Un autunno con pochi, ma sugosi, intingoli

Un po’ come nel mondo della ristorazione, che tra fine ottobre e i mercatini di Natale se ne va in vacanza, anche per il mondo musicale sembra riflettersi il trend della cosiddetta stagione morta. Se gli albergatori probabilmente si accodano al cliché della cosiddetta “settimana sharm”, dalla nota località sul Mar Rosso gettonata in questo periodo per le sue temperature estive, i musicisti se ne stanno semplicemente in letargo, magari sfruttando il momento per creare e comporre.

Tra le uscite della stagione, segnaliamo il nuovo singolo del team A_Phan & FRNRKE, un duo viennese con metà dei piedi ben piantati in Alto Adige, visto che le corde vocali a cui la nuova canzone, Blooming, si affida sono quelle della bolzanina Erika Farina, che nella denominazione del duo appare con le lettere del suo codice fiscale.

Figlia d’arte, Erika risiede da tempo nella capitale austriaca – dove il duo si esibisce abbastanza regolarmente – ed ha dato via al connubio artistico con A_Phan, suo compagno anche nella vita, alcuni mesi fa. Dopo un primo criptico singolo, in verità non abbastanza esplicativo riguardo a quali fossero le loro intenzioni in campo musicale, i due artisti con Blooming (è possibile ascoltare la canzone su bandcamp o altre piattaforme) ci offrono una bella dimostrazione del loro potenziale, con un brano convincente al 100%. Non vi diremo chi sono i genitori di questa cantante, ma immaginiamo non farete troppa fatica a scoprirlo, diremo solo, a ragion veduta, che buon sangue non mente.

Rimanendo nell’ambito delle voci femminili, il colpo gobbo della stagione è sicuramente quello di Anna Carol, che dopo il buon riscontro del nuovo disco uscito in primavera, a rimorchio della partecipazione al concerto romano del Primo Maggio, sta mettendo a frutto la visibilità ottenuta in quella kermesse. Sembra che questo possa essere l’anno del suo lancio in grande stile e a indicarlo c’è il nuovo singolo Invece di stare con te, inciso sotto la produzione di Federico Dragogna (che lo scorso anno si era occupato del debutto di un’altra bolzanina, Tessa Kai) e condiviso col cantautore Dente, apprezzato artista che calca le scene italiane da ormai una ventina d’anni. All’insegna della canzone d’autore indie, il brano, composto a quattro mani dai due interpreti, è piacevolmente riuscito e ci conferma il buono stato di grazia di Anna Carol, che, tra l’altro il 5 dicembre prossimo si esibirà nella sua e nostra città, per la prima volta calcando un palco importante come quello del Teatro Cristallo.

A distanza di un anno dall’uscita dell’ultimo disco, Pulse, il JEMM Music Project ha pubblicato nel corso dell’estate il remix di uno dei brani lì inclusi, Oxident, sempre sotto l’egida della 12ville Records, neonata etichetta che in coabitazione con le edizioni Raetia si vuole occupare della produzione di artisti locali. Per l’occasione il brano, contrariamente al repertorio strumentale abituale della formazione fondata da Max Castlunger e Marco Stagni, è stato remixato con l’aggiunta della voce di Berise, cantante degli Shanti Powa da sempre aperto a collaborazioni e contaminazioni musicali, purché stimolanti, come dimostrato lo scorso anno dal singolo del suo gruppo che ospitava la fisarmonica di Herbert Pixner.

Chiudiamo il menù degli intingoli tornando ad una voce femminile, quella di Nina Duschek, indubbiamente la voce altoatesina più chiacchierata dell’autunno, grazie ai provini del talent televisivo X Factor: la cantautrice meranese, dopo il provocante singolo dello scorso febbraio, My Rules, e il caustico Unapologetic uscito a maggio, batte il ferro fin che è caldo con la nuova uscita, un brano rock dal riff efficace e dalle liriche esplicite intitolato New Life, come i precedenti prodotto da Fabian Pichler, ottimo veicolo per l’estensione delle sue corde vocali. Per chi volesse vederla sul palco, la prossima occasione a Bolzano sarà sul palco del Waag Cafè il due dicembre prossimo, ma nel frattempo la nostra cantautrice sarà transitata sui palchi esteri di Locarno e Innsbruck.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada di Oltrisarco dedicata alla memoria di Francesco Rismondo

Nel quartiere Oltrisarco, da via Roma si raggiunge, a sinistra della ferrovia, una via minore, dedicata alla memoria di  Francesco Rismondo. 

