Dalla reggia di Madrid a Chiusa. Il Tesoro di Loreto nel Museo Civico

Le piccole cittadine altoatesine sono veri e propri scrigni capaci di custodire importanti pagine di storia e di tesori artistici e architettonici. Chiusa è particolarmente ricca e preziosa e, fra le tante storie che può raccontare, riesce a trasportarci alla reggia di Madrid tra fine Seicento e inizio Settecento, al cospetto della regina Maria Anna di Spagna. 

Maria Anna era figlia del principe elettore Filippo Guglielmo di Baviera-Neuburg ed era nata nel 1667.

Nel 1685, Gabriel Pontifeser (1653-1706), Padre Cappuccino nato a Chiusa, era stato invitato alla corte di Heidelberg e qui designato padre confessore della giovane Maria Anna. 

Nel 1690 la giovane era andata in sposa a Carlo II di Spagna, rimasto vedovo. Divenuta regina di Spagna, fin da subito Maria Anna installò nella corte di Madrid il proprio entourage, primo fra tutti il suo padre confessore. Padre Gabriel a Madrid seppe guadagnarsi la fiducia, la devozione e la stima della corte. 

Conoscendo il grande desiderio di Padre Gabriel, la regina, a lui sempre grata, volle esaudire questa sua aspirazione di fondare un convento dei cappuccini e una chiesa annessa, nella sua lontana Chiusa. In aggiunta a ciò, con altri dignitari di corte, gli fecero il dono di una collezione di oggetti d’arte sacra di inestimabile valore. 

La fondazione del monastero dei Cappuccini e della chiesa a Chiusa avvenne in pochissimo tempo, fra il 1699 al 1701 e l’edificio fu subito occupato dall’ordine. Fra il 1702 e l’anno successivo fu costruita la vicina Cappella Loreto. Il monastero e la chiesa formavano un complesso compatto alla periferia sud-occidentale di Chiusa a tutt’oggi visibile e visitabile. Sulla facciata spicca lo stemma della fondatrice, la regina Maria Anna di Spagna, e la statua del santo patrono della chiesa, San Felice. Di lato all’ingresso si trova una grotta di Loreto con una Madonna con Pietro e Maria Maddalena. La chiesa è molto semplice, a navata unica con volta a botte. L’altare maggiore reca un dipinto di San Felice mentre l’altare nella cappella laterale raffigura i Santi Francesco e Antonio di Padova con il Bambino Gesù. Gli altari furono realizzati da Paolo Pagini e da Stefano Maria Legnani e non mancano le somiglianze con gli altari di chiese milanesi come quella di San Celso realizzato dallo stesso artista. Nell’edificio del convento oggi è ubicato il Museo civico di Chiusa e qui è racchiusa quella collezione giunta da Madrid. Dalla corte spagnola era stato mandato un prezioso tesoro che in seguito venne denominato “Tesoro di Loreto” in quanto prese il nome della cappella in cui fu custodito. La ricca collezione è costituita da preziosissimi oggetti sacri, d’argento e d’argento dorato incastonati da coralli, pietre preziose ma ne fanno parte anche preziosi tessuti, porcellane orientali, quadri di notevole qualità e altre opere d´arte, tra le quali anche l’altare da campo di re Carlo II di Spagna. Sono per la maggior parte lavori di noti artisti italiani, spagnoli e fiamminghi, realizzati nel XVI e XVII secolo. La donazione, il cosiddetto “Tesoro di Loreto” è a tutt’oggi visibile nel Museo civico di Chiusa. 

Quando Carlo II re di Spagna morì, fu Filippo V a succedergli sul trono, così la regina Maria Anna si ritirò a Toledo e Padre Gabriel lasciò la Spagna per Roma. Maria Anna morì il 16 luglio 1740 a Baiona. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

OGM, TEA, NGT (parte 1)

Il mondo dell’agricoltura sta vivendo una trasformazione silenziosa ma radicale. Si parla sempre più spesso di TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita) o NGT, presentandole come la soluzione moderna e “pulita” ai problemi della fame e del cambiamento climatico. Ma cosa si nasconde dietro queste sigle? Il professor Salvatore Ceccarelli, genetista di fama internazionale, ci invita a guardare oltre la propaganda.

