La via in Zona dedicata a Torricelli

Tra le vie nella zona industriale di Bolzano (quartiere di Oltrisarco) dedicate a protagonisti della scienza e della tecnica vi è via Evangelista Torricelli. Nato a Roma il 15 ottobre 1608, rimasto presto orfano, fu lo zio materno,  Gian Francesco Torricelli,  (Don Jacopo, monaco camaldolese, parroco di S. Ippolito), a curare la prima educazione del ragazzo, il quale poi passò alla scuola dei Gesuiti a Faenza e poi a Roma. Per la matematica lo guidò il monaco benedettino Benedetto Castelli, al secolo Antonio Castelli,  (1578-1643), docente di matematica e idraulica al Collegio della Sapienza, collaboratore di Galileo Galilei (1564-1642); con padre Castelli il giovane Torricelli lavorò e studiò a Roma dal 1632 al 1641. Nel 1641 padre Castelli presentò a Galilei, allora nel ritiro di Arcetri, il manoscritto “De motu gravium”, opera di Torricelli, il quale su proposta di padre Castelli divenne, il 10 ottobre 1641, assistente di Galilei, ormai pressoché cieco; gli rimase vicino assistendolo fino alla morte, avvenuta l’8 gennaio 1642. Il Granduca Ferdinando II de’ Medici (1610-1670) nominò allora Torricelli successore di Galilei come matematico del Granducato di Toscana. Torricelli fu tale finché visse, ma divenne anche docente di matematica presso l’Accademia fiorentina; in quegli anni si dedicò alle ricerche sui liquidi, scoprendo la legge della pressione atmosferica, per la misura della quale inventò il barometro. Nel 1644 Torricelli pubblicò “Opera geometrica”, opera in tre parti. Nel 1646 inventò un metodo per lavorare le lenti; costruì i migliori cannocchiali dell’epoca. Ad un certo punto si dovette fermare, perché si ammalò e morì, a 39 anni, a Firenze il 25 ottobre 1647; fu sepolto nella basilica di San Lorenzo. Non mancarono i pubblici riconoscimenti (come un cratere lunare e un asteroide) per la sua opera; a Faenza dal 1865 porta il suo nome il Liceo, con sede nell’antico palazzo dei Gesuiti, che ebbe Torricelli come allievo. Non va dimenticato il Liceo Scientifico Torricelli di Bolzano.

Autore: Leone Sticcotti

Una scuola “nuova”

Nelle scorse settimane a Bolzano si è molto parlato del destino del nuovo edificio scolastico che si sta costruendo nel quartiere Don Bosco. Per anni il progetto della scuola era stato presentato come un esempio di modernità, sia dal punto di vista architettonico / funzionale che sociale, prevedendo la prosecuzione degli esperimenti che la nostra provincia sta portando avanti per creare connessioni virtuose tra scuola in lingua italiana e scuola in lingua tedesca, quali quelli in atto ad esempio nelle scuole Langer del rione Firmian bolzanino o le nuove scuole di San Giacomo nel comune di Laives. Punto chiave era la coabitazione nello stesso edificio di sezioni di lingua italiana e lingua tedesca ed è proprio questo aspetto – fino a pochi mesi fa dato per scontato – ad essere stato messo in discussione. 

Le perplessità – per quanto ci è stato dato di capire – provengono soprattutto dalla parte di lingua tedesca, ora dubbiosa sull’opportunità di aprire delle proprie sezioni in quel rione a due passi dal parco delle Semirurali, in coabitazione con classi italiane. 

Le motivazioni addotte per giustificare tali nuove perplessità sono state, sinceramente, deprimenti. Si è parlato delle difficoltà degli insegnanti di spostarsi in quella sede, in quanto si tratterebbe di sezioni distaccate di altri complessi scolastici. Si tratta di un problema che prima,  per anni, mai era stato sollevato. Da parte italiana c’è stato invece chi si è fregato le mani al pensiero di poter avere un edificio nuovo di zecca a propria esclusiva disposizione. C’è stato addirittura chi ha parlato di spreco di denaro pubblico, vista la progressiva e inesorabile diminuzione della materia prima, ovvero di “veri” bambini di madrelingua italiana o tedesca da ospitare. 

