Mani che grondano sangue. Ma Pasqua è vita e speranza

Una delle immagini più controverse della presente retorica bellicista è quella di Donald Trump attorniato da una schiera di pastori che pregano per lui. Il legame tra politica e religione è un elemento presente in tutta la Bibbia – per non citare altri libri sacri – e c’è anche nei racconti evangelici della passione che leggiamo in questi giorni.

Tra la folla che applaude Gesù Cristo al suo ingresso a Gerusalemme – episodio che la tradizione fa rivivere la Domenica delle Palme – molti sono quelli che pensano che sia arrivata l’ora del riscatto. Vedono in lui il capo politico che solleverà il popolo, armato di spada, contro l’odiata occupazione romana. Resteranno delusi. Tanto che, quegli stessi che la domenica gridavano “osanna” il venerdì urleranno “crocifiggilo”.

Fa specie come da duemila anni nelle chiese si proclamino parole come “amate i vostri nemici”, “porgete l’altra guancia”, “amatevi gli uni gli altri” e molto altro e al tempo stesso, a cominciare almeno da Costantino, si invochino il nome di Dio e la croce di Cristo per benedire le armi e invocare la vittoria. Si parla qui in particolare delle guerre di offesa, quelle provocate da chi ha gli arsenali per farlo e di cui siamo impotenti spettatori in questi tempi drammatici.

La Domenica delle Palme papa Leone ha ricordato che Gesù, invece, è il “re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’ (Isaia 1,15)”.

Qualche giorno prima il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa aveva detto che “l’abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa e qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo”. “Se è presente in questa guerra, Dio è tra quelli che stanno morendo, che stanno male, che soffrono”.

Se la religione è incompatibile con la violenza, anche la politica non è riducibile alla conquista del potere. È tutt’altro: l’arte di costruire il bene comune. Cosa che presuppone una fede salda nella dignità umana. Strumentalizzare la religione per motivi “politici” svilisce invece la stessa politica e i suoi attuali protagonisti.

Ma la Pasqua, lungi dal nascondere violenza e morte, è un inno alla speranza e alla vita. Dunque: buona Pasqua (in particolare alle vittime della guerra e ai costruttori di pace)!

Autore: Paolo Bill Valente

Dieci annidi Seltsamen Senfsamen

Gli insoliti semi di senape: in italiano può sembrare puro nonsense, in realtà in lingua tedesca suona come un divertente scioglilingua, un gioco di parole che cinque giovani musicisti che hanno fatto la gavetta nella Banda Cittadina di Gries portano orgogliosamente avanti da ben dieci anni. Un decennio che hanno voluto festeggiare sontuosamente con un LP (ma ci sono anche CD e formato liquido), rigorosamente stampato su vinile color senape, che è una goduria da ascoltare dalla prima all’ultima nota. I loro nomi sono Mattias Targa, Valentin Gasser, Gabriel Höller, Michael Marth e Lorenz Delle Donne, e proprio con quest’ultimo abbiamo avuto occasione di fare il punto della situazione sul quintetto e sul disco.

