Frieda Riss e Ada von der Planitz fra le artiste cadute nell’oblio

Secondo Plinio fu proprio una donna a dar vita all’arte occidentale, eppure per secoli il canone artistico ha celato questa presenza “ininterrotta” delle donne nell’arte. Se il Novecento può essere considerato il “secolo del riscatto” non meno difficile fu il raggiungimento del “riconoscimento” e soprattutto troppo esile e troppo breve fu il loro ricordo, obliandole nelle amnesie della storia anche recente. Fra gli iscritti al Meraner Küstlerbund che aveva aperto i battenti nel 1906, ben 21 sono i nomi di donna ma della maggior parte di loro è impossibile reperire informazioni, opere e tracce d’alcun genere.  

Figlia d’arte, Frieda Riss (Merano 1908-Stams 1982) si accostò all’arte attraverso suo padre, il famoso ritrattista Thomas Riss (1871-1959), residente a Merano fin dal 1898 e assai apprezzato fra i notabili della città anche per i suoi personaggi caratteristici e quasi di genere.

Come una moderna Artemisia, per Frieda, vivendo accanto al padre, fu facile accostarsi al disegno, ai colori e pian piano affiancarlo nella sua produzione pittorica e a far diventare questa passione un vero e proprio mestiere. L’influenza pittorica del padre fu preponderante ma Frieda tentò di allontanarsene anche frequentando un semestre nel 1930/31 all’Accademia di Monaco. Non portò mai a termine gli studi d’arte e scelse invece di tornare in seno alla famiglia. Così, rientrata ad Innsbruck, dove il padre si era trasferito lasciando Merano nel 1927, continuò a lavorare con lui nell’atelier di famiglia. Frieda riuscì a distaccarsi stilisticamente dal padre aggiungendo freschezza e modernità ai propri dipinti ma non riuscì mai ad allontanarsi dal suo alone di notorietà continuando piuttosto a muoversi nella sua ombra. 

Fra le numerose tele e disegni a tutt’oggi in commercio infatti, esiste più di un’opera firmata solamente “Riss” e atipiche nella resa dei volti, delle acconciature e degli abiti, per l’impostazione stilistica di Thomas e che probabilmente andrebbero ascritte alla figlia. Frieda non rinunciò neppure a qualche incarico tutto suo come fu quello per il ritratto del sindaco di Merano Maximilian Markart. 

Di Ada von der Planitz (Merano 1 giugno 1880 – Merano 26 gennaio 1936) si era persa la memoria. Condusse una vita agiata e dedita all’arte. 

Non si sposò mai e visse per quasi tutta la sua esistenza nella villa immersa in un parco lussureggiante di piante esotiche che il padre Arthur, ricco imprenditore. , aveva fatto costruire nel 1882 dall’architetto Karl Möser. Iscritta al Künstlerbund fin dalla sua fondazione alla quale partecipò ella stessa attivamente nei panni di membro straordinario. Amante della natura, della montagna e degli animali, i suoi olii, così come i suoi acquarelli o le sue tempere raccontano il paesaggio e la fauna alpina, le vette innevate, gli scalatori intenti a contemplare i panorami arditi, i masi o i rifugi in quota, il lavoro dei contadini, le chiesette di montagna. Consueti per lei furono anche i soggiorni al Lago di Garda che trascorreva soprattutto a Torbole o a Riva. 

Anche questi produssero numerosi paesaggi di quelle zone con uliveti e cipressi, i villaggi costieri, i cieli al crepuscolo riflessi sull’acqua o le rive del lago caratterizzati da ghiaia e massi erratici. A tutto questo Ada sapeva imprimere quella tipica illusione di sud. 

Ada non trascurò neppure le vedute più emozionanti del Burgraviato come ad esempio il maniero avito dei conti del Tirolo immerso nella natura autunnale. Tipici della sua pittura erano anche i cieli dove il sole sapeva filtrare attraverso le nubi e donare una particolare atmosfera di attesa, di epifania, di magia. Per tutto ciò fu pittrice ammirata e conosciuta fra gli amanti dell’arte meranesi, bolzanini e trentini.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Psicologia e intercultura

Qui Intervista a Ricciarda Cavosi. Meranese, laureata in psicologia a La Sapienza di Roma, specializzata in psicoterapie autogene e brevi a Padova ed esperta di psicologia interculturale nonché entno-psicologia. Il nome di Ricciarda Cavosi è legato a doppio filo con il termine “integrazione”: è lei l’anima dell’Associazione Trait d’Union che si occupa di intercultura, promuovendo periodicamente il progetto “Un musical per l’integrazione” e organizzando sostegno ai compiti scolastici e di insegnamento dell’italiano agli stranieri.

