Lèggere

A questo numero del nostro giornale trovate allegato un corposo Magazine Cultura. è un dono, così come è un dono il nostro giornale. Sempre. Speriamo dunque riusciate a ritagliarvi qualche minuto, o anche più tempo, per leggere quello che vi proponiamo. E lo speriamo soprattutto per due motivi. 

Il primo è perché riteniamo che quella della cultura sia una dimensione esistenziale che fa bene. è legata all’importanza di coltivare la curiosità e la creatività, come fruitori ma anche come attori. Letteratura, poesia, musica, arti visive e performative, filosofia e storia, da che mondo è mondo arricchiscono la vita di ognuno di noi perché aprono la nostra mente nei confronti di molte cose. Le persone vicine e lontane con cui condividiamo questo periodo sul pianeta, ma anche i luoghi e le forme espressive che nel globo utilizziamo per esprimerci e condividere esperienze. 

Molti presumono di non avere bisogno di occuparsi di cultura, perché la ritengono inutile al proprio percorso o perché considerano coloro che se ne occupano saccenti e superbi. 

Forse è importante in questo senso ricordare il detto “so di non sapere”, attribuito a Socrate e pervenutoci attraverso il racconto di Platone, filosofo greco. Il concetto, anche chiamato paradosso socratico, è ritenuto il fondamento del pensiero del filosofo greco, perché basato su un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere.

Siamo tutti dunque nella stessa barca. Il percorso di conoscenza è – appunto – un percorso che dura tutta la nostra vita. Un percorso nel quale la lettura è un’attività fondamentale. Volete al volo 5 motivi universalmente riconosciuti per cui leggere fa bene? Detto fatto. 

Innanzitutto leggere stimola la mente e rafforza la memoria, particolarmente importanti soprattutto nelle fasce d’età più avanzate, per prevenire Alzheimer e demenza. Cosa c’è poi di meglio di una bella storia per ridurre lo stress quotidiano? Un bel romanzo con una trama avvincente aiuta a scaricare le tensioni della vita, mentre un articolo appassionato distoglie l’attenzione dai problemi quotidiani. Leggere naturalmente migliora anche il pensiero analitico, particolarmente importante in un’epoca in cui si va avanti a colpi di slogan e a false semplici soluzioni a problemi estremamente complessi. Leggere migliora infine anche la capacità di… scrivere e in questo caso il messaggio è rivolto invece soprattutto ai più giovani. 

Dunque: buona lettura!

Autore: Luca Sticcotti

Così è (se vi pare). Il passo più lungo della verità

Alcuni anni fa, quando gli organismi diocesani discussero dell’opportunità di avviare una (costosa) indagine sugli abusi sessuali avvenuti in diocesi, alcuni sostenevano la necessità di riesumare i casi del passato, altri sottolineavano l’importanza di investire soprattutto sulla prevenzione, guardando al presente e al futuro.

Si è scelto, tempo dopo, di cominciare occupandosi del passato. Questo comporta dei rischi, quando mancano gli strumenti per un’indagine storica di spessore e quando ci si occupa di storia con la foga del giustiziere (cha ha sempre il passo più lungo della verità), anziché con la saggezza dello storico. Per un’indagine sul passato non basta rovesciare i cassetti, sfogliare fascicoli e giustapporre ritagli di giornale. Per ricostruire la verità storica si parte da tutti i documenti disponibili, si raccolgono le testimonianze, si vanno a cercare (tutti) i pezzi mancanti, si incrociano le fonti. Senza queste cose nessuno storico responsabile esprime un giudizio sui tempi e sulle persone. E nessuno storico giudica né condanna il passato con le categorie del presente.