Nato il 15 aprile 1885 a Spalato (Dalmazia), fece gli studi commerciali all’Università di Graz. Fin da giovane si dedicò all’attività sportiva; fu presidente del “Veloce Club”, di ciclisti, e dei “Canottieri” di Spalato. Scoppiata la prima guerra mondiale, con la moglie Lidia Bugliovazzi, sposata nel 1914, entrò sotto falso nome nel Regno d’Italia. Il 16 giugno 1915 si arruolò volontario nel Regio esercito; all’inizio per le sue conoscenze linguistiche fu impiegato come interprete, poi, per le sue insistenze, fu assegnato al fronte; Incorporato nell’ 8° Battaglione ciclisti dell’ 8° Reggimento bersaglieri, inviato al fronte del Carso, si distinse, il 21 luglio, sul Monte San Michele, meritandosi la Medaglia d’oro. Ferito a Opacchiasella (Opatje Selo), cadde prigioniero. Portato in un ospedale di Gorizia, fu identificato e, processato per diserzione e alto tradimento, condannato al capestro; la sentenza fu eseguita il 10 agosto 1915, secondo quanto riportato da un notiziario di Innsbruck; la notizia fu confermata da amici irredentisti ai giornali italiani. Alla sua memoria il 18 giugno 1952 venne conferita la Medaglia d’oro al valor militare, con la motivazione: “Volontario di guerra, irredento, animato dal più alto patriottismo, nelle prime aspre lotte, sul Monte San Michele, combatteva accanitamente dando prova di mirabile slancio e di indomito ardimento, finché cadeva gravemente ferito. Catturato, riconosciuto dal nemico, affrontava serenamente il patibolo, confermando col martirio il suo sublime amor di patria”. 

Oltre a Bolzano, anche altre città italiane hanno dedicato una via a Francesco Rismondo, come Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Catania, Firenze, La Spezia, Milano, Padova, Pisa, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona. A commemorarlo, inoltre, vi sono cippi e monumenti in diverse città.

Autore: Leone Sticcotti

Giornate europee dei Cortinari 2025

Dal 19 al 25 ottobre si è svolto in Spagna a Jaca, a 818 m s.l.m., capoluogo della comarca di La Jacetania, in Aragona, provincia di Huesca, il 41° Congresso Europeo dei Cortinarius, organizzato dall’Associazione Micologica J.E.C. Per raggiungerlo, a circa 1500 km da BZ, i soci Bresadola hanno affrontato un viaggio di due giorni, con pernottamento intermedio a Béziers, in Occitania. L’organizzazione dell’evento è stata curata da Joaquin Fernandez e Luis Ballester, con la direzione scientifica di Claudio Rossi. Dello stesso comitato facevano inoltre parte Rafael Mahiques, il celebre Tor Erik Brandrud, Josep Ballarà ed Eleazar Suarez. L’Italia, oltre a Rossi, ha presenziato con Gian Mario Delogu, Daniele Ferri, Giovanni Turrini, Roberto Cipollone ed il sottoscritto, insieme ad altri micologi quali Luisa Atzei, Marco Chiarini, Vincenzo Marinetti, Luca e Giovanni Mistè e Giancarlo Radaelli. Dopo tre settimane di siccità in zona, l’edizione è stata segnata da condizioni dapprima piuttosto calde e umide con frequenti scrosci di pioggia, specie serali e mattutini. A metà settimana un radicale cambio di circolazione ha apportato spolverate di neve sui versanti pirenaici francesi e un’aria molto fresca e pungente a tutte le quote. Le condizioni meteo, sebbene favorevoli alla crescita fungina, in teoria, hanno reso difficile l’esplorazione dei boschi e non hanno favorito un’abbondante fruttificazione. Le specie di Cortinarius rinvenute sono state infatti poche — circa 25 — rendendo il convegno uno dei più “scarni” degli ultimi anni. Gli aspetti delicati sono stati la mancanza di una sala studio più ampia, i tempi di attesa mattinali per le navette, l’assenza dei francesi ed il cibo. Tuttavia gli spagnoli amano molto fare quelle pause pranzo condivise al limitar del bosco con prodotti tipici e ci hanno fatto assaggiare tante specialità. Le escursioni si sono svolte in scenari di straordinaria bellezza, tra i versanti pirenaici e altre vallate, quali il Passo del Somport, il Passo del Portalet, Foret de Sansanet, Foret de Borce, Canfranc, nonché aree calcaree più interne come Fiscal, Banastas (Carrascal de Nisano) e Oroel. Le foreste, estese e ricchissime, ospitano faggi, abeti bianchi, pini silvestri, uncinati e neri, oltre a querce secolari pirenaiche e lusitane, lecci, roverelle e cespugli di bosso. Nelle zone pianeggianti pioppi, salici, frassini e olmi, che creano mosaici vegetali di grande fascino e colori. Non è mancato nemmeno il momento culturale con la visita alla celebre Cittadella, un’imponente fortezza a pianta stellare progettata dall’ingegnere militare italiano Tiburzio Spannocchi nel XVI sec. Jaca è un luogo magico, tanto per la presenza dei Pirenei, quanto per il Cammino aragonese di Santiago, che si dipana nei paraggi; questo tratto – a detta di molti pellegrini – è quello che più facilmente resta aggrappato al cuore.

Autore: Donatello Vallotta

La torta di mele

INGREDIENTI

4 mele Golden

250 gr di farina 00

250 gr di burro semi fuso 

150 gr di zucchero 

3 uova

Un pizzico di sale

Il succo di mezzo limone

Cannella (facoltativo)

Una bustina di lievito per dolci

PREPARAZIONE

Sbucciare le mele, tagliarle a spicchi e affettarle con la mandolina e bagnarle con il limone.

Rompere le uova in una terrina capiente e sbatterle un po’ con la frusta.

Aggiungere lo zucchero e lavorare bene. 

Aggiungere il burro fuso e mescolare con cura.

Unire la farina e un pizzico di sale.

Lavorare bene il composto affinché diventi una crema morbida.

Aggiungere il limone e la cannella mescolare. 

Unire la bustina di lievito e lavorare bene il composto.

A questo punto incorporare le mele e mescolare affinché saranno unite bene all’impasto.

Prendete una tortiera dal diametro di 24 cm e foderate il fondo con la carta da forno.

Unite il composto e livellatelo bene.

Infornate a 180 gradi (forno preriscaldato) funzione statica per 40/45 minuti.

Una volta cotta lasciate raffreddare e spolverizzate con zucchero a velo.

Friedrich Wasmann: un pittore amburghese a Merano 

Qualche anno prima che Merano diventasse città di cura e si dotasse di tutte le strutture necessarie per l’accoglienza, il giovane pittore amburghese Friedrich Wasmann decise di fermarsi nel piccolo borgo cinto da mura e affacciato sul torrente. Affascinato dal paesaggio incontaminato il suo primo soggiorno meranese, avvenuto tra il 1830 e il 1831, raggiunse i due anni di permanenza e poi l’artista decise di riprendere il suo viaggio per raggiungere Roma.

A Roma Wasmann frequentò pittori molto famosi come dove frequentò artisti famosi come Bertel Thorvaldsen, Joseph Anton Koch, Friedrich Overbeck che lo ispirarono e gli consentirono di progredire nella propria arte. L’alunnato presso il pittore amburghese Schur, la frequenza delle Accademie di Dresda e Monaco non erano ai suoi occhi sufficienti. I due anni romani furono per lui il punto di svolta stilistico. Anche sul piano personale Roma fu per Friedrich Wasmann un momento di crescita che culminò con la conversione al cattolicesimo. Rientrato a Merano nel 1839 dopo qualche mese si trasferì a Bolzano dove c’erano maggiori prospettive di lavoro e dove grazie alla società nobile e altoborghese lì residente Wasmann divenne in breve un ritrattista famoso, richiesto, e assediato dalle commissioni. Vi rimase fino all’estate 1843. A Bolzano ebbe modo di conoscere anche la giovane donna che sarebbe divenuta sua moglie: Emilie Krämer.  Nel 1846 decise di stabilirsi definitivamente a Merano con la moglie e la suocera. Anche nella città di cura i suoi ritratti erano assai richiesti e la clientela costituita da molti turisti erano una promessa di lavoro. Anche a Merano la clientela divenne assai numerosa e fatta di meranesi di ogni estrazione sociale e di turisti. I suoi ritratti sono talmente dettagliati da poter raccontare la storia della moda e della sua epoca. Particolare spazio e attenzione, infatti, egli la pose alle acconciature, ai gioielli, all’abbigliamento. A Merano però furono molto richiesti anche i suoi paesaggi, così innovativi per il suo tempo poiché colti a stretto contatto con la natura e considerati oggi tra i primissimi esempi di pittura tedesca “en plein air”. La sua vita artistica si intreccio con quella della città che andava rapidamente trasformandosi con l’abbattimento delle mura, la costruzione dei terrapieni per dar vita alle Passeggiate Lungopassirio, quindi lo spostamento dei mulini e dei mestieri che avevano bisogno di stare accanto al fiume. La città insomma che si allontanava sempre più da quella che lui aveva ritratto nel suo primo soggiorno. Ebbe così modo di vedere la costruzione del Kurhaus e della Wandelhalle che egli ritrasse creando per i posteri una importante testimonianza di vita cittadina. Wasmann visse appieno anche la sua vita personale e artistica tanto da scriverne una autobiografia che fu pubblicata da Bernt Grönvold. Morì a Merano il 10 maggio 1886, la sua lapide posizionata dietro il duomo lo ricorda, alcune delle sue opere sono esposte a Castel Tirolo e a Palais Mamming.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il vescovo che sfidò i conti del Tirolo

Uno dei personaggi più importanti – e nello stesso tempo più dimenticati – della nostra storia regionale è stato senza dubbio Egno von Eppan. Ultimo erede di una delle casate più potenti del Medioevo tirolese, i conti di Appiano, Egno esercitò un’influenza decisiva sul destino politico della Valle dell’Adige e del Trentino nel XIII secolo. La sua figura si colloca a metà strada tra due epoche e due poteri: quello dei vescovi-conti e quello dei principi laici destinati a costruire il futuro Tirolo.

Egno può essere considerato il precursore di Mainardo II, il conte tirolese che riuscì a unificare la regione sotto un unico dominio. I due erano cugini, ma tra loro non correva buon sangue: ambivano entrambi al controllo delle stesse terre, delle stesse fortezze e delle stesse rotte commerciali che collegavano il mondo tedesco all’Italia.

Il contesto in cui Egno visse era quello delle grandi tensioni tra Papato e Impero, quando imperatori e papi si contendevano il diritto di nominare i vescovi, i quali spesso governavano territori vasti come veri e propri sovrani. Nel 1027, l’imperatore Corrado II aveva “donato” al principe-vescovo di Trento il dominio su gran parte del Trentino e della Bassa Atesina fino a Bolzano, e a quello di Bressanone la parte settentrionale dell’Alto Adige. Fu in questo intricato scenario che Egno von Eppan fece la sua comparsa.

Eletto vescovo di Bressanone nel 1240, Egno mostrò subito grande abilità politica e diplomatica. Pochi anni dopo fu trasferito alla sede di Trento, dove si trovò al centro di un durissimo conflitto con Mainardo II, che aspirava a estendere la propria influenza a sud dell’Adige. Il contrasto non era solo religioso o feudale, ma strategico: chi controllava i castelli lungo l’asse Bolzano–Trento dominava le vie di comunicazione e i traffici tra il Nord e il Sud delle Alpi.

Per difendere i propri territori, Egno rafforzò i suoi centri di potere, tra cui il Castello del Buonconsiglio a Trento e una rete di fortificazioni nella Bassa Atesina. Tra queste, spiccavano la Laimburg presso Bronzolo – punto strategico sulla via dell’Adige – e il Castel Firmiano sopra Bolzano, antica roccaforte degli Appiano.

Un altro sito legato alla sua sfera d’influenza fu Lichtenstein sopra Laives, costruito intorno al 1160 e distrutto nel 1290 dal conte Mainardo II durante la guerra contro il vescovado trentino. Anche se Egno non è nominato direttamente come signore del Lichtenstein, la sua distruzione dimostra la violenza dello scontro e la fragilità del potere episcopale in quell’area di confine.