La cosa che mi piace di me.

L’ottimismo e il perseguire i miei obiettivi.

Il mio principale difetto.

Il mio disordine, dove però ritrovo sempre tutto.

Il mio momento più felice.
Ce ne sono diversi, ma sicuramente la nascita di mia figlia.

Le persone che ammiro di più.

Tutti coloro che hanno saputo e che sanno lottare per i propri ideali e per un modo migliore.

Un libro sull’isola deserta.

“Istruzioni per rendersi infelici”, di Paul Watzlawick.

La mia occupazione preferita.

Nel tempo libero stare a contatto con la natura, ascoltare musica e dedicarmi alle persone che amo.

Il paese dove vorrei vivere.

Con tutti i suoi difetti, l’Italia mi va benissimo.

Non sopporto…

Le falsità.

La mia paura maggiore.

La guerra.

Nel mio frigo non mancano mai…

Il parmigiano e il prosecco.
Se fossi un animale sarei.

Un leone.

Mi sono sentita orgogliosa… 

Quando sono riuscita a fondare L’Associazione Trait d’Union.

Il mio motto.

“Un giorno senza sorriso è un giorno sprecato”.

Il capriccio che non mi sono tolta.

Non esser ancora andata a visitare i luoghi dove è nato mio padre, Il Marocco, e dove ha studiato, la Repubblica Domenicana… ma mai dire mai.
I miei pittori preferiti.

Al di là di mio padre, Turner .
Il dono di natura che vorrei avere.

A dire la verità non saprei, anche perché globalmente sono soddisfatta di me stessa e di quello che la natura mi ha già donato.

Dico bugie solo…

Quando è necessario a fin di bene.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Dove sono adesso con la mia famiglia.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo difficilmente, ma forse tre mesi fa per abbassare i toni all’interno di una dinamica di gruppo.

Da bambina sognavo…

Di diventare una pattinatrice di Holiday on Ice.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La pandemia come rinascita artistica: Louis Celia Zippo

“Era da qualche tempo che non mi dedicavo seriamente allo sviluppo di un progetto fotografico, quando improvvisamente la pandemia catapultò il mondo in una nuova inedita quotidianità costellata di situazioni irreali, che sentii il forte impulso di documentare. Le misure di contenimento della pandemia da Covid 19 tuttavia non consentivano che rare uscite motivate da esigenze eccezionali o urgenti”.
Così scrive Louis Celia Zippo nell’introduzione all’invito alla sua nuova mostra “De zona rubra” che prenderà il via il 20 marzo presso Im Kult a Marlengo. 

Le immagini in mostra sono depositarie della memoria delle emozioni vissute dal fotografo in quei lunghi mesi di sospensione dalla vita così come la conoscevamo e della difficoltà a relazionarsi con le persone. Si tratta di inquadrature dal taglio particolare, di istantanee di ciò che era possibile osservare come i fiori del proprio giardino, i giochi di luci e ombre sulle strade deserte, lo sbocciare in una notte del “tulipano queen of the night” che avrebbe vissuto quella unica notte e parte del giorno successivo come è nella sua natura e il suo destino. Speciale è anche la realizzazione della stampa di queste fotografie. Sono infatti in bianco e nero tranne che per alcuni piccoli elementi che sono stati dipinti a mano ad acquerello dall’artista Monika Hartl proprio come si usava un tempo quando ancora non esistevano le fotografie a colori. Le immagini sono stampate su cartoncino di cotone FineArt con bordi irregolari della ditta Hahnemühle. Quindi scatti d’artista che diventano oggetti ricercati e preziosi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La salvezza più vicina che c’è

