Il ladino, un fiore che vale come l’oro di una medaglia

Il ladino è una delle più belle e preziose eredità che la storia ha consegnato all’Alto Adige. Assieme ad altre lingue minoritarie è promosso e valorizzato da una legge dello Stato (la 482/1999) e soprattutto dalla Costituzione italiana: “La Republica defënd la mendranzes linguistiches cun normes aposta” (art.6).

Lo scorso 17 gennaio la sciatrice gardenese Nicol Delago ha conquistato la prima vittoria della sua carriera in Coppa del Mondo, vincendo la discesa libera di Tarvisio. Un successo che premia anni di lavoro e conferma la sua maturità agonistica. La maggior parte dei tifosi ha applaudito all’oro di Nicol, ma una porzione – che si vorrebbe definire “esigua” anche perché espressione di un “nulla culturale” tendente allo zero ontologico – dei frequentatori della rete l’ha invece ricoperta di insulti, dopo aver sentito la sua intervista alla Rai Ladina, pronunciata nella versione gardenese della lingua dolomitica. “Gareggi per l’Italia, parla in italiano”.

La solidarietà espressa nei giorni successivi è stata corale. Ma come in casi analoghi, sorprende che – nella società dell’iperinformazione che fa il paio con l’iper-ignoranza – ci siano ancora persone che non conoscono il rispetto dei diritti linguistici e non comprendono come la varietà delle lingue apra le menti mentre la monocultura le ottunde (appunto).

La non-cultura del siamo-in-Italia-si-parla-italiano è espressione di residui di nazionalismo presenti in tutto il Paese (e nel mondo). Si fondano – oltre che su una generica intolleranza nei confronti di chi non è come te – sulla misconoscenza di questa Italia che, come Repubblica, ha la tutela delle minoranze linguistiche tra i suoi principi fondativi.

Il ladino, che è vario e bello come le terre dove esso si parla, appartiene a una famiglia linguistica che si estende dal Friuli ai Grigioni. Un patrimonio fatto di storia e leggende, di passato e presente. Appartiene a tutti coloro che amano la biodiversità culturale. “N gra de cuer a duc chëi che juda pea a lascé flurì la rujeneda ladina” (Grazie di cuore a tutti coloro che fanno fiorire la lingua ladina!).

Un dettaglio: il 17 gennaio, mentre i ratti da tastiera ci insultavano (perché gli insulti vanno a tutte le persone bi-tri-plurilingui) in molte parti del Bel Paese si celebrava la “Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali”.

Autore: Paolo Bill Valente

Uno sguardo… sul panorama musicale locale


Solitamente, la nostra rubrica, porge attenzione alle nuove uscite discografiche. Stavolta proveremo invece a fare un punto della situazione sulla promozione della suddetta scena che passa attraverso sponsorizzazioni pubbliche o private, sottoforma di concorso ma anche in veste di finanziamento sulla base di un progetto presentato ai preposti organi provinciali. 

A chi inorridisce all’idea che ci sia uno sponsor pubblico dietro la realizzazione di un disco, diremo subito che, innanzitutto non accade solo da noi, e citiamo ad esempio una piccola casa discografica con sede in Spagna, che da anni pubblica e distribuisce a livello mondiale dischi di artisti indonesiani finanziati dal loro ministero culturale, in seconda battuta il ruolo svolto dalle amministrazioni va a ricoprire quello che un tempo era ad appannaggio dei cosiddetti mecenati. È di pochi giorni fa la notizia che IDM Alto Adige (l’azienda provinciale che si occupa tra l’altro dei finanziamenti di produzioni televisive e cinematografiche girate in regione) si occuperà anche dei progetti musicali e ha individuato dieci progetti da sovvenzionare, tra cui il nuovo disco del chitarrista Mortiz Gamper, una rock opera firmata da Manfred Schweigkofler, il terzo CD dei Timbreroots. Proprio questi ultimi si sono messi in evidenza nell’ultima edizione del contest Upload, collocandosi al secondo posto. Da qui l’occasione di scambiare due chiacchiere con Matteo Jamunno, musicista, scrittore, creativo a 360° che da un paio d’anni si occupa attivamente del concorso.

“Upload – ci spiega Jamunno – ha tre identità territoriali che corrispondono alle tre regioni dell’Euregio. Negli ultimi anni in Tirolo c’è stato un calo sia a livello di organizzazione che soprattutto di finanziamenti, il Trentino è invece particolarmente in evidenza e ha sviluppato un forte legame col mondo dei workshop e delle scuole di musica perché chi si occupa di Upload ha i giusti agganci con queste realtà, qui in provincia di Bolzano c’è invece un forte legame con la scena live grazie a Maurice Belotti e alla presenza di luoghi deputati alla musica giovane, non dimentichiamo che Upload è un contest riservato a musicisti sotto i 35 anni. L’importante, e al tempo stesso difficile da fare, è ricordarsi di non essere bolzanocentrici.”

Da qui l’esigenza di portare il concorso non solo nelle altre città della regione ma nelle valli, cosa che in Trentino è già divenuta una parola d’ordine, anche perché contrariamente a quanto avviene qui, c’è già una forte connessione tra i locali che danno spazio ai giovani e il finanziamento pubblico è meno consistente: i luoghi dedicati alla musica fanno così rete contando sulle proprie forze. Senza dover fare i conti col fatto che in Trentino si parla un’unica lingua mentre in Alto Adige, a fondo valle l’Italiano e l’idioma più usato mentre nelle valli, ladine a parte, il tedesco è la lingua principale.

“I Timbreroots – prosegue Jamunno – che si sono aggiudicati il secondo posto nel 2025, vengono dalla Bassa Atesina, sono di lingua tedesca, ma hanno viaggiato ed esplorato molto a livello musicale, pur rimanendo legati alle loro origini. Hanno aperto alla loro musica la possibilità di andare fuori. Questo è stato il loro punto di forza, li ho visti crescere rispetto all’edizione precedente del concorso: hanno fatto un salto enorme. D’altronde è cresciuto anche Upload. Fino a qualche tempo fa il contest era visto come una vecchia zia che ti dà la mancia quando la vai a trovare, ora per qualificarsi bisogna che i gruppi abbiano davvero le idee chiare, che abbiano un programma, e noi li seguiamo nel loro percorso anche dopo per vedere come procedono questo cammino. I Timbreroots in questo sono davvero avanti, e poi riescono a farti sentire la loro terra in un ambito musicale pop internazionale: si sente il camminare in montagna, il fango sugli scarponi, non so come facciano, ma è la loro magia.”

La band rientra tra i dieci artisti che si sono appena aggiudicati il premio della Rocknet Academy (assegnato da una giuria che ascolta per così dire al buio), consistente in un premio in denaro e nella pubblicazione del brano Wild Rustles sulla compilation SONX 2026, risultato conseguito con SONX 2025 e SONX 2021.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Castel Firmiano

Via Castel Firmiano: è per tale via che, uscendo dalla città verso ovest per il viale Druso, varcando l’Adige per imboccare poi a sinistra la strada che sale verso Cornaiano, si accede agli imponenti ruderi di Castel Firmiano, in tedesco Sigmundskron. Dopo mezzo chilometro si trova a sinistra la diramazione  che porta in breve davanti al castello. La prima testimonianza, col nome di Formicaria, risale al 945, quando esso sbarrò la strada all’esercito di Berengario II d’Ivrea (900-966), che scendeva dalla Val Venosta. Dopo “Formicaria” il nome del maniero fu Formian, quindi Firmian, denominazione che nelle fonti del 1144 fa riferimento ad un ministeriale trentino di nome Jordan von Firmian;  ministeriale era chi esercitava le funzioni amministrative. Il castello, proprietà appunto dei ministeriali del vescovo di Trento, i quali nel tempo si divisero in vari rami, fu frazionato nel 1370; una parte fu venduta agli arciduchi  d’Austria, Alberto III (1349-1395) e Leopoldo II (1351-1386). La restante parte fu acquistata dall’arciduca Sigismondo (1427-1496), conte del Tirolo; detto il Danaroso grazie alla riforma del denaro (1482-1486), dopo il 1473 diede alla fortificazione il proprio nome, Sigmundskron (Corona di Sigismondo).  La trasformazione del castello medievale in potente fortezza moderna fu realizzata anche per difendersi da un eventuale attacco della Repubblica Veneta. Nel 1484 Sigismondo spostò la zecca da Merano a Hall  in Tirolo. Nel 1490 dovette cedere la gestione del governo a Massimiliano I del Sacro Romano Impero (1459-1519). Sigismondo, nato il 26 ottobre 1427 a Innsbruck, nella stessa città morì il 4 marzo 1496; fu sepolto nella cripta dell’Abbazia di Stams. Il castello si avviò ad una progressiva decadenza. Nel 1996 fu la Provincia di Bolzano ad entrare in possesso della rocca. Dal 2006 ospita il MMM Firmian, il quarto museo di Reinhold Messner.

Autore: Leone Sticcotti

La chiesa di Santa Margherita a Lana

La chiesa di Santa Margherita a Lana è davvero una perla da scoprire. Si tratta di una meta imperdibile per le escursioni ed è raggiungibile in ogni stagione e con qualunque tempo. La chiesa, situata vicino alla passeggiata Brandis, è parte del percorso culturale “La via romanica delle Alpi” ed è visitabile tramite visite guidate. 

La chiesa risale alla fine del X secolo. Secondo la leggenda essa fu una donazione della moglie dell’Imperatore Ottone II. Secondo un documento datato 15 febbraio 1215, fu l’imperatore Federico II a donare la piccola chiesetta all’ordine Teutonico.  

Posizionata fra i campi è sopravvissuta al fluire del tempo quale intatto gioiello romanico, dalla pianta ad aula con tre piccole absidi. Al suo interno custodisce un prezioso e antico ciclo di affreschi del 1215 circa, dedicati alla vita della santa. 

Le pitture mostrano un Cristo Pantocratore, la parabola delle dieci vergini, scene di vita della santa e bestiari medievali. Evidenti sono le influenze bizantine. Essi decorano le tre absidi circolari della chiesetta. Nell’abside centrale svetta il Cristo Pantocratore assiso in mandorla, circondato dai simboli degli evangelisti. Nel registro inferiore è rappresentata la parabola delle dieci vergini le sagge e le stolte. Nell’abside sinistra è rappresentata la Madonna col Bambino gli angeli e Santa Margherita. Mentre l’abside di destra mostra scene del martirio di Margherita, la sua decapitazione e l’ascensione dei santi. Nello zoccolo si dipana poi un affascinante raffigurazione di un bestiario medievale. Allo stato attuale delle ricerche gli affreschi nella chiesta vengono considerati il ciclo più antico dedicato a un santo in Alto Adige. Furono restaurati nel 1896-1898, e successivamente nel 1969 e 1982. 

La chiesa è raggiungibile a piedi attraverso il sentiero della roggia di Brandis o in macchina attraverso la via Santa Margherita.

Per prenotare visite guidate si può chiamare il numero 0473 561770.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Scherer, tra artee sperimentazione

Dal vetro soffiato all’acquerello, dai piccoli studi raffinati e preziosi a immensi cicli pittorici indimenticabili, questa l’opera di una vita intera completamente dedicata all’arte, alla ricerca e alla sperimentazione artistica. Apprezzato e ricercato sia dai collezionisti privati che dalle istituzioni Robert Scherer ha caratterizzato per anni la scena artistica tirolese, trentina, italiana ed europea.

La sua vita fu caratterizzata da eventi storici che ne segnarono gli importanti anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Nato a Corces in Val Venosta nel 1928, completò la propria istruzione in Germania dove i suoi genitori, optanti, decisero di emigrare nel 1939.  Vissero così a Linz, Ottensheim (1939/40), Rufach (1942), Schweiklberg (1943) e Heidelberg.

Arruolatosi nella Wehrmacht, fu fatto prigioniero di guerra dagli americani a Berlino. Al termine del conflitto fu liberato e l’anno successivo fece ritorno a Corces dopo essere fuggito dalla zona di occupazione sovietica.

