San Martino in Passiria: Masi dello Scudo

I cosiddetti Masi dello Scudo rappresentano una particolarità e soprattutto un motivo di grande orgoglio per l’intera val Passiria. Una realtà storico-architettonico da conoscere. Come spiega Tiziano Rosani nel suo saggio pubblicato in Alto Adige Angoli da scoprire. Bolzano 2001, esteticamente abbinano le caratteristiche architettoniche del maso agricolo a quelle di una struttura con finalità marcatamente difensivo-militari. Il maso si abbina talvolta addirittura ad un mastio, le aperture di alcune finestre paiono quasi feritoie di un castello, la posizione prescelta sembra avere finalità strategiche e così di seguito.

Vi è un documento che viene comunemente ritenuto la pietra miliare di questa situazione: “Noi Enrico di Tirolo […] annunciamo agli astanti e a tutti coloro che leggeranno il presente testo che abbiamo fatto grazia a Egno de Saltus di un nostro particolare privilegio, poiché egli sarà liberato ed esentato, per tutto il corso della sua vita, dal pagamento di tasse e tributi, si tratti di tributi ordinari o straordinari, siano essi vecchi o nuovi, temporanei o altro […]. Il medesimo Egno, in cambio di tali esenzioni, deve impegnarsi a svolgere per noi, entro i confini della contea tirolese, il servizio militare armato a cavallo, dotandosi di armamento nell’ordine di sette o otto marche, impegnandosi altresì a mantenerlo sempre a disposizione. […]”. Il documento, qui riportato in libera traduzione dal latino, data al 1. marzo 1317 e fu concesso nella sua residenza di Castel San Zeno presso Merano dall’allora principe tirolese Enrico di Tirolo, figlio di Mainardo II. Nel medesimo giorno furono fatti oggetto di simili esenzioni altre cinque persone: Fridrich von Gereut, Hainold von Passeier, Fridrich von Weingart (Fridericus de vineis), Berchtold von Steinhaus, Heinrich von Puchach. I loro nomi corrispondono agli attuali nomi di alcuni fra i Masi dello Scudo.

Gli abitanti di questi edifici, assieme ad altri aggiuntisi in seguito, hanno goduto nel passato di alcune particolari libertà: esenzioni fiscali, diritto di portare le armi, posizione giuridica particolare, diritti di caccia e pesca ecc. Si tratta di prerogative tipicamente nobiliari, tradizionalmente interdette alle classi inferiori e ai contadini, e ciò ha spesso fatto sì che nella interpretazione storiografica locale si identificasse in questi masi la tradizione di una sorta di milizia contadina al servizio dei principi territoriali tirolesi.

Tuttavia il dibattito storiografico attorno alla posizione di questi masi è piuttosto articolato e non trova tutti gli studiosi fra loro concordi. Heinz Moser, ad esempio, ha di recente rimarcato come i nomi sopracitati appartenessero in realtà a ministeriali e funzionari legati al principe territoriale che allora risiedeva nel vicino paese di Tirolo. Simili argomenti aveva portato anche lo studioso Josef Weingartner. Secondo il Moser, il documento in questione non sarebbe dunque l’atto di nascita di una sorta di casta di contadini-nobili, quanto piuttosto l’elevazione di fidati funzionari della burocrazia tirolese al primo gradino della scala nobiliare (Schildmann = uomo dello scudo, cavaliere). Di conseguenza i Masi dello Scudo andrebbero interpretati, secondo lui, non come masi contadini con prerogative in parte nobiliari ma come vere e proprie residenze nobiliari medievali, abbandonate però nel corso dei secoli successivi dalla medesima nobiltà anche in seguito allo spostamento nel XV secolo del capoluogo tirolese da Merano-Tirolo ad Innsbruck, e divenute a tutti gli effetti abitazioni contadine. È un’interpretazione che altri storici hanno contrastato.

Il numero dei Masi dello Scudo è stato variabile nel corso dei secoli. Nei documenti l’elenco varia non solo nel numero ma altresì anche nella identificazione dei singoli masi. Attualmente undici di essi vengono definiti come Masi dello Scudo. Sette sono posti sul lato orografico sinistro, lungo la strada che penetrava nella valle e che quindi univa Tirolo ad Innsbruck, tutti all’interno del comune di San Martino: Saltaus (al centro del paese di Saltusio, successivamente ristrutturato), Haupold, Weingart, Kalb (quest’ultimo in posizione suggestiva e dominante sulla strada, presso il rio della Clava / Kalmbach), Baumkirch, Gereuth, Steinhaus (dominante sull’abitato di San Martino, ristrutturato nel corso del Seicento). Quattro sono sull’altro versante della valle, tutti nel comune di San Leonardo, ma hanno subito ristrutturazioni tali che ne hanno quasi completamente alterato l’aspetto originario: Erbion, Buchenegg, Happerg, Gomion.