La primavera meteorologica s’è presentata con la Porta Atlantica finalmente spalancata e ci siamo liberati dell’anticiclone subtropicale. L’aria è tornata respirabile al punto di non sentire più quel fastidio irritante al naso e alla gola, mentre si cammina per le città. Le montagne, a giorni alterni, hanno riabbracciato la neve, tramutatasi in pioggia per poi girare di nuovo in dama bianca anche se a quote sempre più alte. Purtroppo i fondivalle, a parte un paio di episodi di nevischio durante tutto l’inverno, non hanno mai ricevuto un accumulo, una coltre dignitosa. Ma noi innamorati dell’inverno, quand’esso si comporta da Generale Inverno, restiamo ottimisti e non ci scomponiamo, nonostante la gravità della situazione. Le immagini che provengono dalle Alpi occidentali sommerse di neve sono un toccasana per l’animo e per gli occhi. Sappiamo, tuttavia, che solo nella conca bolzanina le precipitazioni nevose negli ultimi 10 anni si sono ridotte del 75%, ma il capoluogo per motivi orografici non è mai stato supportato durante le perturbazioni nevose. Gli mancano difatti –  nelle immediate vicinanze – delle alture superiori ai 2000 metri che avrebbero la capacità di sostenere le precipitazioni e creare l’effetto sbarramento (cfr. Stau) e non solo; e non come avviene, per esempio, a Trento, che sebbene si trovi 60 metri più in basso ha una media nivometrica doppia rispetto a Bolzano. Benevolmente, e senza ricorrere ad improperi o alzare le mani, sorridiamo quando un nostro amico ci confida che gradirebbe vivere in un luogo con 20/25°C stabili durante tutto l‘anno, una situazione piuttosto remota lungo la fascia alpina. La stessa temperatura in particolar modo che serve ai nostri semi, già superficialmente interrati, a germinare. Sui davanzali cavoli neri precoci, peperoni, porri, cicerchie hanno già fatto capolino, le melanzane invece si fanno attendere e se la tirano; entro la seconda decade di marzo vedranno il ‘suolo alveolato’ pomodori, girasoli e pomodorini. Bisognerà attendere aprile per i legumi, le zucche e le zucchine ed un aprile inoltrato per i cetrioli ai quali il freddo non garba. Domenica mattina l’aria era umida, ma non pungente; il terreno era inzuppo e morbido. Il sole c’ha provato, come la pioviggine del resto. Non ho visto né sentito ronzare insetti impollinatori, ma solo le perfide limacce al passo da lumaca. Nel piccolo orto procedono i lavori per ripicchettare il cedevole, sostituire qualche asse dei camminamenti ed imbastire una struttura per la rete antigrandine; nonché poi tutti quei minuziosi dettagli e accorgimenti quando siamo immersi nell’essenzialità della Natura, la salvezza più vicina che c’è.

Autore: Donatello Vallotta

Anna Pezzetta: giovane promessa del pattinaggio

Il pattinaggio artistico è uno delle discipline più seguite alle Olimpiadi Invernali e da qualche edizione è stata introdotta anche la prova a squadre. Da quando si è ritirata Carolina Kostner, la prova femminile costituisce l’anello debole della nostra squadra, proprio ora che siamo competitivi nelle altre tre specialità. Tuttavia, nei prossimi anni questa tendenza proverà ad essere invertita da Anna Pezzetta, giovanissimo talento bolzanino in rampa di lancio in questo sport. Andiamo a scoprire la sua storia e a conoscere i suoi obbiettivi futuri.

Ciao Anna, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Anna Pezzetta, sono nata a Bolzano nel 2007 e qui sono cresciuta; ho frequentato la scuola a Bolzano fino a quando mi sono spostata alla scuola di Egna, dove mi allenavo.  Al momento sto finendo il liceo linguistico. 

Quando hai iniziato a pattinare?

Ho iniziato quando ero molto giovane, avevo cinque anni. Mio fratello giocava a hockey e io mi trovavo spesso al palaghiaccio, quando, un giorno, ho voluto provare a pattinare anche io e i miei genitori mi hanno iscritta a dei corsi a Bolzano. Da quel momento non ho più smesso.

Dove ti alleni?

Da settembre 2023 purtroppo non mi alleno più ad Egna, ma mi alleno al forum di Assago, a Milano. L’Arena di Egna ci ha comunicato che non ci sarebbe stato più posto per noi dell’artistico e che avrebbero tenuto solo la danza sul ghiaccio a Egna. Abbiamo deciso così, io e il mio team, di spostarci ad Assago. 