Forse sarebbe il caso di smettere i paraocchi e cominciare a guardare la realtà per quella che è. Nel nostro territorio la società è diventata sempre più compenetrata e multietnica ed è giusto che alle nostre più giovani generazioni venga data l’opportunità di frequentare una scuola in cui al muro sempre più virtuale tra le due lingue (e culture) principali vengano sostituite piuttosto delle porte girevoli, che consentano magari anche di “vedere” anche i nostri più giovani nuovi concittadini, con la loro storia e le loro storie. Questo (finalmente) per imparare incontrandosi, crescendo (in tutti i sensi), e costruendo un mondo di domani che – a ben vedere – nei contesti lavorativi è già qui. 

E’ davvero nell’interesse di tutti.   

Autore: Luca Sticcotti

Remigrazione. L’homo insipiens e le sue non-parole

Negli Stati Uniti si parla apertamente di “deportazione”. “Le deportazioni di massa stanno migliorando la qualità della vita degli americani” (dal sito della Casa Bianca). In Europa, dove la memoria del recente passato è ancora viva in qualche angolo delle coscienze, “deportazione” è un concetto tabù. Per questo si dice “remigrazione”.

Il termine è sbucato in Francia, negli ambienti dell’estrema destra identitaria, per passare poi all’area di lingua tedesca, dove è stato adottato dall’AfD (Alternative für Deutschland), il movimento fondato su posizioni che, come dichiarano i vescovi tedeschi, sono incompatibili con i valori cristiani. Nel 2023, in Germania, “Remigration” è stato dichiarato “non-parola dell’anno” (Unwort des Jahres).

In Italia la non-parola non è ancora in tutti i dizionari, ma compare già come titolo di manifestazioni e summit, nonché di un disegno di legge di iniziativa popolare: “Remigrazione e riconquista”.

Alla base dell’idea di “remigrazione” stanno visioni dichiaratamente identitarie, implicitamente razzistiche ed etnocentriche. Niente di nuovo sotto il sole. Sono frutto di quel populismo nazionalista, mascherato da patriottismo, che ha preso piede nell’800 per giungere a piena maturazione nella prima metà del ‘900. Pareva aver esaurito la sua stagione mortifera col nuovo millennio, invece ecco la nuova fioritura, soprattutto in Europa e in America, legata ai noti politico-climatico-culturali.

L’idea di remigrazione si fonda sulla convinzione che la terra appartenga a questo o quel popolo. Ma ogni gruppo umano e ogni persona è, di fatto, migrante o discendente di migranti. Ognuno di noi ha un luogo dove poter remigrare. Alzi la mano chi non ha antenati migranti. Andando a ritroso ci ritroveremmo tutti in Africa, da dove l’homo sapiens ha cominciato a migrare nella notte dei tempi, diffondendosi in tutti i continenti e trasformandosi pian piano in homo insipiens.

Certo che la presenza umana sui territori ha bisogno di regole (ci sono già, si facciano rispettare). La questione delle migrazioni però non si affronta a colpi di slogan, ma rimuovendo le cause che negano alle persone il diritto a rimanere nella propria terra.

Fintanto che il sistema-mondo si fonda su enormi disuguaglianze, fintanto che i potenti perseguono unicamente i propri interessi, i deboli avranno tutto il diritto di migrare.

Autore: Paolo Bill Valente

Una chitarra solidale riprende a vivere

Eugenio Pennini è una vecchia gloria della scena musicale bolzanina. Sul finire degli anni Sessanta calcava i palchi della regione coi suoi Wat 69, che in tempi recenti, anziché appendere la chitarra a un chiodo ha cominciato a portare un po’ di musica nelle RSA, con lo scopo di animare i pomeriggi degli anziani ospiti. Proprio in una di queste strutture il suo percorso si è incrociato con quello di Roberto Loperfido, che di un’ospite della RSA è amministratore di sostegno.