Per capire i nuovi OGM, bisogna guardare a come sono fatti. Mentre i vecchi OGM mescolavano specie diverse (ad esempio un gene di un batterio in una pianta), i nuovi intervengono sul DNA della pianta stessa. I sostenitori dicono che è come usare “forbicine di precisione”, ma la realtà tecnica è diversa: si usano ancora batteri e geni resistenti agli antibiotici per “trasportare” le modifiche. Il risultato è un organismo che in natura non esisterebbe in quella forma e di cui non conosciamo gli effetti a lungo termine sulla salute e sull’ambiente.

Il problema principale, spiega Ceccarelli, è di tipo evolutivo. Creare una pianta resistente a un insetto o a un fungo tramite la modifica di un singolo gene è una strategia destinata a fallire. La natura non sta a guardare: parassiti e infestanti evolvono rapidamente per superare quell’ostacolo. È una “corsa agli armamenti” in cui l’agricoltore perde sempre: dopo pochi anni, la pianta modificata non funziona più e bisogna acquistarne una nuova, ancora più costosa e complessa.

Questo meccanismo serve a chi vende i semi, non a chi coltiva. Dietro ogni seme modificato c’è un brevetto. Se il polline di un campo OGM finisce per errore nel campo del vicino (cosa che accade normalmente con il vento), quell’agricoltore potrebbe trovarsi legalmente perseguibile perché la sua pianta ora contiene un gene di proprietà di una multinazionale. È la fine della libertà contadina e l’inizio di una dipendenza totale dalle grandi aziende sementiere.

Inoltre, la liberalizzazione che si sta discutendo in Europa vorrebbe eliminare l’obbligo di indicare in etichetta la presenza di questi nuovi OGM. Questo significa che noi consumatori perderemmo il diritto fondamentale di scegliere cosa mettere nel piatto. Senza tracciabilità e senza il rispetto del “principio di precauzione”, stiamo accettando una scommessa sulla nostra salute di cui non conosciamo i rischi, trasformando i nostri campi in laboratori a cielo aperto. La scienza che serve all’agricoltura non è quella che cerca di dominare la natura con la tecnologia, ma quella che impara a collaborare con essa.

Autore: Donatello Vallotta

I soggiorni meranesi di Stefan e Friederike Zweig 

Nato a Vienna nel 1881 da una abbiente famiglia ebraica, Stefan Zweig era figlio dell’industriale Moritz Zweig (1845-1926) e di Ida Brettauer (1854-1938), nata ad Ancona da una famiglia di banchieri di Hohenems. Dopo gli studi di filosofia compiuti fra Vienna e Berlino e ultimati con la laurea nel 1904, Zweig prese a viaggiare attraverso l’Europa. Fra il 1908 e il 1909 compì un viaggio in Asia. Al suo rientro conobbe Friederike Maria Burger von Winternitz, coniugata. Friderike era nata a Vienna nel 1882, fu fra le prime donne ad essere ammessa all’Università di Vienna e studiò letteratura francese.

Con il cognome del primo marito, von Winternitz, Friderike riuscì a farsi conoscere come scrittrice fin dal 1902, pubblicando diversi romanzi e scrivendo per la Monatshefte di Westermann, la Wiener Zeitung e la Vossische Zeitung. Nel 1905 come molti altri intellettuali ebrei Friedericke si convertì alla religione cattolica aggiungendo Maria al suo nome. Nel 1910 Friederike e Stefan Zweig trascorsero un lungo soggiorno a Merano. La città era per Stefan Zweig un luogo piacevole e rilassante, il luogo dove restare anche per trarre ispirazione e scrivere. Furono infatti tre i suoi soggiorni a Castel Labers. Dal Castello nel marzo del 1908 scrisse “Herbstwinter in Meran”. E non erano poche le persone a cui, nelle sue lettere, consigliasse la città: “In autunno voglio essere in Tirolo, a Merano […]. Lì troverete una tranquillità unica, un paesaggio meraviglioso e un autunno ricco di frutti come non avete mai visto prima. […] In nessun altro posto al mondo – e non ho visto pochi paesi – l’autunno è così bello come a Merano, perché lì l’intero paesaggio è colorato dai diversi frutti e l’aria è buona e mite.”