Si è detto che fare luce su vecchie storie serve per capire quali sono le dinamiche che non hanno impedito il verificarsi degli abusi e che solo partendo da ciò si può poi impostare un valido sistema di prevenzione. Tuttavia, in particolare nella Chiesa, le dinamiche di trenta o cinquant’anni fa non sono affatto le stesse di oggi. Il mondo, anche quello delle parrocchie, è radicalmente cambiato. Aver messo alla gogna vescovi e sacerdoti ormai morti (e impossibilitati a difendersi) – oppure preti come don Giorgio Carli (ho già spiegato altrove perché lo ritengo innocente), agnello spacciato per lupo da lupi travestiti da agnello – ha condotto a un clima tossico di paura e sfiducia, anziché a quella fiducia e a quel coraggio della verità che richiede un’efficace azione di prevenzione delle violenze (presenti nella Chiesa come in tutta la società). Le “verità” che si agitano nel vortice dei social media sono quelle di un pirandelliano “così è (se vi pare)”.

Ognuno oggi (con qualche eccezione) si riempie la bocca dei peccati (altrui), ma forse il vero peccato è quello di appiattire la storia su un presente a una dimensione e di costringere le vicende personali negli schemi di un diritto senza diritti, zigzagando tra accuse e pregiudizi, esibendo un’insolita intransigenza che sa tanto di accanimento, in balia di un’opinione pubblica manipolata e viziata da trent’anni di populismi e di pensiero breve.

Autore: Paolo Bill Valente

Tessa Kai, cantricedella generazione con un C-U-O-R-E

Dopo essere uscita con alcuni alcuni interessanti singoli la giovane cantautrice bolzanina Tessa Kai è pronta per un debutto su una durata più lunga, un EP di cinque brani, dal titolo emblematico di Crescendo, che viene pubblicato proprio in questi giorni. 

Il suo nome d’arte ha cominciato a girare e a far drizzare le orecchie a chi segue la scena locale più o meno un anno fa, quando Lisa Pivetta (questo il suo nome all’anagrafe) ha pubblicato il suo primo singolo, Panda, una canzone originale scritta quasi per gioco con un’amica, e talmente apprezzata nel giro del concorso Upload da venire presa in considerazione dal produttore e musicista milanese Federico Dragogna che ne ha curato la veste definitiva. Il brano era talmente buono e bello che in poco tempo col solo passaparola si è meritato un migliaio di visualizzazioni, senza alcuna pubblicità, senza alcun talent show alle spalle, solo grazie alla spontaneità della sua autrice. Ora, a tredici mesi di distanza, la cantautrice bolzanina è pronta per un debutto su una durata più lunga, un EP di cinque brani, dal titolo emblematico di Crescendo, che viene pubblicato proprio in questi giorni. Tutte canzoni originali prodotte con l’aiuto di Bajo e Thomas in seno al collettivo Supermarket, al cui campo largo Tessa Kai appartiene. La nuova pubblicazione, disponibile sulle classiche piattaforme e largamente anticipata dall’uscita di tre singoli, è finalmente l’occasione per incontrala e parlare della sua musica.

“Avevo sei o sette anni – ci racconta –, quando ho iniziato a suonare la chitarra, poi frequentando l’istituto musicale ho approfondito anche lo studio di altri strumenti, senza però mai dedicarmi allo studio del canto. Il fatto di diventare cantautrice è venuto per caso, in realtà avrei dovuto scrivere qualcosa per partecipare al festival studentesco nella categoria rap/trap, alla fine la cosa mi è piaciuta talmente che ho scoperto quanto mi venisse spontaneo lo scrivere”.

Da allora Lisa non ha mai smesso di scrivere e cantare le proprie canzoni e, naturalmente non si considera assolutamente una rapper, anzi!, anche se magari di questa musica a volte adotta la metrica: ma si tratta solo di una soluzione artistica che comunque privilegia il cantato vero e proprio. Il connubio coi ragazzi del Supermarket, suggerito a Lisa da una delle organizzatrici di Upload, si è rivelato vincente. Nonostante ci sia voluto un anno di tempo per portare a termine il progetto, complice anche l’esame di maturità incombente, alla fine quello che ne è uscito è un prodotto fresco, così come fresca è la vena compositiva di questa diciannovenne; fresco e vario grazie alla scelta non scontata di proporre arrangiamenti che hanno saputo rivestire degnamente le canzoni, senza mai eccedere ma lasciando soprattutto in primo piano le parole e la voce, che per una cantautrice sono più che fondamentali, tanto più in un caso come questo in cui la voce non è impostata o frutto di un particolare studio, ma punta invece su genuinità e originalità.

“Delle cinque canzoni incluse nel disco – ci spiega Tessa Kai (il nome d’arte deriva da quello che originariamente i genitori avevano pensato per lei e dal vocabolo hawaiano kai, mare) – due sono composte insieme all’amica con cui avevo partecipato al festival studentesco e con cui avevo scritto Panda, si tratta di Testa altrove e Generazione senza Cuore, le altre le ho composte da sola. Per quanto riguarda il lavoro con Bajo e Thomas, io ho proposto delle canzoni che erano già finite, poi, siccome non c’è un filo rosso tematico tra i brani, abbiamo cercato di crearlo a livello di produzione”.

I brani offrono più chiavi di lettura, che vanno dal vissuto personale al tema del viaggio, come suggerisce l’entusiasmante Quando sei qua (Berlino Est), fino alla contagiosa Generazione senza cuore in cui si mette a confronto coi propri coetanei, ma li mette anche a confronto con le generazioni precedenti.

“Il discorso è complesso – prosegue Tessa – perché in verità mi sento davvero diversa da molti miei coetanei, ho interessi differenti e quindi nella prima parte forse affiora più questa differenza, io che guardo il mare mentre loro smanettano sui telefoni; poi però c’è il fatto che le generazioni che sono venute ci vedono come una generazione senza cuore, nessuno escluso. Mentre io so che non è così, un cuore ce l’abbiamo e infatti nel refrain finale diventiamo appunto una generazione con un cuore!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada in Zona dedicata a Louis Braille

Via Braille in zona produttiva, quartiere Oltrisarco, è dedicata all’inventore del metodo di scrittura e lettura per i ciechi. Nato il 4 gennaio 1809 a Coupvray (Francia), mentre suo padre Simon, sellaio, era fuori casa, il piccolo Louis volle imitarlo impugnando un coltello a due lame per ritagliare del cuoio; d’un tratto la lama sottile si staccò dal manico colpendolo ad un occhio. Un medico lo bendò ma sorse un’infezione che colpì entrambi gli occhi. Louis, divenuto cieco, imparò a girare per le strade munito di un bastone fatto da papà Simon;  con l’aiuto del parroco Jacob Palluy imparò a contare, ma anche a suonare il flauto. Frequentò per tre anni la scuola del villaggio. Il 15 febbraio 1819 entrò nell’Istituto parigino per ciechi, dove imparò a suonare il pianoforte. Circa lettura e scrittura, esistevano delle assicelle con le lettere incise; c’erano anche delle lettere di legno. Sulla possibilità di una scrittura per ciechi e di libri su cui leggere con le dita, Louis pensava a dei caratteri fatti di punti perforati, più semplici da usare e capire. 

Momento di svolta fu l’incontro con Charles Barbier, inventore di un sistema di “scrittura notturna”, avente lettere e sillabe espresse con  punti in rilievo. Louis lavorò per migliorarlo: con sei punti creò 63 segni. La nuova scrittura fu adottata da tutti gli ospiti dell’Istituto. A 19 anni Louis fu nominato assistente di classe per varie materie, poi divenne insegnante. Intanto il sistema Braille veniva esposto al pubblico in un grande mostra parigina. Louis  fu anche organista nella chiesa di S. Nicolas des Champes. Aver vissuto tra le mura malsane dell’Istituto aveva danneggiato i suoi polmoni; la diagnosi medica fu di tubercolosi. Nel nuovo edificio, inaugurato nel febbraio 1844, ci fu l’adozione ufficiale della scrittura Braille e la presentazione dell’inventore del metodo. Il sistema si diffuse in Europa e man mano in tutto il mondo. Peggiorate le condizioni di salute, Louis Braille morì, con i conforti religiosi, il 6 gennaio 1852.  Sepolto nel piccolo cimitero di Coupray, dal 1952 le sue spoglie sono a Parigi,  nella cappella del Pantheon.

Autore: Leone Sticcotti

Aceto di legno

L’aceto di legno, noto anche come acido o liquore pirolegnoso, è un liquido scuro dall’odore affumicato, ottenuto durante la pirolisi del legno in un processo di decomposizione termica anaerobica,  a diversi gradienti di temperatura. Questo distillato, costituito principalmente da linfa, acido acetico, metanolo, acetone e altri composti organici volatili, ha una lunga storia alle spalle, con origini all’Asia orientale. Le prime testimonianze dell’aceto di legno risalgono al periodo Edo in Giappone (1603-1868), quando veniva prodotto nei forni tradizionali a carbone. Inizialmente, si utilizzava per le sue proprietà antisettiche e come conservante naturale. In Cina e Corea, era impiegato pure nella medicina tradizionale per le sue capacità disinfettanti e repellenti. Nel XIX secolo, attirò l’attenzione dell’Europa come possibile fonte di acido acetico naturale, ancor prima di quello sintetico industriale (cracking). In agricoltura, l’aceto di legno oggi viene impiegato come bioattivatore del suolo, antiparassitario naturale e stimolante della crescita radicale. Diluito in acqua, può essere nebulizzato sulle colture per tenere lontani insetti (finanche i volatili, specie nei primi giorni e in assenza di piogge) e funghi patogeni, migliorando allo stesso tempo la resistenza delle piante allo stress meteo/climatico. Particolarmente diffuso in agricoltura biologica è apprezzato per il basso impatto ambientale e ha la capacità di ridurre l’uso di fitofarmaci chimici. Si può miscelare insieme alla zeolite e al caolino. Questo aceto è legato al biochar, residuo carbonioso solido, anch’esso prodotto durante la pirolisi. Mentre l’aceto viene condensato dai vapori volatili, il biochar rimane materia compatta, porosa e ricca di carbonio. Anche il biochar ha radici antiche: gli indigeni dell’Amazzonia precolombiana lo utilizzavano per migliorare la fertilità del suolo nella cosiddetta “terra preta”, una tecnica riscoperta, e oggi oggetto di studi agricoli e di conservazione del patrimonio boschivo tropicale. Il biochar arricchisce il terreno, aumenta la ritenzione idrica, stimola l’attività microbiologica e sequestra carbonio atmosferico. L’abbinamento biochar/aceto di legno è oggetto di crescenti sperimentazioni, poiché i due elementi, pur essendo prodotti dallo stesso processo, agiscono in sinergia nel miglioramento del suolo e della salute delle colture. In un contesto globale dove la politica non esibisce che cubature cementizie spropositate, consumo di suolo, abbattimenti di foreste e ampie isole urbane di calore senz’ombra, dannose alla salute in nome e per conto di un’economia finita, la riscoperta di tecniche e di elementi antichi, potenziati da conoscenze scientifiche moderne, offrono una speranza, una contrapposizione al modello di omologazione e conformismo sociale sempre meno attento ai dettagli e sempre più distante dai benefici del verde e della natura.

Autore: Donatello Vallotta

Zuppa di vino dell’Alto Adige

Ingredienti

Preparazione: circa 25 min.
Per 4 personee
250 ml brodo di carne
100 ml vino bianco
100 ml panna
3 tuorli
1 p. noce moscata
sale
8 fettine di pane, tostate
nel burro
1 p.c. cannella

Preparazione

Portare a ebollizione il brodo di carne con il vino bianco.
Mescolare la panna e i tuorli e unirli alla zuppa.
Riscaldare la zuppa per circa 2 minuti in modo controllato (non deve bollire!) e sbattere a schiuma con una frusta senza che i tuorli si coagulino.
Una volta che la zuppa avrà raggiunto una consistenzacremosa-schiumosa, insaporirla con la noce moscata e il sale.
Versare nei piatti e servire con le fette di pane tostato e la cannella.

Suggerimenti

  • Potete sostituire le fette di pane con dei dadini di pane o di patate arrostiti.
  • Servite con la zuppa di vino dei Tirtlen.

Variante

Al posto del vino bianco
potete usare anche dello
spumante.

Libro:
I classici delle Dolomiti – Le ricette più famoseda preparare
Athesia Buch
ISBN: 978-88-6839-734-0

Il passaggio di Dürer in Bassa Atesina

Nell’ottobre del 1494 la valle dell’Adige tra Bolzano e Salorno fu sconvolta da una grande alluvione. Secondo le cronache bolzanine, le già precarie vie di comunicazione del fondovalle furono rese impraticabili dalle acque esondate, costringendo mercanti, pellegrini e viandanti a percorrere itinerari alternativi per raggiungere Trento e le città venete. Proprio a quell’autunno viene ricondotto con certezza il primo viaggio del celebre pittore di Norimberga, Albrecht Dürer, in direzione di Venezia.

Di questo itinerario ci rimangono diversi acquerelli, preziose testimonianze dei paesaggi tirolesi che l’artista incontrò lungo il cammino. Non sappiamo con precisione quali tratti della valle fossero stati inondati, ma tutto lascia supporre che il settore più devastato fosse quello tra Egna e la Chiusa di Salorno, punto nevralgico del corso dell’Adige, spesso soggetto a esondazioni anche in epoche più recenti.

È dunque plausibile che Dürer, provenendo da Bolzano, abbia seguito la strada pedemontana tra Laives, Bronzolo e Ora, superando Castelfeder ed Egna. Giunto nei pressi di San Floriano, si trovò verosimilmente nell’impossibilità di proseguire lungo la via maestra. Fu così costretto a affrontare una lunga salita attraverso Pochi di Salorno e la valle di Cembra, fino a Segonzano e a Pergine Valsugana. Da qui proseguì verso Bassano e infine Venezia. A Segonzano, non a caso, Dürer immortalò nei suoi acquerelli le famose “Piramidi di terra”.

La storia del pittore si intreccia con quella del piccolo borgo di San Floriano, dove, sui resti di un antico villaggio romano, fin dal XIII secolo sorgeva il noto ospizio denominato Klösterle. Questo imponente edificio, da cui oggi prende il via la moderna “via Dürer”, accoglieva migliaia di viandanti in viaggio verso l’Italia e Roma. San Floriano era inoltre un’importante Urpfarre (pieve madre) della Bassa Atesina, con giurisdizione su paesi come Salorno, Cortina, Magrè, Pochi e Cauria. La sua rilevanza, a dispetto delle ridotte dimensioni, potrebbe essere spiegata con il ruolo di centro amministrativo di una curtis longobarda, paragonabile a quella di Enn, che estendeva la propria influenza su Bronzolo, Ora, Egna, Montagna e Mazzon.

Il Klösterle fu probabilmente un punto nevralgico lungo le vie di comunicazione nord-sud. Qui passava la via Claudia Augusta e qui trovarono ospitalità viaggiatori, mercanti e pellegrini. La fondazione di Egna, voluta dal vescovo di Trento alla fine del XII secolo, segnò però l’inizio del suo lento declino: sempre più viandanti preferivano fermarsi nelle locande del nuovo centro urbano e commerciale sorto lungo l’Adige.

Tra le opere di Dürer collegate al suo viaggio italiano figurano anche paesaggi della Bassa Atesina. Dopo Bolzano, proseguì lungo la cosiddetta via del Brennero fino alla piana tra Laives e Ora. Alcuni studiosi hanno collegato a questo tratto il dipinto del San Girolamo penitente (oggi alla National Gallery di Londra), nel quale compare un’imponente roccia porfirica rossastra. Secondo alcuni, Dürer si ispirò alle formazioni della Vallarsa (Brantental), nei pressi di Laives; altri ritengono che l’artista abbia ritratto le verticali pareti porfiriche del Monte di Mezzo, sul lato destro dell’Adige. 

Giunto nei pressi di Laghetti, il maestro intraprese infine il percorso che conduceva a Segonzano, lo stesso che ancora oggi può essere seguito come “sentiero di Dürer”. Un itinerario che non è soltanto memoria storica, ma anche un cammino che unisce natura, arte e cultura, offrendo vedute suggestive su tutta la valle dell’Adige.

Autore: Reinhard Christanell

Ospiti d’onore: Kandinsky a Merano

La città di cura e i suoi dintorni attirarono numerosi intellettuali, musicisti, scrittori e artisti. La natura ora incontaminata ora addomesticata dal lavoro di giardinieri esperti rappresentava sempre e comunque uno spettacolo. Così anche i meleti intorno al borgo di Lana nel mese della fioritura dovevano aver colpito la vista e il cuore di più di un forestiero.

Accadde anche a Gabriele Münter, l’artista berlinese che con Wassily Kandinsky e Franz Mark avrebbe fondato, nel 1911, il movimento espressionista “Der Blaue Reiter”. Ella giunse nel Burgraviato con il compagno Wassily Kandinsky nel maggio del 1908. Fecero una prima tappa a Chiusa dove, sin dal 1874 operava una interessante colonia artistica capeggiata dal pittore tedesco Alexander Koester, e poi proseguirono il viaggio verso Lana. 

La scelta di soggiornare a Lana anziché a Merano poteva avere molte ragioni, ma certamente il piccolo borgo, seppur più defilato, risentiva comunque favorevolmente dello sviluppo turistico della vicina città di cura. 

Di contro esso poteva offrire un soggiorno più a contatto con la natura e più al riparo dalla mondanità. La coppia restò a Lana tre settimane, tra il 6 e il 29 maggio. Dal soggiorno dovettero scaturire più di un disegno, schizzi e dipinto di piccolo formato. Entrambi ritrassero lo spettacolo dei campi in fiore. Gabriele Münter scelse un panorama ampio che mettesse a fuoco la campagna, gli alberi col loro carico di fiori ma anche le montagne con alcune cime ancora innevate. 

Wassily Kandinsky fissò sulla tela una raffigurazione più ravvicinata, mettendo a fuoco il terreno in primo piano e al centro uno solo degli alberi in fiore, insistendo sulla consistenza dei fiori stessi. La montagna è accennata, non se ne vede lo sviluppo verticale, ma solo la base che fa da sfondo all’albero. 

Nell’aprile del 1914, a sei anni di distanza dal suo primo soggiorno, il celebre pittore Vasilij Kandinskij era ritornato a Merano per una breve vacanza con la madre, la sorella ed alcuni amici russi. Questa volta aveva preso alloggio presso il Caffè-Ristorante Passerschlucht, non lontano dalla gola del fiume Passirio e dal cosiddetto Ponte romano. 

Ubicato in luogo ameno e suggestivo, immerso nel verde vicino alle Passeggiate Gilf, il Caffè-Ristorante Passerschlucht, dava in affitto anche alcune camere ammobiliate con balcone. I tavolini posizionati nel giardino e il via vai degli avventori del bar e ristorante allontanavano il senso di isolamento e legavano il luogo all’ampio circuito delle passeggiate.   

A Merano, il 1914 si era dimostrato foriero di importanti novità e l’artista russo aveva potuto viverle in prima persona. In città, proprio all’imboccatura delle Passeggiate d’inverno era stato costruito l’imponente ed elegante edificio del nuovo ufficio postale. 

Alla stazione ferroviaria si pubblicizzava con entusiasmo il nuovo vagone diretto da Merano e Parigi, che andava così ad unirsi a quello diretto per San Pietroburgo. Le Passeggiate Tappeiner, nucleo fondante delle cure meranesi, avevano aperto il nuovo prolungamento. Infine, anche nell’ambito dell’affluenza turistica vi era stato un netto balzo in avanti raggiungendo il tetto massimo delle quarantamila presenze, numero che non sarà mai più raggiunto. 

Le tensioni politiche che serpeggiavano in tutta Europa e che sfociarono nell’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono d’Austria, forse in riva al Passirio giungevano più attutite ma sicuramente i primi refoli di guerra avevano iniziato a farsi notare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Riscone, Castel Lambertoe la statua di Kummernus

Un castello immerso nel silenzio, al sommo di una piccola collina, al centro della val Pusteria ma tuttavia in posizione defilata rispetto alle attuali vie di comunicazione. Così potremmo definire Castel Lamberto / Lamprechtsburg, sito non distante da Brunico ed isolato fra i boschi e il verde dei prati che ancora piuttosto abbondanti circondano il capoluogo pusterese. Gli ampi spazi delle corti e del cortile sono circondati su tutti i lati da un basso muro, mentre la collina scende a precipizio verso la Rienza.

Il castello deriva il proprio nome da san Lamberto, cui è dedicata la piccola cappella sul lato orientale. Lamberto fu vescovo di Maastricht nel 672 e il suo culto è diffuso nella Germania occidentale, nel Belgio e nei Paesi Bassi. L’origine del castello è argomento di dibattito e le ricostruzioni fra gli studiosi sono ancora piuttosto divergenti. È probabile una sua fondazione da parte dei signori di Riscone (Rischon), ministeriali dei vescovi di Bressanone che assunsero in seguito il nome del castello da loro abitato divenendo “signori di Lamprechtsburg”. Il castello compare per la prima volta in un documento nel 1228-30 ma già nel 1380 i signori di Lamprechtsburg risultano estinti. Subì distruzioni in seguito ad eventi bellici e passò diverse volte di proprietà. All’interno della cappella una lastra tombale ricorda Johann Nepomuk Winkler von Colz zu Rubatsch, già ufficiale in un reggimento di corazzieri austriaci che, sconvolto dalla brutalità della guerra dei sette anni cui aveva partecipato, decise di dare una svolta clamorosa alla propria vita: si ritirò in un convento certosino ed assunse il nome di Pater Ambros. In seguito divenne l’ultimo prelato della Certosa degli Angeli in val Senales, chiusa nel 1782 dall’imperatore Giuseppe II.  Costretto a far ritorno in val Pusteria e a ritirarsi nel castello paterno, morì pochi mesi dopo in seguito ad una caduta da cavallo: una passione che non aveva evidentemente perduto neppure in convento e che non aveva mancato di stimolare nei contadini della val Senales la nascita di alcune curiose leggende. 

L’aspetto attuale della cappella risale al Seicento, ma la costruzione sorge su strutture preesistenti. All’interno i tre altari barocchi danno una fisionomia di elegante sacralità all’aula, come si addice ad una cappella gentilizia. Nell’angusto corridoio d’entrata trova però posto una “santa” Kummernus. La presenza di questa santa ci catapulta invece in un ambiente popolare, ricco di leggende e credenze ma anche di una toccante umanità. Sono i bisbiglii delle donne raccolte in preghiera nottetempo come presso un santuario, invocando la santa a risuonare nella chiesa. Durante i periodi in cui si svolgevano i grandi mercati del bestiame di Stegona, alla periferia di Brunico, infatti la cappella di Castel Lamberto era frequentata soprattutto di notte da numerose donne che venivano a pregare santa Kummernus della grazia di rimanere incinte.

Kummernus o Kummernis, entrò nella tradizione popolare a partire dal XV secolo, ma si tratta di un personaggio plasmato su un errore di interpretazione. Fra i pellegrini nordici il Cristo raffigurato in stile bizantino, abbigliato e ancora vivo e con gli occhi aperti, fu erroneamente interpretato come donna e ne nacque la leggenda e la figura della “santa” Kummernus, che la Chiesa ufficiale non canonizzò e non riconobbe mai. Si tratta di una figura di donna barbuta e crocifissa. Di lei si tramanda che fosse figlia di un re e che dovesse andare in sposa ad un dignitario di corte pagano. La sua fede in Dio e il suo amore per il Cristo non le permettevano di andare incontro ad una simile fine quindi scongiurò il padre di ritirare il suo impegno. Il padre non stette neanche a sentirla e proseguì coi preparativi delle nozze. La notte prima della cerimonia nuziale Kummernus pregò intensamente affinché le fosse risparmiato il matrimonio con un pagano. Quando l’indomani il padre andò a prenderla per condurla allo sposo la vide in volto e trasecolò: a Kummernus era spuntata la barba. Il padre adirato la fece portar via e diede ordine che fosse crocifissa come lo fu il Cristo che tanto adorava. 

COME ARRIVARVI

Il castello è congiunto con Brunico da un comodo, piacevole ed antico sentiero che si diparte dalla periferia orientale della città, oltre il centro storico, mantenendosi sempre sulla sinistra orografica della Rienza. In alternativa si può procedere anche da Riscone utilizzando la strada asfaltata che da lì si diparte verso Valdaora. L’intera zona ben si presta a svariate passeggiate. Si consiglia l’utilizzo di una carta topografica, ad esempio la cartina Tabacco 033 (Brunico e dintorni).

Sull’altro versante della valle, sorge la frazione brunicense di Teodone: vi ha sede lo splendido Museo etnografico della Provincia di Bolzano (via Duca Teodone 24, tel. 0474 552087), articolato su diversi edifici rurali ed in buona parte strutturato come museo all’aperto. Orario: da Pasqua alla fine di ottobre, martedì-sabato (9.30 – 17), domenica e festivi (14 – 18).

Associazione turistica di Brunico, viale Europa 26, Brunico, tel. 0474  555722

Autrice: Rosanna Pruccoli

Salari nel settore privato

Tra il 2018 e il 2023, i salari nominali nel settore privato altoatesino sono aumentati dell’11,8%, mentre il costo della vita è cresciuto del 20,3%.  A dirlo è un’indagine locale dell’Istituto per la Promozione dei Lavoratori. Non è la prima volta che questo accade e oggi giunge una conferma: gli stipendi nel settore privato non riescono davvero a tenere il passo con l’aumento dei prezzi. Gli aumenti salariali recentemente annunciati per i dipendenti del pubblico impiego rappresentano senz’altro un segnale importante, ma ora anche il privato è chiamato ad agire, dicono i vertici di IPL. Lo dicono ricordando che con il 76% in Alto Adige il settore privato detiene una quota significativamente maggiore dell’occupazione dipendente rispetto al settore pubblico (24%).

Guardando alle qualifiche professionali nel settore privato guarda caso si osserva che quelle più elevate hanno tendenzialmente registrato un aumento salariale maggiore rispetto a quelle più basse. Nello specifico: +15,9% per i dirigenti, +12,7% per i quadri, +11,3% per gli impiegati e solo +10,2% per gli operai.

La ricerca di IPL ricorda che il 20,3% dell’aumento del costo della vita tra il 2018 e il 2023 è dovuto principalmente alla crescita dei prezzi causata dalla crisi energetica del 2022, con un ulteriore rincaro registrato nel 2023. Un’onda lunga che non accenna a fermarsi. 

I dati relativi al 2023 non fanno che confermare le impressioni che tutti noi abbiamo avuto, gestendo le nostre finanze personali e famigliari. E con questo si conferma la crescita dello squilibrio tra coloro che fanno fatica (con le loro famiglie) a quadrare il loro bilanci e chi invece nella provincia gode di una posizione di privilegio economico, per un motivo o per l’altro. Sia esso la proprietà di immobili in affitto che la responsabilità di aziende con profitti in crescita. 

Non dobbiamo rassegnarci alla presunta normalità di questo squilibrio. Anche nel sistema Alto Adige è giusto che nella parte più dinamica del mondo del lavoro, ovvero il settore privato, riprenda un dibattito – serio – sulla necessità di sostenere i dipendenti, soprattutto quelli a basso reddito. Per evitare il boomerang costituito dall’esclusione di una fetta sempre più ampia di residenti lavoratori dall’accesso di larghe fette di beni di consumo. Stiamo parlando di beni di prima necessità, ma anche – ad esempio – della possibilità di godere di un periodo di ferie degno di questo nome. La tutela dei più deboli non può e non deve passare di moda.

Autore: Luca Sticcotti