Droni #2

Quando un drone sorvola un campo raccoglie grandi moli di dati georeferenziati che diventano prospetti grafici come NDVI, rigoglio vegetativo, condizione idrica e modelli digitali del terreno, le c.d. mappe di vigore. Si tratta di strumenti complessi, ma fondamentali per adottare decisioni aderenti e ridurre le incertezze. Attraverso queste mappe capiamo la realtà delle colture, lo stato di salute, ergo esse ne evidenziano carenze nutrizionali o malattie, attacchi fungini o infestazioni.

Altre mappe, quelle altimetriche, ci aiutano invece a conoscere il movimento dell’acqua nell’appezzamento, per guidarci in interventi mirati sull’irrigazione e prevenendo accumuli dannosi. I droni offrono vantaggi anche nella pianificazione dei lavori. Prima della semina valutano la regolarità del terreno, le aree meno produttive o le pendenze che richiedono accorgimenti. Durante la stagione, i voli permettono di monitorare la copertura vegetale, individuare anomalie e adattare il piano agronomico in tempo reale, prima che i problemi diventino irrecuperabili, vento e meteo permettendo.

Le foto costruiscono un diario visivo dell’azienda, attraverso il quale si possono confrontare andamenti, verificare efficacia dei trattamenti e stimare l’evoluzione delle fasi fenologiche (cfr. ciclo vitale). Questi rilievi danno vita all’agricoltura di precisione, finanche all’interno del medesimo campo: non tutte le zone hanno bisogno delle stesse quantità di acqua, fertilizzanti o trattamenti. Le mappe permettono di distribuire le risorse in modo mirato, riducendo i costi, ma – soprattutto – di diminuirne drasticamente le derive e di conseguenza l’insorgenza – tra addetti ed astanti – di tumori, disabilità cognitive e fisiche ed interferenze endocrine.

Quindi il drone sostituirà, in toto o in parte, la forza lavoro umana; è un investimento strategico: ci fa risparmiare tempo, carburante, prodotti chimici e soprattutto acqua. Un drone a pieno carico peserà oltre un quintale; questo a seconda del modello, del carico, delle cultivar e del tipo di area da trattare. L’obiettivo è duplice: permettere alle aziende di testare il potenziale dei droni in campo fitosanitario e raccogliere dati utili a una futura disciplina definitiva, basata su evidenze tecniche e scientifiche. Rollio, derapata, assetto, stallo, virata, beccheggio e imbardata entreranno nel lessico comune. Se utilizzati con competenza trasformeranno e orienteranno l’agricoltura verso un modello evoluto, strettamente connesso ai nuovi strumenti digitali. Non si può escludere che, tra meno di dieci anni, persino nelle città, i droni saranno più diffusi delle telecamere: magari potremo ordinare la spesa da casa e riceverla già imbustata direttamente sul balcone o alla finestra! Sul versante bellico, ahinoi, non ci sono limiti e i droni purtroppo restano strumenti di morte!

Autore: Donatello Vallotta

Ma che figurini quei Polemici!

È davvero trascorso molto tempo dall’ultima uscita in pubblico dei Polemici, una delle più eclettiche e innovative band della scena locale, una formazione che ha saputo, con estremo gusto e competenza, abbinare un cantante rap ad un classico assetto rock (con l’aggiunta di un DJ) in cui la sezione ritmica è, tra l’altro, salda nelle mani di due musicisti che a nome proprio sono pure cantautori. Il tempo trascorso non è passato invano, dall’ultimo concerto, che segnava l’entrata in gruppo di Jacopo Schiesaro (in arte Fanchi) in qualità di bassista: nell’ultimo anno i sei Polemici hanno lavorato sodo ad un nuovo EP, uscito un po’ per volta e che è ora disponibile completo su tutte le piattaforme col titolo di Figurini. Non solo, per lanciare il loro prodotto i Polemici torneranno ad esibirsi dal vivo il 30 gennaio prossimo al Sudwerk di Bolzano, offrendo la possibilità di assistere ad uno dei loro mirabolanti concerti in cui, con estrema generosità, sono soliti dare tutti sé stessi, senza risparmiarsi.