Attraverso queste roccaforti, Egno von Eppan riuscì per un certo tempo a contenere l’espansione tirolese, difendendo l’autonomia del principato vescovile di Trento. Ma la sua non fu soltanto una battaglia militare: fu anche un confronto amministrativo e culturale. Egno promosse una gestione più efficiente delle terre vescovili, il rafforzamento della cancelleria latina e una riorganizzazione del clero, tentando di coniugare spiritualità e governo in un’unica visione di ordine e civiltà.

Morì il 1º giugno 1273 a Padova, durante un viaggio verso Roma. Con lui si chiuse la parabola politica della famiglia di Appiano, e poco dopo il Tirolo sarebbe passato definitivamente sotto il controllo dei conti tirolesi, aprendo una nuova fase storica per la regione. Oggi la figura di Egno von Eppan resta quella di un ponte fra mondi diversi: tra la cultura latina e quella germanica, tra la spiritualità del vescovo e la concretezza del sovrano, tra l’antico potere ecclesiastico e il nascente stato territoriale tirolese. Nei castelli che ancora punteggiano le colline tra Bolzano e Trento, tra la Laimburg, Firmiano e il perduto Lichtenstein, vive la memoria di un’epoca in cui la Valle dell’Adige non era solo via di transito, ma cuore pulsante di potere, fede e identità alpina.

Autore: Reinhard Christanell

L’università di Bolzano diventa “più internazionale”

L’Università di Bolzano nei primi decenni della seconda autonomia fu un argomento tabù. L’idea di un ateneo plurilingue nel cuore dell’Alto Adige confliggeva con la dottrina del “quanto più ci divideremo, tanto meglio ci capiremo” e con un sistema scolastico che viaggia anche oggi su binari paralleli.

Quando nel 1997, nell’era del pragmatismo durnwalderiano, UniBz fu fondata davvero, per molti fu un sogno che si era avverato. Oggi essa è un (piccolo) ateneo trilingue e internazionale, con cinque facoltà, oltre 40 programmi di laurea e master, circa 4.100 studenti iscritti, di cui l’11 per cento proviene dall’estero. Il 27 per cento del corpo docente è classificato come “internazionale”.

Recentemente abbiamo “letto sul giornale” un titolo che suona un po’ così: “L’Università di Bolzano diventa di nuovo ‘più tedesca’”. Nell’articolo si riferisce del fatto che la presenza di docenti di lingua tedesca nell’ateneo bolzanino non è al livello che dovrebbe. Per questo il governo italiano ha approvato una misura, grazie alla quale il 10 per cento (per ora) dei membri del corpo docente (17 su 179 professori) potrà essere reclutato da Paesi di lingua tedesca, anche se i professori non hanno ancora una cattedra. L’obiettivo è fare in modo che in futuro il 70 per cento dei docenti provenga dall’estero.

Si può naturalmente discutere sulla bontà di questo provvedimento. Qualcuno fa notare che esso può incidere negativamente sulla qualità del corpo docente. Di fatto aiuta certamente l’università a diventare “più internazionale”.

Due osservazioni. La prima: a dispetto del titolo (“più tedesca”, espressione del resto messa tra virgolette), l’Alto Adige non ha bisogno di essere “più tedesco” o “più italiano”. Serve che sia plurale. Più interculturale, più plurilingue.

La seconda: quando la convivenza tra lingue e culture diventa un valore fondante (anziché un’anomalia da cancellare) allora si trovano i modi, anche a livello giuridico, per farla crescere e consolidarsi.

