Vivere insieme è meglio. La Giornata dell’Autonomia

Il 5 settembre si celebra la Giornata dell’Autonomia. Solo un rito di poco interesse riferito a un tema che appassiona solo gli storici? Magari fosse così. L’Autonomia è oggi più che mai una risposta possibile, forse doverosa, a molte delle crisi che insanguinano il mondo e che si fondano, in buona parte, sul nazionalismo.

Ucraina e Israele/Palestina sono due esempi che, pur con le loro differenze e particolarità, contengono molti elementi che ritroviamo nella storia altoatesina: la negazione dell’altro, la strumentalizzazione delle differenze etniche e linguistiche, l’arroganza del più forte, lo spostamento dei confini, la volontà di dividere, l’erezione di muri.

Hanno in comune anche altri aspetti. Ad esempio, la presenza di persone – sempre minoritaria, in questi casi – che indicano nel vivere insieme la soluzione, anziché nella separazione. Persone convinte che uno Stato laico e democratico debba essere in grado di garantire pari diritti a tutte le minoranze che in esso convivono, a tutte le espressioni culturali, linguistiche, religiose.

C’è poi, da ricordare e da sottolineare, il ruolo delle Istituzioni sovranazionali nella vicenda altoatesina. Furono le Nazioni Unite negli anni Sessanta a riportare Austria e Italia al tavolo delle trattative. Fu il processo di unificazione europea a offrire ai due Stati un linguaggio comune. Oggi ONU e UE sono in crisi. Speriamo sia una crisi di crescita.

Infine, il ruolo della diplomazia e della politica. Mentre qualcuno fece ricorso alle armi e altri rivendicavano la loro supremazia culturale, un patto internazionale – l’Accordo Gruber-Degasperi firmato appunto il 5 settembre del 1946 – pose le basi dell’Autonomia. All’indomani di una tragica guerra. La politica, pur non essendo sempre all’altezza (nemmeno oggi), fu però capace di produrre e attuare lo Statuto di Autonomia (1948) e la sua riforma (1972).

Niente di tutto ciò è esportabile? Almeno l’idea di fondo – vivere insieme è meglio – forse sì.

Autore: Paolo Bill Valente

Il mosaico sonoro dei Color Colectif

“Ma come? I Color Colectif?”, diranno quelli tra voi che seguono con più assiduità le vicende musicali bolzanine. 

Ebbene, sì, proprio i Color Colectif, una delle meteore più convincenti del nostro panorama, un collettivo più che una band, come suggerisce il nome, un gruppo di amici accomunati da un affiatamento musicale e da una passione davvero unica. Sicuramente un punto di riferimento per la musica del decennio scorso, autori di un CD che è una piccola pietra miliare in cui le voci e gli strumenti si sposavano magicamente. Tra i componenti c’erano ben quattro ragazzi che suonavano anche negli Shanti Powa, proponendo qui un genere musicale totalmente differente. Quando Ariel Trettel e Peter Burchia hanno abbandonato entrambe le formazioni, i superstiti si sono posti la domanda se fosse il caso di continuare.

“Era una domanda non scontata – ci racconta Thomas Maniacco, una delle voci del gruppo, trombettista e chitarrista – e bisognava porsela. La risposta è arrivata subito, Markus Cappello, Silvia Turetta, Riccardo Vantini, il batterista Florian Gamper ed io non abbiamo avuto molti dubbi, eravamo d’accordo per dare un seguito alla nostra storia, stavamo già componendo del materiale e ci pareva molto buono. Delle tre voci principali eravamo rimasti Silvia ed io, mentre Florian che a sua volta aveva lasciato gli Shanti per fare il fonico, con noi è rimasto in entrambe le vesti.”

“L’unica ad aver avuto qualche perplessità – aggiunge Markus Cappello, che nella formazione suona il sax e canta da basso e da rapper –, è stata Silvia, non perché non volesse continuare, ma  perché considerata la natura collettivista delle origini, la mancanza di due musicisti che erano anche due amici, secondo lei poteva farsi sentire”.

In ogni caso il secondo capitolo dei Color Colectif era dunque pronto per essere scritto, serviva solo trovare un bassista e cominciare a lavorare sul nuovo materiale. 