Tra il 1951 e il 1958 studiò all’Accademia di Belle Arti di Vienna diplomandosi in pittura e grafica. Anche l’architettura lo appassionava da sempre e per due anni studiò con il famoso architetto Clemens Holzmeister. Rientrato a Bolzano, le prime commissioni furono per i murales. Nel 1968 per un anno, lavorò presso la famosissima vetreria la Fucina degli Angeli. Rientrato in Alto Adige visse in molti luoghi della provincia fino a quando decise di fare di Palazzo Malfatti ad Ala la propria dimora e un centro grafico. Oltre all’artegrafica decise di donare a molti discenti i segreti dell’arte grafica, dell’affresco e dell’arte del vetro.  

Il suo lavoro artistico fu immenso sapendo egli dominare un gran numero di tecniche artistiche, comprendenti pittura murale, progettazione e esecuzione di vetrate colorate, sculture e mosaici, matita, inchiostro, gesso rosso, gesso e disegni a pastello, oltre ad acquerelli, tempera, ed infine pittura a olio e acrilica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Rudolf Jettmar e Alexander Rothaug rappresentanti dello Jugendstil a Merano

Il Novecento meranese vide far capolino a Merano importanti architetti e artisti chiamati a realizzare opere capaci di eguagliare quelle delle grandi città dell’Impero e compiacere il gusto raffinato della clientela che si riversava in città per le cure. Fu l’occasione per mettere in scena le istanze architettonico-artistiche dello Jugenstil facendone di Merano una rappresentante. Tre furono i protagonisti, un architetto e due pittori. Si tratta dell’architetto Friedrich Ohmann, e degli artisti Rudolf Jettmar e Alexander Rothaug.

Coetanei, boemo il primo, viennese il secondo, i due artisti studiarono presso l’Accademia delle Belle Arti della capitale austroungarica. Rudolf Jettmar ebbe come insegnanti i maggiori esponenti del cosiddetto Wiener Ringstrassenstil, tra i quali Rumpler e August Eisenmenger che ne segnarono lo stile dibattuto fra novità stilistica, aveva infatti aderito alla Secessione, e ritorno alla tradizione. 

Alexander Rothaug invece ebbe una formazione più composita, ricevendo le prime lezioni di pittura dal padre Theodor e iniziando un apprendistato come scultore con Johann Schindler (1822–1893). Solo nel 1885 iniziò a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Vienna dove studiò a sua volta con  August Eisenmenger, Christian Griepenkerl e Franz Rumpler. Fu però il pittore Leopold Carl Müller, noto per le sue opere orientaliste a catturare per molti anni il giovane Alexander Rothaug che studiò con il maestro fino alla sua morte avvenuta nel 1892.

Le opere di Rudolf Jettmar, in massima parte popolate da divinità e eroi della mitologia classica, sono un importante esempio di Jugendstil elaborato con accenti personali e risalenti alla propria formazione relistico-simbolista. Alexander Rothaug invece intraprenderà una carriera più dedicata alle arti grafiche, alla morte del suo maestro prediletto si trasferì infatti a Monaco di Baviera dove  lavorò come illustratore per la rivista umoristica Die Fliegenden Blätter. Rientrato a Vienna nel 1910 divenne membro della Cooperativa degli Artisti visivi di Vienna. 

Con l’architetto Friedrich Ohmann i due artisti riuscirono a creare un’opera d’arte totale, proprio come le nuove istanze legate ai circoli artistici dell’Arts & Craft andavano affermando. Fra stucchi di finissima fattura, ornamenti floreali, grandi finestre ad arco, colori tenui e arredi dal gusto delicato, sono riusciti a dare alla possente costruzione tutta la leggerezza dell’Art Nouveau viennese. 