“A casa – racconta Roberto – avevo una chitarra che non avevo mai imparato a suonare del tutto. Era lì, accantonata ed impolverata e avendo incontrato Eugenio in casa di riposo, ho pensato di chiedergli se avesse idea di cosa si poteva fare con quella chitarra dimenticata”.

“Spesso – prosegue Eugenio – accade che chi va in casa di riposo come ospite, finirà lì i suoi giorni, è per questo che invece di andare ancora a cercare ingaggi negli alberghi per serate musicali, ho deciso di suonare come volontario per queste persone. La musica è un grande veicolo per solidarizzare, spesso e volentieri può avere effetti terapeutici, può aiutare a placare gli animi agitati e dare gioia a chi suona uno strumento”.

Così a Eugenio è venuto in mente che c’era un modo di riciclare in modo creativo e utile la chitarra di Roberto e a questo punto è entrato in ballo Erion Zeqo, operatore sociale e musicista noto anche come Zio Cantante. Eugenio aveva letto qualche anno fa, che Erion aveva fatto una raccolta di strumenti musicali dismessi o abbandonati, per organizzare un laboratorio creativo all’interno della casa circondariale.

Inutile dire che Erion ha raccolto con entusiasmo l’idea di accogliere anche la chitarra di Roberto.

“Due anni fa – ci spiega Erion –, ho fatto una campagna per raccogliere strumenti usati e portarli all’interno del carcere per creare un laboratorio musicale. Abbiamo sempre bisogno di strumenti, nuovi strumenti, altri strumenti, insomma, anche per cercare di occupare il tempo di queste persone con delle attività che siano ricreative ma allo stesso tempo che possano far del bene a loro, perché quando fanno musica poi, inevitabilmente, c’è una sorta di benessere di ritorno, e c’è anche una motivazione più importante perché li aiuta ad affrontare le difficoltà che ci sono in quel contesto. Perché la cosa principale che può accadere all’interno di un carcere è che una persona perda le motivazioni, perdendo anche l’abitudine alla quotidianità abituandosi a una quotidianità che è quella dell’istituzione, cioè data dei ritmi e dei tempi dell’istituzione, e quindi se tu prima ti alzavi a una certa ora, facevi una certa cosa, facevi una camminata, facevi una chiacchierata, andavi al bar a giocare a carte con gli amici, coltivavi i tuoi hobby, oltre al lavoro, perché il lavoro è una cosa, ma quello che riempie la nostra vita, anche da un punto di vista delle passioni, degli interessi, è l’imparare qualcosa di nuovo, spendere del tempo anche in modo creativo. Questa cosa in carcere viene quasi annullata del tutto. E ci sono pochi strumenti che ci permettono di progredire in questo senso. Uno, diciamo, di questi sicuramente può essere la musica, poi c’è anche altro, come il disegno, il teatro, la lettura, la scrittura e via dicendo. Quindi due anni fa cosa abbiamo fatto? Con altri colleghi che lavorano con me come insegnanti, come educatori in carcere, abbiamo, tra virgolette, occupato uno spazio, noi facciamo come quelli che non solo occupano uno spazio ma gli danno poi una finalità utile, una finalità sociale”. 

Addirittura, non avendo all’inizio un luogo in cui ritagliare questo spazio, Erion e i suoi collaboratori hanno potuto usare l’appartamento della direttrice ad interim che lei non occupava e quello è diventato il loro laboratorio musicale.

Così nel corso di un simbolico incontro in RSA, Roberto, in presenza di Eugenio, ha consegnato a Erion la sua vecchia chitarra, con l’obiettivo di donarle una nuova vita, utile.