“La voglia di fare era tale – prosegue Thomas –, che ci siamo rivolti a Mirko Giocondo per chiedergli se fosse disponibile a diventare il nostro bassista, lui si è fatto subito coinvolgere, da quell’entusiasta musicale che è, sempre pronto a farsi stimolare da nuove esperienze sonore. E poi lui è anche un compositore e quindi un valore aggiunto quando c’è da arrangiare o dare un’idea nelle prove. Il disco è stato registrato quasi tutto stando insieme in studio. Solo per le voci e i fiati abbiamo effettuato delle sovraincisioni”.

Purtroppo poi c’è stato il Covid, Silvia Turetta ha realizzato i suoi dischi come solista (con l’aiuto di Thomas e Florian come produttori), e si è poi trasferita a Trieste, ma i sei brani che i  Color Colectif avevano registrato sono rimasti nel cassetto fino allo scorso 4 agosto, quando finalmente sono usciti con tutti i sacri crismi e sono ora disponibili sulle varie piattaforme musicali, in tutta la loro bellezza, in tutta la variopinta armonia musicale con cui il gruppo li aveva registrati. Questo a partire dalla lunga Ocean, un autentico viaggio musicale che esprime tutta la filosofia musicale e di vita, che sta alla base del Color Colectif-pensiero (esemplare la ripresa di una frase storica che titolava il brano più celebre del musical Hair: Let the sunshine in). Armonie vocali di disarmante bellezza, gli inserimenti calibrati dei fiati, il suono rotondo del basso, le parti rappate. Non c’è un segno di cedimento in tutto l’EP. Possiamo dire che è una fortuna che tutto questo non sia rimasto a prendere polvere nei cassetti.

“Sono passati cinque anni da quando le abbiamo registrate – è sempre Maniacco a parlare –, Riascoltandole un giorno che ero in studio da solo mi sono detto: caspita ma è troppo bello, non si può lasciarlo lì! Così ho contattato gli altri per proporre di pubblicarlo e abbiamo incaricato Jürgen Winkler di occuparsi del master”.

“Sicuramente – conclude Markus – è stata vincente anche la scelta di non intervenire troppo sulle canzoni. Ci sono stati dei momenti in questi cinque anni in cui avevamo anche preso in considerazione l’ipotesi di aggiungere una viola, un violino, strumenti che si integrano bene con la natura folk-rock del gruppo. Poi queste idee sono state accantonate, abbiamo lavorato molto sulle voci, io cantavo poco nel primo disco e Riccardo proprio non cantava. Qui cantiamo tutti e Thomas ha aggiunto diversi interventi vocali che fanno sembrare l’amalgama vocale uno strumento a sé stante”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Testina di vitello con pomodoro

Ingredienti

Preparazione: circa 25 minuti
Per 4 persone

500 gr testina di vitello lessata (dal macellaio)
150 ml brodo di carne
o acqua
2 C aceto
4 C olio di semi di girasole
sale
pepe appena macinato
1 C prezzemolo, tagliato finemente
1 C di cren
4 pomodori, spellati e tagliati a fette
30 gr radicchio, spezzettato
30 gr lattuga, spezzettata
20 gr rucola, spezzettata

Preparazione

Tagliare la testina di vitello a fette e scaldarle leggermente nel brodo di carne.
Mescolare l’aceto, l’olio, il sale, il pepe, il prezzemolo e il cren.
Adagiare le fette di pomodoro sui piatti e sistemarvi sopra la testina di vitello riscaldata.
Disporre le insalate sulla carne, irrorare con la marinata e servire.

Suggerimenti

  • Potete servire questo piatto anche con un’insalata di erbe aromatiche e ravanelli.
  • Con la testina di vitello è ottima anche una salsa verde.

Variazioni

Testina di vitello fritta: tagliare la testina di vitello a fette di 1 cm di spessore, passare le fettine nella farina, impanarle nell’uovo sbattuto e nel pangrattato e friggerle nel burro. Servirle ancora calde con un’insalata di patate e salsa remoulade.

