempio nell’antologia sull’Alto Adige pubblicata lo scorso anno dalla casa editrice Wagenbach. Poche settimane fa è uscito il mio ultimo libro, il romanzo “Kinderlachen”, un romanzo sulla speranza, sul dolore e sull’amore invisibile, e sul silenzioso dolore di un desiderio di maternità non realizzato. Elena desidera più di ogni altra cosa diventare madre. Racconta dell’attesa, della speranza, della disperazione – e dell’immensa forza che si cela dietro il più tenero dei desideri.

Accanto a tutto ciò Lei è moglie e madre di due bambini qual è la ricetta segreta?

Buona domanda. Non credo che esista una ricetta segreta. Se così fosse, sarebbe fantastico conoscerla. Ma per me sono importanti queste cose: priorità chiare, una buona gestione del tempo, un pizzico di umorismo (nel mio libro “Zwischen Tugend und Lust” (Tra virtù e piacere) ho parlato della tolleranza all’imperfezione) – e soprattutto un grande cuore e una visione per cui si è appassionati.

Gli occhi di qualche ben pensante famiglia e lavoro sono poco concigliabili, si rischia di far male tutto.

Sì, conciliare famiglia e lavoro è una grande sfida, anche per me, ogni giorno di nuovo. E sì, probabilmente qualche errore capita. Ma posso dire solo per me stessa: faccio ciò che faccio non nonostante i miei figli, ma per i miei figli. E sono fermamente convinta che proprio anche noi donne e madri possiamo contribuire a far progredire il mondo, partecipando attivamente alla sua costruzione. La maternità è una risorsa nella nostra società, non un ostacolo da rimuovere. Credo che possiamo ancora imparare molto meglio a utilizzare questa risorsa in modo significativo. E senza dimenticare: i bambini sono il nostro tesoro più grande, il capitale più prezioso di una comunità.

Lei è giovane; che consiglio darebbe ad una giovanissima?

Sogna in grande, segui la tua passione e il tuo cuore. A chi cammina con coraggio, il sentiero si apre davanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli