I colori accesi e pieni di vitalità di Daniela Armani 

Sono tele in cui esplosioni di colore sono però capaci di dirimere il caos apparente per dar vita a splendidi volti che affiorano via via sempre più sicuri, sempre più assertivi, facendosi spazio fra le campiture di colore e guadagnandosi la propria centralità. In altre tele fanno capolino paesaggi urbani e persone a figura intera, anche se sembrano appartenere più al mondo scultoreo e monumentale e sembrano non tentare di umanizzarsi facendosi ritratto, ma paiono voler vestire i panni della metafora, della allegoria: citare senza essere, anelare senza vivere, anche se imponenti e indimenticabili al tempo stesso. Dallo scontro titanico dei colori primari scaturiscono sfumature inaspettate. Il fruitore non può che essere attirato da queste tele per restarne piacevolmente imprigionato seguendo sentieri labirintici che conducono al centro della narrazione. Daniela Armani, bolzanina, da decenni si dedica all’arte da autodidatta, sperimentando numerose tecniche quali l’acquerello, l’acrilico, l’olio, le terre e le tecniche miste. A partire dagli anni Novanta importanti sono state le lezioni del maestro Piol per la tecnica ad acquerello e quelle del maestro Giorgioppi per la tecnica a olio. Le architetture sono per Daniela Armani fonte di interesse e stimolo a giocare con volumetrie e prospettive. Numerose le mostre a cui ha partecipato e non meno importanti le sue personali.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Kiuppo Production: un angolino di Giamaica all’ombra delle Dolomiti

Sono trascorsi un paio d’anni dalla pubblicazione del primo capitolo dedicato al cosiddetto Riddim, ossia una branca della musica reggae, o giamaicana in senso lato, in cui ad uno stesso tema musicale, si possono abbinare più sviluppi, cantati o strumentali che di fatto lo fanno spesso diventare un brano differente intervenendo solo sul missaggio e sulle liriche. Alfieri di questa pratica nella nostra regione sono due talentuosi musicisti che quando si occupano di Riddim, abbandonano le loro vesti ufficiali (Angelo Ippati e Thomas Maniacco) e per l’occasione diventano Kiuppo e Athomos, lavorando insieme nell’arrangiare i brani che Kiuppo compone.

Dopo il successo del precedente Owl Riddim, è in distribuzione da fine novembre Temple Riddim, un brano pubblicato in sei versioni (tre quelle originali e tre quelle in versione dub, ordite dalla star italiana del dub Michael Exodus), disponibili in un bel vinile da 12 pollici che viaggia a 45 giri o, per i meno attrezzati, su tutte le piattaforme musicali.

“Rispetto alla produzione precedente – ci spiega Kiuppo – il brano alla base di questo disco è più introspettivo, sentivo la necessità di fare qualcosa che avesse una certa spiritualità, che derivasse da una riflessione, da una meditazione. E Temple Riddim è proprio il risultato che cercavo, uscito nel bel mezzo di altri brani a cui stavo lavorando. Ho cercato riportare le emozioni di questo periodo nei testi e naturalmente nella musica, ma anche con la parte grafica, col disegno che è stato realizzato da Paolo Fenu. A lui ho spiegato cosa avrei voluto in copertina ed è venuta fuori questa navata con la luce che entra dalle strette finestre e l’incensiera”.

Per interpretare il brano ha scelto tre diverse soluzioni, lavorando alle basi con Athomos, è venuta fuori la prima versione, intitolata Healing, la cura, proprio per sottolineare l’effetto curativo della meditazione. Rispetto al brano cantato da Athomos nel disco precedente, qui la collaborazione è più stretta, tra i due è maturato un affiatamento solido, dovuto, oltre al fatto di essere insieme la sezione fiati degli Shanti Powa, anche alle serate fatte come Sound System, sia in regione che in Puglia, da dove Kiuppo è nativo. I due sono anche eccellenti cantanti, Athomos in particolare tira fuori per l’occasione estensioni e sfumature molto convincenti; alla sua parte in inglese, Kiuppo ne contrappone una efficace in dialetto salentino.

