Siria: tra povertà, guerra e contraddizioni

BOLZANO | 11 dicembre 2020 | Ore 18
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Parlare di Siria significa parlare di problemi tra loro diversi eppure spesso collegati. Per tracciare un quadro generale della situazione del Paese, occorre farsi molte domande. Qual è la situazione delle carceri? Cosa rimane dell’ISIS in Siria? Come affrontare il problema dei rifugiati in Libano e in Turchia? A queste e altre domande risponderà la giornalista Sara Lucaroni, che con i suoi reportage ha raccontato la Siria per testate giornalistiche come L’Espresso e Avvenire, affinché anche chi non conosce la storia e le particolarità di questo Paese possa avvicinarsi alla “questione siriana”. Modererà l’incontro Alex Piovan. L’evento è organizzato dal Centro per la Pace.

Info: Centro Pace Bolzano, tel. 0471 402382

In un libro la Merano degli anni Venti

MERANO Il 3 aprile 1920 Franz Kafka scese dal treno alla stazione di Merano. L’“impiegato di Praga” era gravemente malato, soffriva di tubercolosi. Il suo soggiorno in riva al Passirio durò quasi tre mesi e avvenne in un momento storico di “transizione”: la belle époque della località di soggiorni curativi era irrimediabilmente giunta al termine e il Tirolo a sud del Brennero, da regione dell’Impero austro – ungarico, al termine della Grande Guerra si ritrovava a essere parte integrante del Regno d’Italia.
A Merano Kafka scrisse lettere struggenti indirizzate a Milena Jesenská, la sua traduttrice ceca. Ciò che era iniziato come una corrispondenza per motivi professionali, divenne un dramma epistolare noto in tutto il mondo.
Il libro dal titolo “Kafka a Merano. Cultura e politica intorno al 1920” (Edition Raetia, 2020) punta i riflettori sulla presenza di Kafka in riva al Passirio e sulle metamorfosi politiche e culturali di una piccola città di cura. Il volume a cura di Patrick Rina e Veronika Rieder contiene interventi di Guido Massino e Reiner Stach, studiosi di Kafka e delle sue opere, e un saggio di Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega 2018. Inoltre il libro offre contributi di Ferruccio Delle Cave, Patrick Gasser, Hans Heiss, Ulrike Kindl, Hannes Obermair, Rosanna Pruccoli, Tiziano Rosani e Antonella Tiburzi.
Nel corso di un incontro virtuale l’Accademia di Merano presenta la nuova monografia dedicata a Kafka e alla Merano del 1920, visibile su Youtube (sulla pagina “Accademia Merano”) e su Facebook (sulla pagina “Accademia di Merano – Akademie Meran”), moderata da Veronika Rieder presso la stessa Accademia di Merano e con contributi registrati dei relatori. Guido Massino, già professore di Letteratura tedesca all’Università del Piemonte Orientale, nel suo intervento illustra il soggiorno meranese di Kafka e la “nascita” delle famose Lettere a Milena. Questo epistolario rivela la frequentazione delle Mémoire di Casanova e del Purgatorio di Dante.
Lo stato di incertezza in cui versava il Sudtirolo nel 1920 è paragonabile a un purgatorio dominato dalla preoccupazione per il futuro e il rimpianto di un passato che si dilegua, tra un pathos hoferiano e la retorica del nazionalismo tricolore. Ne parla lo storico Hannes Obermair nel suo contributo digitale.
Lo studioso della storia del turismo Patrick Gasser nella sua relazione analizza la miracolosa rinascita del settore turistico meranese dopo la fine della Prima guerra mondiale.

Volontari tra impegno gratuito e rischio della supplenza

Si è celebrata in questi giorni la Giornata internazionale del volontariato. Che cosa spinge le persone a dedicare il loro tempo ad attività utili allo sviluppo della società nei suoi vari aspetti? Ognuno ha i suoi motivi personali, ideali, morali che lo spingono a mettersi in gioco. E c’è una dimensione sociale e politica di non poca importanza.