La strada dedicata a Amedeo Avogadro

Tra le vie dedicate a scienziati, come Galileo Galilei, vi è, per dar risalto al grande contributo che l’Italia ha dato alla scienza, anche via Avogadro. Amedeo Avogadro, battezzato come Lorenzo Romano Amedeo Carlo, nato a Torino il 9 agosto 1776, studiò legge, laureandosi a venti anni, facendosi “avvocato dei poveri”. Ma Amedeo, studente brillante, in pochi anni si laureò anche in filosofia, fisica, chimica, matematica; dopo studi sui fenomeni elettrici, esaminò le relazioni tra fenomeni elettrici e fenomeni chimici. Divenuto docente di fisica matematica all’Università di Torino, approfondì studi ed esperienze, in particolare sulla struttura della materia, con riferimento alla teoria dello scienziato inglese John Dalton (1766-1844), secondo il quale (con riferimento alle minuscole particelle indivisibili di cui aveva parlato il filosofo greco Democrito) tutti gli elementi chimici sono composti di atomi. Avogadro giunse, correggendo l’opinione di Dalton, a fondare la moderna concezione atomica molecolare della materia;  fu Avogadro a chiamare “molecole” le particelle più piccole.  Avogadro stabilì che per formare l’acqua erano necessari due atomi di idrogeno (non soltanto uno come teorizzato da Dalton) e uno di ossigeno. Partendo da tale legge si poté indicare il peso atomico dei vari elementi chimici e stabilire le esatte formule dei loro composti. Soltanto dopo la morte di Avogadro, avvenuta a Torino  il 9 luglio 1856, le sue scoperte vennero difese e dimostrate da un altro scienziato italiano, Stanislao Cannizzaro (1826-1910). Nel 1860, quattro anni dopo la morte di Avogadro, la sua ipotesi venne riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, nel corso del Primo congresso internazionale di chimica, svoltosi a Karlsruhe (Germania). In onore del chimico e fisico torinese sono stati dedicati, oltre a Licei e Università in città italiane, l’asteroide “12294 Avogadro” e il cratere lunare “Avogadro”.

Autore: Leone Sticcotti

Un castello a guardia della Val d’Adige

La fine estate e l’autunno sono l’ideale per la visita di Salorno e del suo castello: nel centro del paese, infatti, si trovano numerose residenze di epoca rinascimentale e barocca.   

Il castello di Salorno,  Haderburg, è il fortilizio che si erge su uno spuntone di roccia, sopra all’omonimo paese di Salorno, in Bassa Atesina e ben visibile anche da lontano. Particolare è la disposizione del castello posto a guardia della Val d’Adige che qui si restringe in una chiusa, e costruito su due pinnacoli rocciosi, che si vanno a distaccare dalla parete verticale del monte Gaier (Geiersberg). I due pinnacoli sono collegati tra di loro da un ponte levatoio. Apparentemente inaccessibile, dovette essere assai difficile il trasporto fino a lassù dei pesanti blocchi di granito e di porfido che servirono alla sua edificazione. Impressionanti sono anche la sala dei cavalieri con le sue finestre insolitamente ampie e gli aggetti difensivi. Il castello fu costruito dai signori di Salorno attorno al 1150 e ampliato nella prima metà del tredicesimo secolo. La prima menzione documentaria risale al 1222.  Grande era il suo significato strategico. Successivamente il castello entrò fra le proprietà del Conte Mainardo II di Tirolo-Gorizia, e successivamente, nel XIV secolo, fu ereditato dalla casata degli Asburgo. Dal tardo Trecento e nel primo Quattrocento al castello fu aggregato un distretto giudiziario. Entrambi retti dai signori Botsch che, nel 1397 li affidarono a Bartolomeo Perger.

Nel 1463 l’imperatore Federico III affidò il castello e il giudizio al nobile tirolese Hans von Spaur. Nell’anno 1514 l’Imperatore Massimiliano d’Asburgo decise di rafforzare le fortificazioni a monte del castello. Ma già a metà del XVI secolo perse ogni sua valenza strategica e fu abbandonato. Nel 1648 il castello fu acquisito dai nobili veneti Conti Zenobio. Nell’arco della sua storia, il castello ospitò alcuni illustri personaggi. Nel 1551 vi giunse Melantone, uno dei più stretti collaboratori di Martin Lutero. Albrecht Dürer il noto pittore. 

Oggi il castello è di proprietà privata. Nel periodo 2001-2003, l’ultimo proprietario, il Barone Ernesto Rubin de Cervin Albrizzi, ha voluto effettuare un restauro del castello, che è stato possibile anche grazie all’aiuto economico della Provincia autonoma di Bolzano ed il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano.