“Angelo – è Athomos Maniacco ora a parlare – arriva con l’idea di base, con una musica e con le parti degli strumenti, poi insieme affiniamo l’arrangiamento e, in questo caso, sia nel testo che nella musica mi sono lasciato ispirare dal Salento e dai momenti trascorsi lì, unendo nord e sud, che mi è sembrato un bel modo per descrivere la cura che sta all’origine del gruppo”.

Il secondo brano s’intitola Hold A Meditation ed è l’interpretazione del tema da parte di un grosso artista californiano del genere che si chiama Fikir Amlak; come da copione ne esce una canzone completamente differente, pur partendo dalla medesima base musicale. È interessante come nel finale della versione cantata da Amlak si possa ascoltare un violoncello, e proprio di seguito ritroviamo la terza versione, strumentale, chiamata Cello version, affidata al violoncello di Omar Careddu, in cui è lo strumento a diventare la voce del riddim.

“A suonare nel disco – torna a raccontarci Kiuppo – c’è il nostro compagno di musica Florian Gamper, sia in veste di batterista che di fonico, è lui che ha registrato le parti strumentali nel Roots Stable Studio, lo studio che gli Shanti Powa hanno allestito ad Aicha di Fiè, in una stalla, lo studio da cui tutto è partito parecchio tempo fa e che è un po’ il simbolo della fratellanza musicale di questi musicisti. C’è poi Marco Pellin alle tastiere, che suonava con me negli Skankin’ Drops, la band in cui stavo prima, mentre Igor Pallaver si occupa delle chitarre ed io del basso digitale. È curioso come in tutto il disco non ci siano i fiati, visto che Athomos è un trombettista ed io un sassofonista, ma è stata una scelta serena, lucida: proprio non sentivamo il bisogno dei fiati negli arrangiamenti e ci siamo concentrati maggiormente nella nostra veste di cantanti.”

Il disco, sarà presentato sabato 13 dicembre alle 18 presso il negozio di dischi Rebel Rebel, in via Kolping a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Bilancio linguistico. Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

Il Barometro linguistico 2025 pubblicato dall’Istituto provinciale di statistica ASTAT offre un quadro ricco e articolato della complessa realtà altoatesina. L’immagine che ne emerge è complessivamente positiva, pur evidenziando la persistenza di alcune sacche di pregiudizio e di atteggiamenti etnocentrici.

Per chi vuole vedere il bicchiere mezzo vuoto, non mancano gli argomenti: la difficoltà di molti altoatesini di lingua italiana nel comprendere e parlare il tedesco; le differenze marcate tra i gruppi linguistici in tema di identità; la presenza di una – seppur ridotta – quota di persone che ritiene poco o per nulla importante conoscere la lingua dell’altro. C’è ancora un 2% che considera inutile o addirittura dannosa la conoscenza di una seconda lingua. Il 6% della popolazione pensa che “si starebbe meglio senza diversità etnica”. Il 28% degli altoatesini ritiene che il proprio gruppo linguistico sia svantaggiato (percentuale che sale al 46% tra gli italofoni). Per il 19% la convivenza è giudicata lacunosa o pessima (28% tra gli italiani). E un quinto degli intervistati nega ai propri concittadini il diritto a una toponomastica bi- o trilingue.

Ma ci sono più ragioni per vedere il bicchiere mezzo pieno. La competenza in italiano delle persone di lingua tedesca e ladina è nel complesso buona. Cresce il numero di chi si riconosce in identità plurime. Una larga maggioranza considera molto importante conoscere la seconda lingua, e molti percepiscono il multilinguismo come un vantaggio concreto (47%) e un arricchimento personale (36%). Per il 74% la presenza di più gruppi linguistici è – o potrebbe diventare, a determinate condizioni – una ricchezza culturale. Quasi due terzi della popolazione ritengono che il proprio gruppo non sia né avvantaggiato né svantaggiato, e oltre un terzo riconosce pienamente il diritto alla toponomastica bi- o trilingue. Per l’81% la convivenza è soddisfacente o addirittura ottima.