“Tutto è cominciato dieci anni fa – ci racconta Lorenz – e da allora siamo rimasti sempre noi cinque, senza alcun cambiamento in formazione. Il titolo del disco è 10, scritto in cifre e non in lettere, perché vivendo in una regione plurilingue, ciascuno può decidere come dirlo. 10, in cifre, è diretto, semplice, e siccome già il nome della band non è dei più semplici abbiamo voluto contrapporlo ad un titolo immediato. 10 si compone di dieci brani, sei composte da Valentin Gasser, il nostro sassofonista, e quattro cover che però mettono in risalto il nostro modo di accostarci ai brani altrui, rivestendoli delle nostre sonorità, che sono molto particolari considerando le molte influenze che mescoliamo a seconda della bisogna, visto che suoniamo nelle situazioni più disparate, dai matrimoni agli aperitivi, alle feste”. Con una strumentazione basata su batteria (suonata da Alex Marth), sax e ottoni (tromba, trombone e basso tuba), i Seltsamen Senfsamen, hanno raccolto in parte l’eredità dei Pamstiddn Kings, formazione simile con però evidenti derive punk, in voga una ventina d’anni fa, aggiungendo però al mélange un tocco di raffinatezza. “Per registrare il disco – prosegue il trombettista – abbiamo utilizzato la sala prove/studio dei Mad Puppet, che si trova nella vecchia scuola di San Giorgio, a mezzavia tra Bolzano e San Genesio. Con i Mad Puppet abbiamo un’amicizia di lungo corso, abbiamo tutti suonato, in quanto membri della Banda di Gries, nel loro live dedicato al ciclo mitologico di Re Laurino. Alle composizioni strumentali abbiamo aggiunto un brano cantato in cui è ospite il rapper brissinese Alex The Judge, col cui gruppo, i Forbidden Fruits, collabora Valentin. Non avevamo mai lavorato con un cantante in precedenza e la cosa ci è piaciuta. Però la nostra natura è quella strumentale, basata sulla possibilità d’improvvisare. Nel disco e nei concerti non c’è niente di scritto, è tutto basato sul pathos del momento e siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti”. Risultati è davvero eccellenti: il disco è molto immediato, come ci si deve aspettare da un disco registrato in quattro giorni, sfruttando ogni minuto. A giganteggiare sono indubbiamente le composizioni originali di Gasser, su cui gli ottoni (l’ottima tuba di Targa che funge da basso di precisione, la tromba di Delle Donne e il trombone di Göller) cavalcano sapientemente a briglia sciolta come se fosse la cosa più naturale del mondo. Dall’iniziale Dankeschön a Ciaui Papaui, a L’estate non finisce mai, senza dimenticare Cheese Tax, il brano col cantante, in cui fanno capolino genio e sregolatezza di sapore zappiano, tutto fila molto bene. Che dire poi del medley Gigi basato su alcuni brani di successo del DJ Gigi D’Agostino filtrati attraverso i suoni della band? “Per farci registrare e mixare il disco – conclude Delle Donne – ci siamo rivolti al venostano Simon Öggl: lui è conosciuto per i suoi lavori di musica elettronica. Lavorare con lui è stato bello e rilassante, è una persona pacata, sa fare bene il suo lavoro e noi ci siamo trovati a nostro agio. Registrare 10, è stato sicuramente più stimolante rispetto al nostro primo disco, Black & Yellow. Quello risaliva a sei anni fa, eravamo inesperti e probabilmente non avevamo ancora raggiunto la maturità necessaria. È stato un esperimento, un esperimento che non abbiamo problemi a definire fallito. Non lo rinnego, è stato un momento del nostro percorso e ci ha aiutati a crescere, però non posso non sentire la differenza tra i due lavori, siamo cresciuti, siamo cambiati. 10 è più ricco, indubbiamente suonato meglio.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Giuseppe Abba

Non lontano dall’areale ferroviario, nei pressi di via Piani di Bolzano si trova  una via minore, via Giuseppe Cesare Abba. Nato il 6 ottobre 1838 a Cairo Montenotte (Savona), dal 1849 al 1854 studiò presso gli Scolopi a Carcare (Savona); frequentò poi per poco tempo l’Accademia di Belle Arti di Genova. Dopo breve esperienza nei cavalleggeri d’Aosta, nell’aprile 1860 fu a Parma per partire il 3 maggio tra i Mille. Combatté eroicamente a Calatafimi e Palermo, si distinse poi nella battaglia del Volturno. Sulla partecipazione all’impresa dei Mille prese giornalmente nota su un taccuino. Tornato a Cairo Montenotte, riprese gli studi a Pisa, dedicandosi a letture storiche e letterarie. Nel 1866 si fece nuovamente garibaldino, distinguendosi il 20 luglio nella battaglia della Bezzecca. Fu per qualche tempo malato a Pisa, per poi tornare a Cairo da dove non si mosse fino al 1880, interessandosi dei vari problemi del paese natale. Non trascurava però l’attività letteraria. Rielaborò i suoi ricordi della partecipazione alla spedizione dei Mille; Carducci, al quale Abba aveva fatto avere alcuni brani del proprio lavoro, le “Noterelle d’uno dei Mille dopo vent’anni”, raccomandò all’editore Zanichelli la pubblicazione del lavoro, che nell’edizione del 1891 ebbe per titolo “Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille”. Fu tramite Carducci che Abba divenne docente d’italiano nelle scuole secondarie; dal 1881 insegnò al Liceo “Evangelista Torricelli “ di Faenza, passando nel 1884/1885 all’Istituto “Niccolò Tartaglia” di Brescia. Commemorò Garibaldi nelle grandi città italiane, come a Roma nel luglio 1907 alla presenza del Re. Continuò a scrivere di storia rievocando immagini a figure dell’Italia risorgimentale. Nel 1910 si recò in Sicilia, a 50 anni dallo sbarco dei Mille, ripercorrendo i luoghi ricordati nelle sue memorie. 