Friederike vi fece ritorno nel 1913 con la figlioletta malata Susanna Benediktine detta Suse. Qui ella scrisse gran parte del suo romanzo “Der Ruf der Heimat” che pubblicò l’anno dopo per i tipi di Schuster & Loeffler. Nello stesso 1914 divorziò dal primo marito. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, che considerava un crimine, Friederike organizzò il Comitato Internazionale per una Pace Duratura. Anche Stefan Zweig si batteva per l’umanità e la pace oltre qualsiasi partito o comunità religiosa.

Friderike Zweig partecipò e organizzò numerose conferenze femminili di argomento pacifista. Nel 1915, ad esempio, fece parte del Comitato austriaco al 1º Congresso Internazionale per la Pace delle Donne, tenutosi all’Aia e che riunì donne da tutta Europa e dagli Stati Uniti D’America. Friederike consegnò le richieste di pace presentate anche al governo austriaco. Nel 1917 partecipò alla riunione femminile del Comitato Internazionale per una Pace Duratura a Vienna. Fece anche parte dell’Associazione Generale Austriaca delle Donne e fece parte della rete internazionali nel movimento per la pace femminile. Il suo impegno fu espresso negli articoli Die Frauen und der Krieg e Die schwarze Grenze, entrambi apparsi nel 1918 sulla rivista Die Friedens-Warte. In Women and the War, chiese il sostegno alla Conferenza delle Donne del Comitato Internazionale per una Pace Duratura, che si tenne a Berna nell’aprile 1918. Nel 1919, il comitato fu rinominato e, ancora oggi si chiama ancora Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (IFFF). Nel 1920 Friederike e Stefan si sposarono e andarono a vivere a Salisburgo fino al 1938 quando divorziarono. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gli “Ötzi” a spasso nella valle dell’Adige

Secondo la paleogenetica, l’ultimo antenato comune tra noi e i nostri “cugini” scimpanzé, con cui condividiamo quasi il 99% del DNA, visse circa tredici milioni di anni fa. Oggi vediamo il risultato delle mutazioni genetiche intervenute in questo lunghissimo processo evolutivo, ma possiamo solo immaginare che aspetto avesse quel “nonno” comune.

Karl Marx, che ne capiva, scrisse che l’anatomia dell’uomo spiegava quella della scimmia. Noi abbiamo due certezze: stava lentamente imparando a camminare su due gambe e non aveva la coda. Alla luce di questa enorme distanza temporale possiamo affermare che l’uomo del Similaun, vissuto “appena” 50 secoli fa, non è un nostro lontanissimo parente ma, per così dire, uno di noi. Anzi, Ötzi siamo noi.

La sua raffigurazione corrente presenta però alcuni problemi. Viene immaginato come una sorta di “nonno di Heidi”, un archetipo dell’antico montanaro alpino: robusto, chiaro di pelle, con tratti quasi folkloristici. Le analisi genetiche più recenti raccontano invece una storia diversa. Ötzi aveva – come tutti gli europei originari – la pelle scura. Il suo patrimonio genetico mostra inoltre che l’80% del suo genoma proveniva dagli agricoltori neolitici anatolici, mentre solo una parte minore derivava dai cacciatori-raccoglitori europei dell’era post-glaciale.

Ötzi, che in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Velthune, Larth, Kutzi o Thana, apparteneva alla cultura di Remedello, diffusa nell’Italia settentrionale. Le comunità di quell’epoca erano inserite in reti di scambio che collegavano le regioni alpine con la pianura padana e altre aree europee. Anche la sua lingua apparteneva a un contesto pre-indoeuropeo, come il retico e l’etrusco.

Quando nel 1991, a oltre 3.200 metri di quota, venne alla luce il suo corpo mummificato si aprì una finestra sull’età del Rame (3300–3000 a.C.), un mondo di transizione in cui antiche tradizioni di caccia convivevano con agricoltura, allevamento e prime forme di metallurgia. Per comprenderlo bisogna però tornare alla fine dell’ultima glaciazione. Con il ritiro dei ghiacci, circa 13.000 anni fa, la valle dell’Adige divenne un importante corridoio ecologico e umano: terrazzi fluviali e zone umide favorivano insediamenti stagionali, mentre il fiume offriva risorse e, soprattutto, vie di spostamento.