Gli incantevoli affreschi che ornano il soffitto della grande sala ne sono la prova tangibile. Un ampio spazio bianco fa da palcoscenico alla danza elegante di figurine eteree, dai vestimenti leggeri mossi da una lieve brezza, fra pieghe e trasparenze. Fra le mani strumenti musicali ad accompagnare i movimenti aggraziati. Agili e sinuose le figure femminili rappresentano ninfe e ore, unite fra loro da ghirlande di viole e di primule che raccontano la primavera, la rinascita della natura, il tepore e la luce che tornano grazie all’arrivo trionfale del carro di Apollo, da cui si sprigionano luminosi raggi di sole, proclamando la sua vittoria sul grigio e freddo inverno, personificato da un vecchio intabarrato in un manto scuro che gli avvolge il corpo e il capo.  

Il fronte di nubi che lo attorniano si dissolvono nell’avanzare dei destrieri che trainano la biga.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

La frattura carolingia e l’eredità bavara

Per comprendere l’origine del mix linguistico che caratterizza la valle dell’Adige bisogna tornare indietro nel tempo. Tra l’VIII e il IX secolo, l’Europa occidentale conobbe una trasformazione linguistica profonda, comunemente definita “rottura carolingia”.

Non si trattò della nascita improvvisa di nuove lingue, ma della presa di coscienza di un mutamento già avvenuto: il latino non era più una lingua parlata. Questo processo, che portò alla separazione definitiva tra latino scritto e lingue dell’uso quotidiano, assunse nella valle dell’Adige un valore strutturante, destinato a incidere a lungo sull’equilibrio linguistico della regione. 

Con l’inserimento dell’Italia settentrionale nell’Impero carolingio (774), il territorio tra Trento e Bolzano entrò in uno spazio politico unitario ma linguisticamente eterogeneo. Il latino rimase la lingua della Chiesa, dell’amministrazione e del diritto, ma non era più compreso e parlato dal popolo. Il Concilio di Tours del 813, imponendo la predicazione in “rusticam romanam linguam” (volgare) o in “theodiscam” (da cui todesc), sancì ufficialmente questa frattura: accanto al latino colto esistono ormai lingue parlate autonome: romanze, basate principalmente sul “maltrattamento” popolare del latino, e germaniche. 

Nella valle dell’Adige tale rottura si innesta su una realtà già stratificata. Il dominio longobardo, conclusosi politicamente con la conquista franca, lascia un’eredità visibile soprattutto nel lessico giuridico e sociale. Nei documenti altomedievali redatti in latino compaiono molti termini di origine longobarda (guerra/werra, bannum, fara, faida, banca, arimannia, bara, stamberga, skuldhaizo, gastaldus), che descrivono istituzioni estranee alla tradizione del diritto romano. Il latino resta la lingua del documento, ma non più quella della società che il documento rappresenta. A partire dal IX secolo, un ruolo decisivo è svolto dai Bavari, popolazione stabilmente organizzata a nord delle Alpi dopo il crollo romano. Diversamente dai Longobardi, essi non costituiscono soltanto un’élite militare, ma una comunità radicata, con strutture familiari, agricole ed ecclesiastiche solide. L’espansione bavara verso sud non è il frutto di un’invasione improvvisa, bensì di una progressiva penetrazione favorita dal controllo dei passi alpini, dal sostegno carolingio e dalla funzione strategica dell’asse del Brennero. In questo contesto, la valle dell’Adige diventa una zona di insediamento e di contatto stabile tra parlanti romanzi e germanici. 

La frattura carolingia produce inizialmente una diglossia: si parla romanzo o teodisco, ma si scrive esclusivamente in latino. Questo equilibrio comincia a mutare dal XII secolo, quando il rafforzamento del potere territoriale e delle strutture signorili porta all’uso dell’alto tedesco scritto (Hochdeutsch) in ambito pratico e amministrativo. Nei territori a nord di Bolzano e progressivamente anche lungo l’Adige compaiono atti redatti in medio alto tedesco: contratti di compravendita, 

regolamenti agrari, atti notarili e documenti urbani. Emblematici sono i testi prodotti negli ambienti comitali e vescovili legati all’area tirolese, dove il tedesco affianca e in parte sostituisce il latino negli atti destinati all’uso locale. 

Il latino non scompare, ma viene progressivamente confinato alle funzioni sovralocali: diritto canonico, documentazione solenne, cultura scritta. Il tedesco diventa invece lingua dell’amministrazione territoriale e della vita economica, mentre i volgari romanzi continuano a evolversi come lingue parlate, con un accesso molto più tardivo alla scrittura. 