Secondo i dati della Provincia sono circa 150.000 gli altoatesini coinvolti, spesso più volte alla settimana, nelle attività di quasi 4.500 strutture organizzate, che vanno dalle associazioni di volontariato e di promozione sociale alle cooperative, ai gruppi di auto-aiuto, ai comitati e alle fondazioni.
Vale la pena sottolineare due aspetti connessi all’impegno volontario.
Il primo è lo stile di fondo che per molti volontari è quello della gratuità. È vero, molti di noi danno il loro tempo ma si aspettano qualcosa in cambio. Chiedono riconoscimento sociale, gratitudine, a volte un premio, un’agevolazione. Altri tendono a vedere il loro impegno piuttosto nell’ottica del dono. Ciò non nasce necessariamente da una bontà eroica o da uno straordinario spirito di sacrificio, ma molto più semplicemente dalla consapevolezza che tutto ciò che abbiamo di più importante, a cominciare dalla vita stessa, lo abbiamo ricevuto in dono. Il tempo è un dono che ci è dato e assume tanto più valore, quanto è a sua volta donato agli altri. Un secondo aspetto riguarda in particolare il volontariato sociale. Spesso avviene che le organizzazioni di volontariato svolgano compiti che di per sé sono compito e responsabilità dell’ente pubblico. Questo va bene se è svolto secondo il principio di sussidiarietà. La famiglia, le associazioni, i volontari possono svolgere alcune attività di servizio alle persone meglio dell’ente pubblico. Ma non devono mai, nel farlo, togliere all’ente pubblico le castagne dal fuoco. Solidarietà e sussidiarietà vanno sempre insieme e la “supplenza” dev’essere l’eccezione.

Autore: Paolo Bill Valente

Il ritorno di Giulia

La cantautrice meranese Giulia Martinelli, che nella primavera dello scorso anno aveva dato alle stampe l’applaudito EP Wanderlust (prodotto con gusto da Mattia Mariotti) è tornata qualche settimana fa a far parlare di sé per la pubblicazione del suo nuovo videosingolo, una canzone presentata in anteprima nel tour ispano/germanico di inizio anno, che anticipa cambiamenti importanti e una crescita artistica costantemente in atto dell’artista.
La nuova canzone, The Crown, è una specie di punto della situazione che Giulia fa su sé stessa, sulla presa di coscienza del cosa vuole essere, come vuole essere e in questo senso è eloquente il video girato dalle fidate Asia De Lorenzi e Samira Mosca, amiche della Martinelli, prima ancora che videomaker e fotografe in via di affermazione: nel video infatti vediamo una “Giulia” bambina passare il testimone a una donna, una corona nella fattispecie, che è un po’ il simbolo della consapevolezza acquisita riguardo alla propria evoluzione artistica. Evoluzione che a livello musicale trova qui un ottimo confezionatore in Kris Kaufmann, chitarrista e produttore dal gusto molto orientato verso il circuito country-pop, proprio quello che Giulia aveva in mente da un po’ di tempo in qua.
youtu.be/fo1SIA0VEec

crazy

Essere benvenute, nonostante tutto

Una giovane studentessa dell’Università di Bolzano ha incentrato la sua tesi di laurea sulla vita delle donne senza fissa dimora che gravitano presso la Casa Conte Forni di Bolzano. Raccogliendo uno spaccato di grande umanità, al di là degli stereotipi.