“Si preannuncia una bella serata – ci racconta il cantante Tachi, visibilmente trepidante all’idea di tornare a suonare dal vivo –, prima di noi si esibiranno i Supermarket, che suoneranno circa tre quarti d’ora, poi toccherà a noi e alla fine, visto che è venerdì sera, si proseguirà con un DJ set.”

Il fatto che ad aprire la serata saranno i Supermarket non è cosa per nulla scontata, visto che a produrre il nuovo EP dei Polemici è stato Thomas Traversa, che dei Supermarket è membro fondatore.

“Figurini segna un ulteriore passo avanti nella nostra evoluzione – spiega il cantante – il primo disco prendeva le mosse per lo più di brani che avevo già cominciato a scrivere, col successivo abbiamo lavorato insieme su materiale sempre mio ma composto per il gruppo, ora abbiamo affidato le sorti del nostro suono a Thomas, che nonostante la giovane età è appassionato e sa come lavorare in sede di produzione. Rispetto alle produzioni precedenti, la qualità dell’audio ha una veste differente e migliore. Thomas ci ha registrato e ha dato un assetto al suono prima di mandare a fare il master: devo dire che ha fatto un lavoro molto certosino per quanto concerne la pulizia dei suoni, evitando sovrapposizioni di suoni che non servono, cose a cui quando eravamo noi a produrci non sapevamo dare la giusta importanza.”

Ma le novità di Figurini, vanno oltre la veste sonora delle canzoni, ascoltando i testi dei brani, emerge una sorta di maturazione, gli argomenti rinunciano un po’ alla vis polemica degli esordi, andando più sul personale, tanto che in scaletta c’è persino una canzone d’amore, proposta però con le consuete classe e grinta del sestetto.

“Facciamo le valige – continua Tachi – è il primo e unico brano d’amore che abbia scritto, in Selezione all’ingresso abbiamo strizzato l’occhio allo ska nell’accompagnamento musicale, Ti chiederò scusa si rifà al rap francese ed è una canzone d’amore differente, dedicata alle mie bambine, sicuramente non è il tipo di canzone che scrivi quando sei un rapper arrabbiato di vent’anni, è dettata dalle differenti prospettive da cui vedi la vita quando giunge la maturità. Senza mai cercarsi è un’altra canzone d’amore, ma in prospettiva differente, non è un vissuto mio ma si basa sulla storia di qualcun altro.”

Va comunque detto che, nonostante le tematiche differenti, l’approccio musicale ai brani è comunque quello che ci si può aspettare dai Polemici, il cosiddetto brano d’amore non è un lento o una serenata, ha comunque un suo ritmo, una sua leggerezza, è ballabile, ma non da ballare allacciati.

Una curiosità infine, riguardo al titolo dell’EP, che denota ancora una volta lo spirito ironico dei Polemici, che avevano intitolato il disco precedente Come i Led Zeppelin, da una battuta riferita al fatto di volerlo inizialmente chiamare Polemici II. Figurini è la logica conseguenza dell’idea di intitolarlo Album, alludendo alla grafica che doveva richiamare gli album Panini dei calciatori. Quando Gowa, il tastierista è arrivato con le foto modificate a mo’ di figurine Panini, Tachi ha esclamato: “Ma che figurini siamo!”, il gioco era fatto, e il disco aveva il suo titolo definitivo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La città di Tridentum e la valle dell’Adige

Tra l’età romana e la prima età medievale, la valle dell’Adige costituì uno degli assi territoriali più rilevanti dell’arco alpino centrale. In questo sistema, Tridentum svolse un ruolo nettamente predominante, non solo come centro urbano, ma come fulcro amministrativo, economico e religioso di un territorio ampio e articolato, che si estendeva lungo il corso dell’Adige e nelle valli laterali.