Dei diritti di cui erano originariamente dotate queste strutture rimane solo il diritto di pesca in valle, ancora oggi regolato dalla Interessenza Masi dello Scudo di Passiria. Gli abitanti dei masi sono molto fieri di questa tradizione. Una loro rappresentanza sfila ancora oggi in occasioni particolari con alabarda e scudo – queste peraltro risalenti solo all’inizio del XX secolo – in occasione di Pentecoste o di ricorrenze particolari. Nel cimitero di San Martino le tombe delle famiglie che abitano i Masi dello Scudo riportano l’unitario stemma caratteristico. 

COME ARRIVARCI

Non esiste una vera e propria passeggiata che unisca fra loro tutti i Masi dello Scudo. Solo quelli posti nelle vicinanze del paese di San Martino permettono di recarsi comodamente dall’uno all’altro. Un stretto sentiero pianeggiante unisce San Martino al discosto Kalmbauer, passando per i Masi dello Scudo Gereuth (Ober-, Untergereut) e Baumkirch. Il Maso Steinhaus, invece, domina il paese da una altura e viene raggiunto in un quarto d’ora di salita a piedi. I masi Saltaus, Haupold, Granstein si raggiungono più rapidamente facendo capo a Saltusio. Si consiglia l’utilizzo di una carta topografica, ad esempio la cartina Tabacco 039 (Val Passiria).

Autrice: Rosanna Pruccoli

I volti caratterizzanti di Beatrice Mattei

Colori tenui appena sfumati a dare una nota di colore ad un bianco-nero carico di patos, frasi scritte in corsivo a completare le suggestioni, queste sono le opere su matrici fotografiche dell’artista Beatrice Mattei. 

Nata a Vipiteno nel 1959 è bolzanina di adozione. Pur senza aver frequentato l’Accademia di belle arti o una Scuola d’arte, Beatrice Mattei raggiunge il fruitore con intensità e lascia il segno. Ha iniziato ad esporre fin dagli anni Ottanta e nel corso degli anni ha sviluppato la propria arte modificandola e passando dall’ astrazione alla figurazione e poi alla figurazione corredata di testi che sono citazioni, ricordi, desideri, sogni.  

Ogni opera deve essere guardata prendendosi un po’ di tempo, perché le varie parti che vanno a comporre l’insieme risaltano ai nostri occhi anche singolarmente per poi riunirsi all’insieme dando profondità alla visione e al messaggio. Sfilano così immagini di donne dai tratti rassicuranti, dolci, trasognati romantici, oppure all’opposto sguardi ammaliatori, duri, di sfida, oppure disillusi. Altre ancora con gli occhi chiusi forse per non tradire i propri sentimenti, le proprie angosce, le proprie paure. 

I colori usati da Beatrice Mattei per creare sfumature sono molto particolari, si tratta di tonalità inusuali quali le tonalità del lavanda, della salvia, del rosa pallido, del grigio polvere. Tonalità queste che riescono a donare alle raffigurazioni alterità e mistero ma anche ad infondere una magica atmosfera.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Umberto Volante: un artista e il suo quartiere

Nel centenario della nascita di Umberto Volante, celebre artista meranese, il “Quartiere Musicisti” nel quale egli abitò e tenne il proprio atelier, intende ricordarlo con una mostra a cielo aperto. Per le vie dell’intero quartiere verranno affissi sugli appositi pannelli le gigantografie dei suoi “strappi d’affresco”, una delle numerose tecniche che lo scultore dominava e per le quali divenne famoso. In questo modo si è voluto dare valore alla sua storia umana, alla sua carriera artistica ma anche dare seguito a quel suo desiderio di avvicinare l’arte alle persone che, fin dalla fine degli anni Sessanta, l’aveva indotto a portare l’arte nelle case.