Autore: Paolo Bill Valente

Lavoro di cura non retribuito

Le donne percepiscono pensioni nettamente inferiori rispetto agli uomini – in Alto Adige fino al 43% in meno in media. La causa principale di questa disparità è la cura della famiglia e dei propri cari, che comporta interruzioni contributive e lavoro a tempo parziale per le donne. Nei giorni scorsi in occasione dell’Equal Pension Day del 28 ottobre, l’Alleanza per le famiglie dell’Alto Adige ha chiesto un cambiamento culturale ormai indispensabile.
Lo sanno tutti, almeno in teoria: occuparsi dei figli e dei familiari è forse uno degli investimenti più preziosi che si possano fare, non solo per la propria famiglia ma anche per la società. Questa forma di cura familiare è la base per la crescita di giovani persone emotivamente competenti, sane e sicure di sé, favorisce una buona convivenza sociale e allo stesso tempo alleggerisce i sistemi educativi, assistenziali e sanitari. Nella maggior parte dei casi ancora oggi, però, sono le donne ad assumersi questa responsabilità, con grande impegno e senza lasciarsi scoraggiare dalle conseguenze economiche di lungo periodo.
Le conseguenze del lavoro di cura familiare non retribuito diventano evidenti soprattutto al momento del pensionamento. L’Alleanza per le famiglie chiede che questa ingiustizia sociale venga eliminata: “Dovrebbe essere ormai una cosa ovvia riconoscere gli anni dedicati all’educazione dei figli e all’assistenza dei familiari come anni assicurativi ai fini pensionistici. Inoltre, il lavoro di cura all’interno della famiglia dovrebbe essere equamente condiviso tra i partner,” afferma Gudrun Brugger dell’Alleanza per le famiglie.
Come fare? Occorre un cambiamento di paradigma e gli esempi ci sono. Modelli come il pension splitting – previsto per legge in Svizzera e possibile su base volontaria in Austria – prevedono che una parte dei contributi previdenziali del genitore che lavora venga attribuita al genitore che si dedica prevalentemente alla cura dei figli, in modo da ridurre le disparità nei futuri trattamenti pensionistici. Un’ulteriore possibilità concreta per valorizzare economicamente il lavoro familiare svolto e garantirne la copertura pensionistica consiste nei versamenti del partner che lavora a tempo pieno nel fondo pensione complementare del partner che si occupa della famiglia. Il governo in carica a livello nazionale finora si è speso spesso solo a parole a favore della famiglia e la natalità. Rimane ancora moltissimo da fare per ridurre la forte differenza di genere che si genera in famiglia, a svantaggio delle donne.

Autore: Luca Sticcotti

Carmen Sciullo: talento e determinazione

Il primo quarto di secolo del terzo millennio ha visto un proliferare nella nostra regione un numero incredibile di nuove voci femminili, in particolare cantautrici: qualcuna dotata di talento naturale e senza particolari studi in  materia di canto, qualcun’altra proveniente da un ambito più pop, magari con una strizzata d’occhio a quello che si ascolta in giro per il mondo negli ultimi anni, qualcuna ancora si è scoperta cantautrice dopo aver percorso per un po’ le vie del bel canto e delle cover raffinate. Carmen Sciullo, titolare di un breve CD di brani autografi intitolato Kill The Small-Town Girl, fa storia a sé, complice il fatto di essere una figlia d’arte (mamma Ulli faceva parte del trio-meteora October Anywhere che a cavallo tra il 1996 e il 1997 ha fatto parlare di sé anche al di fuori dei confini regionali), la ragazza è cresciuta ascoltando PJ Harvey e Nick Cave, artisti di solida fama, ma non certo in voga tra la gioventù d’oggidì.

“Ho cominciato la mia avventura nel mondo musicale – ci racconta Carmen – approcciandomi al pianoforte classico, dopo qualche scuola di musica mi sono iscritta al conservatorio. Tutto è accaduto abbastanza in fretta, a dodici anni ho cominciato a scrivere le prime canzoni, i testi e la musica mi venivano con spontaneità. Quando mi trovavo alle scuole superiori però, ho capito che il mondo della musica classica era bello, ma non era la mia via. Mi succede ancor oggi di suonare della musica classica, ma quello che voglio fare è scrivere canzoni e cantarle. Per questo motivo fino a pochi mesi fa sono stata a Berlino per frequentare un corso di canto moderno, in cui ho conseguito il diploma.”

Carmen Sciullo si muove con sicurezza nel mondo delle sette note, oltre a scrivere tutto da sola, arrangia ogni brano, lo suona tutto da sola, usando il pianoforte anche in vece di batteria e basso, dando vita così ad un suono che le appartiene per intero. 