Gli altoatesinosudtirolesi tendono spesso a lamentarsi, talvolta con piena ragione. Eppure il 94% della popolazione – con percentuali simili tra tutti i gruppi linguistici – ritiene che la qualità della vita in Alto Adige, rispetto alle altre regioni italiane, sia uguale, migliore o molto meglio. Solo il 6% afferma di stare peggio o molto peggio. Chissà se questi concittadini insoddisfatti hanno mai messo il naso oltre la Stretta di Salorno.

Autore: Paolo Bill Valente

I veri doni

Mi ha colpito molto, curiosando sui social media che frequento ormai da anni quasi solo per senso del dovere giornalistico – la contrapposizione sempre superficiale, per carità, tra coloro che nei commenti ai vari post maledicono i mercatini di Natale per i disagi che portano soprattutto ai residenti e coloro che invece li benedicono in quanto in grado di ravvivare le nostre città spesso considerate troppo assopite. 

Mi sono quindi domandato come possiamo ritrovare un equilibrio (ce lo abbiamo mai avuto?) tra la frenesia consumistica e festaiola, e un atteggiamento troppo ascetico ed eremitico di fronte all’essenza originaria del Natale come dono nel senso più profondo e spirituale.

Ebbene: non è facile, ma al tempo stesso non è difficile. 

Non è facile perché tutti noi quando giunge dicembre ci ritroviamo a correre a rotta di collo verso le due festività, una religiosa e l’altra laica, che concludono l’anno. La corsa appare senza freni e ci sembra difficile se non impossibile fermarci, per riflettere un attimo su quello che stiamo facendo e sul suo senso. 

Al contempo ritrovare la bussola, almeno per quanto riguarda la festività del Natale, non è neppure tanto difficile. Persino l’intelligenza artificiale che ha fatto irruzione da qualche settimana nei risultati alle nostre richieste nei motori di ricerca, è in grado di darci risposte quasi istantanee e davvero alla portata di tutti. Non si tratta di discorsi teologici o di condanne moralistiche, ma di buon senso. 

Volete un esempio delle facce della contraddizione elencate per noi dal nuovo grande fratello? Eccole. 

Spiritualità vs. Materialismo: Il Natale, che dovrebbe celebrare valori come la famiglia, la pace e il dono, si scontra con la pressione a comprare, spesso oggetti superflui, trasformando la festa in un’esibizione di potere d’acquisto.

Dono vs. Consumo: L’atto del donare, che dovrebbe essere spontaneo e legato all’affetto, diventa un obbligo commerciale, con milioni di persone che si affrettano a comprare regali per conformarsi alla “tradizione”.

Potremmo continuare ma ci fermiamo qui. Perché sono cose che in realtà sappiamo molto bene. L’intelligenza artificiale è nostra figlia. Per questo ci dice cose così… ovvie. 

Il mio augurio è che tutti noi sappiamo passare in questi giorni dalla teoria alla pratica nella nostra vita di tutti i giorni. Non è facile eppure… non è difficile, come dicevamo. Quindi: buone feste!

Autore: Luca Sticcotti

La piazza dedicata all’imperatore Adriano

Piazza Adriano: importante crocevia tra via Druso, Corso Italia e via Roma, è intitolato ad un imperatore romano. Publio Elio Traiano Adriano, più noto come Adriano, era nato da famiglia romana il 24 gennaio 76 d.C. a Italica, vicino a Siviglia (Spagna). Rimasto orfano dei genitori a otto anni, l’imperatore Traiano trattò Adriano come proprio figlio. Fu infatti Adriano a succedergli, l’11 agosto 117. La sua politica ebbe per principale obiettivo la pace, che cercò di perseguire anche con l’abbandono di alcune province, come l’Assiria, la Mesopotamia, l’Armenia, conquistate dal suo predecessore. Un altro caposaldo della sua politica fu l’idea di ampliare i livelli di tolleranza; esempio ne è, oltre ad alleggerire la posizione degli schiavi, il suo atteggiarsi nei confronti dei cristiani. Tra le riforme promesse da Adriano va ricordata quella della pubblica amministrazione. Consolidata la sua posizione, intraprese una serie di viaggi, che lo portarono a visitare tutti i territori dell’Impero. Viaggiava accompagnato da un numeroso seguito di studiosi e tecnici; il tutto per risolvere i più urgenti problemi relativi all’economia, al benessere, alla sicurezza delle varie province. Partito da Roma nel 121, impiegò due anni a visitare la Gallia, la Germania, il Norico e la Britannia; fu lui a progettare il Vallo Adriano, l’opera di difesa che si estendeva per 117 km dal Mare del Nord e quello d’Irlanda. Passò poi in Africa, in Siria, in Grecia, dove si trattenne a lungo, spinto da ammirazione e amore per la cultura, l’architettura e la scultura greca, tanto che ebbe il soprannome di “Graeculus”. I popoli dell’Impero conobbero un’era di benessere. A parte la lotta per domare la rivolta degli Ebrei, nell’Impero di Roma regnò la pace. Nel 134, stanco e malato, Adriano tornò a Rona, dove iniziarono i lavori per la costruzione di Castel Sant’Angelo. Fece costruire la Villa Adriana,  non lontano da Tivoli. Morì il 10 luglio 138 d.C. Fu sepolto a Castel Sant’Angelo.