Con il sostegno di costruttori aperti come ad esempio i Calligione, Volante inizio a creare opere d’arte sulle facciate o negli ingressi dei condomini che andavano via via nascendo e trasformando in zone abitative intere aree della città. Così a partire dal 4 novembre e per 15 giorni, il quartiere sarà una galleria d’arte dando a tutti l’occasione di conoscere alcune delle opere che nel corso degli anni Volante realizzò. 

La mostra sarà inaugurata il 6 novembre alle ore 15, l’appuntamento è nell’atrio del liceo delle Scienze umane in lingua tedesca Gymme, in via Verdi 8. Saranno offerte visite guidate il 6 novembre e l’8 novembre ore 15. 

Nato a Cona, in provincia di Venezia, nel 1925, Umberto Volante si trasferì con la famiglia all’età di tre anni a Merano. 

Dopo la scuola primaria, frequentò l’Istituto statale d’arte a Ortisei, diventando maestro d’arte sotto la guida di Ludwig Moroder (Bera Ludwig). 

In questo periodo di formazione fu a stretto contatto con artisti come Augusto Murer, Bruno Visentin e Claudio Trevi. Si trasferì poi a Venezia dove frequentò e si diplomò all’Istituto d’arte, allora diretto dal prof. Giorgio Wenter Marini. Sempre a Venezia frequentò il Magistero d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida di Alberto Viani.

Nel 1948 rientrò a Merano, aprì il suo atelier e iniziò l’attività di scultore. Iniziò anche ad insegnare intaglio presso l’Istituto d’arte di Venezia dove era stato allievo. Vi insegnò fino al 1965. In questi anni egli stesso sperimentò ed approfondì tutte le tecniche plastiche, come maiolica, mosaico, bronzo, metallo sbalzato, nonché le tecniche pittoriche dell’affresco, del graffito, e le tecniche grafiche della xilografia. 

Nell’intervallo tra il 1950 e il 1956 visse nuovamente a Merano, dove frequentò l’ambiente artistico e strinse amicizia con altri artisti, come Ugo Claus, Oswald Kofler, Oskar Müller, Peter Fellin, Anton Frühauf, Emilio Dall’Oglio. Partì poi per un lungo periodo di viaggio e soggiorno in numerose città europee per poi stabilirsi definitivamente a Merano. Qui iniziò a insegnare educazione artistica presso la Scuola Media G. Segantini e continuando anche la sua attività artistica, esponendo a numerose mostre, offrendo corsi d’arte ai cittadini interessati, realizzando le opere commissionate tanto dalla città che dalla chiesa. Fu infatti chiamato a realizzare affreschi e graffiti decorativi per numerosi edifici a Merano e in altre città del Trentino Alto Adige. La sua produzione continuò inesausta fino agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

La tecnica dello strappo d’affresco, legata soprattutto al lavoro dei restauratori per mettere in salvo affreschi antichi, è stata una felice intuizione che gli ha consentito di restare scultore pur accostandosi alla pittura con grande bravura e competenza. Ciò gli permise di incontrare numerosi acquirenti e veri e propri collezionisti. Le sue opere, generalmente di media dimensione, potevano trovare spazio nei salotti e dar vita ad un fiorente mercato. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Dietrich von Bern e il mito medievale

Secondo una leggenda diffusa nelle valli dolomitiche, il re dell’Adige decise di dare in sposa la figlia Similde, ma non invitò al torneo nuziale Laurino, re dei Ladini. Offeso, questi rapì la principessa e la condusse nel suo regno ai piedi del Catinaccio. A liberarla fu Dietrich von Bern, che sconfisse Laurino in duello. Il re nano, vinto ma non umiliato, lanciò una maledizione sul suo giardino di rose: non sarebbe più stato visibile né di giorno né di notte – solo all’alba e al tramonto il Rosengarten si tinge ancora oggi di rosso, a ricordare quell’incanto.

Davanti al Palazzo Provinciale di Bolzano, una statua del 1907 di Andrä Kompatscher e Arthur Winder raffigura ancora la lotta tra i due sovrani, simbolo dell’intreccio tra storia e mito che segna la memoria di questa terra.

Ma chi era in realtà Dietrich von Bern? Dietro la figura leggendaria si cela Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, che regnò sull’Italia per trent’anni (493–526). Nato intorno al 455 in Pannonia, figlio del capo ostrogoto Teodemiro, trascorse la giovinezza come ostaggio a Costantinopoli, dove apprese la lingua latina, la diplomazia e la cultura romana. Quando tornò tra i suoi, unì la forza dei Goti all’eredità dell’Impero d’Oriente.