Creato senatore il 5 giugno, Giuseppe Cesare Abba morì improvvisamente in una strada di Brescia il 6 novembre 1910.

Autore: Leone Sticcotti

Il Pacher custodito nel nuovo museo dell’Abbazia di Novacella

Nel cuore della Val d’Isarco sono assai numerosi i luoghi e gli oggetti da scoprire. Fra le innumerevoli perle da vedere e visitare, recarsi a Novacella significa scoprire uno scrigno dentro ad uno scrigno i cui tesori sono variegati e tutti imperdibili.

Il nuovo museo dell’Abbazia si profila come una possibilità ulteriore di estasi. Davanti all’altare a portelle dedicato a Santa Caterina di Alessandria e al suo martirio, del grande Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) non si può che vivere una vera e propria “Sindrome di Stendhal”.

L’abbazia di Novacella era sorta nel 1142, per volere del suo fondatore, il beato Artmanno vescovo di Bressanone. Con lo scorrere dei decenni l’abbazia continua a crescere d’importanza e ad estendere a vari territori e parrocchie la propria giurisdizione. È però il tardogotico il periodo di fioritura artistica all’interno del monastero. Nel 1485 fu consacrato il nuovo coro della chiesa abbaziale. I più importanti pittori del Tirolo, tra i quali Michael Pacher, lo arredano con altari a portelle. Nello scriptorium nascevano manoscritti meravigliosi. 

Le depredazioni dovute alla Guerra dei contadini che, infuriati assaltarono l’Abbazia nel maggio del 1525 sotto la guida di Michael Gaismair, e che distrussero gli urbari e i titoli di credito, derubarono anche il convento e la cantina. Fu però con l’annessione del Tirolo al Regno di Baviera nel 1805 e la chiusura forzata di tutte le abbazie tirolesi nel 1807 che si ebbero i maggiori furti e saccheggi. I bavaresi portarono con sé tonnellate di libri e opere d’arte, compreso l’importante altare tardogotico dei Padri della Chiesa di Michael Pacher. Dopo il ritorno del Tirolo all’Austria, nel 1816 Novacella fu riaperta grazie a un editto imperiale. Ciò che è sopravvissuto e giunto sino a noi si trova oggi in parte nella pinacoteca del Museo abbaziale. Tra le opere più importanti della collezione di dipinti c’è appunto l’Altare di Santa Caterina, opera di Friedrich Pacher giunta sino a noi quasi integra.

L’altare di Santa Caterina di Alessandria di Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) è un brillante esempio dell’arte sacra tardogotica in Tirolo. L’altare mette in evidenza cinque momenti della vita e del martirio di Santa Caterina di Alessandria mettendo però in evidenza ciò accadeva nelle vallate alpine nella seconda metà del XV secolo.

Come da tradizione liturgica gli altari a portelle restavano chiusi nei giorni feriali per essere aperti durante le festività. Per questo motivo le tavole erano dipinte su recto e verso. Nel caso dell’altare di Santa Caterina l’esterno della portella di sinistra mostra una Annunciazione, qui la Vergine appare seduta ad uno scrittoio, mentre il lato esterno della portella destra raffigura l’Angelo. Il lato interno presenta due scene, una superiore e una inferiore. La prima raffigurava Santa Caterina che rifiuta di adorare gli idoli. La seconda invece raffigura la Flagellazione di Santa Caterina. Il lato interno della portella di destra presentava la stessa suddivisione: la disputa di Santa Caterina con i sapienti pagani, la scena inferiore rappresenta Santa Caterina che converte l’imperatrice Faustina. Mentre nel pannello centrale assistiamo al Martirio di Santa Caterina e, sullo sfondo, alla Sepoltura della santa sul Monte Sinai. L’Altare di Santa Caterina dovrebbe essere stato dipinto tra il 1475 ed il 1478. In ogni caso è evidente come la pittura in Tirolo sia ancora legata ai motivi del gotico ed ancora lontana dalle innovazioni che in quegli anni scuotevano l’arte in Italia.