Ci descrivi una tua giornata tipo?

La mattina mi sveglio per le 7 e dopo la colazione vado alla pista per iniziare gli allenamenti che durano dalle 9 circa alle 15. Si inizia con il riscaldamento a secco e poi con l’allenamento sul ghiaccio, e finisco con danza oppure ginnastica, in base ai giorni. Finiti gli allenamenti vado a casa per seguire le lezioni scolastiche online. In mezzo alla giornata cerco di fare stretching per recuperare dagli allenamenti. Finite le lezioni preparo la cena, mi rilasso guardando delle serie tv e vado a dormire.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Mi alleno sei volte a settimana, sicuramente i sacrifici sono tanti sia da parte mia sia da parte di chi mi supporta in questo percorso, a partire dalla mia famiglia e a tutto il team che mi segue. Sono sacrifici che faccio perché amo questo sport e pattinando da quasi tutta la mia vita ormai non li vedo nemmeno più come “sacrifici”, ma quasi come la normalità.

Che cosa ti piace di più di questo sport?

La cosa che mi piace di più è scivolare sul ghiaccio e saltare, ma anche viaggiare per le gare e incontrare nuovi amici che vengono da paesi diversi.

Hobby?

Sì, ne ho diversi, ma purtroppo non ho tantissimo tempo per praticarli. Mi piace nuotare, andare al cinema e fare shopping oppure semplicemente passare del tempo con gli amici. Una cosa che mi manca molto è giocare con i miei animali domestici (cani e gatti) che purtroppo non riesco più a vedere molto, non abitando più a casa.

Obiettivi futuri?

Preferisco rimanere sul vago, sono molto scaramantica (ride n.d.r.). Sicuramente dare il meglio di me stessa in tutto quello che faccio. L’obbiettivo e il sogno principale sono ovviamente, come per tutti gli atleti, le olimpiadi.

La città di Bolzano ti ha aiutato a raggiungere i tuoi obbiettivi?

Di recente sono stata inserita nel “progetto elite” che sostiene economicamente, attraverso la Südtirol Sporthilfe, gli atleti nel periodo preolimpico. È un aiuto molto importante di cui sono molto grata.

Autore: Niccolò Dametto

Il coro Plose di Bressanone fa rivivere lo spirito della montagna

Nato nel 1964 il Coro Plose C.A.I. Bressanone ha una lunga storia alle spalle, caratterizzata da un’intensa attività e quest’anno si appresta a festeggiare l’anniversario dei 60 anni dalla sua fondazione. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con Maurizio Brocco, presidente del coro. 

Quando e come è nato il coro Plose C.A.I. Bressanone?

Il Coro Plose C.A.I. è nato 60 anni fa proprio sulle panchine dei Giardini Rapp a Bressanone dove alcuni giovani brissinesi hanno mosso i primi passi nell´allora inesplorato mondo del canto corale e, con grande passione e divertimento, hanno dato vita ad un piccolo e inesperto coro. Negli anni il coro è cresciuto ed è diventato un riferimento per l´attività culturale della nostra città. Attraverso concerti ed eventi ha saputo conquistare un numeroso pubblico di appassionati del canto popolare.

Com’è composto il coro?

Attualmente il coro è composto da 26 elementi: 7 nel gruppo dei tenori primi, 8 nei tenori secondi, 7 nei baritoni, 4 nei bassi. Il coro attualmente è diretto dal maestro Stefano Barberio di Bressanone.

Qual è il vostro repertorio?

Ci concentriamo tipicamente canti di montagna e della tradizione popolare.

Negli anni avete partecipato a eventi davvero importanti. Qual è quello che le è rimasto più impresso?

Il Coro Plose ha finora all’attivo circa 900 concerti. Sicuramente una delle nostre partecipazioni più sentite è stata quella del 2010 a Roma dove, in occasione della consegna ufficiale dell’Albero di Natale alla Santa Sede proveniente dal Comune di Luson, il Coro ha accompagnato una delegazione di Bressanone e si è potuto esibire davanti al Santo Padre Benedetto 16.mo all’interno della Sala Clementina in Vaticano e poi ancora in Piazza San Pietro durante la cerimonia ufficiale di accensione dell’albero.

