Un viaggio tra rocce, rovine e leggende

Visto dall’alto, il Monte di Mezzo è un lungo dorso montuoso, simile a quello di un animale sdraiato. Si allunga da Bolzano verso la Bassa Atesina, separando la valle dell’Adige dall’Oltradige, con la Mendola alle sue spalle e le vette dolomitiche che si alzano più a nord-est. A prima vista, sembra un rilievo come tanti; ma chi sale tra i suoi boschi e le radure scopre un mondo sospeso tra natura e storia, dove il tempo pare essersi stratificato in silenzio.

I pendii del Monte di Mezzo custodiscono infatti le tracce di una presenza umana antichissima. Reperti e resti murari, disseminati tra i Denti di Cavallo e le cosiddette Buche di aria calda, lasciano immaginare che qui, molto prima del Medioevo, sorgessero insediamenti o luoghi di culto. Tra i ritrovamenti più significativi, alcune asce in bronzo e ferro, frammenti di ceramica e utensili domestici testimoniano la frequentazione del monte già in epoca protostorica, quando le prime comunità agricole e pastorali si stabilirono sui rilievi per controllare la valle sottostante.

La posizione dominante sulla valle, l’abbondanza di grotte e fenditure nella roccia, e persino il singolare fenomeno dell’aria calda che in inverno fuoriesce dal terreno – quasi un respiro della montagna – potrebbero aver conferito a questo luogo un carattere sacro.

Camminando oggi tra i Denti di Cavallo, la roccia levigata dal tempo rivela piccole cavità regolari, alcune scavate forse secoli fa, altre frutto di processi naturali. Quando l’aria calda esce da queste fenditure e crea un lieve vapore nelle giornate fredde, si comprende come il confine tra

geologia e leggenda sia sempre stato sottile. Non stupisce che in passato si parlasse di “fuochi sotterranei” o di “spiriti della montagna”: spiegazioni poetiche per un fenomeno che ancora oggi affascina escursionisti e curiosi.

Più in alto, le rovine di Castel Varco / Laimburg e Castelchiaro testimoniano un’epoca in cui il Monte di Mezzo fu centro di potere e controllo sulla valle. Il primo, eretto nel XIII secolo dai signori di Laimburg, vigilava i confini di Caldaro e la via verso Bolzano. Il secondo, Castelchiaro (Leuchtenburg), con la sua torre slanciata e i resti di mura che si stagliano sul cielo, domina ancora il paesaggio come un faro di pietra. I castelli, ormai silenziosi, raccontano di tempi in cui il Monte non era solo rifugio, ma anche frontiera e simbolo di autorità.

Con il passare dei secoli, però, le voci si affievolirono. Le vie del commercio cambiarono, i castelli decaddero, e il Monte di Mezzo tornò ad appartenere ai boschi, alle volpi e al vento. Ma non scomparve dalla memoria collettiva: i contadini continuarono a raccontare di città sepolte, di gallerie sotterranee che collegherebbero le due rocche, di tesori nascosti tra i faggi. Leggende, certo, ma forse nate dal ricordo lontano di villaggi preistorici, di comunità che qui, in tempi remoti, avevano trovato rifugio e identità.

Oggi, chi percorre i sentieri che salgono da Vadena o da Caldaro può ancora percepire quella stratificazione di voci: l’eco del ferro battuto, il canto del vento nelle fenditure, il profumo di terra calda che sale dalle Buche di aria calda. È un viaggio che non richiede strumenti da archeologo, ma solo attenzione e curiosità: perché il Monte di Mezzo non si lascia raccontare da un solo tempo.

Autore: Reinhard Christanell

Mille particolari che vivono di vita propria

Bruno Zanatta è un artista bolzanino che si è fatto conoscere per le sue tele dalle pennellate materiche che sono andate via via trasformandosi in opere complesse e tridimensionali dalle tonalità tipiche delle terre, ma anche degli ori, dei rossi e che mantengono poche ma affascinanti nuance. 