Friedrich Pacher fu a bottega da Michael Pacher (1435-1498), il maestro più riconosciuto del XV secolo tirolese. Fra i due maestri, Friedrich era quello più legato ai motivi tradizionali tirolesi mentre Michael ebbe un importante ruolo di innovatore.

Ciononostante la maestria di Friedrich Pacher nella creazione dei ricchi particolari è indiscussa. Sono da godere i broccati, le armature, le acconciature delle dame a fronte molto alta e spaziosa come di moda a quel tempo. Seguono poi un modello preciso di eleganza le mani dalle lunghe dita affusolate. Infine, splendidi sono i paesaggi che si stagliano sullo sfondo, con campagne o città turrite, o fiumi dove navigano numerosi vascelli. Infine la prospettiva sicuramente mediata da Michael Pacher che per impararla e restituirla si era recato in visita nelle città italiane di Padova e Mantova ed era entrato in contatto proprio con quei maestri che al tempo l’avevano indagata e risolta. Michael Pacher aveva affrontato questo argomento con la sua bottega e i suoi collaboratori.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Albert Ellmenreich, non solo un giornalista e fotografo a Merano

Albert Ellmenreich era nato a Merano il 31 marzo 1870 e vi morì il 10 febbraio 1937. Merano era la città che aveva amato tutta la vita. Era il figlio primogenito dell’imprenditore Friedrich Wilhelm Ellmenreich (1838–1923), originario di Schwerin e residente a Merano, e della moglie Paula Pallang (1844–1911), proveniente da Bregenz. Era il fratello maggiore di Oskar Ellmenreich (1907–1991).

Fotografo e giornalista Albert Ellmenreich passa alla storia per il suo impegno nel tentativo di tramandare ai posteri volti e storie di una città in continuo sviluppo nonostante i capovolgimenti epocali che aveva vissuto. Ellmenreich ha scritto e fotografato ogni evento in città, ha ricordato ogni personalità, ha registrato ogni novità architettonica senza rinunciare a catalogare anche quegli edifici che man mano venivano abbattuti per lasciare spazio a quelli nuovi. Attraverso le sue fotografie possiamo respirare tutto ciò che avvenne in città durante la Prima guerra mondiale. 

Dopo aver frequentato il liceo locale, imparò il mestiere nella libreria e tipografia dei genitori, Pötzelberger, situata a Merano in piazza Duomo. La tipografia fu per anni il punto culturale per eccellenza e il luogo dove poter apprendere le notizie e dove commentarle. Dopo la morte del padre, la tipografia di famiglia fu in seguito rilevata dal fratello minore Oskar. Albert lavorò inoltre come apprendista presso la Meraner Zeitung, di cui fu caporedattore a partire dal 1896 e nei cui numerosi articoli manifestò costantemente un orientamento patriottico e nazionalista.

Dopo l’annessione italiana dell’Alto Adige negli anni 1919/20, Ellmenreich cercò di riorientarsi e di trovare un accordo con le autorità italiane. Quando la Meraner Zeitung, come quasi tutta la stampa tedesca dell’Alto Adige, fu chiusa dal governo fascista, dal 1926 fino alla sua morte nel 1937 lavorò come redattore di Merano per la Alpenzeitung, il quotidiano concesso dal locale Partito Fascista Italiano, che permetteva che gli articoli fossero scritti in tedesco ma con l’uso di una toponomastica ed una odonomastica italiana.  Oltre agli articoli Albert Ellmenreich scrisse alcuni libri come “Il Teatro Comunale di Merano” che fu un supplemento alla Meraner Zeitung, n. 144 del 2 dicembre 1900.  Scrisse pure: “Dai giorni di guerra più emozionanti di Merano. In: Meraner Hauskalender 1919, pp. 49–61”. Non va dimenticato anche: “In occasione del 50° anniversario della morte di Friedrich Wasmann.” In: Alpenzeitung, edizione del 12 maggio 1936, p. 4. Di grande importanza per la storia dell’architettura razionalista fu la sua visita al Municipio appena costruito su progetto e realizzazione di Ettore Sotsass, una sorta di visita guidata ricca di dettagli fra i corridoi e gli spazi interni del grande edificio moderno: “E sorse il nuovo municipio di Merano…”. In: Meraner Jahrbuch 1937. Athesia, Bolzano-Merano 1937.