Prima il freddo e poi la neve. E la pandemia. Nei giorni scorsi a Bolzano è tornato di stretta atualità il tema delle decine e decine di persone (quasi 200, secondo le stime) che vengono sbrigativamente indicate “senza fissa dimora”. In realtà si tratta di un universo variegato, come è facile immaginare, che comprende homeless tradizionali di origine locale o meno, richiedenti asilo, profughi e persone che si trovano in una situazione di disagio per svariati motivi. 
In questi giorni il capoluogo è tornato a interrogarsi – purtroppo con il consueto rimpallo di responsabilità tra Comune, Provincia e rappresentanti dello stato (Commissiariato del Governo e forze dell’ordine) – sul tipo di soluzioni da adottare per dare un riparo e un minimo di conforto a queste persone. 

Tra di loro le più fragili, è inutile dirlo, sono le donne, presenti in un numero importante e spesso con bimbi a carico. È dunque a loro – e in un modo singolare – che abbiamo pensato di dedicare l’articolo principale nel nostro numero di Avvento e Natale, con il quale salutiamo i lettori dando poi loro appuntamento all’inizio del 2021. Nei mesi scorsi infatti ci è capitato di incontrare una giovane studentessa della Libera Università di Bolzano che proprio alle donne senza fissa dimora di Bolzano ha scelto di dedicare la sua tesi di laurea.

IL LAVORO DI TESI
Giada Avi ha 23 anni ed è di Pergine Valsugana, in provincia di Trento. Si è appena laureata presso la facolta di Design e Arti dell’Università di Bolzano discutendo una tesi basata sulla realizzazione di un libro d’arte, dedicato in particolare alle donne senza fissa dimora che hanno come punto di riferimento la Casa Conte Forni di Bolzano, un centro di accoglienza che ha sede in via Renon, a due passi dalla stazione ferroviaria. Per 4 mesi – da luglio a ottobre, giusto nella “pausa” tra la prima e la seconda ondata della pandemia – Giada ha frequentato la struttura, stringendo relazioni e raccogliendo materiali, soprattuto singole frasi e immagini dal forte contenuto evocativo. Ci è sembrato molto interessante valorizzare la stretta connessione che si è creata, nell’esperienza di questa giovanissima, tra arte e sociale, due mondi che siamo abituati a pensare distanti, quasi agli antipodi. È altrettanto significativo – come ci dice la stessa studentessa nell’intervista che abbiamo realizzato – l’obiettivo che questo lavoro si è proposto cercando di “allontanare il più possibile queste donne dalle etichette che spesso vengono loro affibbiate, generalizzando, criminalizzando e vittimizzando”. Il libro d’arte realizzato da Giada Avi, al momento stampato in poche copie, forse in futuro verrà anche pubblicato. Auspichiamo davvero che questo possa accadere, magari anche grazie a un editore altoatesino, perché si tratta di uno sforzo davvero significativo di pacificazione. Sarebbe davvero un bel segnale.

L’INTERVISTA


Com’è nata l’idea di realizzare questa tesi di laurea così particolare?
Sia artisticamente che personalmente sono sempre stata attratta dal sociale. Mi interessa, penso che la società ne abbia bisogno. Vediamo tanto odio in giro, per le strade e sui social, mi piace l’idea di usare l’arte per cambiare il mondo. Pretendo troppo?

Come hai proceduto?
Avendo a che fare con persone “emotivamente fragili”, sono andata step by step. Avendo quattro mesi per fare la tesi, ho iniziato con molta calma, andando tre volte a settimana a Casa Forni. Per i primi due mesi non ho neanche portato la macchina fotografica, volevo prendere confidenza, lasciare che si fidassero di me in maniera naturale, senza pressioni o spinte. Non è così facile farsi fotografare da una completa sconosciuta, e allo stesso tempo non era facile per me fotografare sconosciute, senza “sfruttare” in qualche modo la loro condizione.

Dal punto di vista umano com’è stato incontrare queste persone?
Molto più facile di quello che pensassi. Come ho scritto tante volte nel mio libro, sono molto più simili a me di quanto pensassi. Sì, le nostre realtà sono incredibilmente distanti, ma allo stesso tempo molto molto simili. Per la mia personalità e il modo che ho di vedere e capire il mondo, è stato molto semplice conoscerle, instaurare un rapporto, volergli bene e farmi voler loro bene.