Nel Mesolitico gruppi di cacciatori-raccoglitori iniziarono a percorrere l’asse atesino e le valli laterali. Siti come il Riparo Gaban presso Martignano di Trento, San Giacomo o il crinale della Mendola testimoniano comunità che vivevano di cervo, stambecco, pesca fluviale e raccolta di frutti spontanei. Ripari sotto roccia, focolari e strumenti in selce rivelano una profonda conoscenza dell’ambiente alpino. L’equipaggiamento di Ötzi riflette bene questo mondo. L’ascia in rame non era un utensile comune ma un oggetto di prestigio. Le sepolture remedelliane con pugnali in selce e armi deposte accanto ai defunti mostrano una società già articolata. Il resto del corredo è essenziale: coltello in selce, arco incompiuto, frecce e abiti in pelli di capra, pecora e orso, con un mantello di fibre vegetali e scarpe isolate con erbe secche.

Rimane il mistero della sua morte.

Una freccia nella spalla indica violenza e conflitto. Forse fuggiva da un’imboscata o da tensioni locali. Il ghiacciaio ha conservato il corpo ma non il contesto; è quasi certo che gli aggressori appartenessero al suo stesso gruppo e non si siano impossessati della preziosa ascia o di altri oggetti per paura di essere subito individuati come autori dell’omicidio.

Ötzi si inserisce così in una storia millenaria che unisce primi cacciatori e pescatori mesolitici della valle dell’Adige, agricoltori neolitici e metallurghi dell’età del Rame. Nel suo corpo, nel suo DNA e nel suo equipaggiamento si riflette un’Europa già dinamica e connessa. 

Non è solo una mummia eccezionale: è il testimone di un territorio atesino che, molto prima della storia scritta, era già spazio di mobilità e scambi culturali.

Autore: Reinhard Christanell

Manifestare e governare

A fine febbraio sono rimasto molto colpito dalla civiltà con cui, nel capoluogo, si sono svolte le due manifestazioni pro e contro la cosiddetta remigrazione. Non era scontato. Altrove nel passato, anche recente, simili iniziative sono purtroppo generate in scontri con le forze dell’ordine, danneggiamenti della cosa pubblica, eccetera. A Bolzano non è successo ed è un bene. La proposta – estrema – di rendere in qualche modo legittima l’espulsione di massa di stranieri ha avuto modo di essere per così dire spiegata, sia per strada che alla stampa. Allo stesso modo un numero ben più ampio di residenti ha potuto esprimere la propria contrarietà a tale approccio, partendo da motivazioni, sensibilità e diverse esperienze. Sullo sfondo da una parte è stata rivendicata la necessità di difendere l’identità nazionale, un concetto oggi quanto mai sfumato rispetto al passato, sulla scia di una modernità che procede trasformando ad alta velocità il nostro presente. Soprattutto nella nostra terra plurale per definizione, verrebbe da dire. Dall’altra sono stati invece richiamati valori quali diritti umani, uguaglianza, libertà, solidarietà e – ancora una volta – antifascismo quale valore fondante della nostra Repubblica. 

Alla manifestazione “contro” la remigrazione hanno partecipato anche alcuni politici locali, sulla scia della condivisione dei valori appena richiamati. Altri politici hanno invece criticato sia le manifestazioni che la partecipazione dei loro colleghi alla manifestazione “contro” la remigrazione. Alcuni di loro hanno osservato l’inopportunità di schierarsi su versanti definiti entrambi radicali ed estremi. Ma facendo questo hanno posto sullo stresso piano la manifestazione per la remigrazione con quella che vi si opponeva, quando la seconda nella maggior parte dei casi non faceva che riaffermare principi fondanti della nostra Costituzione. Altri addirittura sono arrivati a dire che non è con le manifestazioni che si governa un fenomeno quale quello dell’immigrazione necessario per il futuro della nostra economia, ma anche spesso portatore di insicurezza e criminalità, non solo micro. Questi politici forse si sono dimenticati che le manifestazioni e le riunioni in Italia sono regolate dalla Costituzione, che ne garantisce il diritto fondamentale all’interno di una cornice democratica, sulla scia della libertà d’opinione sancita dall’Art. 17. Se ritengono poi che regolare l’immigrazione sia compito della politica, allora – verrebbe da dire – è il caso che facciano finalmente – e meglio – il loro lavoro. Noi cittadini intanto cercheremo di fare il nostro, nelle scelte elettorali ma anche e soprattutto nella vita reale di tutti i giorni. 