A partire dalla metà degli anni ‘30, Albert Ellmenreich, così come suo fratello Oskar, si orientò sempre più verso il nazionalsocialismo.

Ellmenreich lasciò in eredità alla città e ai suoi cittadini sette album fotografici con circa 1200 fotografie, cartoline e disegni, 2080 lastre fotografiche relative al periodo dal 1915 al 1937 e cinque volumi di cronache di guerra e diari scritti fra il 1916 e il 1919, tutti conservati presso l’Archivio comunale di Merano.

La sua tomba si trova al Cimitero Centrale di Merano, dove è sepolto nella tomba di famiglia. Il suo nome non può essere lasciato cadere nell’oblio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La valle dell’Adige, corridoio dell’Impero

I Reti che vivevano tra Verona e la zona alpina e i Romani repubblicani, usciti vincitori dalle guerre puniche, si conoscevano bene già da secoli, anche se i commerci tra i due mondi avvenivano spesso tramite intermediari, come i “cugini” Atestini (di Este, patria anche della divinità comune Reitia) e gli Etruschi, o Rasenna, dell’Italia centrale. Si trattava di popoli italici in contatto e in relazione per tutta l’età del Ferro e che, pur nella distanza culturale, si rispettavano.

Certo, i Latini guardavano con una certa diffidenza a quei montanari, ritenuti aspri e poco raffinati, che parlavano una lingua affine a quella dei loro vicini più prossimi, gli Etruschi. Allo stesso tempo, però, ne apprezzavano alcuni prodotti: in particolare il vino retico, celebre nel mondo romano. Secondo Virgilio, esso era secondo solo a  rinomato Falerno. Lo aveva bevuto Giulio Cesare, e anche Augusto lo apprezzava. 

Poi, dopo il 15 a.C., l’intera area alpina, compresa la valle dell’Adige, subì una trasformazione profonda. Con le campagne condotte sotto Augusto – che a parole rinnovò la repubblica ma nei fatti la seppellì per sempre – e guidate da Druso e Tiberio, Roma impose con la forza bruta il proprio controllo su territori abitati da popolazioni retiche e alpine che non garantivano più un passaggio sicuro lungo la valle dell’Adige. In sostanza, i Reti della Val d’Adige esigevano pedaggi sempre più onerosi ai militari romani e, in caso di rifiuto, li invitavano a scegliere altre strade.

Molti insediamenti furono distrutti, le strutture locali smantellate e le comunità decimate o integrate nel sistema imperiale; i giovani vennero inseriti nell’esercito o nelle reti economiche legate alle nuove vie di comunicazione.

Data la rilevanza strategica dell’area, ponte per l’espansione germanica, non si fondarono grandi città lungo l’asse alpino. La valle dell’Adige fu organizzata come corridoio di transito e controllo, dotato di stationes, mansiones e mutationes (ovvero posti di controllo, punti di cambio dei cavalli e punti di ristoro) funzionali alla mobilità di truppe, funzionari e merci. 

L’ager, ossia la campagna, venne affidato a coloni romani, riorganizzato e integrato in un sistema economico più ampio, volto a garantire approvvigionamenti e stabilità lungo una direttrice fondamentale.

Diverso il caso della vecchia città retica di Tridentum, definita splendidum municipium e principale centro urbano dell’alto Adige tra Verona e il confine alpino fin dal I secolo a.C. Il suo territorio comprendeva la Bassa Atesina fino alle soglie della conca bolzanina. Qui i Romani non fondarono nuove città non per disinteresse, ma per razionalità: era più importante garantire la continuità dei collegamenti verso le province settentrionali. Questo asse era assicurato dalla Via Claudia Augusta e da una fitta rete di vie collaterali, che collegavano l’Italia con il bacino danubiano e con Augusta Vindelicorum.

Lungo la via si sviluppò una rete di punti di sosta: a nord di Trento si colloca

Endidae; più oltre il nodo di Pons Drusi; quindi le mansiones come Sublavio, fino a Vipitenum, uno dei pochi centri con una certa stabilità insediativa. Secondo l’opinione di alcuni studiosi, il percorso indicato dalla Tabula Peutingeriana e dall’Itinerarium Antonini, in realtà, giunto a Endidae da Salurnis, si snodava verso Vicus Augusti (Ora) per poi risalire da Foetibus (Vadena) fino a Castrum Formicarium (Castel Firmiano), Teriolanum (Terlano) e Castrum Maiense e Teriolis (rispettivamente Maia e Tirolo). Da qui la via proseguiva da un lato verso Resia e dall’altro verso il Passo Giovo fino a Vipitenum e al Brennero.