In queste opere oggetti inconsueti come chiodi, viti bulloni, rondelle, ma anche rami, radici, si trasformano in note apparentemente dissonanti ma che alla fine danno vita ad un concerto armonico e denso di sollecitazioni che permettono al fruitore di vederci le soluzioni più personali. Ogni più piccolo particolare sembra richiamare l’attenzione, sussurrare storie, parlare all’anima. Pronto a perdersi il fruitore ha la sensazione di camminare attraverso una Wunderkammer che chiede attenzione e promette meraviglia.  Lo stile pittorico portato avanti negli ultimi anni da Bruno Zanatta è infatti quello materico, nato da uno studio approfondito dell’informale europeo. Sono opere piene di forza e con una narrazione propria ma che possono ispirarne anche altre. Da sempre attratto dall’arte Bruno Zanatta ha studiato arte da autodidatta, frequentando corsi d’arte e imparando diverse tecniche artistiche. Senza mai abbandonare l’attività di ricerca artistica, negli anni 80 ha iniziato la sua collaborazione con la Filodrammatica di Laives lavorando come scenografo. Le sue scenografie hanno sempre riscosso molto successo e non sono pochi i premi da lui vinti. Sono numerose le mostre personali e collettive cui ha partecipato in molte città italiane e all’estero ma a mio avviso una ne connota la personalità generosa. Ha avuto luogo nei locali dell’ospedale di Bolzano all’indomani della pandemia di Covid. In quell’infausto periodo Bruno Zanardi passò ben un mese in terapia intensiva e la mostra ha voluto essere un riavvio alla vita e un ringraziamento a tutti coloro, fra medici e paramedici, che fecero l’impossibile per salvare i pazienti ricoverati. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Insegnanti

L’anno scolastico 2025-2026 si è aperto con un’inedita agitazione da parte degli insegnanti che in diversi istituti rischia di paralizzare tutte le attività che normalmente si svolgono parallelamente alle canoniche ore di lezione. 

La protesta in corso ha delle caratteristiche singolari, anche rispetto al passato. Forse la più evidente risiede nel fatto che viene condivisa, seppur con sfumature diverse, tra le scuole di lingua tedesca e quelle di lingua italiana. 

Gli insegnanti lamentano un peso sempre crescente della burocrazia che per forza di cose ricade su di loro anche per le croniche carenze di organico negli uffici amministrativi degli istituti. Ma è forte e chiaro anche il grido d’aiuto rivolto alla società tutta e alla politica: il ruolo dell’insegnante – lamentano i docenti – è sempre meno considerato nella società, e questo a fronte di un impegno che invece non diminuisce affatto. Le inquietudini crescenti nel nostro tessuto sociale e gli squilibri generazionali si ripercuotono, infatti e per forza di cose, anche sul compito educativo prima ancora che formativo, svolto dalla scuola a contatto con le fasce più giovani della popolazione, costituite da individui spesso disorientati.

Di tale complessa richiesta da parte degli insegnanti e del dibattito che si è avviato con la politica – che, lo ricordiamo, sovrintende all’organizzazione della scuola, nonché del reperimento e della gestione del suo personale – spesso si è evidenziata sui media quasi esclusivamente la richiesta di un adeguamento considerato ormai irrinunciabile dei salari al costo della vita. 

Non è solo una questione di soldi, lo abbiamo già detto. Ma anche gli stipendi hanno la loro importanza in un mondo in cui la professione dell’insegnante perde sempre più appeal. I laureati che guadagnano meno sono senz’altro i docenti, non vi è dubbio, anche se in Alto Adige rispetto al resto d’Italia la Provincia interviene da anni con un contributo integrativo. Ma resta il fatto che il costo della vita non consente più deroghe a un ripensamento del sistema dei salari. Gli insegnanti delle scuole di lingua tedesca hanno poi davanti ai loro occhi il sistema austriaco, con i loro colleghi che vengono pagati significativamente di più.  