Autore: Leone Sticcotti

Waalweg di Marlengo e Castel Monteleone

In ogni stagione passeggiando lungo il Waalweg di Marlengo, è possibile godere di un paesaggio del tutto particolare, inusuale per il nostro territorio, e osservare le linee armoniche di un castello poco noto ma che merita di essere visitato e frequentato nelle serate letterarie o nelle serate concertistiche. Un paesaggio che ricorda le colline toscane: cipressi a delineare la proprietà e vigneti piantumati a creare una sorta di grande anfiteatro che degradano dolcemente dalle pendici di Monte Marlengo, dove svetta Castel Monteleone, verso l’abitato di Cermes. Il toponimo noto fin dal 1271 fu italianizzato nel 1940. 

Furono i conti di Marlengo a costruire il primo nucleo del maniero nella prima metà del XIII secolo. 

Nel 1426, il figlio di Christoph Fuchs von Fuchsberg e Barbara von Passeier, Wolfgang, sposò l’erede Dorothea von Lebenberg. Di conseguenza, anche il Castello di Lebenberg e le vaste proprietà dei Lebenberg a Marlengo passarono alla famiglia. 

Wolgang apportò numerose modifiche strutturali e ampliamenti al castello. I suoi eredi ampliarono il castello più volte adeguandolo alle esigenze della famiglia che lo possedettero per quasi quattro secoli fino al XIX secolo. Dodici generazioni, 264 membri i cui ritratti compaiono nell’ampio albero genealogico. 

Nel XV secolo la reputazione della famiglia aveva raggiunto il suo apice, ed era proseguita per tre secoli. Le tre linee della famiglia ampliarono ed ammodernarono i rispettivi castelli aviti. Molti dei membri della famiglia Fuchs von Fuchsberg ricoprivano ruoli importanti alle dipendenze dell’imperatore, ed erano anche strettamente legati agli influenti conti Trap con i quali si sposarono per più generazioni. 

La chiesetta del Castello di Monteleone, che era stata eretta nel XIV secolo fu ampliata nel XVI secolo la cappella dedicata a Santo Stefano, creando nel XVI un piccolo edificio a pianta accentrata ma dislocata su due piani. Furono fatte affrescare le pareti le volte a crociera, e l’immagine del martirio del santo sulla sua facciata. Da poco ritrovati sono invece gli affreschi raffiguranti i quattordici Santi ausiliatori.  Cinquecenteschi sono i cortili interni. Fu però il XVIII secolo a vedere le trasformazioni più eleganti, dettate dalla necessità della famiglia di comparire con una residenza adeguata all’ambiente di corte e alla moda. Nascono in età teresiana la sala degli specchi e il giardino all’italiana. A fine settecento nacque il salone in stile impero di raffinata eleganza.  

La linea Lebenberg della famiglia Fuchs von Fuchsberg fu l’ultima a estinguersi nel 1828 con il conte Johann, la cui lapide si trova nella chiesa parrocchiale di Marlengo. Il feudo di Appiano (Castello di Appiano e residenza di San Valentino) così come le proprietà e i diritti nell’area di Marlengo, Cermes, Ultimo e Tesimo alla vedova Maria Anna, nata contessa von Mohr. Dopo la loro morte nel 1832, i loro eredi vendettero l’ampia proprietà della famiglia Fuchs in diverse aste tra 1833 e il 1836.  