A questa rete si affiancava un controllo militare capillare, sufficiente a garantire sicurezza e continuità. La valle dell’Adige non era dunque uno spazio marginale, ma un’infrastruttura territoriale di primaria importanza: tra Verona e Augusta Vindelicorum funzionava come corridoio vitale, attraversato da uomini, merci e informazioni.

Autore: Reinhard Christanell

Balsamo

In un tempo come questo, fonte come non mai di inquietudini e preoccupazioni, per tutti noi diventa ancora più importante essere in grado di ricorrere a personali rimedi in grado di dare  sollievo, conforto o ristoro all’animo. 

Stare bene, insomma – anche solo per brevi periodi tra disorientamento, rabbia, delusioni e problemi – diventa un imperativo. 

Interessante in questo senso è il ricorso che spesso si fa alla parola “balsamo” per fare riferimento a queste individuali oasi di benessere, che ci consentono di prendere una pausa dai nostri problemi, magari osservandoli dall’esterno, come se non fossero per forza sempre con noi e dentro di noi. La parola balsamo deriva dal latino e quindi dal greco, con una lontana origine semitica. Alla radice c’è il termine ebraico basam o balsam, col significato di “spezia” o “profumo”, evolutosi poi per indicare sostanze lenitive e curative.

Ognuno ha il suo modo, per curarsi. C’è chi si distrae completamente, cercando attività e luoghi il più possibile “altri”, come per scoprire il lato opposto di una medaglia e quindi relativizzare. 

C’è poi chi invece sceglie di cercare di capire meglio cosa gli succede quando non sta bene, studiando, approfondendo, ragionando, informandosi, magari facendosi aiutare da qualcun altro. C’è poi chi si sfoga, perché ritiene di dover scaricare fisicamente tutta l’energia negativa accumulata. C’è naturalmente anche chi si immerge nella natura, perché ritiene che essa sia in grado di per sé di offrire un riequilibrio rispetto alla nostra consuetudine urbana e densa di relazioni spesso faticose.

Per alcuni in aiuto vengono anche la spiritualità, di vario genere, così come il rifugio in microcontesti sociali che ci fanno stare bene, come ad esempio gli “amici veri” o la famiglia. 

Si tratta – come detto – di vie per forza di cose molto personali e individualizzate. Basti pensare che alcuni dei contesti citati come “balsamo”, per altri invece possono essere la sorgente dello stress. 

Resta il fatto che oggi come non mai la necessità di ricorrere a queste comfort zone diventa quasi un imperativo sociale. Le inquietudini e la repentina messa in discussione di molti valori che avevamo dato (quasi) per scontati impongono oggi a tutti noi di recuperare innanzitutto noi stessi e la nostra capacità di osservare, ragionare, scegliere e valutare. 

Ma per poterlo fare dobbiamo per forza stare bene. Diamoci allora da fare. Perché ce la possiamo fare. 

Autore: Luca Sticcotti

Habermas, i nazionalismi, il patriottismo costituzionale

Negli ultimi anni il riemergere dei nazionalismi in Europa e l’affermazione dei populismi in molte democrazie occidentali – dagli Stati Uniti a diversi Paesi dell’Unione – hanno riaperto una discussione che il filosofo tedesco Jürgen Habermas – scomparso lo scorso 14 marzo all’età di 96 anni – aveva anticipato già da tempo.