L’auspicio è che non solo la politica ma la società tutta sia in grado di responsabilizzarsi in questo senso. Il prossimo passo sarà – poi – fare in modo che la scuola funzioni meglio di ora. Ma per parlarne bisogna fare in modo di arginare la fuga degli insegnanti. All’estero ma non solo.

Autore: Luca Sticcotti

(In)formare coscienze capaci di scelte consapevoli

Ricorre in questi giorni la memoria di Josef Mayr-Nusser, che la Chiesa cattolica ha proclamato beato nel 2017. Il 4 ottobre del 1944 Josef dichiarava davanti ai suoi commilitoni ammutoliti che non avrebbe pronunciato il giuramento di fedeltà a Adolf Hitler. La cerimonia era prevista per il giorno dopo.

Fare memoria non significa semplicemente ricordare. Nemmeno ritualizzare una ricorrenza. Non si tratta di organizzare eventi e fare discorsi di circostanza, ma di declinare il messaggio di una vita nella realtà di oggi. L’oggi è il prodotto del passato e il futuro dipende dalle scelte del presente.

Tra i molteplici temi che Mayr-Nusser ci ha lasciato in eredità, c’è quello del sapersi informare per formare la propria coscienza, allo scopo di compiere la scelta giusta anche, come nel suo caso, a costo della vita. L’informazione libera e completa viene meno in situazioni come le dittature e la guerra. Due realtà che hanno accompagnato la vita di Josef e che, drammaticamente, si mostrano anche i giorni nostri. 

Le dittature sopprimono la libertà di pensiero e nascondono la verità. La guerra usa le notizie come armi, strumentalizza il lavoro dei giornalisti e diffonde senza alcuno scrupolo bugie e mezze verità. 

Sappiamo che attraverso i social media, ma non solo, la disinformazione tattica è particolarmente facile. Tanto più che i fruitori dei social in gran parte non sono più in grado di distinguere il falso dal vero.

Che cosa sappiamo veramente di quanto accade in Ucraina, in Russia, in Israele e Palestina, negli altri oltre cinquanta scenari di guerra? Poco. Nulla. Soprattutto quando siamo convinti di sapere tutto, siamo stati forse abilmente manipolati.

Josef Mayr-Nusser, assieme alla sua comunità, è stato capace, malgrado due dittature, di raccogliere gli elementi necessari a sviluppare un giudizio e a formare la propria coscienza.

Ci vedeva chiaro. Ad esempio, quando scrisse (parole che suonano di una qualche attualità): “Osserviamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con quale cieca passione e dedizione incondizionata le masse si consegnano ai capi (Führer). Ci tocca oggi assistere a un culto del capo che rasenta l’idolatria. Tanto più può meravigliare questa fede appassionata nei leader, dal momento che siamo in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica, in un’epoca piena di scetticismo in cui il singolo non vale niente, ma conta solo la massa, il numero”.

Autore: Paolo Bill Valente

Il blues del Trinciato Forte, sapido e robusto come il tabacco

C’era una volta il Trinciato Forte, una band dalle connotazioni ben precise, nata all’estrema periferia della regione, che nelle intenzioni dei suoi fondatori – Gianni Ghirardini, Haifisch Heidegger e Rainer Hüller – doveva farsi portavoce di un blues che fosse anche una miscela di contaminazioni e avesse un sapore deciso, proprio come il tabacco dei monopoli di stato da cui aveva preso il nome.

Era l’inizio degli anni ottanta, un tempo che ci pare oggi lontanissimo, in cui il mondo della musica girava in modo del tutto diverso da oggi: non c’erano i tutorial di youtube innanzitutto e le canzoni le si imparava suonando assieme, non c’erano social, ragion per cui la fama e la diffusione della musica dei gruppi girava di bocca in bocca e non grazie a sterili like e mi piace.

“Non ci è voluto molto affinché il trio si evolvesse in una formazione più articolata – racconta oggi Gianni Ghirardini, organizzatore di una storica riunione del Trinciato Forte che si terrà a Vipiteno l’11 ottobre prossimo –, c’era bisogno di un frontman, visto che nessuno di noi era un cantante. È stato così che abbiamo presto arruolato il brissinese Moreno Facen, che aveva la presenza scenica di un Robert Plant, e subito dopo aver trasferito la sala prove a Varna anche il percussionista Josè Russo e il chitarrista Paolo Gabos. Il repertorio includeva qualche brano originale, come lo strumentale Pispisalla, e naturalmente cover blues che andavano da Frank Marino ai Rufus, passando per Tom Scott. In breve il nostro nome cominciò a girare, erano gli anni dei festival all’aperto, giornate intere di musica con vari gruppi in cartellone. Ogni tanto accadeva che ci imbarcassimo in brevi tour che ci portavano a suonare in Austria e Germania, così, avendo anche un consistente numero di fan che ci seguivano, giravamo su un pullman da quaranta posti e al posto dei sedili avevamo messo dei materassi! Vicino a Salisburgo, dopo un Open Air ci fu anche una partita di calcio tra gli organizzatori austriaci e il Trinciato Forte con i suoi fan.”

Quando Paolo Gabos partì per il servizio militare, il suo posto fu rilevato da Werner Bauhofer, che portò con sé il sassofonista Sandro Miori, ma a questo punto Moreno aveva cominciato a farsi vedere sempre meno in sala prove e Rainer Hüller aveva fatto ritorno in Germania lasciando libero il posto dietro i tamburi. Provvidenzialmente, tra il pubblico di uno degli ultimi concerti c’era il pusterese Roland Egger, che andò presto a ricoprire i posti vacanti di cantante e batterista.

“In breve tempo però – prosegue Ghirardini – abbiamo perso anche altri componenti e ad un certo punto siamo rimasti in tre, Haifisch, Roland ed io. È stato Roland a proporre di chiamare Sandro Melchiori, che suonava le tastiere, in particolare il piano Fender Rhodes. A lui piaceva Keith Emerson ed era molto funambolico sul palco, oltre a lui in alcune occasioni avevamo anche un percussionista e una corista. In questa seconda vita del Trinciato Forte, i riconoscimenti hanno continuato a non mancare, il circuito degli Open Air era ancora molto in voga, e potevamo sempre contare sui concerti all’estero essendo una band di confine. Nel 1985, a Traunstein, in Germania abbiamo avuto l’onore di aprire un concerto di Stanley Clarke e della sua band.”

L’idea di una riunione estemporanea del Trinciato Forte, viene fuori a Vipiteno lo scorso anno, in occasione del concerto per i 70 di Gianni: detto, fatto. A poco più di un anno di distanza il concerto viene pensato e allestito, tanto che dei dodici musicisti che hanno fatto parte della storica formazione, ben sette si ritroveranno sul palco di CasArci, la nuova sede dell’Arci di Vipiteno, la città dove tutto ebbe inizio. Qualcuno se n’è andato prematuramente come il cantante Moreno Facen, di qualcuno si sono perse le tracce, qualcun altro ha smesso di suonare: la sera di sabato 11 ottobre, alle 20.30 i sette musicisti si riuniranno dando vita ad un concentrato di musica, ricordi e aneddoti che si preannuncia emozionante e interessante, incentrata più sulla buona musica che sull’effetto nostalgia.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Tagliatelle al sangue con formaggio grigio

Ingredienti

Preparazione:
circa 50 minuti

Per 4 persone
100 g farina di segale
200 g farina di frumento
1 uovo
100 ml sangue di maiale
sale
50 g formaggio grigio,
sbriciolato
½ cucchiaino di anice
2 cucchiai di erba cipollina, tagliata finemente
50 g burro rosolato

Preparazione

Impastare la farina di segale e quella di frumento con l’uovo, il sangue di maiale e il sale fino a ottenere un impasto liscio e farlo riposare, coperto, per circa 20 minuti.
Stendere sottile la pasta con la macchina per la pasta.
Tagliare la pasta in sfoglie lunghe 20 cm e farle asciugare per circa 25 minuti.
Arrotolare le sfoglie singolarmente e tagliarle a strisce sottili con un coltello.
Cuocere in acqua salata per circa 5 minuti.
Disporre le tagliatelle sui piatti. Cospargerle con il formaggio grigio, l’anice e l’erba cipollina e irrorarle con il burro rosolato.

Suggerimenti

  • Potete servire le tagliatelle al sangue anche con delle
    patate lessate e arrostite.
  • Questa pasta si può anche essiccare o congelare.
  • Potete tagliare le tagliatelle anche con la macchina per la pasta.
  • Chi non vuole fare a casa la pasta, la può anche comperare in negozi di pasta fresca specializzati oppure online.

Libro: I classici delle Dolomiti – Le ricette più famose da preparare
ISBN: 978-88-6839-734-0

La strada dedicata ai Tre Santi. Chi erano?

Nel quartiere Gries-S. Quirino vi è,  tra le vie Duca d’Aosta e Penegal, via Tre Santi. Chi erano e cosa fecero? Si tratta di  Sisinio, Martirio, Alessandro. Riferimenti alla loro vita si trovano nelle lettere di San Vigilio, vescovo di Trento, come negli scritti di Sant’Agostino e di San Massimo di Torino. I tre vissero mentre si stava diffondendo il cristianesimo, nei centri storici ma anche nelle vallate, come l’Anaunia (attuale Val di Non). Per evangelizzare appunto tale valle il vescovo di Milano, Ambrogio, aveva raccomandato al vescovo di Trento, Vigilio, al momento con scarsità di pastori nella diocesi, tre evangelizzatori, provenienti dalla Cappadocia (attuale Turchia); erano Sisinio, diacono, Martirio, lettore, e il fratello Alessandro, ostiario. I pagani del luogo, adirati per l’adesione alla fede cristiana di molti, che abbandonavano l’adorazione del dio Saturno, al rifiuto dei neo convertiti al cristianesimo di ritornare al politeismo, ritenendo responsabili di ciò gli evangelizzatori Sisinio, Martirio e Alessandro, li assalirono e li malmenarono nel loro tempio, edificato presso Methon (Medol). Il primo morì subito dopo l’aggressione, i due fratelli vennero arsi insieme davanti all’altare del dio Saturno. Era il 29 maggio 397. Secondo la tradizione popolare la scena del martirio sarebbe stata la chiesa di San Zeno in Val di Non. Le loro ceneri furono traslate a Trento per volontà dei fedeli, mentre sul luogo del martirio venne eretta una chiesa in memoria. Nel 1927 la basilica milanese di San Simpliciano concesse di restituire alcune reliquie dei tre martiri alla basilica di San Zeno, riunite in un antico e prezioso reliquiario.  Nel 1997, nel 1600° anniversario della loro morte, le loro reliquie hanno visitato in pellegrinaggio tutte le parrocchie del Trentino. Nel corso degli anni reliquie dei “Tre Santi” furono inviate in varie località (Milano, Costantinopoli, Brescia, Ravenna, Verona, Roma, Saint Riquier (diocesi di Amiens).

Autore: Leone Sticcotti

La residenza Kreit ad Appiano

Isolata e dominante su un mare di vigneti, non troppo discosta dal centro del paese, la residenza Kreit rappresenta un significativo esempio fra le numerose, splendide residenze rurali che caratterizzano il paesaggio dell’Oltradige bolzanino. 

Posta su un altura tra San Michele e Monticolo, ben visibile sulla sinistra anche dalla Strada del Vino che conduce verso Caldaro e Termeno, era in origine un maso vinicolo. Questo fu ampliato ed adattato nel 1596-97, su incarico dell’allora proprietario Elias Leys di San Michele d’Appiano, a residenza in stile rinascimentale dal costruttore Luca Allio. Del costruttore sappiamo poco: secondo lo studioso Nicolò Rasmo egli apparteneva probabilmente alla nota famiglia dei costruttori Delai, originaria di Scaria d’Intelvi, che si era allora di recente stabilita nella nostra regione. Come la maggior parte delle residenze private della zona, Kreit non è internamente visitabile: peraltro già gli esterni evidenziano alcuni fra gli elementi caratteristici del cosiddetto Stile d’Oltradige svilluppatosi soprattutto a partire dal XVI secolo in queste zone, ma altresì anche a Bolzano, nella Bassa Atesina, addirittura nel Burgraviato verso Merano: molte famiglie – alcune nobili, non poche aspiranti alla nobiltà – ricercarono allora soluzioni abitative più comode, prive di strutture difensive, con entrate eleganti, logge, scale, finestre elaborate, stemmi in pietra, cappella gentilizia, decorazioni in arenaria, erker ed oculi.

Oltre che per la sua posizione, la costruzione si caratterizza per le due eleganti torri angolari che fiancheggiano e al contempo racchiudono la facciata dell’edificio principale, rivolta verso il paese di Appiano. Sul lato meridionale una scala esterna con loggia su colonne conduce al primo piano dell’edificio. La residenza viene ingentilita da una bifora e da numerose finestre con grate lavorate.

Pur non potendosi ricostruire con assoluta precisione i passaggi di proprietà, sappiamo che nel corso del Seicento la residenza appartenne alla famiglia Zeffer, oriunda di Bressanone. L’imperatore Ferdinando III, il 10 ottobre 1641, accordò agli Zeffer il permesso di modificare il proprio cognome in Zephyris, concedendo anche il predicato nobiliare von Greith derivato dal nome della residenza. Kreit rimase degli Zephyris sino oltre alla metà del XVIII secolo, mutando in seguito spesso di proprietario.

La stradina che conduce al sommo della collina ed alla residenza passa innanzi alla sua cappella, una piccola costruzione dedicata a sant’Antonio Abate. Alla chiesetta della fine del XVI secolo fu aggiunto nel 1661-68 il coro rettangolare per volontà di Ursula von Kempter da Bressanone, moglie dell’allora proprietario Johann Anton Zeffer, la quale impegnò nel 1670 anche una forte somma affinché potesse venir celebrata settimanalmente una messa nella cappella. Il coro con decorazioni a stucco barocche venne dipinto sulla volta con una raffigurazione della santissima Trinità, opera di Ludwig Plazer (ca. 1626 – ca. 1697), capostipite di una assai famosa famiglia di pittori stabilitasi ad Appiano e nonno del  più noto Johann Georg (1704-1761), cui è oggi anche dedicata la Scuola Media del paese. Per la medesima chiesetta Ludwig Plazer raffigurò anche alcune scene della fanciullezza di Gesù (Adorazioni dei pastori, Adorazione dei magi, Fuga in Egitto e Gesù nel tempio), eseguendo inoltre tre dipinti con scene dalla vita di sant’Antonio, attualmente conservati però altrove. 

COME ARRIVARVI

E’ un’antica residenza nobiliare. Visibile solo esternamente, per visitare la cappella telefonare eventualmente alla famiglia proprietaria: 0471 664119. Appiano dista 5 km da Bolzano; uscita omonima sulla superstrada Merano-Bolzano. La residenza Kreit si eleva isolata su un colle sul lato orientale della Strada del Vino, poco oltre l’abitato di San Michele d’Appiano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le misteriose buche di ghiaccio di Ganda

Ai piedi della Mendola, tra Appiano e Caldaro, si estende il Monte Ganda, un rilievo apparentemente comune, ma che custodisce fenomeni naturali e racconti popolari che lo hanno reso un luogo fuori dall’ordinario. I grandi blocchi di roccia sparsi lungo i pendii, i boschi fitti e le fenditure nel terreno testimoniano un passato segnato da frane imponenti e mutamenti geologici che hanno modellato il paesaggio odierno.

Siamo a due passi dalla città e dalla strada verso il passo ma nei boschi immersi in un silenzio irreale si percepisce un clima particolare che favorisce incredibilmente la crescita di rododendri e rose alpine. Durante l’estate, quando la pianura circostante è segnata dal caldo, le temperature scendono di molti gradi, creando un ambiente freddo e umido, simile a quello che si incontra in alta montagna. 

Rilevazioni scientifiche hanno registrato differenze termiche fino a 15–17 gradi rispetto all’esterno: un fenomeno di inversione climatica che permette la sopravvivenza di queste piante solitamente legate a quote subalpine. Alcune specie vegetali rare, considerate “relitti glaciali”, trovano qui rifugio: sono organismi che hanno resistito sin dall’ultima glaciazione, offrendo una finestra preziosa sulla storia naturale delle Alpi.

Accanto all’aspetto scientifico, sopravvivono narrazioni tramandate per secoli. A pochi passi da Pianizza di Sopra/Oberplanitzing si intravedono ancora i resti della chiesetta di San Giorgio, che la tradizione collega a un’antica città scomparsa. Le cronache popolari raccontano di una comunità fiorente, arricchita dal commercio, ma segnata dall’arroganza e dall’indifferenza verso i precetti religiosi. La rovina arrivò in un giorno di carnevale, quando gli abitanti, accecati dall’eccesso, si macchiarono di un atto crudele: scuoiarono un bue ancora vivo, cospargendolo di sale. Le grida dell’animale avrebbero attirato la punizione divina. Un temporale improvviso, piogge torrenziali e lo scoscendimento delle rocce del Monte Ganda/Gandberg avrebbero sepolto la città sotto una colata di pietre. Le grandi masse rocciose che oggi emergono dal terreno sono interpretate come i resti di quella catastrofe.

Leggende di città sepolte come quella del Ganda non sono rare: molte comunità alpine narrano di paesi inghiottiti dalla terra (per esempio Nisselburg a Laives) o cancellati da disastri improvvisi. 

Pur non trattandosi di città vere e proprie nel senso moderno, queste storie sembrano custodire un ricordo remoto di antichissimi insediamenti preistorici o protostorici. Villaggi distrutti da frane o abbandonati per cause naturali avrebbero lasciato un segno nella memoria collettiva, trasformandosi con il tempo in racconti moralizzanti, nei quali la rovina appare come punizione divina. Così, la leggenda trasmette un frammento di storia arcaica, rivestito di simboli e ammonimenti.

Un altro racconto lega la memoria del luogo al vino. Si dice che, secoli dopo, un giovane pastore della Val di Non, curando le capre tra le frane del Ganda, scoprì un passaggio sotterraneo che conduceva alla cantina intatta di una delle case della città sepolta. Là resisteva ancora una grande botte di vino, che egli iniziò a condividere con il contadino presso cui lavorava. Secondo la leggenda, da quella scoperta trarrebbe origine la qualità rinomata del vino locale.

Il Monte Ganda, così, si presenta come uno spazio dove natura e memoria si intrecciano: da un lato un laboratorio naturale che conserva specie antiche e fenomeni climatici eccezionali; dall’altro un deposito di miti e ammonimenti, nati forse per spiegare le frane e i fenomeni atmosferici, e trasformatisi in racconti identitari tramandati di generazione in generazione.

Autore: Reinhard Christanell

Un treno diretto da Merano a San Pietroburgo

Il trend positivo dell’afflusso turistico nelle zone di cura e villeggiatura dell’Antico Tirolo come Gries, Arco, Levico, subì una notevole accelerazione quando, nel 1867, fu inaugurata la ferrovia del Brennero.

L’inaugurazione, il 24 agosto1867, della ferrovia del Brennero fu il felice esito di annose trattative per convincere il governo viennese dell’importanza di estendere anche al Tirolo la linea ferroviaria. Nell’ottica di Vienna, infatti, non era prioritario servire con la ferrovia questa regione fra le montagne, all’estremità occidentale dell’Impero. Fu grazie all’intervento del feldmaresciallo conte Radetzky e al soccorso di capitale privato che si giunse alla realizzazione di questa tratta ferroviaria che presentava indubbie difficoltà tecniche. 

Per Merano fu invece determinante l’apertura, nel 1881, della tratta Bolzano-Merano: essa non solo accorciava vistosamente i tempi ma soprattutto poneva la città in comunicazione diretta con le più importanti capitali europee e con il vasto impero russo. In riva al Passirio presero così ad aumentare ulteriormente le presenze dei turisti di cura e, fin dalla stagione 1884/85, i clienti russi guadagnarono il terzo posto per numero di presenze con 1023 ospiti rispetto ai 2600 austriaci e 3413 tedeschi. Solamente cinquantaquattro ore di treno, elegante e confortevole ma soprattutto diretto, dividevano San Pietroburgo da Merano. Un’invitante opportunità per la nobiltà zarista che amava trascorrere i miti inverni meranesi. 

Il treno partiva dalla stazione Varšavskij di San Pietroburgo tre volte la settimana alle 6,45 del mattino e, passando da Varsavia, Vienna, Innsbruck e Bolzano raggiungeva Merano alle 22.45 del giorno dopo. I viaggiatori russi, salendo sul treno, trovavano ad aspettarli una copia gratuita del Meraner Zeitung ed una guida di Merano con informazioni dettagliate sugli alberghi dove poter alloggiare e sulla vita culturale della città.

La prima stazione di Merano fu attivata nel  1881 come capolinea della tratta proveniente da Bolzano. 

Essa era ubicata nell’attuale piazza Mazzini all’incrocio con l’attuale via degli Alpini. Comprendeva tre binari per il servizio viaggiatori e un’area di più cinquecento metri di lunghezza, posta oltre il fabbricato, adibita a scalo merci e deposito locomotive.  L’approvazione alla costruzione della Merano-Malles fu concessa il 7 luglio 1903 alla società Vinschgaubahn, costituita dai comuni interessati e dalla Imperial-Regia società per la Ferrovia Bolzano-Merano, come ferrovia a carattere locale che ricalcava parzialmente un progetto di più ampio respiro del 1891 che aveva l’intento di allacciare le ferrovie dell’Arlberg e del Brennero con una linea attraverso il Passo di Resia e Landeck.  

I lavori iniziarono all’inizio del 1904 sotto la direzione dell’ingegner Constantin Ritter von Chabert, fu completata in poco più di due anni e la linea venne inaugurata il 1º luglio 1906 alla presenza delle autorità tirolesi e dell’Arciduca Eugenio. Nel 1906, con l’apertura della linea Merano – Malles, si rese necessario lo spostamento della stazione nell’attuale sito. Il suo spostamento e la nuova posizione furono scelti anche per agevolare l’espansione della città e la costruzione di hotel di lusso. La stazione fu eretta in stile Jugendstil viennese su modello dell’architetto von Chabert. La piazza antistante venne disegnata dall’urbanista germanico Theodor Fischer. 

Dalla stessa data l’esercizio dell’intera linea da Bolzano a Malles fu affidato dalle società concessionarie alle Imperial-Regie Ferrovie Statali austriache. Il capolinea di Malles fu realizzato in modalità provvisoria, in attesa del previsto prolungamento verso Landeck, con un fabbricato viaggiatori di dimensioni contenute costruito con mattoni più leggeri che ne rendevano disagevole l’abitazione nei mesi invernali. Il prolungamento verso Landeck attraverso il Passo di Resia fu ripreso in considerazione con un nuovo progetto nel 1907, rivisitato e ulteriormente dettagliato nel 1909, ma l’attivazione nel 1912 della ferrovia Garmisch-Innsbruck ne fece nuovamente rimandare la realizzazione. La costruzione della linea Landeck-Malles fu poi autorizzata nel 1918 per ragioni militari, ma i lavori avviati il 1º aprile da Landeck procedettero celermente per alcuni chilometri e vennero sospesi il 31 ottobre 1918 per la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. 

Autrice: Rosanna Pruccoli