La relativa assenza di grandi centri urbani intermedi nel fondovalle atesino può stupire ma non va interpretata come segno di marginalità, bensì come il risultato di una precisa organizzazione territoriale accentrata, tipica del modello romano del municipium. 

Tridentum e il suo hinterland facevano parte della X regio Venetia et Histria, dialogando con municipia di primo piano come Verona, Brixia/Brescia e Feltria per formare un sistema urbano che garantisse la gestione dei traffici e del territorio tra pianura e Alpi.

Il municipium di Tridentum, promosso probabilmente in età augustea, non si limitava all’area urbana dell’odierna Trento ma abbracciava una vasta porzione della valle dell’Adige, estendendosi a nord ben oltre Salurnis e Pons Drusi fino alla conca di Maja/Merano. 

In Val d’Isarco raggiungeva probabilmente Sublavione e l’imbocco della Val Gardena. Tra questi poli si collocavano insediamenti minori e nodi viari, come Endidae, che garantivano il controllo del traffico e delle risorse lungo l’asse fluviale. La valle non era soltanto una via di passaggio, ma un territorio integrato, organizzato secondo logiche amministrative, fiscali e produttive coordinate da Tridentum.

Questa funzione strutturante emerge con chiarezza anche sul piano economico. 

Le evidenze archeologiche rinvenute lungo il corso dell’Adige e nelle valli laterali documentano un territorio attivo e inserito nei circuiti commerciali dell’Italia settentrionale. A Trento sono attestati complessi edilizi, magazzini e infrastrutture connesse ai traffici; nella Bassa Atesina e in Anaunia sono emerse ville rustiche, materiali edilizi standardizzati, ceramiche d’importazione, anfore vinarie e olearie, oltre a una circolazione monetaria significativa. In questo quadro si inserisce anche il tesoretto di monete d’argento risalenti al primo secolo a.C. scoperto a Laives/Reif.

Accanto all’unità economica e territoriale, la valle dell’Adige presenta anche una notevole coerenza religiosa. Numerose testimonianze attestano la diffusione, accanto a quelli di Giove, Diana e Mercurio, del culto di Saturno tra Tridentum, l’Anaunia (in particolare Cles) e la Val d’Ega (luogo di ritrovamento di una significativa ara Dianae), un’area che conserva evidenti continuità con precedenti culti retici legati alla fertilità, al ciclo agricolo e alla protezione della comunità. Questo orizzonte religioso condiviso contribuì a rafforzare l’identità del territorio e la sua
integrazione culturale, prima di entrare in tensione con l’avanzata del cristianesimo tardoantico. Il conflitto simbolico e religioso culminò ai tempi di san Vigilio, quando la nuova fede si confrontò con pratiche cultuali profondamente radicate.

Un ultimo elemento di continuità riguarda il passaggio dall’età romana a quella medievale. Il venir meno dell’amministrazione imperiale e le successive presenze di amministrazioni “barbariche” (ostrogote e longobarde) non determinarono una frattura netta: il principato vescovile di Trento, costituito ufficialmente nel 1027, si sovrappose in larga misura all’antico territorio del municipium, estendendo la propria giurisdizione fino a Bolzano. Questa continuità territoriale e funzionale conferma il ruolo duraturo di Tridentum come centro ordinatore della valle dell’Adige, capace di strutturare lo spazio ben oltre la fine del mondo romano.

Autore: Reinhard Christanell

Custodire voci e volti umani. Tra intelligenza e stupidità

Ricorre in questi giorni, nella memoria di san Francesco di Sales, la festa patronale dei giornalisti. È l’occasione in cui il papa rende pubblico il messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in calendario a maggio (a Bolzano in gennaio): un appuntamento che, ogni anno, invita la Chiesa e il mondo dell’informazione a misurarsi con il senso e la responsabilità del comunicare.