Cosa avete in programma per quest’anno? Avete già dei programmi per il festeggiamento dei sessanta anni del coro?

In questo 2024 il nostro coro ha in programma un´attività particolarmente intensa proprio per festeggiare nel migliore dei modi i 60 anni di attività. L´evento più importante sarà comunque ad ottobre, quando sabato 19 proporremo alla Cusano un concerto con la partecipazione del coro Vós de Mont dalla provincia di Udine, un coro molto conosciuto e guidato dal maestro Marco Maiero, considerato uno dei principali maestri della coralità italiana. Anche noi del Plose abbiamo in repertorio diverse canzoni dal lui stesso scritte e armonizzate.

Qual è il segreto della longevità e dell’entusiasmo di questo coro?

La passione, ma anche il costante impegno e sacrifici di coristi e maestri, hanno permesso 60 anni di ininterrotta attività. Inoltre da sempre il nostro coro è ambasciatore del canto popolare e di montagna. Il coro è fatto di amicizia, di impegno personale, di divertimento e di responsabilità. Tutti stanno insieme legati dalla passione per il canto e dalla stima reciproca e vivono il volontariato nella sua espressione più genuina. Il coro esige però sempre serietà e perseveranza, ma restituisce gioia e allegria, in incontri, conoscenze e soddisfazioni.

Autori: redazione COOLtour

Redditi

Il consiglio provinciale di Bolzano ha pubblicato i dati sui redditi dichiarati dai trentacinque attuali consiglieri eletti lo scorso ottobre. Al primo posto, con un reddito dichiarato che supera il milione di euro, troviamo Renate Holzeisen di “VITA”. Ora si capisce perché, interrogata su un rimedio NO VAX per affrontare un raffreddore imminente, abbia risposto “avvolgersi in coperte di cashmere e fare bagni di champagne!”. All’ultimo posto della classifica, con reddito nullo, troviamo Jürgen Wirth Anderlan: “vivo esclusivamente di uova delle mie galline, la mia vaccinazione personale contro ogni malanno e contro il fisco italiano”. 

Autore: Roberto Tubaro

Sabrina Veronesi, l’artista sognatrice

Sabrina Veronesi, artista bolzanina, considera l’arte non solo come un mezzo per comunicare, ma anche come una forma di espressione personale. 

“Ho sempre scarabocchiato, disegnato e dipinto perché questo è il modo più naturale per me di comunicare con il mondo ed esprimere me stessa” afferma. La sua vita è caratterizzata da una dualità tra il disegno tecnico, che contraddistingue il suo lavoro da geometra, e le pennellate di acrilico su tela. “Per svariati motivi, purtroppo, l’arte è rimasta un hobby. Non ho mai avuto l’opportunità di frequentare una scuola d’arte e la vita mi ha portato verso una professione da tecnico…” dichiara , aggiungendo. “…devo ammettere, però, che mi piacciono entrambi gli aspetti della mia vita, anche se il mio cuore è totalmente artistico”. 

Sabrina Veronesi descrive la sua arte come sperimentazione, evoluzione, liberazione, espressione di eé e forma di comunicazione. In ambito artistico, lei si trova spesso a riflettere sul significato e sull’intento delle sue opere. Ciò che vuole comunicare si basa sullo stato d’animo e sulle esperienze che vive nel momento preciso di fronte alla tela. Ogni pennellata è una manifestazione dei suoi sentimenti, pensieri e della sua visione del mondo. Nonostante alcuni personaggi possano comparire più volte all’interno delle sue opere, ogni opera è unica e racconta una storia autoconclusiva. 

La natura è una protagonista ricorrente nei quadri di Veronesi. “Nulla mi ispira più della natura”, afferma, “Siamo parte della natura, è la nostra essenza e c’è una connessione evidente con essa. Amo tutto quello che di naturale mi circonda e quindi non può mancare nei miei quadri”. 

Le influenze e le fonti da cui trae ispirazione l’artista sono molteplici e sono spesso legate all’ambiente circostante, agli amici, alla famiglia o a immagini che catturano la sua attenzione. Sabrina Veronesi esprime una grande ammirazione per Klimt, fonte di ispirazione per la scelta dei colori e per le forme a spirale presenti nelle sue opere. 