“Non abbiamo soltanto le chitarre – conclude Erion – ma anche la fisarmonica, strumenti a fiato, a corda, tastiere, persino una batteria. Il momento più bello è quando qualcuno viene e chiede di poterla suonare cinque minuti. Sanno di fare un casino incredibile, ma scaricano l’adrenalina, anche senza rendersene conto. Sai che beneficio ne traggono? Sai che gioia provano? La ciliegina sulla torta sarebbe che qualcuno gli insegnasse a suonarla, la batteria”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Antonio Locatelli

Una delle vie colleganti Corso Libertà con Piazza IV Novembre è dedicata al pilota Antonio Locatelli. 
Nato a Bergamo il 19 aprile 1895, diplomatosi nel 1913 all’Istituto industriale di Bergamo, chiamato alle armi nel 1915, ottenne il brevetto di pilota al campo scuola della Malpensa. Da caporale fu man mano promosso fino al grado di tenente nel dicembre 1916. Volò con aerei sia da ricognizione che da bombardamento; furono ben 523 i voli, per i quali ottenne meritate medaglie. Tra i voli leggendari va ricordato quello, assieme a Gabriele D’Annunzio, su Vienna il 9 luglio 1918, con lancio di manifestini. Il 15 settembre 1918 fu ferito sopra Fiume dalla contraerea. Catturato, evase diverse volte dal campo di concentramento di Sigmundsherber; il 4 novembre raggiunse la colonna di connazionali. Nel 1919 fu inviato in Sudamerica con una missione aeronautica per promuovere l’industria italiana. Rientrato in Italia, congedato nel marzo 1920 dopo il servizio al campo di Centocelle (Roma), fu tra gli organizzatori delle squadre d’azione fasciste nel Bergamasco. Dal gennaio 1923 viaggiò in Egitto, India, Cina, Giappone, Stati Uniti, documentando con disegni e foto. Nel 1924 fu eletto nel Parlamento. Rischiò molto in un volo per la Groenlandia: con l’aereo in acqua da tre giorni fu tratto in salvo da  una nave americana. Podestà di Bergamo dal novembre 1923, si dimise nel dicembre 1934. Partito nel gennaio 1936 per la guerra italo-etiopica, anche in Somalia guidò aerei da ricognizioni e da bombardamento. Partecipando ad una missione con tre velivoli, atterrò presso Lechemti il 26 giugno 1936; ci fu un attacco da parte di cadetti etiopici della scuola militare di Oletta; tra i componenti della missione uccisi ci fu anche Antonio Locatelli: morì  il 27 giugno 1936. Ciò gli valse il conferimento in agosto di una seconda medaglia d’oro al valor militare; il 15 marzo 1937 gli fu conferita, caso eccezionale, una terza medaglia d’oro.

Autore: Leone Sticcotti

Castel Rodengo e il Ciclo di Yvain

Fra i castelli più suggestivi dell’Alto Adige non può essere trascurato Castel Rodengo che con la sua struttura imponente e vasta caratterizza lo sperone roccioso a strapiombo sulla Gola della Rienza e il paesaggio del piccolo agglomerato di Villa di Rodengo.

Costruito nel 1140 dai Signori di Rodank, una famiglia di ministeriali del Principe Vescovo di Bressanone, che si estinse nel 1300, nel Medioevo fu una delle fortezze più ampie dell’arco alpino, ricca di stanze e sotterranei. Estinti i primi proprietari, per quasi duecento anni la fortezza fu amministrata dalla Contea del Tirolo ma nel 1491 l’Imperatore Massimiliano lo passò ai Conti di Wolkenstein-Rodenegg. Fu poi ampliata e trasformata in una elegante residenza nobiliare dai Wolkenstein che la possiedono e la abitano a tutt’oggi.   

Oltre agli arredi rinascimentali a tutt’oggi visibili, sono gli affreschi del Ciclo di Yvain di Hartmann von Aue, scoperti e restaurati solo nel 1972, ad essere il gioiello prezioso che il maniero custodisce.  