Il messaggio di quest’anno ruota attorno all’esortazione: “custodire voci e volti umani”. Un richiamo che intercetta una trasformazione profonda degli ecosistemi comunicativi, oggi plasmati da tecnologie capaci di incidere sulle relazioni come mai prima d’ora. Dagli algoritmi che decidono cosa vediamo nei flussi informativi, fino ai sistemi di intelligenza artificiale in grado di produrre testi, immagini e conversazioni, il salto di scala è evidente. Le possibilità offerte sono immense, impensabili solo pochi anni fa.

E tuttavia efficienza e potenza non bastano. Nessuna tecnologia può sostituire ciò che è propriamente umano: l’empatia, il discernimento etico, la responsabilità morale. La comunicazione pubblica non è una mera elaborazione di dati, ma un esercizio di giudizio. La sfida decisiva è questa: garantire che l’essere umano resti il soggetto che orienta, e non l’anello debole di processi automatizzati. Il futuro della comunicazione si gioca sulla capacità di mantenere le macchine come strumenti al servizio della vita umana, non come forze che ne attenuano o cancellano la voce.

Le opportunità sono reali, ma altrettanto concreti sono i rischi. L’intelligenza artificiale può generare contenuti seducenti e insieme ingannevoli, rafforzare stereotipi già presenti nei dati di partenza, amplificare la disinformazione simulando voci e volti credibili. Tutte cose che fa anche la “stupidità naturale”, per così dire. Può violare la privacy, intaccare l’intimità delle persone, erodere – se usata senza criteri – il pensiero critico e la creatività. A ciò si aggiungono interrogativi non secondari sul controllo monopolistico di queste tecnologie e sulle nuove disuguaglianze che ne possono derivare.

Da qui l’urgenza di investire con decisione sull’educazione. Accanto all’alfabetizzazione mediatica tradizionale, diventa indispensabile una formazione specifica sull’intelligenza artificiale. Un messaggio chiaro, non solo per i giornalisti cattolici: il contributo da offrire è quello di una pedagogia del discernimento, capace di aiutare soprattutto le nuove generazioni a sviluppare uno sguardo critico e a crescere nella libertà dello spirito. Perché senza voci e volti umani, non c’è comunicazione che possa dirsi davvero tale.

“Custodire voci e volti umani”, un invito che va ben oltre gli aspetti della comunicazione sociale, in questo mondo disumanizzato dalla politica di potenza, dalla negazione del diritto, dalle memorie negate. Intelligenza artificiale e stupidità naturale: un diabolico mix.

Autore: Paolo Bill Valente

Legittimità

Nel mondo le cose sembrano andare in modo diverso, ma ad inizio anno noi – ancora – ci permettiamo di segnalare quanto è stato detto sul tema della pace (sempre più di stretta attualità) da due personaggi autorevoli quali il presidente della Repubblica Italiana e il papa della Chiesa cattolica romana. 

Sergio Mattarella nel suo messaggio di Capodanno dopo aver ricordato le devastazioni e le sofferenze dei civili in Ucraina e a Gaza, ha detto che “la pace è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza cercare di imporre la propria volontà, i propri interessi o il proprio dominio”. 

Questo modo di pensare, questa mentalità, ha detto, è radicata nella vita quotidiana: “Riguarda tutti gli ambiti: internazionale, gli affari interni degli Stati, e ogni comunità, grande o piccola. Per ogni popolo, è radicata nella sua dimensione nazionale”, ha proseguito il Presidente della Repubblica. “Se ogni circostanza diventa pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche dove conta solo la sostanza e conta solo la forza polemica, allora la mentalità di pace non si esprime, non si costruiscono le sue fondamenta. Di fronte alla domanda: ‘Cosa posso fare?’, dobbiamo liberarci da questo fatalistico senso di impotenza che rischia di opprimere tutti”, ha detto Mattarella.