Gli Ostrogoti, ramo dei Goti migrati dall’area baltica, avevano attraversato i Balcani nel V secolo. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), l’Italia precipitò nel disordine. Nel 489, su incarico dell’imperatore Zenone, Teodorico guidò il suo popolo oltre le Alpi per deporre Odoacre. Lo sconfisse a Verona e, dopo tre anni d’assedio, lo fece uccidere a Ravenna. Da lì governò un regno pacifico, fondato sulla convivenza tra romani e goti, mantenendo le strutture amministrative imperiali. La sua corte divenne centro d’arte e cultura; il mausoleo di Ravenna, che ancora si erge imponente, ne è il simbolo più tangibile.

Col tempo, la figura storica di Teodorico — cristiano ariano, morto nel 526 — si trasformò nella leggenda di Dietrich von Bern (“Bern” da Verona). Nei poemi eroici tedeschi e nei Nibelunghi, egli appare come sovrano esiliato e guerriero invincibile, rifugiato alla corte di Etzel (Attila), esempio di nobiltà e pietà in un mondo dominato dalla vendetta. Il

ricordo dell’educazione romana a Costantinopoli traspare nella sua saggezza e moderazione, qualità che fecero di lui un ponte tra civiltà latina e germanica.

La leggenda di Dietrich attecchì anche nelle Alpi, dove divenne parte del patrimonio orale tirolese. Quando il sovrano regnava a Ravenna, infatti, le vallate dell’Etschtal erano abitate da popolazioni retiche romanizzate, non germaniche: agricoltori e commercianti che solo nei secoli VI–VIII furono gradualmente germanizzati da Baiuvari e Alemanni. Proprio in questo crocevia di culture, tra radici romane e influssi nordici, nacquero leggende come quella di Laurino, che fondono elementi pagani, cristiani e cavallereschi.

Nel Tirolo, Dietrich divenne così il simbolo del sovrano giusto, capace di conciliare mondi diversi: come nel duello con Laurino, che termina non con l’annientamento ma con la riconciliazione tra uomini e nani, fra realtà e mito. Nei racconti popolari egli è talvolta un re dormiente, nascosto in una montagna, pronto a risvegliarsi nei tempi difficili per difendere la sua gente — eco alpina del mito di Federico Barbarossa.

Tra le cime che si tingono di rosa al tramonto, la leggenda di Dietrich von Bern continua a vivere come un ponte tra storia e poesia, tra la concretezza di un re ostrogoto e l’eterno fascino delle saghe germaniche che, nel cuore delle Dolomiti, trovano ancora oggi la loro eco più luminosa.

Autore: Reinhard Christanell

La pace è una cosa seria

Negli ultimi giorni come tutti voi ho seguito l’accelerazione degli eventi che ha portato all’accordo per il cessate il fuoco a Gaza. Quella a cui abbiamo assistito è la prima fase di un’intesa più ampia che, nelle intenzioni del presidente statunitense Trump, dovrebbe portare in futuro alla pacificazione di questa area del mondo martoriata da più di cent’anni. A dire il vero i toni con cui l’accordo è stato celebrato dal presidente Trump e dal parlamento israeliano sono stati sopra le righe e discutibili, molto più vicini alla proclamazione di una vittoria sul nemico che all’oculata considerazione di quanto delicati saranno i passi futuri per fare in modo che una pace vera venga resa possibile. Già nel giro di poche ore in Egitto, dove ha avuto luogo un summit di capi di stato – con l’Onu e il presidente palestinese Abu Mazen solo “ospiti” a giochi fatti – per fortuna qualche leader ha ricordato che il percorso di pace non vede protagonista solo il governo israeliano ma anche il popolo palestinese. 

A questo proposito, seguendo sui media le vicende di questo conflitto, mi è sorta una curiosità. Sulla scia delle notizie provenienti dagli organi d’informazione italiani e occidentali, mi ero fatto un’idea sulla consistenza numerica dei due popoli, ebraico e palestinese, che sono voluto andare a verificare. Ebbene: con mia sorpresa ho constatato che di fatto i numeri quasi coincidono. 

Oggi nel mondo ci sono infatti circa 15 milioni di ebrei, di cui la maggioranza vive in Israele (circa 7,2 milioni) e negli Stati Uniti (circa 6,3 milioni). Altre comunità significative si trovano in Francia (440.000) e in Canada (circa 393.000). 