Il castello passò per matrimonio, come dote, ai Miagro, che durante la Prima guerra mondiale, si trasferirono in Piemonte. Il maniero passò di mano più volte fino a quando nel 1924 fu acquistata dall’olandese Adrian van Rossem van Sinoutskerke. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

I droni #1

L’incanto che i droni esercitano sui bambini nasce da un insieme di fattori psicologici, sensoriali e simbolici. In altre parole, non è “solo” un giocattolo che vola: è un oggetto che tocca corde profonde della curiosità e dell’immaginazione infantile. Parallelamente, l’agricoltura non vive di fantasie, bensì di profonde trasformazioni grazie alla tecnologia. Tra queste, i droni rappresentano uno degli strumenti più versatili e innovativi. La loro forza non sta nella capacità di rumoreggiare e osservare dall’alto, ma soprattutto nella raccolta di dati preziosi, finalizzata all’attuazione di norme più consapevoli, attraverso il metodo scientifico.

Il primo grande vantaggio dei droni è la rapidità di acquisizione delle informazioni. Dove un tecnico impiegherebbe giorni e giorni a percorrere e censire un campo, un drone può sorvolarlo in pochi minuti, ripetutamente, registrando immagini ad alta risoluzione e dati utili a identificare problemi invisibili a occhio nudo. Grazie a sensori termici, multispettrali o RGB evoluti, è possibile monitorare lo stato vegetativo delle colture.

Importante anche la riduzione di CO2 rispetto ai mezzi tradizionali nonché la valutazione dei danni da eventi alluvionali e grandinate: le immagini permettono stime rapide e atti utili per richieste di supporto. Personalmente non sono del tutto favorevole alle assicurazioni: credo che dovrebbero essere facoltative e ritengo che lo Stato – spesso carente a causa di condoni, consumo di suolo, disboscamento o pratiche ecologiche insufficienti – debba risarcire integralmente le vittime, specie in caso di dolo. Attualmente in Italia si contano varie emergenze legate a scambi internazionali, trasporto di organismi nocivi, riscaldamento globale e sistemi fitosanitari non sempre adeguati, con la diffusione di coleotteri, nematodi galligeni, falene, eriofidi, cocciniglie particolarmente dannosi.

Come vedremo, alcuni modelli, sempre più diffusi, sono progettati per distribuire prodotti fitosanitari, sementi o fertilizzanti liquidi. La precisione del volo permette di trattare solo le parti realmente bisognose, riducendo l’impatto ambientale. Inoltre, i droni possono operare in terreni difficili, pendii ripidi o zone non accessibili ai mezzi tradizionali (cfr. vigneto eroico) offrendo un’alternativa più sicura per la salute dell’operatore.

Accanto ai benefici pratici, è importante ricordare che l’uso dei droni, oggi, è regolato dalle stesse norme di elicotteri e aeromobili: occorrono formazione, abilitazioni e il rispetto delle regole di sicurezza e delle zone d-flight (definite da EASA e ENAC). Tuttavia, una volta limati ed equiparati questi passaggi a livello europeo, giacché la tecnologia diventa un alleato prezioso, essa sarà capace di migliorare la gestione aziendale sotto ogni punto di vista, deroghe comprese.

Autore: Donatello Vallotta

Orazio Gaigher, un medico e un pittore a Merano

Nato a Levico Terme, il 20 aprile 1870, frequentò le scuole a Cortina d’Ampezzo, a Bressanone e infine, per volontà del padre medico, si laureò in medicina ad Innsbruck. Poco dopo aprì il proprio ambulatorio a Salisburgo. La sua grande passione era però la pittura che aveva continuato ad esercitare come autodidatta. Il clima culturale della secessione viennese lo attraeva particolarmente ma non poteva che frequentarla di quando in quando.

Fra i suoi pazienti aveva il pittore incisore, scrittore, regista cinematografico, scultore e musicista tedesco naturalizzato inglese, Hubert von Herkomer (Waal, 26 maggio 1849 – Budleigh Salterton, 31 marzo 1914), che lo spronò a dedicarsi di più alla pittura. Alla morte del padre Orazio Gaigher aveva trentuno anni, chiuse il suo ambulatorio, appese il suo camice, e prese a viaggiare per dedicarsi completamente all’arte. Nel 1901 Herkomer lo portò con sé a Londra dove Gaigher rimase per tre anni studiando ritratto sotto i suoi insegnamenti.  L’ambiente londinese lo avvicinò al simbolismo e al movimento di William Morris. Ma alla fine la sua spinta interiore lo fece avvicinare al gruppo capeggiato da Dante Gabriele Rossetti. Successivamente, sempre con l’amico e maestro Herkomer, si spostò in Spagna dove strinse amicizia con l’artista Joaquin Sorolla, e dove lo studio delle opere di Velazquez fu determinante per la sua arte. Il 1906 le vide a Parigi dove si specializzò nel genere del ritratto. 

Nel 1907 fece ritorno a Merano dove viveva in inverno e Madonna di Campiglio dove viveva in estate.  

Da ritrattista iniziò a viaggiare per l’Europa e gli Stati Uniti d’America dove le commissioni per i ritratti furono assai numerose (si dice che furono più di cinquecento). Nel 1915 partecipò con grande successo all’Esposizione Internazionale di San Francisco dove fu premiato per le sue opere. Oltre a ritratti, scene di genere e paesaggi, realizzò alcune pale d’altare, incise exlibri e realizzò lavori decorativi al Kurhaus di Merano. Tra questi putti dalle ali di farfalla, pappagalli, fiori, in un insieme gioioso per la cupola della rotonda, elemento di raccordo fra il primo e il secondo Kurhaus. 

Rientrato per qualche anno in Trentino Alto Adige, nel 1928 partì per una spedizione pittorica di due anni in Argentina e in Patagonia, privilegiando il paesaggio. 

La sua attività artistica spaziava anche alle immagini sacre; ritrasse importanti prelati e addirittura Papa Pio X, ma non trascurò neppure la produzione di ex libris e incisioni. 

Dopo un così lungo peregrinare fu nuovamente Merano la città in cui scelse di far ritorno nel 1930 e poco tempo dopo venne nominato Presidente degli artisti della Provincia di Bolzano. 

In città, oltre alle decorazioni del Kurhaus, sono visibili alcuni ritratti conservati a Palais Mamming, e una Santa Lucia conservata nella chiesa Santa Maria del Conforto. 

Morì a Merano il 17 maggio 1938.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La lunga storia di una breve ferrovia

Tra Bolzano e Laives è sempre esistito un legame stretto, quasi un cordone ombelicale fatto di mobilità quotidiana, commercio e rapporti sociali. Non sorprende quindi che, già all’inizio del Novecento, nel paese si discutesse intensamente della necessità di una tranvia che collegasse stabilmente le due comunità.

Il 17 novembre 1906 la Bozner Zeitung pubblicò un articolo dettagliato intitolato “Eine Trambahn Bozen–Leifers”, segno di un dibattito ormai maturo. 

A Laives cresceva l’impazienza verso l’indecisione delle autorità di Bolzano, Innsbruck e Vienna e verso il costante veto della k.u.k. privilegierte Südbahngesellschaft, preoccupata di perdere il florido traffico dei pellegrini diretti a Pietralba.

L’autore dell’articolo sottolineava che, nonostante anni di proposte, nulla era stato concretamente avviato. In realtà il sogno del tram era vivo già dalla fine dell’Ottocento, soprattutto tra commercianti e albergatori. Ma prima furono realizzate la ferrovia del Renon (1907) e la linea per Gries (1909). 

Nel 1913 alcuni investitori privati – tra cui Anton Monsorno, Franz Defranceschi, Johann Koch e Franz Pircher – riuscirono a finanziare la tratta fino al Vurza / Wurzerhof, mentre Laives restava esclusa per l’opposizione delle Ferrovie Meridionali. Già nel 1912 era stata creata la Leiferer Automobil-Unternehmung, con Ferdinand Flor, Alfred Gerber e l’oste Alois Ebner, la prima linea automobilistica tra Laives e Bolzano, anche come alternativa all’inerzia ferroviaria.

Ci volle una guerra mondiale prima che il progetto potesse concretizzarsi. Nel 1931 la tranvia fu finalmente realizzata: i binari vennero posati attraverso le Part, e non lungo la statale, per motivi tecnici e, soprattutto, amministrativi. Il giorno dell’inaugurazione, davanti al “Grosshaus”, il primo convoglio fu accolto dalla popolazione e dalle autorità locali.

Per Laives la tranvia rappresentava una necessità concreta: la stazione ferroviaria del 1859 era lontana dal centro e poco utilizzata, mentre il traffico pendolare aumentava. I dati citati dalla Bozner Zeitung erano eloquenti: solo nel settembre 1906 si registrarono 11.801 movimenti di passeggeri, pari a circa 120.000 all’anno. Secondo il giornale, un collegamento più capillare avrebbe favorito lo sviluppo economico e residenziale, permettendo a lavoratori e impiegati di trovare alloggi più accessibili e alleggerendo la pressione abitativa su Bolzano.

La tranvia durò però appena 17 anni. 

Dopo la Seconda guerra mondiale, la nuova organizzazione del trasporto pubblico portò la SASA, dal 1948, a rilevare il servizio e a sostituire progressivamente il tram con mezzi più flessibili. Gli 8,820 chilometri di rotaia che univano Bolzano a Laives lasciarono così spazio al moderno trasporto su gomma. La storia di questa breve ferrovia si inserisce nel più ampio quadro europeo dell’epoca, quando molte città – da Vienna a Parigi, da Monaco a Zurigo – sviluppavano reti tranviarie come simbolo di progresso e come risposta ai bisogni di una società sempre più mobile. Anche a Laives, per un tratto non lungo ma significativo, il tram fu il segno tangibile di un territorio che cercava di crescere restando connesso al suo capoluogo.

Autore: Reinhard Christanell

Adolescenza

Lo scorso 20 novembre si è celebrata la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Non dobbiamo dimentiche che in molti casi è grazie alla Dichiarazione dei diritti del fanciullo approvata dall’Onu nel 1959 e alla successiva Convenzione sui diritti dell’infanzia (1989) che in molti paesi del mondo è stata data una forte spinta affinché tutti i minori potessero –  indipendentemente dal loro background – avere l’opportunità di crescere e raggiungere il loro pieno potenziale nel rispetto dei loro diritti, la loro dignità e la loro nobiltà in quanto esseri umani. 

Molte sono state le iniziative, anche a livello locale, dedicate a questa tematica. Ma a me in questo frangente preme mettere l’attenzione non tanto sull’infanzia quanto sull’adolescenza che – spesso – viene messa per così dire in secondo piano. A mio avviso l’adolescenza è, invece, una fascia d’età che meriterebbe una maggiore considerazione, sotto tutti i punti vista. Gli adolescenti in Italia oggi sono più di 5 milioni (circa 40 mila in Alto Adige) e quindi rappresentano anche dal punto di vista numerico un gruppo di individui molto significativo. Gli adolescenti sono poi – a ben vedere – gli adulti del prossimo futuro. Ci siamo mai domandati cosa pensano loro del loro percorso di vita, di noi e più in generale del mondo che hanno intorno e che stanno per ereditare? 

La mia esperienza personale è che – molto spesso – gli adolescenti sono molto meno “bambini” di come li consideriamo. Potenzialmente, ma anche nella pratica – molti lettori genitori o insegnanti me lo potranno confermare – gli adolescenti possono diventare, in modi anche molto inaspettati, un fondamentale specchio in cui possiamo osservare il nostro essere adulti. 

Può anche capitare che i ruoli si invertano, con gli adolescenti che – saggiamente – ci segnalano i nostri comportamenti adolescenziali, invitandoci per così dire a… crescere e a diventare degli adulti migliori. 

Ecco: dagli adolescenti immersi nella loro transizione tra infanzia ed età adulta forse il miglior insegnamento che possiamo trarre è che la vita è un percorso continuo, in cui ciascuno di noi è chiamato man mano a evolvere e mostrare una maturità crescente. Insomma: frequentare gli adolescenti ci fa bene. Molto bene.

Autore: Luca Sticcotti