L’ampio ciclo ad affresco fu realizzato tra il 1200 e il 1220 e sono considerati il più antico ciclo profano di area tedesca. Il protagonista del ciclo è Yvain, il celebre cavaliere del romanzo francese scritto in versi intorno al 1173, da Chrétien de Troyes Yvain ou Le Chevalier ou Lion. Il romanzo era divenuto famoso nelle aree di lingua germanica grazie alla traduzione-rifacimento nel 1205 di Hartmann von Aue. Gli affreschi di Rodengo occupano tre pareti e sono suddivisi in undici scene che si concentrano sui primi 2500 versi del poema. Essi raccontano di Yvain che nella foresta di Brochelandia uccide Ascalon, il cavaliere custode della Fontana magica, e ne sposa la vedova la bella Laudine. Partito nuovamente alla ricerca di avventure, l’eroe scorderà di tornare dalla sposa nel giorno stabilito e ne perderà così l’amore. Per poterla riconquistarla dovrà affrontare nuove prove e nuove imprese. Le scene presentano sempre i protagonisti scrivendone il nome come Ywain, Aschelon, Luneta Laudina. 

La sequenza inizia sulla porta d’ingresso, la partenza di Yvain che si congeda dal padrone di un castello dove era stato ospite e da sua figlia e muove alla ricerca di nuove avventure. Segue l’incontro nella foresta con l’uomo dei boschi, l’uomo selvatico, che indica a Yvain la via che conduce alla fontana magica, dove potrà avvenire l’incantesimo che trasforma il cavaliere in uno sciamano in grado di dominare per breve tempo gli elementi e la natura. Segue  il duello con il guardiano della fonte, il re Aschelon, il suo ferimento mortale da parte di Yvain e l’inseguimento nel castello del sovrano. Seguono le scene che si svolgono all’interno del castello: Yvain prigioniero che si salva grazie all’intervento della damigella Luneta che gli consegna un anello magico che lo rende invisibile; le esequie di Aschelon che l’eroe spia da una finestra mentre Luneta con una mano sulla fronte gli trattiene il volto perché non guardi; il pianto di Laudina per il marito defunto e l’innamoramento per lei per  Yvain, la scena della ricerca dell’eroe da parte degli uomini di Aschelon che fendono inutilmente l’aria con le spade perché l’eroe è protetto dall’invisibilità. Nell’ultima scena mostra l’eroe che inginocchiato e pentito viene presentato da Luneta alla sua signora Laudina. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Droni #3

Il riferimento principale è la Direttiva 128/2009/CE, che definisce il quadro per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari: riduzione dei rischi, limitazione della deriva, tecniche più efficienti, formazione degli operatori. Ogni trattamento deve essere giustificato, mirato e compatibile con la protezione delle risorse naturali. In questo contesto i droni possono essere strumenti virtuosi, ma richiedono criteri operativi più severi rispetto alle attrezzature tradizionali.

A livello nazionale la direttiva è stata recepita con il D.Lgs. 150/2012, che disciplina formazione obbligatoria, patentini, registrazioni e distanze di sicurezza. Per chi opera con UAS (Sistemi di Aeromobili a Pilotaggio Remoto) significa integrare competenze aeronautiche e agronomiche: non basta saper pilotare, occorre saper trattare. Ogni intervento deve essere tracciabile, motivato e conforme ai protocolli tecnici.

Il “decreto MIPAAF del 2014” è un insieme di provvedimenti, tra cui il PAN, per l’uso sostenibile dei fitosanitari (22 gennaio 2014), le norme sulle organizzazioni di produttori ortofrutticoli e olivicoli e il decreto che istituisce il marchio di qualità SQNPI. Sono strumenti che contribuiscono a uniformare criteri, controlli e buone pratiche agroalimentari. Il quadro però è già cambiato con l’introduzione della Legge 2 dicembre 2025, n. 182, che sostiene la digitalizzazione delle attività agricole, incluse le applicazioni con droni. L’articolo 6 di questa norma introduce una novità attesa: una fase di sperimentazione regolamentata dell’irrorazione aerea tramite UAS, finora soggetta a divieti o forti limitazioni.