“È stato un learning by doing – ci spiega – che è come dire che quando ho cominciato a lavorare al CD non avevo alcuna idea di come si facesse. Ho imparato provando, sia a registrarmi, sia a mettere insieme i suoni. Solo in due brani ci sono interventi esterni, ovvero i synth di Manny Pardeller in uno e Johannes Sattler e Pedro Heger, coi quali suonavo quando stavo a Berlino, in un altro. Per il mastering mi sono poi affidata all’esperienza di Andrea Cozzo.”

Così come lo scrivere le musiche, anche il metterci dei testi è per la cantautrice una specie di processo immediato: “Ci sono delle cose che mi frullano in testa, che spingono per uscire, così devo buttarle fuori scrivendo. C’è chi parla con un amico, chi va da un terapeuta, chi si mette a fare sport. La mia valvola è la musica. Altre volte però succede diversamente, mi siedo al pianoforte e la canzone esce, così con naturalezza. Non è semplice da spiegare. Quanto a ispirazione, direi che piuttosto che musicisti a cui mi rifaccio direttamente, ci sono dei musicisti che mi piacciono, come PJ Harvey, che ascoltavo da piccola con mia mamma, o la cantante giapponese Mizki.”

Oltre al disco, che è stato seguito la scorsa primavera dall’eccellente singolo Motherland, Carmen Sciullo porta avanti una carriera concertistica con continuità, non passa settimana che non abbia un ingaggio, si esibisce sia da sola che in duo, ma anche con un gruppo più composito con cui sta già lavorando per dare un seguito al disco, ma senza stressarsi troppo. Fino a pochi mesi fa si presentava dal vivo anche a Berlino, ma lei ha deciso che ora il suo futuro sarà qui ed intende fare di tutto perché quella di cantautrice possa diventare una professione a tutto tondo. Per farsi accompagnare dal vivo, Carmen può contare su una formazione che include il bassista bergamasco Simone Brolis (conosciuto a Berlino e con cui ha suonato con continuità nel periodo in cui era lì residente), il batterista Mattia Mochen e il chitarrista bolzanino David Altieri.

“David – conclude la Sciullo – ha il dono di sapersi dosare. I chitarristi tendono ad essere protagonisti, ma nella mia musica i protagonisti siamo io e il pianoforte. La chitarra, nella mia band ha un ruolo più effettistico, e lui è molto bravo a ricoprirlo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

San Martino in Passiria: Masi dello Scudo

I cosiddetti Masi dello Scudo rappresentano una particolarità e soprattutto un motivo di grande orgoglio per l’intera val Passiria. Una realtà storico-architettonico da conoscere. Come spiega Tiziano Rosani nel suo saggio pubblicato in Alto Adige Angoli da scoprire. Bolzano 2001, esteticamente abbinano le caratteristiche architettoniche del maso agricolo a quelle di una struttura con finalità marcatamente difensivo-militari. Il maso si abbina talvolta addirittura ad un mastio, le aperture di alcune finestre paiono quasi feritoie di un castello, la posizione prescelta sembra avere finalità strategiche e così di seguito.

Vi è un documento che viene comunemente ritenuto la pietra miliare di questa situazione: “Noi Enrico di Tirolo […] annunciamo agli astanti e a tutti coloro che leggeranno il presente testo che abbiamo fatto grazia a Egno de Saltus di un nostro particolare privilegio, poiché egli sarà liberato ed esentato, per tutto il corso della sua vita, dal pagamento di tasse e tributi, si tratti di tributi ordinari o straordinari, siano essi vecchi o nuovi, temporanei o altro […]. Il medesimo Egno, in cambio di tali esenzioni, deve impegnarsi a svolgere per noi, entro i confini della contea tirolese, il servizio militare armato a cavallo, dotandosi di armamento nell’ordine di sette o otto marche, impegnandosi altresì a mantenerlo sempre a disposizione. […]”. Il documento, qui riportato in libera traduzione dal latino, data al 1. marzo 1317 e fu concesso nella sua residenza di Castel San Zeno presso Merano dall’allora principe tirolese Enrico di Tirolo, figlio di Mainardo II. Nel medesimo giorno furono fatti oggetto di simili esenzioni altre cinque persone: Fridrich von Gereut, Hainold von Passeier, Fridrich von Weingart (Fridericus de vineis), Berchtold von Steinhaus, Heinrich von Puchach. I loro nomi corrispondono agli attuali nomi di alcuni fra i Masi dello Scudo.