Papa Leone XIV nel suo messaggio per la 59a giornata per la pace che ricorre il 1° gennaio dal canto suo ha parlato di nuovo della pace del Cristo risorto, una “pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”, riprendendo un concetto espresso più volte anche dal suo precedessore. 

Mattarella e Prevost a più riprese hanno ricordato anche al mondo dell’informazione la propria potenzialità per lo meno di non fomentare i conflitti, promuovendo nei fruitori dei servizi giornalistici conoscenza dei fatti reali, accuratezza nel riportare le differenti opinioni, e rigore nella distinzione appunto tra notizie e opinioni. 

A nostro avviso non si tratta di prospettive e valori ormai passati di moda, bensì di richiami che riteniamo oggi ancor più importanti e cruciali, in giorni in cui sempre più capi di governo tendono a ritenere legittime operazioni militari che vengono messe in atto senza alcun rispetto per il diritto internazionale. 

Autore: Luca Sticcotti

Il disagio: effetto collaterale del “sistema Alto Adige”

Il dibattito sul cosiddetto “disagio degli italiani” in Alto Adige ha avuto sempre un ampio fondamento di verità e un certo ruolo di propaganda. Il secondo tendenzialmente ha oscurato il primo, lasciando irrisolte le questioni di fondo. Due nodi: l’apprendimento della seconda lingua e il “sistema Alto Adige”.

Già dire “gli italiani” è fuorviante. In provincia, sulla base della categoria linguistica (e prescindendo da un corposo gruppo di cittadini stranieri), ci sono altoatesini o sudtirolesi (per me sinonimi) di lingua tedesca, italiana, ladina o mistilingui, molto diversi tra loro e non necessariamente accorpabili in gruppi omogenei.

Molti altoatesinosudtirolesi di lingua italiana hanno un problema. Non conoscono a sufficienza il tedesco. Questo dipende in parte dalla scelta del singolo (chi vuole lo impara) e in gran parte dal contesto – scuole monolingui, prevalenza del dialetto – che frappone ostacoli all’apprendimento. Oggi meglio che ieri, ma molta strada ancora da fare. L’incapacità di comprendere – sul piano linguistico – cosa accade attorno a te, crea di per sé disagio. La buona notizia: le lingue si possono imparare. La cattiva notizia: più difficile quando sono trattate come elemento ideologico e identitario.

Ciò che produce disagio (degli “italiani”, ma non solo) sono gli effetti collaterali di quello (c’è ma non si vede) che viene chiamato “sistema Alto Adige”. L’affermazione dell’autonomia dal dopoguerra agli anni ‘90 non è stata un percorso facile. Ha comportato tra l’altro un compattamento “a prescindere” di parte della società altoatesina. Questa unità – “Geschlossenheit”, parola che richiama anche l’idea di “chiusura” – si è realizzata attorno al partito di raccolta etnica e ha come componenti organiche le lobby economiche, l’informazione/cultura, pezzi di sociale, di chiesa, di formazione dei giovani. Persino una certa “opposizione”, in questo contesto, è organica al sistema.

Per motivi storici e per scelta più o meno consapevole, il gruppo di lingua italiana è escluso da questo “organismo” (ad esempio non è contemplato che suoi esponenti ricoprano ruoli apicali), non tanto per una questione “etnica” (la cooptazione di persone di lingua italiana è prassi consolidata, purché se ne stiano buoni buoni nel proprio orticello), ma perché strutturalmente non organico al sistema (che ha radici nella “Geschlossenheit” e ha sviluppato una società funzionale alla stessa). Ovviamente la cosa è molto più complessa di quanto si possa dire in poche righe.

La cattiva notizia? L’Alto Adige o Sudtirolo non valorizza le risorse umane e culturali di cui dispone e andrà impoverendosi e provincializzandosi. La buona notizia? Troviamola, c’è da qualche parte.