I palestinesi invece sono complessivamente quasi 13 milioni, e la loro distribuzione è molto interessante e significativa. 4,75 milioni di loro vivono nel cosiddetto “Stato di Palestina” (di cui 2,9 milioni in Cisgiordania e 1,85 milioni nella Striscia di Gaza). 1,47 milioni vivono invece nel resto del territorio di Israele (dove sono detti cittadini arabi di Israele). Altri 6 milioni di palestinesi si trovano da esuli in Paesi arabi (soprattutto in Giordania, Siria e Libano) e di questi 685.000 nel resto del mondo. Impossibile al momento è la stima di quanti di loro vivano nei campi profughi, ma stiamo parlando di circa 5 milioni.

Non c’è dubbio: è davvero interesse di tutti che – finalmente – questi due popoli avviino ora un percorso che li porti a costruire una convivenza. All’insegna di una libertà e di una democrazia in grado di metta ai margini chi predica odio e di una giustizia che imponga a chi si è macchiato di crimini di pagare per le proprie colpe. 

Autore: Luca Sticcotti

La democrazia ha bisogno di percorsi di mediazione

In Alto Adige si sta discutendo di riformare la legge provinciale n. 22/2018, che disciplina gli strumenti di democrazia diretta, partecipazione e formazione politica nella Provincia autonoma di Bolzano. Obiettivo: superare le criticità accumulate nella pratica e rendere più effettivi i diritti di iniziativa e referendum.

La votazione sulle proposte di riforma è prevista per novembre. Nel frattempo, si vuole trovare una mediazione tra le diverse posizioni.

Diciamo innanzitutto che la Costituzione italiana riconosce la democrazia diretta come strumento complementare alla democrazia rappresentativa, prevedendo alcuni istituti che permettono ai cittadini di partecipare direttamente alla vita politica, come i referendum e le leggi di iniziativa popolare. A monte di questo riconoscimento c’è il primo articolo della Carta, che afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Ci si potrebbe chiedere come mai i Padri (e le Madri) costituenti hanno previsto dei “limiti” alla sovranità popolare. In realtà questi limiti altro non sono che una tutela. Una garanzia. Almeno nelle intenzioni. Si aveva in mente la deriva populista che aveva portato il mondo sull’orlo del baratro.

È come per l’informazione. Bello che ognuno, sui social, possa scrivere quello che vuole. Ma informare è un’altra cosa. Ecco perché i giornalisti, per esercitare il loro mestiere, devono garantire di essere costantemente formati, perché da questo dipende la qualità dell’informazione (che è alla base della partecipazione). Così la democrazia. Non si tratta solo di votare sì o no (spesso senza cognizione di causa), ma di prendere decisioni per il bene comune. Per questo si eleggono dei rappresentanti che, si presuppone, siano all’altezza di questo compito.

Personalmente credo che la priorità – per la qualità della nostra democrazia – stia in un’adeguata formazione dei cittadini e dei loro rappresentanti. La democrazia diretta non può essere un’alternativa alla democrazia rappresentativa, ma può a volte rappresentarne una buona integrazione.

Autore: Paolo Bill Valente

Poor Boy, il nuovo album di Hubert Dorigatti

Quarto disco in cinque anni per Hubert Dorigatti. Non è da tutti, soprattutto se si riesce a non ripetersi. Dorigatti è riuscito a realizzare dei dischi quasi a tema, lavorando sulla ricerca dei suoni, su diversi modi di interpretare una musica dalle sfumature multicolori. E lo ha fatto con cognizione di causa, dimostrando di conoscere profondamente ciò che suona, di averlo studiato con attenzione, di essersene appropriato e di avere accettato anche che il blues si appropriasse di lui, della sua chitarra, della sua voce. Già, perché chi considera Dorigatti solamente un ottimo chitarrista, sbaglia: la sua voce è credibile, parecchio, nelle vesti di interprete blues. Poor Boy, per l’etichetta lombarda Appaloosa, responsabile anche delle tre uscite precedenti, è il titolo del nuovo prodotto, uscito in concomitanza col cinquantesimo compleanno del suo autore (auguri!).