L’assetto linguistico che emerge tra XII e XIII secolo nella valle dell’Adige non è dunque il risultato di una sostituzione, ma di una lunga specializzazione funzionale delle lingue. La situazione plurilingue attuale affonda le sue radici in questo processo, avviato nell’età carolingia e consolidato dall’insediamento bavaro, che trasformò una frontiera imperiale in uno spazio di convivenza linguistica destinato a durare nei secoli.

Autore: Reinhard Christanell

Il vero disagio

“L’affettività non si insegna, bensì si coltiva. Bisogna portare acqua e farla stare al sole: delle volte serve anche del concime, perché cresca da sola. Non la tiri fuori, non c’è un programma scolastico che la produce. Ma c’è – quella sì – la scuola, ovvero un posto dove gente mal pagata, in strutture che spesso cadono a pezzi, dovrebbe compiere il miracolo di far crescere dei germogli accerchiati dalla paura. Quando gli insegnanti non ci riescono ci stupiamo e facciamo certi titoli sui giornali, senza nemmeno renderci conto di essere noi quelli che stanno calpestando l’aiuola.”

Sono parole – queste – del comico genovese Luca Bizzarri, pronunciate nel suo podcast (la nuova forma di radio in pillole) intitolato “Non hanno un amico”. Nell’episodio numero 789 della sua rubrica Bizzarri ha fatto una riflessione, come sempre dolce amara – a partire dal fatto di cronaca di La Spezia in cui un adolescente ne ha ucciso un altro, per presunte ragioni di gelosia in relazione ad una ragazza coetanea. 

Per evidenti ragioni Luca Bizzarri ha intitolato il suo podcast “I bambini con il coltello” e – in sostanza – ha invitato i suoi ascoltatori, i politici, i giornalisti ecc. ecc. a fermarsi e a riflettere. 

La stessa cosa è successa altrove, ad esempio durante la trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” di Rai Radio 3 dove in questo caso sulla scia di un appello arrivato da un’ascoltatrice ci si è interrogati sulla necessaria forte presa di coscienza in merito ai problemi psicologici, psichiatrici e di disagio sociale che – spesso – sottendono ai fatti di cronaca nera. Fatti che spesso suscitano la nostra morbosa attenzione sui dettagli più minuti, senza generare altrettanta voglia di sapere di più sui difficili percorsi di vita da cui scaturiscono i protagonisti di tali vicende e sulle occasioni mancate da parte della società, per evitarne gli epiloghi più tragici. 

Il disagio sociale ed individuale, insomma, è una cosa seria. Si tratta di un problema trasversale che attraversa tutte le culture, le fasce d’età, le latitudini e le condizioni economiche. Averne una reale e matura consapevolezza è la premessa irrinunciabile per costruire il nostro vivere comune e il nostro futuro. Inasprimenti delle pene e metal detector nelle scuole appaiono in questo senso delle “non soluzioni” in grado di dimostrare solo quanto siamo lontani dalla giusta strada da seguire. 