Quando pensiamo alle donne senza fissa dimora facciamo fatica a sfuggire da una serie di stereotipi. Quali sono i principali?
Il mio progetto si basa proprio su questo: allontanare più possibile queste donne dalle etichette che la società affibbia loro, generalizzando, criminalizzando, vittimizzando. Quante volte abbiamo sentito che sono pigre, che non hanno voglia di fare niente? Che se la sono cercate? Facciamo fatica a capirle perché non abbiamo tempo e voglia di farlo. Inoltre, i media hanno un grande ruolo nella nostra percezione dell’”altro”. Ogni giorno siamo letteralmente bombardati da immagini che ovviamente influenzano la nostra visione del mondo. Al contempo possiamo accusare queste immagini stereotipate di continuare ad alimentare stereotipi negativi. è un po’ come un cane che si mangia la coda.

Le storie delle donne che hai incontrato nel tuo lavoro spesso sono condensate in brevi frasi e fotografie di grande forza espressiva. è stata una scelta tua fin dall’inizio o una cosa che è scaturita man mano?
In realtà no. Soprattutto perché ho avuto a che fare con delle persone, lavorando con loro e su di loro, inizialmente volevo essere il più aperta possibile. Il mio progetto si sarebbe sviluppato in base a loro: alle loro esigenze, a quanto loro si sarebbero aperte con me, alle suggestioni che avrei avuto relazionandomi con loro. Mi ero data carta bianca. Avendo poi fotografie e testo, che considero essere egualmente importanti, ho capito che un libro sarebbe stato il medium migliore.

Marginalità e disagio, ma comunque cittadinanza. In questa fase così delicata ancora una volta siamo invitati a “restare a casa”. Per le donne che hai incontrato si tratta di un’indicazione che appare quanto mai paradossale…
Il Covid ha sicuramente dato una sfumatura diversa al progetto. Ha creato ancora più disparità tra “noi” e “loro”, se possiamo davvero parlare di due categorie distinte. Basti immaginare ai pompieri che giravano per le strade con le sirene “state a casa”, sfrecciando a pochi metri da persone che si chiedevano “e noi dove andiamo?”.

Aver conosciuto questo mondo che tipo di porte aprirà sul tuo futuro? Dopo la triennale quali sono i tuoi progetti?
Voglio lavorare nel mondo della comunicazione visiva e mi piacerebbe rimanere su temi sociali più che commerciali. Forse sono troppo ambiziosa, ma mi piacerebbe che il mio lavoro cambiasse anche solo di poco la visione che abbiamo sul mondo.

Indennità di disoccupazione

La Naspi è l’acronimo di Nuova Assicurazione Sociale Per l’Impiego ed è, a partire dal 2015, l’indennità di disoccupazione che viene erogata, con assegno mensile, dall’Inps ai lavoratori che perdono involontariamente il posto di lavoro.
Il requisito fondamentale per accedere alla Naspi è la perdita involontaria del lavoro. La legge, infatti, tutela economicamente il disoccupato solo se ha perso il lavoro contro la sua volontà.
Ci sono, tuttavia, dei casi in cui, nonostante la cessazione del rapporto sia stata determinata dalle dimissioni o dalla risoluzione consensuale del rapporto, la perdita del lavoro può essere considerata comunque involontaria. È il caso della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore al trasferimento in una sede di lavoro a oltre 50 km dalla residenza e/o raggiungibile con i mezzi pubblici in oltre 80 minuti.
Nell’ambito delle dimissioni, invece, fanno eccezione alla regola per cui non spetta la Naspi le dimissioni per giusta causa; si ravvisano quando il dipendente è, di fatto, costretto a dimettersi a causa di un comportamento datoriale scorretto, contrario ai doveri che derivano dal rapporto di lavoro, che rende non più proseguibile il rapporto, nemmeno per un momento.
I principali effetti prodotti dalle dimissioni per giusta causa sono tre: 1) il lavoratore può lasciare il posto di lavoro con effetto immediato, senza rispettare il periodo di preavviso; 2) il lavoratore ha diritto a ricevere l’indennità sostitutiva del preavviso; 3) proprio come per il licenziamento, il lavoratore che si dimette per giusta causa ha diritto alla Naspi.
Non esiste un elenco tassativo di “giuste cause”; analizzando la casistica presente nelle sentenze dei tribunali del lavoro, dimissioni per giusta causa sono state ad esempio riconosciute nei casi di mobbing, demansionamento, molestie sessuali nei luoghi di lavoro, condotta ingiuriosa del superiore gerarchico, mancato pagamento dello stipendio, trasferimento immotivato e modifica peggiorativa delle condizioni di lavoro a seguito di un trasferimento di ramo d’azienda.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Alto Adige, storia in sintesi