COME ARRIVARVI

l castello rimane aperto al pubblico nel periodo tra fine marzo e fine ottobre. Lo si raggiunge in circa mezz’ora di cammino partendo dal parcheggio e percorrendo per un tratto il cosiddetto “Sentiero delle Visioni”, per poi proseguire lungo le serpentine che si inerpicano fino al castello. Una serie di scale con balaustre permettono di visitare in piena sicurezza l’interno dello storico maniero.  
Orari di apertura:
mercoledì – domenica dalle ore 11 alle 17.
Giorno di riposo: lunedì e martedì
Contatto:
Il diciottesimo barile
Tel. +39 334 7775843
www.zum18tenfass.it

Autrice: Rosanna Pruccoli

Georg Tappeiner

Georg Tappeiner – meranese, classe 1964, fotografo pubblicitario di automobili dal 1985 al 2020 tra Londra e Milano – a partire dal 2006 e dopo ventuno anni lontano da zone di montagna e dal Sudtirolo, ha iniziato una attività fotografica parallela, una sperimentazione che ha condotto nel suo tempo libero e che dava spazio ad una sua grande passione: la montagna nella fotografia aerea. Il soggetto però non era la montagna in generale ma una zona montuosa specifica, ossia le Dolomiti che, tre anni dopo, nel 2009, furono dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. 

Il 2010 è stato l’anno della svolta: il National Geografic pubblicò in Germania e in molte altre nazioni una storia di copertina con le fotografie delle Dolomiti realizzate da  Georg Tappeiner. Sempre il National Geografic gli propose di creare una mostra itinerante con le sue fotografie. Fu così realizzata la mostra “Dolomiti – il cuore di pietra del mondo” che, tra il 2010 e il 2020, toccò numerose città europee e canadesi. Georg Tappeiner ha lavorato poi con varie riviste come Geo Saison, National Geographic e Conde Nast Traveller, pubblicato libri e calendari, curato mostre per il Ministero dell’Ambiente italiano e per le Nazioni Unite. Ora – in occasione del giubileo per i quaranta anni del “Südtirol Festival Merano” – è stata organizzata una mostra con gli scatti aerei di Georg Tappeiner e le macrofotografie di Ursula Stingel, sulle quali la compositrice inglese Rachel Portman ha creato una sinfonia. Nella mostra una piccola sorpresa attende i fruitori: due gioielli dagli artisti orafi della Posthaus realizzati con la Meranite e con un piccolo fossile preistorico delle Dolomiti. La mostra resta aperta e visitabile gratuitamente dal 27 agosto al 22 settembre 2025.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Arthur Eisenkeil, un imprenditore fra design e accoglienza turistica di classe

Lo scorso maggio e stata inaugurata una nuova statua della serie MenschenBilder / FigureUmane, la galleria d’arte a cielo aperto che con le opere di scultori contemporanei assai importanti, ricorda i personaggi che, a vario titolo, hanno reso grande Merano. Il nuovo busto, opera della scultrice francese Sophie Eymond, rende omaggio ad un uomo davvero poliedrico.

Il suo impegno imprenditoriale non gli impedì di prendersi importanti responsabilità per gli albergatori ricoprendo il ruolo di Presidente dell’HGV e accettando anche la Presidenza della Volkbank. Fu l’uomo che, negli anni Settanta, si appellò alla Provincia perché trasformasse l’Hotel Excelsior, ormai in disuso, nella scuola alberghiera Savoy. Arthur Eisenkeil lottò anche perché l’HGV introducesse la formazione e l’aggiornamento a garanzia della qualità e del successo economico del settore. Ma Arthur Eisenkeil è stato anche l’uomo che ebbe il coraggio di sperimentare con i maggiori designer italiani un materiale plastico innovativo per la creazione di lampade da design. 