Autore: Paolo Bill Valente

Intingoletti e sughi sapidi (musicali)

Il finale d’anno ha portato alle nostre orecchie una certa quantità di nuovi singoli, ce n’è davvero per tutti i gusti, come al cenone di San Silvestro: antipasti, primi, secondi, contorni a bizzeffe, dolci, frutti esotici. Vediamoli insieme, uno ad uno.

A svettare su tutti, dimostrando ancora una stoffa di qualità eccelsa e pregiata, c’è il ritorno di Davide Marciano, cantautore della scuola storica, pieno di talento e ispirazione. Dal suo disco sono trascorsi alcuni anni ormai e le scene ha smesso di calcarle da un po’, Marciano non ha però perso smalto e ispirazione, così prima di Natale ci ha regalato un inatteso singolo intitolato Ho sentito una voce, registrato a Vienna col solo accompagnamento del pianoforte suonato da Monika Lang: “È un brano – dice – per me molto particolare e al quale tengo moltissimo, il primo di una serie di singoli, che verranno poi raggruppati. Mi piacerebbe poi mettere tutto su un vinile, ma per ora navigo a vista”. Nell’attesa salutiamo con piacere il ritorno di questo autentico cavallo di razza.

Pochi giorni prima di Natale abbiamo avuto un altro prezioso regalo, il secondo singolo Il lanciatore di coltelli dell’imminente nuovo disco di Andrea Maffei e della sua Spritzband. Anche in questo caso siamo al cospetto di un brano davanti al quale possiamo toglierci il cappello e reclinare la testa. Con la consueta bravura di musicisti impeccabili, i ragazzi della Spritzband  dimostrano di essere ancora una volta sul pezzo, in particolare vorremmo citare Giorgio Mezzalira, che oltre alla chitarra qui si cimenta con la voce, cantando la prima strofa del brano di cui è coautore con Maffei. L’attesa del nuovo disco si fa quindi spasmodica, visto che si tratta del primo completamente composto di brani originali dopo troppo tempo. E – ciliegina sulla torta – a marzo il gruppo dovrebbe tornare a suonare dal vivo al Carambolage di Bolzano.

Come negli anni scorsi, ma in misura minore, c’è chi si è dedicato invece alla canzone natalizia. Santa è il brano con cui la cantautrice Lisa Laner festeggia la ricorrenza stagionale: un brano pop proposto con un video molto sornione, come il gatto che ne è protagonista insieme alla performer. Fa un po’ specie la sponsorizzazione di Mamma Provincia, per una canzone che non lascia particolari impronte, per altro cantata in inglese e quindi fuori contesto rispetto alle lingue che si parlano da noi.

Assolutamente più centrata è la canzone natalizia di Stefano Mascheroni, Natale vero, Natale sincero, sempre in ambito pop, con un arrangiamento che fa il verso alle canzoni natalizie americane ma al tempo stesso con un testo che fa riflettere, mentre la mente è rivolta al Natale dei perdenti, dei dimenticati, di chi fa fatica ad arrivare a fine mese.

Taking Chances è invece l’ottimo singolo pubblicato a metà dicembre dal duo Wild As Her, la cui metà è incarnata dal nostro conterraneo Chris Kaufman, chitarrista, autore e produttore che, dopo aver calcato i palchi dimezza Europa come chitarrista della storica band dei Truck Stop, da qualche hanno ha unito le proprie sorti musicali a quelle della cantante Caroline von Brünken, dando vita ad un progetto country pop che riscuote un certo seguito. Il nuovo singolo, che dovrebbe preludere al terzo disco del duo, è un brano ben composto, ben suonato senza eccesso di effetti e con il giusto spazio per la chitarra di Kaufman.

Un insospettabile singolo dalle tematiche estive è The Sea del meranese William T.(elser), per una volta in solitaria, chitarra e voce, senza i fidi Black Fifties che lo accompagnano solitamente. Con la sua voce calda in odor di Elvis Presley – ma meno del solito – Telser canta del suo amore per le vacanze al mare e dei ricordi delle vacanze della sua infanzia.