Tra metodi tradizionali e sorvoli più o meno ravvicinati, e dopo svariati test a base di coloranti alimentari e cartine idro-sensibili, cade pertanto – anche in agricoltura – l’ultimo velo nell’impiego di fitofarmaci tramite UAS.

La legge inserisce un nuovo articolo nel D.Lgs. 150/2012 e consente l’irrorazione con droni in via sperimentale per tre anni su terreni agricoli, derogando temporaneamente alle norme vigenti. Inoltre, esso delega alle Province Autonome di Trento e Bolzano poteri amministrativi e normativi significativi per l’attuazione del Piano d’Azione Nazionale (PAN), gestendo le abilitazioni professionali (consulenti, applicatori) e definendo misure specifiche (es. divieto irrorazione aerea, aree sensibili), pur nel quadro delle direttive nazionali e comunitarie. 

Per tutte quelle che saranno le sfide, le problematiche, i retaggi e le papabili soluzioni che verranno, l’Italia resta una paziente in cura e perennemente sotto osservazione. Mentre il riscaldamento globale tira dritto e se ne frega delle nostre liti da cortile noi cerchiamo di ricordarci sempre da dove veniamo e dove stiamo andando: implementare una serie di riflessioni e adottare misure concrete rivolte all’ecologia, alla salute e al rispetto della Natura.

Autore: Donatello Vallotta

I Balog e l’omonimo Sanatorio: una villa dall’architettura straordinaria

Quando nel 1894 il dottor Ludwig Balog, specialista ungherese di medicina interna, già assistente del consigliere aulico Prof. Stiller, decise di aprire il proprio sanatorio nella città da poco divenuta località di cura, scelse di costruire un edificio solido e raffinato allo stesso tempo.

La zona scelta per l’ubicazione fu la quella di espansione ottocentesca che dalla piazza del Teatro si sviluppava verso la stazione ferroviaria, fulcro in quegli anni del turismo di cura cittadino. 

In quella stessa zona erano sorti via via infatti i grandi alberghi di lusso e la Kurmittelhaus, ossia il centro fisioterapico cittadino provvisto di piscina e sala Zander. 

Villa Balog fu disegnata e costruita dall’architetto Pietro Delugan (Zanolin di Ziano 1854 – Merano 1923) che realizzò un corpo di fabbrica a quattro piani dall’alzato neorinascimentale con timpani a sovrastare finestre e portefinestre, balconcini per ogni stanza ma non abbastanza profondi per  consentire la Liegekur ma certamente utili per passare qualche ora all’aria aperta, un trend questo che a Merano era molto in voga. m. e un erker a torretta di grande fascino, sorretto da un telamone e una cariatide. Due particolari architettonici assai rari fra le architetture cittadine. La struttura però che ha fatto di Villa Balog un unicum a Merano è l’erker che, dal pian terreno si inerpica fino all’altezza del tetto spiovente ed è sorretto da due imponenti telamoni. I telamoni erano una citazione greca che il Rinascimento e lo stile neorinascimentale li avevano riutilizzati come nell’antichità come colonne o per sostenere architravi o balconi.

I telamoni infine simboleggiavano forza, sopportazione e la potenza virile che regge il sacro.
Ludwig Balog era nato nel 1869, figlio di Adolf Balog e Antonia Friedmann. Era medico e direttore sanitario del proprio sanatorio, Villa Balog, che si trovava nell’allora Andreas-Hofer-Str. 4, proprio a fianco di quello che nel 1907 sarebbe divenuto il Kurmittelhaus, ossia il cosiddetto Istituto Idroterapico come veniva definito negli anni Trenta. Come specificava un depliant pubblicitario il sanatorio curava, convalescenti e malati non infettivi, quindi non i malati di tubercolosi. Garantiva assistenza e sorveglianza medica continua da parte del medico di casa, il dottor Ludwig Balig. Le stanze erano provviste di termosifone, condutture d’acqua calda in ogni piano, un ascensore, impianto per l’assorbimento della polvere, ventilatori.