Gli abitanti di questi edifici, assieme ad altri aggiuntisi in seguito, hanno goduto nel passato di alcune particolari libertà: esenzioni fiscali, diritto di portare le armi, posizione giuridica particolare, diritti di caccia e pesca ecc. Si tratta di prerogative tipicamente nobiliari, tradizionalmente interdette alle classi inferiori e ai contadini, e ciò ha spesso fatto sì che nella interpretazione storiografica locale si identificasse in questi masi la tradizione di una sorta di milizia contadina al servizio dei principi territoriali tirolesi.

Tuttavia il dibattito storiografico attorno alla posizione di questi masi è piuttosto articolato e non trova tutti gli studiosi fra loro concordi. Heinz Moser, ad esempio, ha di recente rimarcato come i nomi sopracitati appartenessero in realtà a ministeriali e funzionari legati al principe territoriale che allora risiedeva nel vicino paese di Tirolo. Simili argomenti aveva portato anche lo studioso Josef Weingartner. Secondo il Moser, il documento in questione non sarebbe dunque l’atto di nascita di una sorta di casta di contadini-nobili, quanto piuttosto l’elevazione di fidati funzionari della burocrazia tirolese al primo gradino della scala nobiliare (Schildmann = uomo dello scudo, cavaliere). Di conseguenza i Masi dello Scudo andrebbero interpretati, secondo lui, non come masi contadini con prerogative in parte nobiliari ma come vere e proprie residenze nobiliari medievali, abbandonate però nel corso dei secoli successivi dalla medesima nobiltà anche in seguito allo spostamento nel XV secolo del capoluogo tirolese da Merano-Tirolo ad Innsbruck, e divenute a tutti gli effetti abitazioni contadine. È un’interpretazione che altri storici hanno contrastato.

Il numero dei Masi dello Scudo è stato variabile nel corso dei secoli. Nei documenti l’elenco varia non solo nel numero ma altresì anche nella identificazione dei singoli masi. Attualmente undici di essi vengono definiti come Masi dello Scudo. Sette sono posti sul lato orografico sinistro, lungo la strada che penetrava nella valle e che quindi univa Tirolo ad Innsbruck, tutti all’interno del comune di San Martino: Saltaus (al centro del paese di Saltusio, successivamente ristrutturato), Haupold, Weingart, Kalb (quest’ultimo in posizione suggestiva e dominante sulla strada, presso il rio della Clava / Kalmbach), Baumkirch, Gereuth, Steinhaus (dominante sull’abitato di San Martino, ristrutturato nel corso del Seicento). Quattro sono sull’altro versante della valle, tutti nel comune di San Leonardo, ma hanno subito ristrutturazioni tali che ne hanno quasi completamente alterato l’aspetto originario: Erbion, Buchenegg, Happerg, Gomion.

Dei diritti di cui erano originariamente dotate queste strutture rimane solo il diritto di pesca in valle, ancora oggi regolato dalla Interessenza Masi dello Scudo di Passiria. Gli abitanti dei masi sono molto fieri di questa tradizione. Una loro rappresentanza sfila ancora oggi in occasioni particolari con alabarda e scudo – queste peraltro risalenti solo all’inizio del XX secolo – in occasione di Pentecoste o di ricorrenze particolari. Nel cimitero di San Martino le tombe delle famiglie che abitano i Masi dello Scudo riportano l’unitario stemma caratteristico. 

COME ARRIVARCI

Non esiste una vera e propria passeggiata che unisca fra loro tutti i Masi dello Scudo. Solo quelli posti nelle vicinanze del paese di San Martino permettono di recarsi comodamente dall’uno all’altro. Un stretto sentiero pianeggiante unisce San Martino al discosto Kalmbauer, passando per i Masi dello Scudo Gereuth (Ober-, Untergereut) e Baumkirch. Il Maso Steinhaus, invece, domina il paese da una altura e viene raggiunto in un quarto d’ora di salita a piedi. I masi Saltaus, Haupold, Granstein si raggiungono più rapidamente facendo capo a Saltusio. Si consiglia l’utilizzo di una carta topografica, ad esempio la cartina Tabacco 039 (Val Passiria).

Autrice: Rosanna Pruccoli