E chiudiamo la rassegna con il singolo di Thessa Longobardi intitolato Girl In Ur Dreamzzz: la giovane cantautrice e filmaker si propone con un divertente brano che ricalca lo swing degli anni trenta con l’accompagnamento di una batteria esageratamente jazz. Del brano esiste però anche una versione live a Los Angeles in cui la titolare è accompagnata solo da un chitarrista, e che piace di più rispetto all’indie pop di Time, il singolo precedente.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Vicolo del Crocifisso, a Gries

Crocifisso: l’ immagine dipinta o scolpita di Gesù in croce, motivo iconografico del culto cristiano, è diffusa in vari ambienti, come chiese, istituti, case. 

Tra gli esempi, circa le chiese, vi è il Crocifisso di San Damiano, l’icona a forma di croce dinanzi alla quale Francesco d’Assisi stava pregando quando ricevette la richiesta del Signore di riparare la sua casa. La croce originale è attualmente appesa nella basilica di Santa Chiara ad Assisi; la croce è considerata un’icona, perché contiene immagini di persone che prendono parte al significato della croce stessa.

Vi è inoltre il Crocifisso di Santa Croce, opera di Cimabue, che si trova nella basilica di Santa Croce a Firenze; è alto 4,48 metri e largo 3,90. Avendo subito importanti danni durante l’alluvione del 4 novembre 1966, fu restaurato con la massima cura possibile. In entrambi i casi i piedi del crocifisso sono separati. 

L’immagine scolpita di Gesù in croce non manca negli ambienti naturali, monti, campagne ecc. Esempio ne è il crocifisso che si trova a Bolzano, passando da piazza Gries in via Vittorio Veneto e, a destra, in vicolo del Crocifisso, procedendo verso via Martin Knoller. È un’immagine tradizionale, del piede destro sopra il sinistro, ma va ricordata la modalità dei romani circa la crocifissione: conficcavano il chiodo sul tallone del piede destro.

Autore: Leone Sticcotti

I colori accesi e pieni di vitalità di Daniela Armani 

Sono tele in cui esplosioni di colore sono però capaci di dirimere il caos apparente per dar vita a splendidi volti che affiorano via via sempre più sicuri, sempre più assertivi, facendosi spazio fra le campiture di colore e guadagnandosi la propria centralità. In altre tele fanno capolino paesaggi urbani e persone a figura intera, anche se sembrano appartenere più al mondo scultoreo e monumentale e sembrano non tentare di umanizzarsi facendosi ritratto, ma paiono voler vestire i panni della metafora, della allegoria: citare senza essere, anelare senza vivere, anche se imponenti e indimenticabili al tempo stesso. Dallo scontro titanico dei colori primari scaturiscono sfumature inaspettate. Il fruitore non può che essere attirato da queste tele per restarne piacevolmente imprigionato seguendo sentieri labirintici che conducono al centro della narrazione. Daniela Armani, bolzanina, da decenni si dedica all’arte da autodidatta, sperimentando numerose tecniche quali l’acquerello, l’acrilico, l’olio, le terre e le tecniche miste. A partire dagli anni Novanta importanti sono state le lezioni del maestro Piol per la tecnica ad acquerello e quelle del maestro Giorgioppi per la tecnica a olio. Le architetture sono per Daniela Armani fonte di interesse e stimolo a giocare con volumetrie e prospettive. Numerose le mostre a cui ha partecipato e non meno importanti le sue personali.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

La mise perfetta per entrare al Kurhaus

Sono le fotografie dei fotografi come Emil Joffè, Albert Ellmenreich, Leo Bährendt Rudolf Schoener e di tutti quelli che nei decenni si susseguirono a testimoniare la vita al Kurhaus fatta di incontri e di importanti eventi. Ma se giustapposte una accanto all’altra possono diventare una sorta di catalogo della moda del Novecento.