Era sposato con era sposato con Josefine Freund, nata a Edelény, città ungherese situata nella contea di Borsod-Abaúj-Zemplén nella valle del Bódva, nel 1874. Josefine era figlia di Gisela Taswith e di Adolf Freund. Nel 1911 dal matrimonio nacque la figlia Susanne. 

Quando all’alba del 16 settembre 1943 Gisela e Ludwig furono rastrellati e portati nella Casa del Balilla, avevano 74 e 69 anni. Nel tardo pomeriggio furono trasferiti al campo di transito di Reichenau, vicino ad Innsbruck e alcuni mesi dopo, nel marzo del 1944 furono trasferiti ad Auschwitz dove furono uccisi al loro arrivo. La figlia Susanna era sposata Kiss e come la madre era casalinga e si salvò nascosta in Vaticano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Quel “buio” universale iniziato nel 536

Ci si interroga spesso su quali siano i fattori che innescano i grandi cambiamenti storici di una regione. Guerre, crisi politiche e invasioni giocano senza dubbio un ruolo centrale, ma accanto a questi eventi visibili e narrabili dalle fonti vi è un protagonista più silenzioso e costante: il clima. Le sue trasformazioni, lente nella maggior parte dei casi ma talvolta improvvise e violente, possono produrre effetti profondi e traumatici sui territori e sulle popolazioni, mettendo in crisi equilibri economici, sociali e ambientali costruiti nel corso dei secoli.

Tra il V e il VI secolo d.C. anche la valle dell’Adige sopra e sotto la Chiusa di Salorno fu teatro di una successione di sconvolgimenti senza precedenti. Al declino dell’Impero romano d’Occidente, culminato alla fine del V secolo, seguirono l’arrivo dei Goti, la lunga e devastante guerra gotica tra bizantini e eredi di Teodorico (535–553), il progressivo collasso delle strutture amministrative e fiscali romane e, infine, la peste di Giustiniano, attestata in Italia a partire dal 541, che colpì duramente un tessuto demografico già molto indebolito. A tutto ciò si aggiunse un evento ancora più inquietante, percepito come inspiegabile dai contemporanei: il cosiddetto “buio” universale iniziato nel 536. 

Le fonti antiche descrivono un sole offuscato, stagioni instabili, freddo persistente e raccolti falliti. Procopio di Cesarea riferisce che “il sole emetteva la sua luce senza splendore, come la luna, per tutto l’anno”, mentre Cassiodoro, scrivendo dall’Italia ostrogota, osserva che “non si vedono le ombre dei nostri corpi a mezzogiorno” e che “la forza del calore solare appare indebolita”. Oggi la ricerca scientifica attribuisce questo fenomeno a una serie di grandi eruzioni vulcaniche avvenute tra il 536 e il 539, che immetterono nell’atmosfera enormi quantità di aerosol, riducendo l’irraggiamento solare per diversi anni. Non a caso, il 536 è stato definito da alcuni studiosi “l’anno peggiore per essere vivi”. 

Anche l’Italia settentrionale e l’arco alpino risentirono fortemente di questa crisi climatica. Nella valle dell’Adige, tra Trento e Bolzano, territorio di transito e di frontiera già in età romana, l’impatto fu probabilmente amplificato dalla fragilità dell’economia agricola montana. Le comunità tardoantiche vivevano di un equilibrio delicato tra colture di fondovalle, allevamento e sfruttamento dei boschi: un abbassamento delle temperature e l’accorciamento delle stagioni agricole bastarono a metterlo in crisi. 

L’archeologia conferma una fase di contrazione insediativa tra la fine del V e la metà del VI secolo: abbandono di ville rustiche, ridotta manutenzione delle infrastrutture e rarefazione delle sepolture. Le stime più accreditate indicano una perdita demografica compresa tra il 40 e il 60 per cento. Non si trattò di un collasso improvviso, ma di un lento logoramento che rese il territorio meno densamente abitato e più permeabile ai mutamenti successivi. 