Autore: Luca Sticcotti

“Ambientalista, pacifista, filosofo della convivenza”

Roma ricorda Alexander Langer. A due giorni da quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno (22 febbraio), sulla parete che dà sul cortiletto esterno dell’istituto Darwin, sulla via Tuscolana, è stata inaugurata una lapide che ricorda una presenza mai dimenticata, malgrado sia passato ormai mezzo secolo.

Non tutti sanno che Langer fu professore in un liceo romano. Lui stesso ne parla in un suo scritto autobiografico. “Svolgo con grande impegno e passione il compito di insegnante. In due periodi (1969-’72, 1975-’78) la scuola mi assorbe con particolare intensità. Insegno filosofia e storia, nei licei classici di lingua tedesca a Bolzano e Merano, in un liceo scientifico della periferia di Roma”. Aggiunge: “La mia vita nella scuola non è facile, costellata di trasferimenti punitivi, di note di qualifica con ‘sufficiente’ e ‘buono’, con frequenti interventi repressivi di presidi e provveditori. Mai un appunto sulla qualità della mia preparazione o dell’insegnamento, o un richiamo per scorrettezze disciplinari. Mi si rimprovera di ‘fare politica’ e di non rispettare i ruoli prestabiliti”. Langer è uno che crede davvero nella scuola come luogo di riscatto e di crescita. Insieme. Tanto da aver tradotto in tedesco la “Lettera a una professoressa”, scritta dagli alunni del maestro don Milani.

Se con i superiori non c’è piena intesa, “il rapporto con gli alunni, invece, è gratificante e durevole”. “A Roma si vive tra collettivi, cortei, assemblee ed occupazioni. Anche lì un passaggio decisivo nella socializzazione degli alunni si compie a scuola. Credo – immodestamente – che la maggior parte dei miei studenti con me abbia imparato qualcosa di interessante e di importante, e ne serbi un buon ricordo. Con molti di loro il rapporto è ancora vivo”.

È proprio così, anche a decenni di distanza. Ecco il testo della targa: “Ambientalista, pacifista, filosofo della convivenza. Insegnò storia e filosofia in questo liceo (1975-1978). Il suo insegnamento e il suo esempio rimangono testimonianza per chi in questa scuola studia e lavora, nel ricordo collettivo di ex alunni, dei colleghi del municipio VII e della comunità scolastica dell’istituto C. Darwin”.

Quando nel 1995 se ne andò, ex colleghi e studenti, scrissero: “Arricchiti dalla fortuna di averti conosciuto e amato, continueremo a lottare e sperare ‘in ciò che è giusto’”.

Autore: Paolo Bill Valente

Un tè, anzi un caffè, per due: Geena e Rufus

Tea for two, proprio come il titolo di una vecchia canzone: così dopo aver dato una sforbiciata ai loro nomi d’arte (in precedenza Geena B. Valentine & Andy Rufus), i due musicisti/creativi della Bassa Atesina hanno voluto intitolare il loro nuovo disco, per ora disponibile solo in formato digitale sulle piattaforme usuali.

Geena e Rufus sono sulla breccia da diversi anni, anni trascorsi cercando di trovare la loro via musicale battendo vari sentieri. Per loro stessa ammissione, però, dicono di preferire una tazza di caffè a quella di tè del titolo. Scherzi a parte, il disco, che è uscito un po’ alla volta nel corso dell’ultimo anno sotto forma di vari singoli, ascoltato nella sua interezza è una notevole sorpresa perché è proprio nell’ascolto complessivo che si può apprezzare la ricerca sonora effettuata dal duo.

“Il titolo – ci racconta Geena – era nel nostro cassetto già da tanti anni. È la conseguenza dell’essere riusciti a trovare il nostro sound, che direi che è quello quasi definitivo, anche se si sta evolvendo ancora. La novità è che ci sono tante ballate cantate in due, una cosa nuova visto che negli altri album cantavo più io. Adesso abbiamo messo Rufus un po’ più davanti al microfono, a prendersi le sue responsabilità”.