Fin dai suoi esordi i turisti di cura, membri di una ristretta elite della società europea del tempo, consideravano Merano una città assai elegante, dove recarsi con un guardaroba adeguato, ampio, adatto ai diversi momenti di una giornata e alle diverse attività offerte, ma soprattutto esclusivo e in linea coi dettami delle maison più in voga del momento nella capitale della moda, Parigi. Grandi bauli-armadio, completi di grucce e cassetti venivano scaricati quotidianamente dai treni internazionali che giungevano sferragliando in stazione per essere poi trasferiti alle hall dei lussuosi hotel cittadini. Per le signore che all’epoca potevano permettersi la villeggiatura e quindi frequentare il Kurhaus sarebbe stato impensabile recarvisi senza la giusta toilette, completata da accessori ricercati e parure di pregio. L’etichetta e quel gusto mondano che caratterizzava i soggiorni per le cure prevedevano numerosi cambi d’abito ai quali era impossibile sottrarsi. Fra le diverse sale dell’edificio quindi si aggiravano – in una sorta di sfilata di moda perenne – innumerevoli modellini da giorno, da pomeriggio, da sera. Al mattino la consuetudine voleva l’uomo in giacca, panciotto e pantaloni, e la signora avvolta in un semplice e pratico tailleur composto di gonna e giacca accompagnato da cappello, guanti e ombrellino; il pomeriggio richiedeva un abito più elegante per entrambi, spesso con lo strascico per lei e il frac per lui. Gli abiti più ricercati erano riservati alla sera per andare a teatro, al concerto e al ballo. Le linee degli abiti elaborati da Paul Poiret avevano dato avvio ad una nuova era dell’abbigliamento femminile, capace di coniugare eleganza a comodità, raffinatezza a libertà di movimento. I modelli di Poiret a vita alta e a tunica avevano definitivamente liberato la donna dalle costrizioni del corsetto, mentre i suoi ampi cappotti caldi e coloratissimi ispirati all’oriente avvolgevano la figura, sottolineandola. 

Negli anni Trenta, gli anni della crisi economica e dei regimi totalitari, si assistette ad una netta divisione fra l’ideale di bellezza e femminilità propagandate dal fascismo e quello scelto dalle case di moda francesi e in gran parte condiviso dagli altri paesi: longilinea, femminile e coi capelli platinati per questi ultimi, formosa ed estremamente femminile per l’Italia. Nel campo della moda, sotto l’incalzare della crisi economica, si abbandonato il lusso degli anni Venti e si scelsero tessuti del tutto nuovi come il nylon che consentiva di risparmiare sui filati naturali. Anche la linea delle vesti mutò: la vita tornò al punto naturale, gli orli si allungarono sotto al ginocchio e si aprirono in piccole pieghe e pannelli. 

Il secondo dopoguerra, vide nuovamente Parigi al centro della scena internazionale. Fu Christian Dior a lanciare il cosiddetto New Look. Abiti sfarzosi ed eleganti, accompagnati obbligatoriamente da guanti, scarpe col tacco e cappelli, per una donna signorile e raffinata. Spalle morbide, vita di vespa, fianchi tondi, gonna immensa. Furono anni caratterizzati da una grande varietà di mode e di stili: da Coco Chanel – che aveva imposto i suoi famosi tailleur completati dalla tipica borsetta di pelle trapuntata – a Cristobal Balenciaga, inventore di forme scultoree e Yves Saint Laurent che presentò l’abito a trapezio, lungo fino al ginocchio. Per Merano gli anni Cinquanta rappresentarono un periodo estremamente affascinante, denso di contraddizioni e problematiche: vi pulsava la vita, la voglia di ripartire, di andare avanti nonostante tutto. 

Autrice: Rosanna Pruccoli