“Questo disco – racconta entusiasta Dorigatti – è nato con l’intenzione di andare un po’ in una direzione differente. Ho cercato di tornare alle radici, l’ultimo, quello registrato a Nashville aveva un approccio più rock, il tributo a Blind Boy Fuller era un omaggio ad un artista del passato e Stop era blues elettrico a tutto tondo. Qui invece ci sono un po’ tutte le influenze ma ho lavorato sui suoni, in particolare ho trovato un batterista, Alex Höffken che usa una batteria molto vecchia, coi tamburi in pelle che suonano differentemente dalle batterie di oggi. E poi c’è il tema conduttore, che è il fatto di aver registrato con diversi armonicisti.”

Sette armonicisti differenti che hanno dato un solido contributo al lavoro, tanto che in copertina, il disco è accreditato a Hubert Dorigatti feat. the Blues Harp Masters. Nove brani in tutto, sette blues firmati da Dorigatti, una cover ed un bonus track, autografo, cantato in ladino dalla compagna del musicista, Laura Willeit, che grazie ad un bell’arrangiamento con la chitarra slide, trova una collocazione ideale alla fine del disco.

“Cianore – spiega l’autore – è il nome della località in cui viviamo, Laura ed io abbiamo voluto celebrare il nido della nostra famiglia con una canzone e mi è parsa una buona idea recuperare il brano, che era stato un singolo a sé stante, per chiudere il nuovo album. Quanto alla cover, è The Ocean dei Led Zeppelin. Una canzone che mi è sempre piaciuta, ma mi era chiaro che non avendo la voce di Robert Plant dovevo andare in un’altra direzione per interpretarla, credo di essere riuscito a fare un buon lavoro”.

Il brano in oggetto è in effetti molto riuscito, c’è ospite l’armonicista polacco Greg Zlap, la stessa voce di Dorigatti sfodera sfumature notevoli e il sound del pianoforte è molto originale. Altra canzone memorabile è Mountain Blues, che potremmo definire un po’ il manifesto musicale dell’autore, un omaggio al suo genere musicale e alle montagne pusteresi su cui abita, registrato praticamente in casa, utilizzando come percussione tutto ciò che capitava in mano nella stalla di casa. Qui, a suonare l’armonica c’è il prodigioso Fabrizio Poggi, musicista più volte candidato ai Grammy Award, in lizza – è notizia di pochi giorni fa – anche per l’edizione 2026. Ma l’ospite più titolato di Poor Boy, è Charlie Musselwhite, un autentico pezzo di storia del blues, che presta oltre alla sua celebre armonica, anche la propria voce, accompagnando l’autore nella seconda strofa del brano che intitola il disco. 

“Con Fabrizio – ci spiega Hubert – collaboro da diverso tempo, suoniamo frequentemente insieme anche dal vivo. È lui che mi ha messo in contatto con Musselwhite, ed è stata subito una cosa spontanea, tanto che oltre a suonare, ha anche cantato nel brano; Jason Ricci è un musicista di New Orleans, che ho conosciuto durante una trasferta americana, Roly Platt è invece canadese, ed ha un curriculum invidiabile. Mi ha aiutato molto anche Christian Deimbacher, un mio amico armonicista austriaco, davvero importante per il disco, è tramite lui che ho trovato Roly Platt. Fondamentale, come tutti i musicisti presenti, tra cui cito il tastierista Michele Bonivento.”

Unico appunto che possiamo fare al disco, è l’assenza di armonicisti di casa nostra (pensiamo a Werner Braito e Loris Anesi ad esempio), ma Dorigatti assicura che il disco potrebbe avere un seguito e vi potrebbero trovare posto anche loro. Intanto si attende il concerto bolzanino per il lancio del disco, al Pippo Stage, il 27 novembre prossimo. Save the date, come dicono gli americani!