“Un tè per due – aggiunge Rufus – è anche una parafrasi per dire che abbiamo fatto tutto da soli, cantiamo e suoniamo tutto noi due. In due abbiamo scritto tutto e per quanto riguarda la parte tecnica siamo indipendenti, nessun fonico, nessuno studio, tutto registrato in soggiorno, coi mezzi a nostra disposizione. Quindi in un posto dove si può trovarsi anche a bere il tè. Ci piaceva l’idea di una coppia seduta a bersi il tè, leggendo il giornale e in base a quello che legge nel giornale inventa le canzoni. E il giornale in questione l’abbiamo fatto davvero, un giornale che descrive, che proviene dalle canzoni, che provengono dal giornale, che proviene dalle canzoni. Una cosa che gira e che portiamo ai concerti così la gente può sfogliarlo ed entrare nel mood. Non scrivo di metafisica nelle canzoni, prendo ispirazione dalla quotidianità e la filtro attraverso l’ironia. Ad esempio, c’è una canzone intitolata When You Are Not Here, in cui un marito deve pitturare la casa; quando la moglie torna però, lui non ha finito perché pitturando gli è venuta l’ispirazione e ha scritto la canzone per lei, una canzone d’amore. Lei gli fa i complimenti, però gli fa notare che comunque non ha finito di pitturare e ha sbagliato colore. Così conclude dicendogli: ti do un’altra occasione per essere ispirato. Vado di nuovo in ferie e tu pitturi la casa!”.

Il suono creato dal duo è molto essenziale, ci sono momenti in cui vengono in mente certe canzoni di Badalamenti cantate da Julie Cruise per i film di David Linch, ma quando alla voce di Geena si affianca quella di Rufus, le tinte variano, rievocando anche echi di un Tom Waits meno rauco e più indie. E con un po’ d’ironia. Il suono è molto essenziale, senza virtuosismi, realizzato con quello che c’è a disposizione. “Io suono più o meno tutti gli strumenti – prosegue Rufus – e non ne ho imparato nemmeno uno, più che altro li uso per suonare la canzone: non sono né pianista né chitarrista, nulla di tutto ciò, però mi piace suonare la canzone. Vecchia scuola si chiama. Registro la cosa e non sto lì a cercare più di tanto, ho strumenti che costano a dir poco un niente, la chitarra base in quasi tutte le canzoni è quella del ragazzo di mia figlia comprata a suo tempo alla Lidl”. La musica del duo aveva anche acceso qualche interesse da parte dell’industria discografica d’Oltralpe, ma non ne è venuto fuori nulla. “Avremmo avuto – conclude – la possibilità in Germania… Poi però vien fuori che la canzone non deve durare più di trenta secondi, il ritornello deve essere entro i primi quaranta, la voce deve entrare nei primi quindici e poi ti dicono anche i loops che devi mettere. I loops sarebbero i punti cardinali quando fai il mastering dei bassi e degli alti. Poi guardi quelle tracce sullo spettrometro e vedi una riga nera. Non ci sono più alti e bassi. Non c’è più dinamica, non c’è niente. E a noi di queste cose non ce ne importa proprio. Lavoriamo a modo nostro, non vogliamo cambiare. Preferiamo proprio la sporcizia che abbiamo noi sul nostro disco, addirittura si sente il gallo del vicino in due o tre canzoni in sottofondo!”

Per il futuro Geena e Rufus hanno già dei concerti in cantiere, un paio a Vienna, una al bunker di Malles, e l’allargamento della formazione, con l’inserimento della chitarra di Roland Novak e di una sezione ritmica, per poter riprodurre dal vivo il sound creato in soggiorno.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Gertrud von le Fort e le sue undici volte a Merano

Gertrud von le Fort è una delle grandi figure letterarie del XX secolo. A quasi cinquant’anni d’età, dopo anni di studio e attenta riflessione, nel 1926 decise di convertirsi e ricevette il battesimo nella chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma. Negli anni seguenti pubblicò moltissimo, fra cui La Donna Eterna che fu una sorta di manifesto del femminismo cattolico.

Era nata nel 1876 a Minden in Westfalia, figlia del barone Lothar e della nobildonna brandeburghese Elsbeth Wedel-Parlow. Gertrud, dall’intelligenza assai vivace, aveva studiato nelle migliori scuole tedesche ed era stata allieva e infine collaboratrice del grande storico Ernst Troelsch. 