Tra i suoi lavori, l’artista identifica “Controcorrente” come il suo preferito. L’opera raffigura tre farfalle rosse in fila indiana ed una blu che si distingue dalle altre per la direzione opposta. La farfalla blu simboleggia l’unicità di ognuno di noi e invita a seguire il proprio percorso, non costringendosi a seguire i canoni imposti dalla società. 

Veronesi ha avuto la possibilità di esporre le sue tele presso Cooltour, dove ha tenuto una mostra della durata di due mesi. “Sono stata felice di aver avuto l’opportunità di condividere la mia passione con gli altri. Mi ha emozionato il consenso generale”, dichiara. 

Al momento, l’artista non ha in programma altre esposizioni, ma continuerà a sperimentare nuove tecniche e ad esprimersi attraverso l’arte.

Autrice: Sanaa El Abid COOLtour

Corodoro: canto per il benessere femminile

Corodoro è un percorso di canto e teatro per il benessere femminile nato nell’ambito dei progetti di Officine Vispa- LISCIÀ. Ideato da Lorena La Rocca si inserisce nei percorsi di promozione della salute attraverso l’attività culturale che porta avanti dal 2011, grazie ai molti anni di studio e lavoro nell’area del welfare culturale tra Torino, Bologna e Vienna. 

Si tratta di scegliere e proporre un linguaggio artistico finalizzato a coltivare competenze sociali in persone con particolari bisogni. Nel caso di Corodoro il canto da principio è stato proposto per l’alfabetizzazione di donne migranti. Nato nel 2021 con l’obiettivo di potenziare le competenze linguistiche attraverso il canto, il coro è diventato un veicolo creativo e inclusivo, volto a promuovere legami e integrazione attraverso la musica. Oltre a favorire l’apprendimento, il coro offre alle donne un’opportunità di benessere, permettendo loro di riunirsi, cantare e prendersi cura di sé stesse. Con circa 15 partecipanti, il coro è aperto a tutte le donne della città riflettendo la varietà e la diversità delle partecipanti. 

Com’è nato Corodoro?

Corodoro è nato da un’idea maturata all’interno del progetto FSE “District Innovation Lab” in cui Officine Vispa ha accolto lo strumento artistico come leva di innovazione sociale per l’’alfabetizzazione e la professionalizzazione di donne con esperienze migratorie. In particolare, il coro è stato creato come strumento per sostenere l’apprendimento della lingua italiana attraverso il canto. L’uso del canto è stato considerato un metodo efficace per aumentare le competenze linguistiche delle donne coinvolte nel progetto. Pertanto, il Corodoro ha avuto origine come risposta creativa e inclusiva per promuovere l’alfabetizzazione e l’integrazione attraverso l’apprendimento di canti della tradizione popolare italiana.

Cosa vuole trasmettere e cosa rappresenta il vostro coro?

Questo coro rappresenta un’opportunità per le donne di riunirsi, stare bene cantando e prendersi cura di sé. Nel tempo abbiamo stretti una partnership con i consultori AIED (che ha sede in Corso Italia) e ARCA per informare anche donne in particolari condizioni di vita (post parto, menopausa…) che c’è uno spazio libero in cui è possibile vivere un’esperienza di sollievo. Cantare allena la lingua, la memoria, la corretta respirazione.  È divertente e aumenta molto il senso di appartenenza a un gruppo. Il coro rappresenta un luogo sicuro e un’occasione creativa, generativa di legami di supporto, oltre che uno spazio di lavoro artistico in costante crescita, grazie anche al supporto di Sandra Passarello che ne cura la parte tecnico vocale. 

Da quante donne è formato il Coro? 

Il coro è aperto gratuitamente a tutte le donne della città, il che significa che il numero di partecipanti varia; a volte siamo di più, altre volte di meno, a seconda del periodo. Attualmente siamo circa 15 partecipanti. 

Quando è nato Corodoro?

Dopo l’esperienza Fse il coro ha assunto una sua identità stabile all’interno dei percorsi di Officine Vispa e dal 2022 abbiamo iniziato a identificarci più precisamente come Corodoro, un coro aperto alle donne per promuovere la partecipazione culturale e il benessere femminile. Si inserisce in una prospettiva più ampia di canto e teatro, l’idea di un gruppo artistico che coinvolge donne di ogni età e provenienza per lavorare insieme raccontando piccole e grandi storie femminili attraverso canto e performance teatrale.