Alberto Pasquali, avvocato e appassionato di storia fin dall’infanzia, ha recentemente pubblicato “Breve storia dell’Alto Adige”, edito da Curcu & Genovese. Ecco la nostra recesione.

L’attenzione del grande pubblico e il lavoro di molti giornalisti e scrittori sono stati rivolti, nel tempo, soprattutto alla storia più recente della Provincia di Bolzano, lasciando in secondo piano quella più antica. Eppure, come scrive l’autore nell’introduzione, questa storia è di particolare interesse, in quanto non è “solo tedesca, solo italiana, solo ladina, ma è storia autenticamente europea, perché ben poche terre – per la loro posizione geografica ed orografica – hanno avuto radicali alternarsi di popolazioni e fusioni di etnie e di lingua”.

Alberto Pasquali


In poco più di sessanta pagine, il libro di Alberto Pasquali ripercorre questa storia, dai primi riferimenti storici attendibili fino alla caduta del fascismo, con un breve epilogo dedicato al presente. Il testo, agile e accessibile a chiunque, è accompagnato da molte fotografie, illustrazioni e cartine.
In passato si faceva risalire il principio della “storia dell’Alto Adige” al “castrum Drusi” (poi Bauzanum), ma il rinvenimento di Ötzi ha costretto a spostare questa data a 5000 anni fa. Ad ogni modo, è l’insediamento dei romani a dare il via a quei processi storici e culturali di cui rimane traccia ancora oggi. La fusione delle genti romane con le popolazioni locali, per esempio, diede origine alle lingue ladine che, benché ovviamente mutate, sopravvivono tuttora in alcune valli. Con la caduta dell’Impero romano si ebbero le invasioni di Visigoti e Ostrogoti e la successiva penetrazione dei Baiuvari nel territorio, fino all’odierna Salorno.

A sinistra Walther von der Vogelweide, a destra Oswald von Wolkenstein

A partire da queste prime informazioni, Pasquali ripercorre, attraverso brevi capitoli, la storia della Provincia, concentrandosi su alcuni aneddoti e biografie di personaggi particolarmente rilevanti. Si incontrano così Walther von der Vogelweide, la mitizzata figura di Margarete Maultasch, la dinastia dei conti Mainardi, la cui epopea – scrive l’autore – coincide con il periodo più glorioso del Tirolo, e Oswald von Wolkenstein. L’autore affronta poi “il crollo dell’impianto feudale e l’ascesa al potere dei ricchi mercanti laici” e il periodo della caccia alle streghe. Vengono raccontate le storie del ribelle Michael Gaismair, che si oppose “[al]l’ignobile sfruttamento del lavoro dei contadini tirolesi”, morendo giovanissimo e passando alla storia come primo sindacalista, e di Claudia de’ Medici, fino ad arrivare alla nascita degli Schützen. Dopo quelli dedicati ad Andreas Hofer e al periodo della Restaurazione, i capitoli conclusivi attraversano le guerre mondiali, il fascismo, lo Statuto d’autonomia e si concludono con un breve scorcio sul presente.