Nel pensiero di un uomo che ha conosciuto attivamente le contraddizioni del secolo scorso e di questo, la rinascita dei nazionalismi non è un fenomeno puramente culturale o identitario, ma il sintomo di una trasformazione profonda nelle democrazie dell’era della globalizzazione. Habermas ha visto prima di altri come la globalizzazione economica ha progressivamente eroso la capacità degli Stati nazionali di controllare i processi economici e sociali. Le decisioni che incidono sulla vita dei cittadini – dalla finanza ai commerci internazionali – vengono spesso prese in contesti sovranazionali o da attori globali difficilmente controllabili dalla politica democratica. Questo scarto tra potere economico globale e politica nazionale produce un senso diffuso di perdita di controllo. È in questo vuoto che si inseriscono i nuovi nazionalismi. In Europa, i partiti sovranisti hanno costruito il loro consenso promettendo un ritorno alla sovranità nazionale, presentata come l’unico argine alla globalizzazione e all’immigrazione. Negli Stati Uniti, il fenomeno populista esploso negli ultimi anni ha seguito una traiettoria simile: la promessa di “riprendere il controllo” delle frontiere, dell’economia e dell’identità nazionale. Per Habermas, tuttavia, questo ritorno del nazionalismo è in gran parte illusorio. Gli Stati nazionali, da soli, non sono più in grado di governare processi economici e politici che operano su scala globale. Il rischio è che il richiamo all’identità nazionale sia solo uno strumento politico capace di mobilitare paure e frustrazioni, ma incapace di offrire soluzioni reali.

Il filosofo tedesco ha contrapposto a questa deriva l’idea di un “patriottismo costituzionale”: un senso di appartenenza fondato non su etnia o tradizione, ma sui valori democratici e sui diritti condivisi. In Europa questo progetto si traduce nella necessità di rafforzare le istituzioni politiche dell’Unione, colmando il divario tra integrazione economica e legittimazione democratica. La stagione dei nazionalismi e dei populismi, letta alla luce delle riflessioni di Habermas, appare dunque come la manifestazione di una crisi della democrazia nella globalizzazione. Non un ritorno al passato, ma il segnale che la politica non ha ancora trovato le forme adeguate per governare un mondo sempre più interdipendente ma esposto – come mostrano i numerosi conflitti in atto – alla logica del divide et impera.

Autore: Paolo Bill Valente

Singoli, intingoli, caffè, nomination…

Non ci sono dubbi, la notizia della settimana musicale, nel momento in cui ci accingiamo a scriverne, è senza dubbio la nomination del badiota Hubert Dorigatti alla quarantasettesima edizione dei Blues Music Awards che si terrà a Memphis il 7 maggio prossimo: del disco, Poor Boy, ci siamo già occupati su queste pagine e se a qualcuno può essere sembrato eccessivo l’entusiasmo con cui ne abbiamo trattato, la notizia della nomination dovrebbe fugare ogni dubbio sulle capacità e sul potenziale del nostro compaesano. Non c’è tema di cadere in errore, Dorigatti e gli Skanners sono in questo momento gli artisti altoatesini che riescono a far parlare di sé a livello mondiale. Dovremo attendere un paio di mese per conoscere l’esito della nomination, comunque per ora c’è di che andar fieri del fatto che il disco di Dorigatti sia stato considerato tra i migliori cinque di blues non made in USA. Un risultato che vale tanto quello ottenuto per ben due volte negli anni Novanta dalla Spritz Band di Andrea Maffei al Premio Recanati dedicato alla canzone d’autore.

Per quanto riguarda le uscite degli ultimi giorni, spicca senza dubbio il nuovo singolo dei Fratelli Stonati: di questo effervescente combo altoatesino ci siamo già occupati in occasione dell’uscita di altri singoli, la novità stavolta, è che il gruppo guidato da Aaron Timpone e Simon Mayrl, debutta cantando in italiano. Caffè bruciato, questo il titolo della canzone, è un efficace condensato di quello che può essere un lunedì partito male, dal caffè che si brucia alla squadra del cuore che non è andata bene, alla lei di turno che non si fa sentire. Per un gruppo nato all’ombra dello Sciliar, con influenze che vanno dai Blur ai Kastelruther Spatzen, il risultato è tutt’altro che scontato, una canzone di pop italiano che non scimmiotta nulla, cosa che la fa diventare particolarmente apprezzabile.

Sul versante dell’indie rock a metà febbraio è uscito anche un nuovo singolo dei Timbreroots, gruppo di cui ci siamo indirettamente occupati di recente: Take Me Back conferma quanto di buono già sapevamo su di loro. Se hanno avuto successo ad Upload e se i loro brani vengono premiati nel contest Sonx, indetto ogni anno da Liedersezene 2.0, un motivo ci dev’essere. I Timbreroots sono assolutamente credibili, le loro canzoni sono ben costruite e ben suonate, la cura del suono sembra essere alla base del loro lavoro, dimostrando che dopo anni in cui la cosiddetta produzione è spesso stata presa sottogamba nella scena altoatesine (pochi sono gli artisti della nostra regione che in passato hanno dimostrato attenzione a questo fattore), ora finalmente la qualità artistica viene appaiata ad uguale attenzione nei confronti del risultato sonoro.