Avete partecipato a qualche evento in particolare? 

Partecipiamo regolarmente a diversi eventi, direi che la città sa che ci siamo. A maggio scorso abbiamo partecipato all’evento Tutta tua la città- Teatro Cristallo, a novembre abbiamo preso parte, cantando, alla corsa contro la violenza sulle donne promossa da UISP,  il 16 marzo saremo alla libreria Cappelli per accompagnare un progetto di chiusura dei percorsi LISCIÀ. Abbiamo inoltre preso parte a vari eventi organizzati da Officine Vispa nel rione Ortles-Casanova per sostenere, attraverso canto e teatro, il più ampio progetto di sviluppo di comunità della cooperativa.

Info:
lorena.larocca@officinevispa.com 

Philip Gaida, di professione artista: mente e spirito libero

Philip Gaida è un artista visivo di origine francese che da oltre 25 anni vive a Laives. Oggi di anni Gaida ne ha 66. Il papà avrebbe voluto farlo frequentare la scuola piloti di Air France, ma il giovane Philip a 18 anni non aveva né la voglia, né l’energia di affrontare due anni di studi di matematica, il presupposto per fare la scuola piloti. Scelse allora altre vie: prima frequentò la scuola d’arte e poi la vita lo portò a lavorare in giro per il mondo, seguendo la sua innata natura creativa e la sua curiosità. Oggi è un artista quotato negli albi ufficiali e questo vuol dire che le sue opere possono essere anche vendute nelle aste d’arte. Philip Gaida oggi è attivo anche come pittore in tempo reale durante spettacoli soprattutto musicali. Lo abbiamo incontrato nel suo atelier a Laives.

Come ti descriveresti?

In vita mia ho sempre cercato di seguire le mie passioni, che sono parte di me sin da piccolo, quando scoprii quella per il disegno e la pittura. Sono passioni che non mi hanno mai abbandonato, considerato che in pratica sono diventate il mio mestiere. Altre mie passioni sono l’aeronautica e lo sport: tra le altre cose sono istruttore di windsurf e di snowboard. Queste passioni sono anche una fonte di ispirazione per la mia arte.

Sei cresciuto in Francia ma hai girato il mondo. Tra le altre cose hai vissuto per un periodo negli Stati Uniti per conseguire il brevetto da pilota di aereo. Sei stato poi in Sud America, in Africa, in Asia, e comunque hai sempre portato avanti le tue passioni. 

Non si tratta di attività che si fanno in pochi giorni. Praticamente negli ultimi 50 anni ho cercato di combinare le mie passioni, partendo da una formazione base in arte. Nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrare durante i miei viaggi sia artisti che autentici esperti in determinate discipline, come la scenografia, attività per la quale ho avuto la possibilità di acquisire competenze sul campo; ora sono capace di dipingere in qualsiasi tema o formato. Lavoravo per i grandi tour operator, come per esempio Club Med e mi occupavo anche di allestimenti scenici.

Oggi ti occupi anche di pittura in tempo reale, ad esempio durante i concerti… 

Durante il “live painting”, la pittura dal vivo, improvviso e seguo la mia ispirazione. Quella dell’improvvisazione durante la musica dal vivo è una cosa abbastanza recente, l’ho fatto ad esempio durante i concerti di Agostino Accarino o Francesco Zanardo. Ci sono persone che dipingono sempre gli stessi soggetti. Io invece mi faccio ispirare nel tempo di una canzone e abbozzo un quadro. Può capitare che lo venda la stessa sera o che lo rielabori e lo integri in atelier in un momento successivo.
Mi è anche capitato di dipingere durante le fiere d’arte. Mi piace il contatto con il pubblico che può assistere al “making of”, alla creazione dell’opera d’arte. Spesso commentano e sono liberi di fare tutte le domande che vogliono.

Chi vuole vedere le tue opere cosa deve fare? 

Ho un sito internet, philipgaida.com; su appuntamento apro anche il mio atelier dove si ha la possibilità di vedere al momento circa 150 quadri e 200 disegni.

Autore: Till Antonio Mola