Michael Gaismair visto da Karl Plattner


“Breve storia dell’Alto Adige” non si rivolge agli esperti di storia in cerca di informazioni inedite o di approfondimenti specialistici, ma potrebbe rispondere ad alcune curiosità di chi, volenteroso di scoprire qualcosa in più sulla storia del territorio, è alla ricerca di un testo leggero e di facile consultazione.

Il Natale di Walther von der Vogelweide

Da qualche giorno pare turbato Walther von der Vogelweide, lo si nota dallo sguardo della statua che lo raffigura al centro dell’omonima piazza. La piazza non è affollata come ogni anno in vista del Natale! Cosa sta succedendo? Mentre se lo chiede, Walther ricorda altri momenti della sua vita. Opera in stile stile neoromanico del venostano Heinrich Natter, il monumento fu solennemente inaugurato il 15 settembre 1889, con intitolazione della piazza al poeta; lo guarda da Trento l’italico poeta, Dante Alighieri, raffigurato nel monumento inaugurato l’11 ottobre 1896. Il 22 marzo 1935 il monumento a Walther fu spostato nel parco Rosegger, con soddisfazione del Duce, che non mancò di venire a Bolzano. Riportato nella piazza nel 1981, nuovamente trasferito nel 1984 per i lavori del parcheggio sotterraneo, il monumento a Walther ritornò nella piazza il 27 settembre 1985. Ma fu movimentata anche la vita del personaggio raffigurato, il menestrello medievale Walther von der Vogelweide: Novale di Laion (dove Walther sarebbe nato nel 1170), Sabiona, Novacella, Vienna, Magonza, Magdeburgo Norimberga, Wurzburg (dove morì intorno al 1230), senza contare le corti dove passò per offrire le sue arti poetiche. Walther fu infatti uno dei Minnesänger (da Minne, amore e sang, canto=lirica d’amore cavalleresca), i cantori dell’amore cortese in lingua tedesca. Fu considerevole la produzione poetica di Walther, con esempi di Lied (canzone), di Spruch (sentenza) e di Leich (poesia a più strofe a carattere conviviale amoroso e religioso): novanta Lieder, da 140 a 150 Sprüche, un Leich; una raccolta di 24 manoscritti, comprendenti circa 500 strofe con cento schemi metrico-ritmici diversi. Gli ultimi versi di Walther von der Vogelweide sarebbero stati Kreuzlieder e Palästinalied, in occasione del ritorno dalla crociata, nel 1229, dell’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250). Sono migliaia che ti vedono, Walther, dalle pagine di Qui Bolzano. Buon Natale!

Autore: Leone Sticcotti

Skankin’ Drops: non tutti i contagi vengono per nuocere

Di questi tempi, in cui la parola contagioso mette sempre addosso un po’ di apprensione, c’è un caso in cui invece non può che rallegrare e far piacere: si tratta del contagioso esordio discografico degli Skankin’ Drops, formazione appartenente alla grande famiglia del reggae che, dopo alcuni anni di collaudate performance, ha trovato finalmente il tempo e la voglia di registrare la propria musica, e lo ha fatto con esiti davvero entusiasmanti.