Cheese Tax è uno dei recenti singoli dei Seltsamen Senfsamen, coraggioso e originale quintetto che punta molto su una sezione fiati fuori dall’ordinario, una combinazione di suoni che spesso rasenta la genialità del mai abbastanza rimpianto Frank Zappa. La nuova composizione è eseguita in tandem con Alex The Judge ed è incredibile notare, ascoltando il brano, come questa voce e i fiati si combinino insieme fino a rilasciare una sorta di armonia vocale in cui però le altre voci sono appunto gli ottoni.

Highways And Hangovers è invece il nuovo singolo dei Rumpled, in circolazione dal 20 febbraio: la band celtic punk interregionale sta vivendo un momento a dir poco magico, tra concerti, partecipazioni ad acclamati festival dedicati al genere, con particolari attenzioni da parte del pubblico francofono. Il brano conferma il buon momento del gruppo in cui milita il fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, per il nuovo disco però pare dovremo attendere l’anno prossimo, nel frattempo possiamo comunque goderci l’indiavolata giga punk che sta alla base del nuovo brano.

Chiudiamo la rubrica col singolo Better Together, accreditato a Ina Pröss, cantante che è un po’ come il prezzemolo nella scena musicale regionale. Il singolo è frutto della collaborazione con Evi Mair, Magdalena Casal e Lea Casal e forse bene sarebbe stato se l’artista ne avesse condiviso la maternità con le altre tre. Peccato, perché con le sue pose nel video (spesso viste anche dal vivo) tende a mettere in secondo piano chi divide palco o dischi con lei. Il brano sarebbe anche piacevole, la combinazione delle voci e il lavoro di Matteo Rossetto e Marco Gardini in fase di produzione e strumentale rendono un notevole servizio al singolo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Guglielmo Marconi

Oltre alle vie della zona industriale intitolate a scienziati italiani, non mancano in altre zone della città, come via Marconi che collega piazza Verdi a ponte Druso. Nato a Bologna il 25 aprile 1874, Guglielmo Giovanni Maria Marconi trascorse l’infanzia a Villa Griffone, nella cittadina di Pontecchio presso Bologna. Dopo  gli studi a Bologna, passò all’Istituto tecnico nazionale di Livorno; si concentrò a fare esperimenti sull’elettricità. Venne a sapere degli esperimenti che il fisico tedesco Heinrich Rudolf Hertz (1857-1894) stava facendo con le onde elettromagnetiche, la cui esistenza era stata ipotizzata dal fisico matematico inglese James Clerk Maxwell (1831-1879). L’ipotesi era che le onde elettromagnetiche possono viaggiare anche attraverso l’aria e persino nel vuoto, senza bisogno di fili elettrici. Tornato a Villa Griffone, Marconi consultò la biblioteca e utilizzò il laboratorio del docente di fisica Augusto Righi (1850-1920). Andò a buon fine nel 1895 il primo esperimento di emissione e ricezione di onde elettromagnetiche alla distanza di 2 km.  Per poter sviluppare le ricerche trovò ospitalità a Londra dai parenti della madre irlandese; a Londra poté migliorare il suo sistema di comunicazione. Dal giugno 1896 man mano aumentò la distanza di comunicazione. Nel luglio 1897 fondò una società per lo sviluppo e la commercializzazione dei sistemi di comunicazione senza fili. Il 12 dicembre 1901 ci fu la trasmissione e la ricezione del segnale attraverso l’Atlantico. Furono man mano installate stazioni radio in tutto il mondo, come nel 1929 la prima Stazione Radio del Vaticano. Oltre al premio Nobel nel 1929, Marconi ottenne numerosi riconoscimenti internazionali e incarichi prestigiosi: 16 lauree honoris causa, 25 onorificenze di altro rango, 13 cittadinanze onorarie. Morì a Roma il 20 luglio 1937. Ai funerali di Stato  parteciparono, oltre a molte autorità, come il Duce, 500 mila persone.

Autore: Leone Sticcotti