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Nicolò Copernico

Nei pressi del casello stradale Bolzano Sud vi sono due strade dedicate ad astronomi, via Keplero e via Copernico, dedicata a Niccolò Copernico. Nato a Torun (Polonia) il 19 febbraio 1473, Niklas aveva 10 anni quando il padre morì. Lo zio vescovo, Lucas Watzenrode, mandò i nipoti all’Università di Cracovia, dove Nicolaus studiò logica, poesia, retorica, filosofia naturale e astronomia matematica. Studiò poi diritto canonico a Bologna, dove con il docente di astronomia Domenico Maria Ploti iniziò ad osservare seriamente il cielo; il 9 marzo 1497, anno in cui fu nominato canonico, osservò la Luna che passa davanti alla stella fissa Aldebaran. Il 1500, anno del Giubileo, lo passò a Roma, dando lezioni di matematica e astronomia. Dall’autunno 1501 studiò per tre anni giurisprudenza e medicina all’Università di Padova. Nel 1503 raggiunse lo zio vescovo nel palazzo episcopale di Heilsberg, dove fu medico personale e segretario del vescovo per circa sei anni, durante i quali tornò agli studi di astronomia. Morto lo zio vescovo nel 1512, Copernico, che aveva preso la residenza a Frauenberg, riprese gli studi di astronomia; calcolando, osservando, poté elaborare teorie sul moto dei pianeti. Nacque una nuova concezione dell’Universo: è la Terra a muoversi mentre il Sole è immobile.  Per lavorare sui dettagli della sua teoria, in una delle torri di Frauenberg si era fatto costruire un terrazzo per le osservazioni celesti. Nel 1539 per due anni ospitò un giovane professore di matematica, Georg Joachim Iserin (detto Retico); fu lui a pubblicare nel 1540 ciò che Copernico stava elaborando da trent’anni;  era “Narratio prima de libris revolutionum Copernici”; allora Copernico si decise a completare la sua opera “De revolutionibus orbium coelestium”. La prima copia del libro, del 1543, arrivò a Copernico già gravemente ammalato; guardò tale opera e morì. Sepolto nella cattedrale di Frauenberg, dal 2008 una lapide lo ricorda come “il fondatore della teoria eliocentrica”.

Autore: Leone Sticcotti

Segnali

Il 2 ottobre, al Kursaal di Merano, Luca Mercalli ha parlato di clima, un viaggio scientifico e culturale tra i mutamenti del nostro Paese. Il professore ci ricorda che l’Italia non è nuova a eventi estremi, ma ciò che sta cambiando sono frequenze, intensità e imprevedibilità dei fenomeni. A corredo, non servono esempi lontani: settembre 2025 ha portato con sé una nuova alluvione su Milano, nonostante l’ampliamento delle vasche di laminazione del Seveso, intervento ingegneristico costato milioni. Segno che le opere strutturali appena riammodernate oramai non bastano già più. Due alluvioni in 50 giorni in Val Passiria, quattro in 550 giorni in Emilia-Romagna, disastrosa quella di Valencia (300 morti). Esondazioni, colate detritiche, dissesti idraulici e idrogeologici e 140 vittime in Texas, quasi tutti bambini. Ancora vittime della pioggia, della velocità con cui certi fenomeni colpiscono, per i quali, oggi, cura e prevenzione dei bacini idrografici non basterebbero, anche per le zone virtuose. Quando si muore – al netto di comportamenti irresponsabili o per narcisismo da clickbait – c’è sempre da chiedersi se stiamo facendo abbastanza, e se la politica intenda trasversalmente perorare questa causa. Ogni vittima è il risultato di scelte (o non-scelte) collettive. In tempi in cui i cambiamenti climatici incidono su ogni aspetto della vita quotidiana, lasciare giovani ignari è un peccato capitale. Non possiamo ridurci, come i carbonari, a fare lezioni improvvisate sotto gli alberi, sempre che non li abbattano tutti, come è successo a Roma presso il Mausoleo di Augusto. Proprio per questo, diventa urgente che la meteorologia diventi materia scolastica. Non è più ammissibile procrastinare quando invece servirebbe una formazione sistematica, scientifica, capace di fornire strumenti e chiavi di lettura con la tecnologia che abbiamo. In Liguria, paradossalmente, il meteorologo ignorante, alias Gianfranco Saffioti riempie le piazze con “Mi manda Bernacca”, un unicum assoluto a cui ho avuto il piacere di partecipare. Quando spiega è un fiume in piena; interroga bambini, astanti e anziani. Racconta a cosa servono certi strumenti e descrive con passione le dinamiche dell’atmosfera. Il suo successo mostra fame di conoscenza diffusa e popolare. Nelle prime file del pubblico ci sono le autorità, sindaci, amministratori locali e talora anche scienziati affermati, perché avere un mare ancora caldo e un territorio irto, come quello ligure, è un’incognita temibile durante l’autunno. Ma se la scienza non arriva nelle aule, qualcuno cercherà comunque risposte non certificate o peggio verrà avvicinato dal lato oscuro del negazionismo. Ma attenzione: la meteorologia non è un’opinione. Il riscaldamento globale non è un dibattito da bar. La comunità scientifica è compatta: non si tratta di un 50/50 tra scettici e convinti. Nemmeno 70/30 o 85/15. Il suo consenso è oltre il 99%. L’attività umana è responsabile del riscaldamento. Punto. E negarlo, oggi, è da folli. Cosa possiamo fare, allora, come cittadini? Imparare l’autoprotezione attiva. Sapere come comportarsi può fare la differenza tra la vita e la morte. Significa conoscere il territorio, monitorarlo, non sottostimare le allerte della PC, sapere dove ripararsi, quando spostarsi e, soprattutto, avere coscienza e contezza di cosa sta succedendo intorno a noi. In un mondo in cui il clima è già cambiato e si avvia spedito a +2°C di media, facciamolo almeno per i nostri figli.