Do The Skankin’ è un disco godibilissimo, con nove brani originali composti dai vari componenti del numeroso ensemble che per questo suo debutto è tenuto a battesimo dall’etichetta dei cugini Shanti Powa, un disco pubblicato in vinile per quanto riguarda la forma solida e che in versione liquida è naturalmente ascoltabile e acquistabile tramite il sito bandcamp.
“Ci è voluto un po’ per portarlo a termine – ci racconta il sassofonista, autore e cantante Angelo Ippati – perché in un primo momento abbiamo cominciato a lavorarci in sala prove, alla fine però abbiamo deciso di affidarci al Beat Studio di Alessandro Damian e Andrea Polato, che ci hanno registrato. Il mix invece lo hanno fatto Thomas Maniacco, che nel disco suona anche la tromba, e Florian Gamper a Fiè, nello studio degli Shanti Powa. Il master lo abbiamo affidato a uno studio londinese che si è anche occupato della stampa dei vinili.”
Rispetto ai menzionati Shanti Powa, orientati verso un reggae più vicino al ragamuffin e al mondo hip hop – ma le differenze sono davvero sottili – gli Skankin’ Drops hanno un background più orientato verso il roots reggae e lo ska e anche loro contano su una formazione molto consistente: nel disco oltre a Ippati ci sono le due cantanti Enrica Pedrotti e Michela Campaner, le chitarre di Igor Pallaver e Arturo Zilli, il basso di Michele Giancola, le tastiere di Marco Pellin (autore della maggior parte dei brani), la batteria di Fabio Scatolini e le percussioni di Matteo Moretti e tutti contribuiscono a sviluppare una base musicale molto affiatata e coinvolgente su cui spiccano i testi (scritti da Pellin, Ippati e Campaner) che non sono mai scontati ma affrontano, salvo un paio di casi in cui l’argomento è la loro musica, tematiche sempre attuali da quelle ambientali a quelle sociali.
“Il batterista e il chitarrista – ci spiega Giancola – provengono da esperienze roots e quindi è stato naturale per noi partire da lì, poi però ci siamo evoluti, contaminati, ci sono stati vari innesti, basati anche su quello che abbiamo cominciato ad ascoltare, lo stile si è affinato. C’è anche il ragamuffin in dialetto salentino che fa Angelo ed è una delle altre nostre peculiarità, così come la doppia voce femminile.”
All’ascolto il disco suona davvero bene, l’alternanza del cantato tra inglese e salentino, tra la voce maschile e le due voci femminili, risulta una carta vincente che insieme a tutto il resto contribuisce a far sì che gli intenti di partenza degli Skankin’ Drops giungano a buon fine.
“Non ci siamo detti: vogliamo fare un roots reggae in stile anni settanta e ottanta – è ora il tastierista e autore Marco Pellin a parlare –, alcuni di noi avevano già una buona esperienza con questo genere musicale, all’inizio i singoli gusti magari non coincidevano per tutti, così abbiamo provato a vedere cosa veniva fuori. Sperimentando anche. Non è stato un percorso facile e breve, ci è voluto del tempo. Ed è anche da questo percorso che nasce il discorso sui contenuti, le prime cose abbiamo cominciato a scriverle nel 2015, sempre con l’obiettivo e con la volontà di farne venir fuori qualcosa di nostro. Il disco in questo senso è il punto d’arrivo riguardo al lavoro svolto fin qui, ma anche quello di partenza per quello che vogliamo fare dopo.”
Come prevedibile al momento non sarà possibile promuovere il disco con concerti, ma gli Skankin’ Drops non demordono e sperano che una volta superato il momento d’allerta sarà possibile pensare ad una promozione: “Qualcuno ci aveva suggerito di aspettare a farlo uscire – conclude Ippati – ma era già stato lungo il periodo di gestazione e avevamo voglia che la gente potesse ascoltarlo. E di fatti abbiamo riscontrato subito un grande interesse; l’uscita ufficiale è stata il 20 novembre, intanto il vinile è in vendita online, su bandcamp è ascoltabile in streaming, ed è in uscita anche un primo video. Ovviamente è un ottima idea per un regalo di Natale!”
Oltre al 33 giri e alla versione liquida del disco, è uscito anche un dieci pollici con le versioni dub, una realizzata in provincia di Bolzano e una in Salento, di due delle canzoni incluse nel disco, per la gioia degli amanti dei sound system.

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo