Abolire l’Avvento? Meglio liberarlo dagli abusi

Comincia fra pochi giorni l’Avvento, il periodo che conduce al Natale. Nelle città dell’Alto Adige sono già allestiti i mercatini, ovunque sistemati gli addobbi e accese le luminarie. Ma perché? Si investe sul Natale per motivi religiosi, per ragioni economiche, per dare sfogo ai buoni sentimenti o per un imperativo identitario?

Ci sono almeno due buone ragioni per abolire l’Avvento e il Natale, non perché essi siano qualcosa di cattivo, tutt’altro, ma proprio per liberarli da abusi e strumentalizzazioni.

La prima ragione è quella economica. L’Avvento è stato trasformato in una fiera del consumismo. La logica del dono è rimpiazzata da quella del profitto. Questo avviene proprio ricordando le vicende di una madre che, non trovando posto in altri alloggi, aveva dovuto partorire suo figlio in una stalla. Naturalmente non vanno demonizzati i mercatini né la tradizione dello scambio di doni. Ma senza rimuovere il senso profondo del Natale.

La seconda ragione è di ordine ideologico. Il Natale e i suoi simboli, come il presepio, sono da un lato messi in contrapposizione con la laicità di una società pluralista, dall’altro sono branditi come arma identitaria per urlare i presunti valori delle “nostre tradizioni”. Bello che l’Avvento duri quattro settimane. Il tempo necessario per capire, volendo, che la culla “al freddo e al gelo” resterà vuota se se ne perde il messaggio di pace, riconciliazione tra cielo e terra, prossimità, accoglienza e impegno personale.

Va sottolineato, a onor del vero, che il Natale – benché si collochi in un tempo, quello del solstizio d’inverno, caro anche ad altre tradizioni religiose – è una festa cristiana. Ciò non può e non deve offendere nessuno. Bello anzi poter rileggere, per descriverne il significato, le prime parole di un documento, intitolato Gaudium et spes, che il Concilio Vaticano II approvò proprio nei primi giorni dell’Avvento di esattamente sessant’anni fa: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

In questo spirito si potrebbe continuare a vivere l’Avvento e il Natale anche senza abolirli.

A tutte e tutti un buon periodo di Avvento, accomunati da ciò che “vi è di genuinamente umano”.

Autore: Paolo Bill Valente

Marco Perrone: quando la musica è un affare di famiglia

Per chi bazzica, o ha bazzicato, la scena musicale bolzanina, quello di Marco Perrone è un nome che difficilmente risulterà sconosciuto, soprattutto a chi ha vissuto anni creativi e propositivi come quelli di fine Settanta, tutto il decennio degli Ottanta e quello dei Novanta.

Marco Perrone era un ragazzino quando insieme all’ancor più giovane Nando Nuresi si è ritrovato nella Stanza, una delle formazioni faro di quegli anni, al fianco di ragazzi più grandi intenti a creare un suono originale, riuscendoci. Da allora i gruppi si sono succeduti, Perrone è stato sempre un punto di riferimento sia all’interno di band con un suono autonomo e personale, sia in cover band come Westbound che al fianco di cantautori quali Davide Marciano: non solo, si è sempre distinto per la ricerca sonora e per aver creato un vero e proprio stile nell’ambito soprattutto di quello che un tempo veniva chiamato jazz-rock o prog ma che ora sconfina anche altrove.

Non ci stupisce quindi vederlo tornare proprio in questi giorni con un disco fisico, digitale, accreditato ad un Marco Perrone Project, registrato con turnisti pescati in rete e con qualche artista e amico locale, intitolato No Distance e nato dopo una gestazione particolarmente lunga.

“Sicuramente – ci racconta – all’origine di tutto il lavoro c’è un viaggio fatto ormai quasi vent’anni fa. Un viaggio reale, tangibile che poi si è sviluppato ed è continuato come viaggio interiore. Nel 2007, stavo attraversando un periodo un po’ tormentato, mi sentivo inadeguato, fuori luogo, ed ho sentito la necessità di stare con me stesso. Una possibilità era affidarmi ad uno psicologo, come alternativa ho deciso di partire, da solo, per un posto che non conoscevo, di cui non conoscevo nemmeno la lingua. Così mi sono ritrovato a New York, girandola in lungo e in largo, potendo confrontarmi solo con me stesso. È stato un viaggio importante, era anche la prima volta che salivo su un aeroplano; al ritorno raccontando questa esperienza a mia moglie sono uscite le prime idee per i contenuti dei brani che ora compongono il disco”.

A conferire al disco l’atmosfera familiare, oltre alla presenza di Daniela, moglie di Perrone, che si è occupata delle liriche, dei cori e molto altro, c’è anche la presenza in alcuni brani della preziosa e inconfondibile chitarra di Nando Nuresi, suo compare di pentagramma sin dall’adolescenza e poi via, via anche in gruppi chiamati Cela Aguai, Logo, DNA. Familiare, si è detto, ma non per questo poco professionale: Perrone mette in mostra tra le quindici tracce il suo gusto musicale, rimasto inalterato per tutti questi anni, maturato magari, ma intatto. Fusion, funk e prog colto si mescolano ricreando alla perfezione le suggestioni newyorchesi che stanno alla base del disco, il basso del titolare fa da filo conduttore, per le tastiere e gli arrangiamenti (orditi partendo dai suoi demo casalinghi che non smette mai di registrare ogni qualvolta le idee cominciano a piovergli addosso) si è avvalso dell’aiuto del musicista siciliano Gabriele Agosta, conosciuto via internet nel periodo del covid, come buona parte degli altri qui coinvolti.

“Pensa – prosegue –, che persino Evi Mair l’ho contattata tramite una piattaforma online in cui è possibile trovare musicisti e cantanti disponibili per progetti del genere. Non la conoscevo e solo dopo ho scoperto che viviamo nello stesso posto! Qualcuno ha collaborato dall’Argentina, qualcuno dagli Stati Uniti, soprattutto tutti sono bravissimi. In particolare però vorrei citare la mia amica Libby Byers, pittrice americana, bolzanina d’adozione. Purtroppo ci ha lasciati qualche anno fa, ma sono orgoglioso di essere riuscito a farle recitare il testo del brano Wandering in The Night, uno dei più suggestivi del disco, in cui si racconta di una lunga passeggiata notturna attraverso i meandri di Manhattan.”

Un’altra voce bolzanina presente del disco è quella di Francisco Belmondo Bridi, anche lui uno di famiglia per Perrone, più noto per i suoi trascorsi come armonicista blues e country: nel brano You Call Me Love, sfodera una voce insospettabile che calza a pennello per la musica, una voce intrisa di sfumature davvero inattese e profonde. Il viaggio di Perrone si alterna tra brani cantati e strumentali, snodandosi con gusto ed eleganza. Sotto il nome di Marco Perrone Project qualche traccia è rinvenibile su youtube, qualche altra su Spotify, ma il disco intero in forma fisica a Bolzano è disponibile tra gli scaffali di Musik Import e a Trento tra quelli della Viaggeria.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Giulio Pastore

In zona Agruzzo vi è, nei pressi di via Einstein, una via minore, intitolata a Giulio Pastore. Nato a Genova il 17 agosto 1902, già a dodici anni lavorò, rimasto invalido il padre per infortunio sul lavoro, alle Manifatture Lane di Borgosesia. Fu allora che fece l’esperienza di associazionismo giovanile cattolico; divenne presidente della Gioventù Cattolica della Valsesia.  Dal 1918 fu organizzatore sindacale; come tale fu segretario dell’Unione del Lavoro di Varallo. Nel 1920 organizzò il primo Convegno della GC e nel settembre 1923 quello della Federazione diocesana. Con l’avvento del fascismo non mancarono gli attriti con i fascisti della provincia. Nel dicembre 1924 fu nominato direttore del periodico locale “Il Cittadino”, la cui tipografia fu distrutta dai fascisti. Dopo un periodo di lavoro al Piccolo Credito Novarese, passò al Banco di San Paolo. Anche a Novara, dal 1927 al 1935, si impegnò nella GC. Nel 1935 si trasferì a Roma, come membro della Presidenza centrale della GC. Dopo il 1938 partecipò con gli ex dirigenti del Partito Popolare Italiano, in particolare con Alcide De Gasperi, alla preparazione di programmi volti ad assumere, crollato il regime, ruoli di responsabilità nella vita politica e in quella economico sociale. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla progettazione del nuovo ordinamento sindacale; fu membro della direzione clandestina della D.C.  Il 30 aprile 1944 fu arrestato e rinchiuso a Regina Coeli. Liberato il 4 giugno, fu nominato nel direttivo del sindacato unitario, la CGIL. Dall’agosto1944 al febbraio 1946 fu segretario generale delle ACLI. Alla fine del 1945 lavorò con Amintore Fanfani nell’Ufficio studi e propaganda della D.C. Nel dopoguerra fu anche sindaco di Varallo. Nel 1950 fu tra i fondatori della CISL, il sindacato di ispirazione democratica di cui fu Segretario generale fino al 1958; in tale anno entrò nel governo Fanfani come  Ministro per lo sviluppo del Mezzogiorno e come tale rimase fino al 1968. Morì a Roma il 14 ottobre 1969.

Autore: Leone Sticcotti

Una visita agli stupendi portali romanici di Castel Tirolo

Una piacevole passeggiata dal centro del paese di circa venti minuti, vi condurrà attraverso un paesaggio interessante, fatto di vigneti e piramidi di terra fino alla zolla morenica di Castel Tirolo. Qui vi attende una affascinate scoperta. Oltre all’edificio stesso del maniero, e agli oggetti importanti esposti nel circuito permanente del Museo Storico della Provincia di Bolzano, il Castello avito dei Conti del Tirolo conserva due portali marmorei istoriati che devono essere visti e apprezzati. Si tratta del portale che dà accesso alla grande sala dei cavalieri e alla cappella.  

I due portali sono composti da numerose metope marmoree, scolpite ad altorilievo, che rappresentano un unicum nel territorio tirolese e un esempio eclatante di scultura romanica. Opera dei maestri comacini, sono la testimonianza di una collaborazione fra il committente, Mainardo II, e gli artisti al di là e al di sopra dei confini territoriali, culturali e linguistici. È molto probabile che Mainardo II Conte di Tirolo, abbia potuto apprezzare i bassorilievi presenti nella Basilica di San Michele a Pavia durante l’incoronazione dell’imperatore che lì aveva avuto luogo. E, a sua volta, abbia deciso di impreziosire il proprio castello con opere simili, incaricandone gli stessi scultori. I Maestri comacini (Magistri cumacini ) erano raggruppati in corporazione, fra loro c’erano professionisti specializzati come costruttori, muratori, stuccatori e artisti. Queste imprese erano itineranti e attive tra il VII e l’VIII secolo, nella zona tra il Comasco, il Canton Ticino e in generale la Lombardia.   

Il loro programma iconologico è incentrato su peccati e salvezza divina, in un’appassionante e continua lotta tra il Bene e il Male, dove il Bene è destinato a trionfare. Le immagini hanno quasi sempre una doppia valenza del linguaggio simbolico medievale: alcune figure, animali o vegetali, possono essere simboli di un messaggio e contemporaneamente del suo contrario. Per fare un breve esempio analizziamo il portale della cappella che è di qualità molto elevata e ogni bassorilievo è una grandiosa opera d’arte. Partendo dal basso del lato sinistro, si incontra la figura del centauro, simbolo del male, colto nell’atto di scoccare la sua freccia in direzione della raffigurazione del Cristo. Il riquadro appena sopra rappresenta Adamo ed Eva accanto all’albero mentre un serpente sta tentando Eva. Più sopra un agnello viene liberato dalle fauci del leone. Nella cornice esterna alla lunetta un diavolo munito di forcone ricaccia un dannato in un pentolone posto sul fuoco acceso. Più sopra due scimmie, simbolo del male, osservano ciò che sta avvenendo. Mentre nella chiave di volta la mano di Dio benedicente dà accesso la splendida rappresentazione della lunetta: la Deposizione del corpo del Cristo morto. Cristo è ancora sulla croce e Giuseppe d’Arimatea cerca di togliere i chiodi dalle mani mentre Simone da Cirene è pronto a raccogliere tempestivamente il corpo. Sul lato inferiore della lunetta sono rappresentati due arcangeli recanti il libro della legge. Una eterna lotta dunque fra simboli infernali e simboli sacri. Nella lunetta del portale della sala dei cavalieri invece è raffigurato Daniele nella fossa dei Leoni, ossia la storia biblica del profeta Daniele, che fu gettato fatto gettare nella fossa dei leoni dal re Dario, ma fu salvato miracolosamente grazie alla sua fede. La storia è diventata un tema artistico molto diffuso e un modo di dire per indicare una situazione di grave pericolo o difficoltà. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le atmosfere di Tacus

L’architetto e artista bolzanino Silvano Tacus ha saputo trovare presto la sua strada all’arte diventando una presenza irrinunciabile nel panorama artistico bolzanino. È stato a partire dal 2000 che ha provato il desiderio di cimentarsi nell’arte avvicinandosi all’acquerello e fu Pedro Cano (Blanca 1944) – uno tra i più grandi pittori spagnoli contemporanei per la tecnica dell’acquarello – il suo primo maestro. Guardando le opere di Tacus non vi sono dubbi che in Cano egli abbia trovato il fascino e il sentiero da cui partire per il proprio viaggio artistico.  

Affascinato dai giochi di luce e ombra, tacus cerca di restituirli sulla carta ritraendo i dintorni bolzanini. Molto interessanti sono gli acquerelli che ha dedicato ai castelli. 

Attraverso alcuni viaggi ebbe poi modo di approfondire la difficile tecnica dell’acquerello en plein air in zone dalle atmosfere molto diverse di quelle altoatesine, dove la luce calda si rifrange con effetti indimenticabili. Così, alla ricerca della luce, si è recato a Marrakech, Patmos, Cartagena, Blanca, Salonicco. In alcune località dell’Alto Lazio Tacus conosce il fascino dei giardini storici dove le piante si contendono lo spazio con gli antichi vasi o con le statue. A questo soggetto Tacus non solo riesce ad imprimere un patos particolare, un legame col passato, ma la sensazione per chi osserva queste opere è quella di trovarcisi all’interno pervasi dagli aromi delle erbe e dai profumi dei fiori. Da questa esperienza nascono le opere che furono esposte alla mostra collettiva a tema tenutasi a Villa Borghese a Roma.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Funghi Champignon al forno con hummus

INGREDIENTI

Per i funghi impanati

500 g di funghi Champignon

2 uova a temperatura ambiente

pangrattato q.b.

grana grattugiato q.b.

sale e pepe q.b.

Per l’hummus di fagioli bianchi

400 g di fagioli bianchi precotti

succo di mezzo limone

1 cucchiaio di olio extravergine di oliva

2 pomodori secchi sott’olio

1 cucchiaio di acqua

PREPARAZIONE

Funghi impanati

Pulisci accuratamente i funghi Champignon eliminando ogni residuo di terra, quindi lavali e asciugali bene.

In un piatto fondo sbatti le uova con un pizzico di sale e pepe fino a ottenere un composto omogeneo.

In un altro piatto mescola pangrattato e formaggio grana grattugiato.

Passa i funghi prima nelle uova e poi nel mix di pangrattato e formaggio, assicurandoti che siano ben ricoperti.

Disponili su una teglia rivestita di carta forno.

Cuoci in forno preriscaldato a 180°C per circa 35 minuti, finché risulteranno dorati e croccanti.

Hummus di fagioli bianchi

Scola e sciacqua i fagioli bianchi precotti (se in scatola); puoi anche prendere altre varità di fagioli.

Trasferiscili in un mixer o in un contenitore alto e stretto.

Aggiungi i pomodori secchi, il succo di limone e l’acqua.

Frulla fino a ottenere una crema liscia e omogenea.

Versa l’hummus in ciotoline e completa con un filo d’olio a crudo.

Le armi africane di Rudolf Carl, barone von Slatin, donate alla città

Fra i numerosi oggetti di grande interesse per la storia di Merano, il Palais Mamming ospita una saletta tutta dedicata alle armi africane, lance, spade e una sella, appartenute a Rudolf Carl barone von Slatin e da lui donate alla città. Ma chi era questo personaggio? E quando giunse a Merano? Rudolf Carl Freiherr von Slatin, noto come Slatin Pascha, (Ober St. Veit presso Vienna 1857 – Vienna 1932), era un ufficiale austriaco ed egiziano, maggiore generale britannico, esploratore, governatore egiziano della grande provincia del Darfur nel Sudan turco-egiziano e ispettore generale nel Sudan anglo-egiziano.

Rudolf Carl Freiherr von Slatin come nacque come quarto figlio del commerciante Michael Slatin, che dall’ebraismo si era convertito al cattolicesimo, e della sua seconda moglie Maria Anna Feuerstein.  Alla morte del padre, nel 1873, Rudolf stava frequentando l’Accademia di Commercio di Vienna. Venuto a sapere che in quel periodo un libraio tedesco residente al Cairo cercava un assistente, il giovane decise repentinamente di interrompere gli studi e partire per l’Egitto. Con il suo principale ebbe modo di viaggiare e con il console tedesco Friedrich Rosset a Khartoum. Tra il 1874 il 1876 viaggiò attraverso il Sudan, dove conobbe Eduard Schnitzer, il futuro Emin Pascià.

Nel 1877 ricevette la chiamata alle armi dell’esercito imperiale austro-ungarico, dove prestò servizio come tenente nel reggimento di fanteria 19 intitolato al Principe ereditario Rodolfo. Su raccomandazione di Schnitzer, nel 1879 Slatin fu chiamato in Sudan da Gordon Pascià come ufficiale egiziano. Il Sudan era stato conquistato nel 1821 dai viceré ottomani d’Egitto. Slatin divenne ispettore finanziario e nel 1879 fu promosso governatore (mudir) della provincia di Dara nel Darfur. Nell’aprile 1881 Slatin fu nominato governatore (mudir umum) dell’intera grande provincia del Darfur dal Khedive Tawfiq e ricevette il titolo di Bey. Il fatto che Slatin, un “infedele”, governasse la popolazione musulmana suscitò indignazione e guerriglia. Il 23 dicembre 1883 anche Slatin cadde prigioniero del Mahdi Muhammad. Dopo undici anni di prigionia, riuscì a fuggire a fuggire con l’aiuto dell’Intelligence inglese. Il viaggio di 1000 chilometri attraverso il deserto durò tre settimane raggiungendo nel marzo del 1895 Assuan. Rientrato in Europa, scrisse una autobiografia della sua vita avventurosa in inglese e in tedesco che fu pubblicata nel 1896.  Nel 1899 Slatin fu elevato al titolo di cavaliere austriaco dall’imperatore Francesco Giuseppe I e nel 1906 allo status di baronale austriaco. 

Nel luglio 1914 incontrò a Vienna Alice, baronessa von Ramberg, di sedici anni più giovane di lui e la sposò. Due anni dopo nacque la loro figlioletta Anne. Purtroppo però, nel giugno 1921, Alice morì lasciandolo solo con la bambina.  Due anni dopo la morte della moglie, padre e figlia si trasferirono a Merano, a Villa Mathilde a Maia Alta. Qui vissero anni sereni ma un’operazione oncologica si concluse con la morte di Slatin. Slatin fu sepolto il 6 ottobre 1932 nel cimitero di Ober Sangt Veit con un funerale di stato.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’antica origine delle “Part” di Laives

“Come ai tempi del fascismo”, titolava il Volksbote del 21 febbraio 1946 un lungo articolo sui “Gemeindeteiler” (campagne comunali) di Laives. Cosa aveva spinto il giornale, a solo un anno dalla fine della guerra e dalla caduta del fascismo, a usare toni tanto duri?

Per capirlo bisogna conoscere la storia dei “Gemeindeteiler” – ora chiamati semplicemente Toaler o Part – sin dalle loro origini. A metà del XVIII secolo, il noto commerciante bolzanino Menz aveva prosciugato per scopi agricoli il Bozner Neufeld nella piana di Bolzano. Questo spinse anche gli abitanti dell’Oltradige e della Bassa Atesina a chiedere la bonifica dei paludosi Möser. Perfino Maria Teresa d’Austria aveva esortato la popolazione a «provvedere quanto prima alla suddivisione e alla messa a coltura dei Möser». Nel 1769 le amministrazioni di Caldaro, Termeno, Caldiff, Egna, Magrè, Cortaccia, Cortina, Königsberg, Neuhaus e Bronzolo scrissero al Governo territoriale di Innsbruck dichiarandosi pronte a «mettersi subito all’opera». In un primo momento il suolo fu suddiviso tra i tre comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia; successivamente le singole particelle furono assegnate ai vari

richiedenti.

Questa iniziativa delle comunità dell’Oltradige risvegliò presto l’interesse anche di Lana, Terlano e Laives. La Leiferer Au (o Au dei Lichtensteiner, amministrata in nome del principe-vescovo di Trento) era da sempre un “deserto paludoso”, che non produceva altro che fieno, paglia, rane e – purtroppo – il celebre “morbo di Laives”, la malaria. Il nuovo impulso riformatore dato da Maria Teresa portò ora a chiedere la divisione dei Möser, divenuti coltivabili grazie alla realizzazione di numerosi canali di scolo e alla precedente regolazione dell’Adige, che aveva trasformato l’intera vallata.

Nel 1786, finalmente, il Governo territoriale di Innsbruck decise di assegnare le terre del vecchio Leiferer Moos ai contadini locali. Tuttavia il commissario competente, Johann Peter von Eyrl, propose di rendere coltivabili soltanto 50 Tagmahd (circa 15 ettari), imponendo ai contadini la coltivazione del granturco per due anni. 

La protesta fu immediata: i contadini insorsero e si recarono al municipio. Un’aspra lettera del consigliere Franz von Goldegg al Capitanato distrettuale chiedeva che si tenesse conto di tutti i proprietari di Laives muniti dei giusti presupposti di legge. Il capo distrettuale von Lutterotti inoltrò le proteste al Governo di Innsbruck, che il 3 aprile 1789 adottò una decisione definitiva: “A causa dell’indebitamento del Comune di Laives, parte del Leiferer Moos (da cui il nome Toaler/Part) dovrà essere venduta al miglior offerente; il ricavato dovrà confluire nella cassa comunale per estinguere i debiti”. Fin qui, tutto chiaro. I contadini che finalmente ottennero i terreni si misero subito all’opera e realizzarono le necessarie migliorie. Ma, contrariamente alla disposizione governativa, i Gemeindeteiler non furono venduti “al miglior offerente”: il Comune preferì affittarli a lungo termine, conservando così il proprio patrimonio. I contadini firmarono quindi contratti di locazione pluridecennali, simili a concessioni ereditarie, che permettevano il passaggio dei terreni da una generazione all’altra.

Dopo l’annessione all’Italia, anche le autorità fasciste mantennero i vecchi contratti – in genere della durata di dieci anni – aggiungendo però una clausola significativa: il contratto poteva essere rinnovato soltanto se il terreno era stato «ben coltivato». E chi decideva se la terra era stata lavorata adeguatamente? Naturalmente il podestà e i suoi funzionari comunali, che così ottennero mano libera. In questo modo, cercarono di sottrarre ai vecchi affittuari i terreni più preziosi per procedere a una nuova ripartizione a favore degli amici in camicia nera. La diatriba così innescata proseguì per anni, con numerosi colpi di scena, e si concluse definitivamente solo all’epoca del sindaco Eduard Weis con la definitiva vendita dei terreni agli assegnatari.

Autore: Reinhard Christanell

Senza confini

Sono ormai più di 7 anni che sul nostro giornale trovate uno spazio di riflessione che cerca di andare al di là dei muri, degli steccati, dei cancelli che spesso noi stessi ci siamo posti e ci poniamo, nella nostra bella terra fra i monti, con lo scopo consapevole o inconsapevole di frenare i nostri vicendevoli incontri. Come spesso accade si tratta di bastoni tra le ruote che finiscono per diventare una zappa sui piedi. Gli esempi di ciò sono innumerevoli, non per niente questa rubrica prosegue imperterrita dal 2019, seguendo man mano ricorrenze e attualità, locale o non. 

Nello specifico in questo numero Paolo Bill Valente prende le mosse dal dibattito, stucchevole, che nei giorni scorsi ancora una volta ha messo in discussione il tasso di “italianità” del nostro super campione del tennis (e del fair play) Jannik Sinner. 

Il modo con cui il giovane tennista sta gestendo questo delicato (?) aspetto delle sue relazioni pubbliche è straordinario. Basso profilo, sorrisi e parole sempre e assolutamente misurate sono state da lui spese anche in questo caso, alimentando la sua ormai leggendaria fama di sportivo mai sopra le righe e quindi sempre incredibilmente in grado di rispettare tutti.

La questione, oziosa, riguarda l’identità di Jannik. Italiano? Tedesco? Sudtirolese? Oppure – in quanto star mondiale di uno degli sport più pagati del mondo – cittadino per interesse di uno dei paradisi fiscali in Europa? 

Il successo di Sinner è planetario quanto la sua capacità di gestirlo. Al punto che – al netto di qualche triste eccezione nel panorama mediatico italiano – anche gli Schützen nei giorni scorsi nel criticarlo in realtà hanno lanciato un segnale davvero importante nell’ottica della relativizzazione dei confini che ci sta tanto a cuore e che Paolo Bill Valente richiama nella sua rubrica, che vi invito a leggere. 

“Proprio tu, che viaggi tanto nel mondo, sai bene che apertura e diversità non sono una debolezza, ma una forza”, hanno scritto i cappelli piumati dopo aver criticato il pusterese reo di aver detto di essere contento di essere nato in Italia e non in Austria. 

A nostro avviso Jannik intendeva di essere contento di essere sé stesso, ovvero essere nato a San Candido, un comune che fa parte di una provincia europea felicemente autonoma e pacificata, a due passi da un confine che oggi non è oggettivamente un problema per quasi nessuno di noi.

Autore: Luca Sticcotti

Nulla è scontato. E la forza sta nelle differenze

Quando si esce dalla stazione centrale di Vienna, la prima piazza che si attraversa è dedicata all’Alto Adige: Südtiroler Platz. Il nome fu assegnato nel 1927 per ricordare il distacco del Sudtirolo dal resto del Paese e come gesto di solidarietà verso una popolazione esposta al nazionalismo del regime fascista.

L’Alto Adige, in realtà, non ha mai fatto parte della Repubblica austriaca. Ha però condiviso pienamente, per quasi sei secoli – da quando la contessa Margherita cedette il Tirolo ai duchi d’Austria – il destino dei territori legati alla corona asburgica.

Oggi chi esce su piazza Alto Adige a Vienna trova una stele rossa che racconta la storia dell’autonomia. Durante l’inaugurazione – il 13 ottobre, a 65 anni dalla risoluzione dell’ONU che invitava Austria e Italia a trovare un accordo – il presidente Arno Kompatscher, insieme al suo omologo viennese Michael Ludwig, ha sottolineato come la stele “vada oltre la classica narrativa vittimistica dell’Alto Adige”. “Racconta la nascita di un’autonomia e mostra come sia possibile superare i conflitti di confine, come si possa rendere concreta una convivenza pacifica.” Non è stata la violenza a prevalere in Alto Adige, ma lo Stato di diritto e la diplomazia. “Questa stele – ha aggiunto Kompatscher – ci ricorda che autonomia e pace non sono scontate, ma richiedono un impegno e un’attenzione costanti.”

Che non si tratti di percorsi scontati e di traguardi acquisiti una volta per tutte lo dimostrano anche le recenti cronache legate a Jannik Sinner. Non passa giorno senza che il ragazzo di Sesto venga interrogato sulla sua “italianità” – a conferma del fatto che molti dei paladini della Costituzione italiana non ne hanno mai letto oltre i primi cinque articoli.

In un’intervista televisiva, Sinner ha affermato di essere felice di essere nato in Italia e non in Austria o altrove, perché dell’Italia apprezza le differenze culturali (“la tutela della diversità”, leggiamo anche sulla stele viennese…). Una tirata d’orecchie, per quanto garbata, gli è arrivata dal comandante degli Schützen, Christoph Schmid. Pur esprimendo disagio per le parole di Sinner (che, in realtà, non ha detto di essere contento di non essere austriaco, ma semplicemente felice di essere nato in Italia), anche Schmid riconosce che “apertura e diversità (Vielfalt) non sono una debolezza, ma una forza”, e che tutti abbiamo la responsabilità di vigilare sulla “consolidata diversità culturale” della nostra terra.

In un mondo che sembra muoversi nella direzione opposta, la tutela delle diversità è un messaggio tanto più necessario. In Europa, in Medio Oriente, in tutto il pianeta.

Autore: Paolo Bill Valente