All’Università di Heidelberg era stata una delle rarissime donne iscritte. Come tutti i rampolli dell’alta società del tempo, compì il Grand Tour in Europa e soprattutto in Italia. Tra il 1905 e il 1910 e sempre fra aprile e maggio, la scrittrice trascorse numerose settimane a Castel Labers, godendo del paesaggio, delle possibilità di passeggio, del tepore del clima, della fioritura di numerose tipologie di piante e fiori. Con lo scoppio della Grande Guerra, il suo mondo però finì col cambiare radicalmente, ella non solo ella prestò servizio come semplice infermiera negli ospedali militari, ma la sconfitta e lo smembramento territoriale finirono col sottrarle i possedimenti di famiglia. Si trasferì allora nella campagna intorno a Monaco e, nel 1926 tornò per la quarta volta a Roma. Che cosa la attirava così tanto nella capitale cattolica? Un lento scivolamento, frutto di studio e riflessione, verso quel “papismo” che le era stato insegnato a disprezzare; scivolamento culminato, l’anno precedente, nella pubblicazione degli Inni alla Chiesa, un’opera che le diede subito fama. Negli anni seguenti pubblicò moltissimo. Le sue opere forse più note sono “L’ultima al patibolo” e “La moglie di Pilato”. Fra ottobre 1931 e marzo1932 tornò a Castel Labers godendo e trovando ispirazione nel foliage autunnale, nell’inverno mite e nel primo annuncio di primavera. Nel 1934 pubblicò un importante saggio, La Donna Eterna, più volte riedito e tradotto in molte lingue. 

Qui emerge il manifesto del femminismo cattolico: attraverso riflessioni ed esempi storici, l’autrice coglie, tra l’altro, l’aspetto infernale della guerra totale moderna e lo paragona al modo di guerreggiare di un guerriero cristiano come il principe Eugenio di Savoia per il trattamento umano che riservava ai suoi uomini e anche ai vinti. 

Col passare del tempo Gertrud era diventata amica di numerose scrittrici come la norvegese Sigrid Undset, anche lei convertita e poi premio Nobel per la letteratura, del famoso romanziere Hermann Hesse e soprattutto di Edith Stein, l’ebrea allieva del celebre filosofo Edmund Husserl poi diventata suora carmelitana e morta ad Auschwitz, e infine canonizzata da Giovanni Paolo II. Quando quest’ultima decise di prendere i voti religiosi, Gertrud von le Fort fu l’unica a incoraggiarla e a esprimerle vicinanza mentre tutti gli amici e i familiari avevano troncato i rapporti. 

Gertrud von Le Fort tornò a Merano, come si torna ad un rifugio protetto e rasserenante più e più volte nel 1962, 1964, 1965, 1966. Nella Merano degli anni Sessanta poteva contare sì su quei comfort della modernità ma conservava ancora quella rassicurante quotidianità tradizionale. 

Gertrud morì nel 1971 a Oberstdorf in Baviera. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Palazzo Toggenburg, il suo parco e Annette von Menz

A volte le nostre città conservano tesori importantissimi e prima di recarci lontano è bene andare a scoprire le bellezze di casa. Bolzano contiene numerosi tesori fra le sue strade e una di queste è Palazzo Toggenburg con il suo ampio parco barocco, che fu posto sotto tutela monumentale fin dal 1951. 

Il Palazzo, di origine medioevale, subì vari rimaneggiamenti fino alle forme neorinascimentali attuali e i loro stucchi. Imponente è il parco storico barocco con fontana rocaille e statue settecentesche, che presenta una grande varietà di piante secolari. 

Il Palazzo ha valenza architettonica, artistica e storica. Quando nel 1796, durante la prima guerra di coalizione, il Tirolo fu minacciato da una invasione francese, qui si riunirono gli Stati Tirolesi e qui sottoscrissero il giuramento del Sacro Cuore. 

L’edificio, originariamente sede del tribunale dei signori di Wangen, passò successivamente ai signori di Völs e poi a quelli di Wolkenstein. Furono i Menz ad acquistarlo all’inizio del XIX secolo. Si trattava di una famiglia di ricchi commercianti molto noti in città. Seguendo i dettami più alla moda e con il consiglio dell’architetto Bittner, Annette von Menz fece ristrutturare l’intera casa in stile impero e costruire una grande sala elissoidale a due piani con galleria. Qui fu allestito il più importante salone musicale cittadino del XIX secolo. La sala divenne un punto d’incontro per compositori nazionali e stranieri, come ad esempio Johann Gänsbacher. Con la fitta attività concertistica la famiglia amplio notevolmente la biblioteca che iniziò a comprende una vasta collezione di spartiti d’opera e documenti relativi ai compensi corrisposti ai musicisti dell’orchestra e ai solisti che si erano esibiti nel loro palazzo. 