Quando, a partire dal 568, i Longobardi entrarono in Italia attraverso il Friuli, trovarono una valle estremamente indebolita ma strategica. Trento, che di lì a poco ebbe un vescovo illuminato come Agnello, divenne un nodo fondamentale di controllo religioso, politico e militare, mentre ampie aree rurali rimasero sottoutilizzate. Parallelamente, tra la seconda metà del VI e il VII secolo, dai territori alpini settentrionali gruppi bavari iniziarono una lenta e progressiva espansione verso sud, favorita proprio dalla minore pressione demografica e dall’ampia disponibilità di terre. 

Non si trattò di una sostituzione della popolazione romanza locale, ma di una sovrapposizione graduale. Le comunità romanizzate sopravvissero, inserite però in un contesto profondamente mutato, in cui nuovi assetti sociali, politici e linguistici presero forma. La crisi climatica del VI secolo non fu dunque la causa diretta delle migrazioni, ma un fattore strutturale che accelerò processi già in atto. Nella valle dell’Adige essa rappresenta una vera “cesura silenziosa”: l’inizio di quella lunga trasformazione che avrebbe ridisegnato il volto umano e culturale del territorio per i secoli successivi.

Autore: Reinhard Christanell

Oltre la tregua

A molti – lo so – hanno fatto un po’ sorridere gli appelli giunti in questi giorni da leader politici e religiosi, affinché le Olimpiadi alle porte possano costituire un’occasione per promuovere una “tregua olimpica” nei sanguinosi conflitti in corso a livello globale. Il sorriso nasce dal disincanto, perché ormai da molti è ritenuto inevitabile un cambiamento di paradigma, nella nostra civiltà, volto a sostituire l’intangibilità dei valori universali di giustizia, libertà e diritti fondamentali dell’individuo, con la legge del più forte. O – meglio – di una sempre più ristretta cerchia di “più forti”, siano essi individui o organizzazioni pubbliche o private.

L’ineluttabilità di questi cambiamenti – a mio avviso – è tutta da dimostrare. Così come ritengo che ci siano ampie fasce di cittadini che – fino a qualche tempo fa tentati dall’affidarsi a poteri forti – si stiano ora interrogando sull’opportunità di tale delega in bianco. 

Forse oggi allora è proprio opportuno riflettere sui vantaggi offerti dal cosiddetto spirito olimpico, applicato nella vita di tutti i giorni. Spingendo dunque l’appello iniziale ad andare oltre alla tregua, mettendo in campo un vero e proprio permanente ripensamento della direzione che apparentemente abbiamo preso. 

Lo spirito olimpico è infatti una filosofia di vita che utilizza lo sport come strumento per promuovere una società pacifica, la dignità umana e l’unione tra i popoli. Ricordiamo che i pilastri fondamentali di tale filosofia sono proprio alcune tra le parole (valori) che oggi sembrano trovarsi in un inesauribile processo di declino. Vediamoli insieme. 

Il primo è l’eccellenza, che però non significa solo vincere, ma anche e soprattutto dare il massimo di sé e superare i propri limiti personali attraverso la dedizione e l’impegno, come ricorda bene Roland Fischnaller da noi intervistato in questo numero del giornale. 

C’è poi il rispetto, per sé stessi, per gli avversari, per le regole del gioco e per l’ambiente. Segue l’amicizia, perché nello spirito olimpico lo sport è visto come un ponte per favorire la comprensione reciproca tra individui e nazioni, andando oltre le differenze politiche, religiose o culturali. Infine, ultimo ma non meno importante, c’è il fair play. Sì, perché nello sport la lealtà è centrale; una vittoria ottenuta senza onestà non è considerata una vera conquista olimpica. 

I giochi di Milano Cortina 2026 sono dunque per noi un’occasione importante, soprattutto per riflettere. E per ritrovare la nostra bussola. 

Autore: Luca Sticcotti