Autore: Donatello Vallotta

Un artista meranese in Sudamerica: Leo Putz

Fra i numerosi meranesi che meritano di essere ricordati c’è sicuramente il grande artista Leo Putz. Nato a Merano nel 1869, Leo Putz si trasferì a Monaco di Baviera all’età di 16 anni contro la volontà del padre per seguire le sue prime lezioni di disegno sotto la guida del fratellastro, il Professor Robert Poetzelberger. Frequentò l’Accademia di Monaco per poi trasferirsi all’Académie Julian di Parigi.

La Secessione di Monaco, fondata nel 1892, influenzò notevolmente Leo Putz, che ogni anno partecipava alle loro mostre. Nel 1899 entrò a far parte del gruppo di artisti chiamati “Scholle”. Essi cercavano un nuovo metodo pittorico che si opponeva allo stile accademico predominante ed allo storicismo dell’epoca. 

Il tema principale delle opere artistiche era l’essere umano, soprattutto la figura femminile. Un esempio significativo al riguardo è dato dai cosiddetti “dipinti di Hartmannsberg”, che negli studi di nudo di ragazze al bagno catturano la magia e la luce della pittura en plein-air. 

Fra le opere godibili in città ricordiamo il grande dipinto inserito nel circuito permanente a Palais Mamming intitolato Puppen, sono in possesso di Palais Mamming anche Ritratto di signora, e Ritratto di Frieda Putz. Nel Ritratto di signora la protagonista è comodamente seduta in poltrona ma l’ambiente è appena accennato ma il volto e le mani catturano la nostra attenzione. Il Ritratto di Frieda racconta invece una storia d’amicizia e di amore.  Nel 1901, ad un ballo in maschera, Putz conobbe Frieda Blell, una giovane artista delle arti applicate. La branca dell’arte consentita alle donne che desideravano affacciarsi all’arte. Ne nacque una amicizia sincera, cameratesca e una fruttuosa collaborazione artistica. Dodici anni dopo, nel 1913 si sposarono a da questa unione nacque il figlio Helmut. Nel ritratto del 1923, Frieda indossa un abitino corto e leggero con un cappello a grande tesa. Completamente immersa in una natura lussureggiante.   

Nel 1923 Putz si trasferì con la famiglia a Gauting in Baviera e due anni dopo diventò membro onorario dell’Accademia bavarese di Belle Arti. Alla ricerca di nuova ispirazione, nel 1929 Putz abbandonò la Baviera per un lungo periodo da trascorrere in Sudamerica.  Fu a San Paolo del Brasile a Buenos Aires ed a Bahia nella foresta vergine. Fu quindi nominato Professore all’Escola Nacionala de Bellas Artes di Rio. 

Gli anni trascorsi in Sudamerica gli diedero i nuovi impulsi sperati e la sua pittura si trasformò nei temi e nella forma espressiva.  La sua gamma di colori si arricchì di tonalità forti e di colori vivaci. Il pittore ritornò a Gauting con la sua famiglia nel 1933.

Le sue opere furono esposte in una grande mostra organizzata dall’Associazione degli artisti di Monaco. Tuttavia, nel 1937 gli fu proibito di lavorare e nel 1938 il Partito Nazionalsocialista Tedesco (NSDAP) sciolse la “Secessione” e tutti i gruppi di artisti di Monaco. Così per sfuggire ai nazisti, nel 1936 Leo Putz si vide costretto a rientrare a Merano, la sua città natale. Morì il 21 luglio 1940 a Merano ma venne sepolto nel cimitero di Gauting. 

Autrice: Rosanna Pruccoli