Annette von Menz era l’unica figlia di Anton Melchior von Menz e di sua moglie Maria Anna, nata von Gumer. Le famiglie Menz e Gumer erano tra le più ricche e rispettate di Bolzano. Nel 1811, all’età di quindici anni, Annette von Menz rimase orfana. Il patrimonio dei Menz-Gumer comprendeva, oltre a Palazzo Toggenburg, il castello di Sigmundskron, il castello di Haselburg, la residenza di Gerstburg, il castello di Rafenstein, una residenza estiva a Maria Himmelfahrt, il palazzo Menz e alcuni edifici commerciali in città, molte fattorie e quote in numerose società commerciali. Negli anni 1810–1814 Bolzano appartenne temporaneamente al Regno d’Italia napoleonico. Nel 1811 la notizia dell’imminente matrimonio della più ricca ereditiera della città con un ufficiale francese suscitò grande scalpore tra i cittadini bolzanini. Lo sposo era aiutante di campo del vicerè italiano Eugène de Beauharnais, figliastro dell’imperatore Napoleone. Il suo matrimonio con la quindicenne Annette von Menz era in linea con la politica napoleonica, secondo la quale i membri e i sostenitori della casa imperiale dovevano sposarsi con le famiglie più altolocate dei paesi occupati, in modo da trasformare gli occupanti in alleati e parenti. Tuttavia, il consiglio di famiglia, che oltre al tutore vero e proprio era responsabile della ragazza e del suo patrimonio milionario, riuscì a impedire il matrimonio. Il vicerè fece arrestare l’avvocato di famiglia, Franz von Plattner, e destituì altri tre membri del consiglio dai loro incarichi pubblici. Solo nel marzo 1812 gli imputati furono assolti. Quattro anni dopo Annette von Menz sposò Carlo, Cavaliere de Panzoldi de Monte-Olivo, originario di Rovereto che però morí solo tre mesi dopo le nozze.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Martinetti: il pittore della vertigine

Da poche settimane ci ha lasciati uno degli artisti più significativi dell’astrattismo subalpino. Nato a Merano l’8 maggio 1931, il suo lavoro di architetto lo aveva condotto lontano dall’Alto Adige, a Torino dove in breve tempo era diventato un affermato architetto e un brillante pittore. Guidato sempre dalla passione e dall’entusiasmo sia nell’arte che nella progettazione aveva legato il suo nome ad importanti costruzioni e a numerose pitture. La sua idea di architettura è forse riassunta in questa sua frase: “Certo, i grandi fabbricati, i complessi articolati, hanno una forza espressiva enorme; eppure io sono convinto, spinto anche da fattori contingenti, che molte opere considerate ‘minori’ fanno parte di un’ esperienza totale e si manifestano nella musica, nelle scienze, o, come nel mio caso, nella pittura e nell’architettura.” 

Per quanto attiene la sua arte fu influenzato dalla letteratura e dagli scritti di Leopardi, Sartre, Thomas Mann, Borges, e Pound e dalla musica jazz, ma soprattutto dagli artisti non figurativi del dopoguerra come quelli incontrati alle Biennali veneziane, come Santomaso, Afro, Vedova e i fratelli Gio e Arnaldo Pomodoro. Martinetti aveva scelto la propria strada pittorica elaborando un linguaggio fatto di spartizioni geometriche dello spazio, precise, ordinate, spezzate e di gusto post-cubiste. Il cielo fu, insieme al mare, una presenza costante nei suoi dipinti. Vi faceva capolino specchiandosi in schegge di vetro in ogni dove, ritrovandosi anche là dove non lo si sarebbe cercato. 

Di lui il critico d’arte Luigi Serravalli scrisse: “… Arte e mestiere, per cui la luce ultima del ‘prodotto’ è sempre frutto di una particolare ‘intelligenza creatrice’, di uno ‘slancio vitale o come diceva Thomas Mann, ‘estasi fredda’.” 

Autrice: Rosanna Pruccoli