Autore: Luca Sticcotti

La chiesa di Santa Maria Assunta 

I fedeli della diocesi di Bolzano-Bressanone non sono da meno rispetto a quelli di altre diocesi in fatto di devozione mariana. Ne fanno fede, tra l’altro, le chiese dedicate a Maria Assunta, anche per le pregevoli opere d’arte in esse presenti. Tra esse spicca la chiesa parrocchiale di Bolzano, o Duomo di Bolzano, dedicata a Santa Maria Assunta;  inizialmente era dedicata alla “Madonna della palude” (Maria im Moos), ciò per le frequenti inondazioni cui era sottoposta la zona. Va ricordata la cappella delle Grazie di Nostra Signora della Palude, eretta da Giuseppe Delai, l’ultimo della famiglia dei costruttori civici attivi a Bolzano a partire dalla metà del Settecento, e da Josef Gebhart; la cappella ha la volta decorata di affreschi di Carl Henrici (1771), con scene della vita di Maria. Dal 1964 la chiesa è concattedrale vescovile della diocesi di Bolzano-Bressanone. Sorge sull’area di una basilica paleocristiana del VI secolo, sulla quale fu costruita la chiesa altomedievale e quindi romanica, consacrata nel 1180. La struttura gotica fu completata nel 1519 con l’erezione del campanile tardo-gotico, alto 65 metri. Durante la Seconda guerra mondiale i bombardamenti alleati, come quello del 13 maggio 1944, causarono notevoli danni alla chiesa, che fu fedelmente restaurata (1946-1951). Il grandioso altare barocco in marmo, che nel Settecento sostituì l’altare gotico di Hans von Judenburg, fu finanziato in gran parte da alcune ricche famiglie bolzanine. Davanti a tale altare vi è il moderno altare liturgico in marmo bianco, ai cui lati si trovano i reliquiari d’argento del beato Arrigo di Bolzano (1250-1315) e del beato Johannes Nepomuk von Tschiderer: nato a Bolzano nel 1777, fu principe vescovo di Trento; deceduto nel 1860, fu beatificato nel 1995. Sul retro dell’altare maggiore vi è la lapide funeraria dell’arciduca d’Austria Ranieri Giuseppe (1783-1853) e della moglie Maria Elisabetta di Savoia-Carignano (1800-1856).

Leone Sticcotti

Il Castel Naturno – Burg Hochnaturns

La val Venosta, si sa, è uno scrigno di tesori d’arte e di storia e fra i numerosi siti raggiungibili e visitabili in ogni stagione c’è il Castello Naturno, che diede il nome al paese che si estende all’inizio della valle.

La prima menzione del Castello risale al 1237, come facente parte dei possedimenti dei signori di Naturno, vassalli dei Conti di Tirolo. In origine consisteva in una sola torre residenziale romanica. Nel corso del tempo la torre venne ristrutturata e ampliata dando vita ad un intero complesso castellano. La torre fu intitolata ad Osvaldo di Naturno, cavaliere dell’Ordine Teutonico. Dopo l’estinzione dei primi proprietari, il castello passò agli Starkenburg, agli Maretsch e ai Völs. I numerosi lavori di ricostruzione hanno totalmente nascosto la struttura originale. La parte più antica del complesso è il mastio quadrato, chiamato anche Torre di Oswald, in riferimento al cavaliere Oswald von Naturns. La torre, alta 26 metri, aveva al suo interno cinque piani. Il piccolo castello era stato ricavato dalla torre residenziale romanica e fungeva da residenza della famiglia nobile dei ministeriali di Naturno. Il castello nella sua forma attuale è costituito dalla ristrutturazione di almeno due, forse tre torri residenziali, di cui la più alta è la più antica. L’accesso sul lato nord-ovest conduce a un piccolo cortile. A sud si trova una torre semicircolare. Il castello di Hochnaturns si trova all’estremità settentrionale del paese di Naturno, su un pendio non troppo ripido.

Dopo un grosso incendio propagatosi nel 1538, fu Abundus von Tschötsch a farlo completamente ristrutturare creando una interessante sala – galleria dei ritratti che prese il nome di “Sala dei Riformatori”, dei più famosi protestanti dell’epoca fra cui Lutero, Calvino e Zwingli. Nel XVI secolo il castello raggiunse il suo massimo splendore: fu aumentato il numero delle stanze, furono costruiti soffitti a cassettoni e aggiunti stipiti di portali marmorei e stufe di maiolica.

Sulla morte di Abundus nacque una leggenda, secondo la quale rimase vittima di un  incidente di caccia e venne trasformato in un cane nero condannato a errare in eterno su questa terra come pena per aver abbandonato la fede cattolica.

Dopo pochi decenni iniziò il declino. Il Castello fu quindi ceduto a Franz von Goldegg che nel 1895 lo ristrutturò. 

Acquistato nel 1952 dalla signora Mastropaolo-Schguanin che lo ristrutturò trasformandolo in un hotel. Purtroppo, nel XIX e XX secolo sono state apportate modifiche considerate oggi inappropriate alla struttura dell’edificio.

Autrice: Rosanna Pruccoli