Arthur Eisenkeil era nato il 4 aprile del 1931 a Tell in Val Venosta, figlio del proprietario del Felberwirt. A 26 anni, nel 1957, aprì lo studio di illuminazione Lichtstudio Manufaktur a Marlengo, diventando così il primo produttore di illuminazione dell’Alto Adige. Le prime serie di lampade erano realizzate principalmente in vetro, ma l’azienda sperimentò anche altri materiali. Nel dopoguerra, infatti, negli Stati Uniti, fu sviluppata un nuovo tipo di plastica spray rinforzata con fibra di vetro chiamata Cocoon. Si trattava di un rivestimento polimerico inizialmente usato per proteggere le navi da guerra in disarmo. Con lungimiranza, Arthur Eisenkeil, aveva preso ad importare in Italia questo materiale d’avanguardia cominciando a studiarne le possibili applicazioni commerciali. Con i suoi primi prototipi dei paralumi cocoon, Artur Eisenkeil, partecipò alla fiera di Milano del 1958 – dove il padiglione Elettricità presentava ogni anno novità straordinarie attirando un folto pubblico. Qui Eisenkeil destò l’interesse di una delle figure imprenditoriali più importanti nel settore dell’arredamento e del design italiano, l’imprenditore e architetto Dino Gavina. Da questo incontro, Arthur Eisenkeil ebbe l’idea vincente di invitare i designer più importanti ed influenti di quegli anni, affinché elaborassero i propri progetti di lampada con il materiale cocoon ed altri nella Lichtstudio Manufaktur. Oltre a Gavina, giunsero a Marlengo il veneziano Tobia Scarpa, e i milanesi Pier Giacomo Castiglioni e suo fratello Achille. Da questa prima collaborazione nacque l’idea di fondare a Marlengo con Arthur Eisenkeil una vera e propria ditta e, nel 1960, nacque la ditta FLOS. L’azienda, nata come piccolo laboratorio dove si sperimentavano nuovi materiali e nuove ricerche stilistiche e funzionali, divenne in breve tempo famosa a livello nazionale e internazionale. La Flos si distinse fin da subito non solo per le novità stilistiche ma anche per l’introduzione di materiali che fino ad allora non erano stati presi in considerazione nelle attività produttive. Nel 1960 Giacomo Castiglioni disegnò per Arthur Eisenkeil la lampada Taraxacum e, nello stesso anno, anche la lampada Gatto e Gatto Piccolo. Nel 1962 Giacomo Castiglioni disegnò la lampada Taccia, e la lampada Toio anch’essa realizzata a Marlengo dalla FLOS. Nel 1962 a Marlengo nacque la lampada Arco disegnata da Achille Castiglioni. Arco è uno dei prodotti di disegno industriale più famosi e venduti, un oggetto icona del design italiano, fa parte delle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del MoMA di New York. Si tratta inoltre del primo oggetto di disegno industriale a cui venne riconosciuto la tutela del diritto d’autore al pari di un’opera d’arte. Nel 1964, la sede della Flos fu trasferita a Bovezzo, in provincia di Brescia. 

Accanto a questa impresa, l’impegno imprenditoriale di Arthur Eisenkeil si rivolgeva anche all’attività alberghiera. Arthur Eisenkeil aveva sposato Traudl Waldner, figlia del proprietario dell’Oberwirt di Marlengo, e costruttore del primo magazzino di frutta a Marlengo, Josef Waldner. 

Con spirito imprenditoriale e una visione internazionale Traudl e Arthur Eisenkeil gestirono insieme gli hotel più importanti di Merano come il Palace Hotel, il vicino Ritz Stefanie, il Bristol e il Marlingerhof di Marlengo. Nel 1966 decisero di acquistare l’allora Hotel Continental, oggi Hotel Meranerhof, e di ristrutturarlo. Si affidarono a Franz Lenhart che, oltre ad essere un pittore e un ritrattista di fama, era un ottimo architetto d’interni. La coppia voleva infatti creare un ambiente elegante e accogliente al tempo stesso, comfort e raffinatezza dovevano fondersi fra le mura dell’hotel e rendere il soggiorno dei propri clienti indimenticabile. La stagione del Meranerhof partì nel 1967 e i clienti illustri appartenenti al mondo dell’arte, della politica del cinema, dell’industria nazionale e internazionale, che avevano già avuto modo di ospitare negli alberghi precedentemente gestiti, non esitarono a seguirli nella loro nuova avventura. Fra tutti Giulio Andreotti che in breve tempo era divenuto amico di Arthur.  Dopo una vita intensa, Arthur Eisenkeil si è spento all’età di 74 anni, il 15 agosto 2005.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Massimiliano I e il cuore dell’Impero

Dopo l’epoca di Margarethe Maultasch, il Tirolo conobbe per oltre un secolo un’esistenza relativamente appartata e pacifica. Con l’ascesa di Massimiliano I d’Asburgo, passato alla storia come “l’ultimo cavaliere”, la situazione cambiò radicalmente: la regione alpina divenne uno dei fulcri della politica imperiale e dinastica degli Asburgo.

Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, l’Europa fu attraversata da profonde innovazioni tecnologiche e culturali che rivoluzionarono il mondo medievale. La polvere da sparo, giunta dalla Cina attraverso i mercanti arabi, rese obsolete armature cavalleresche e mura castellane. La bussola trasformò la navigazione, aprendo la via alle grandi scoperte geografiche, dapprima verso le Indie e poi verso il continente americano. Da quelle nuove terre arrivarono oro e argento, ma anche prodotti destinati a mutare le abitudini alimentari europee: patate, cacao, tabacco. Infine, l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Johannes Gutenberg (1450) con la celebre Bibbia di Magonza rivoluzionò la diffusione delle idee, aprendo l’epoca moderna.

Massimiliano I nacque nel 1459 da Federico III d’Asburgo ed Eleonora del Portogallo. Fu educato nelle arti, nelle lettere e nelle scienze. Amava i canti cavallereschi (Minnesang) e i tornei, ma fu anche un raffinato mecenate. Tra i suoi amici figurava Albrecht Dürer, che lo ritrasse e lo celebrò in opere destinate a fissarne l’immagine per i posteri.

Sul piano politico e militare, Massimiliano, perennemente indebitato con i potentissimi Fugger, affrontò avversari formidabili. Con gli Svizzeri combatté una guerra lunga e sanguinosa, culminata con la sconfitta di Dornach (1499), che sancì l’indipendenza della Confederazione elvetica dall’Impero. A occidente dovette fronteggiare i Francesi, cui aveva sottratto la ricchissima Borgogna grazie al matrimonio con Maria di Borgogna (1477). A oriente, invece, lo scontro fu con la Repubblica di Venezia, allora all’apice della propria potenza.

In questo scenario il Tirolo e la valle dell’Adige assunsero un ruolo centrale: ponte tra Germania e Italia, tra mondo alpino e mediterraneo, divennero non più periferia, ma crocevia della politica europea. Innsbruck, situata sulla “linea del Brennero” tra Augsburg e Verona, sostituì definitivamente Merano come “capitale” della regione.

La guerra con Venezia fu lunga e cruenta. Massimiliano, fedele alla tradizione inaugurata da Carlo Magno, aspirava a farsi incoronare imperatore a Roma. Nel 1507 intraprese il viaggio verso sud con alcune migliaia di persone al seguito, attraversando la Bassa Atesina, dove gli abitanti assistettero stupefatti a quel corteo imponente. Giunto a Trento, però, i Veneziani gli comunicarono che non avrebbe potuto transitare sul loro territorio. A quel punto Massimiliano, da Trento, dichiarò di accettare ugualmente la corona imperiale. Dopo otto giorni, papa Giulio II inviò da Roma la necessaria consacrazione. Fu, in un certo senso, la prima “incoronazione virtuale” della storia.

La vendetta contro Venezia non tardò. Il Tirolo e in particolare la Bassa Atesina divennero teatro delle operazioni belliche e i contadini tirolesi furono mobilitati in gran numero. Se Massimiliano non riuscì a penetrare attraverso la Valsugana, ottenne invece successi sul Garda e nella Vallagarina. Rovereto, allora veneziana, cadde nelle sue mani, e anche Verona, Padova e Vicenza furono costrette alla resa. Alla fine, i negoziati imposero all’imperatore di restituire la maggior parte delle conquiste, eccetto Verona. 

Ma il Tirolo si ampliò comunque in modo significativo: vennero annessi l’Ampezzano, Rovereto, Riva e i vicariati di Ala, Mori, Avio e Brentonico.

Questi territori segnarono fino al 1918 il confine meridionale del Tirolo, definendo così la linea storica che avrebbe separato per secoli l’universo asburgico da quello veneziano e poi italiano.

Autore: Reinhard Christanell

Cogliere l’attimo

Quest’estate sta portando dei cambiamenti, in gran parte obbligati. Molti sono coloro che, se riescono ancora ad andare in ferie, in ogni caso sono costretti ad abbreviarle. Le canoniche due settimane, tradizionalmente al mare, vengono sostituite da periodi più brevi e trascorsi in modo diverso. Di necessità virtù: molti vanno in montagna oppure svolgono delle ferie itineranti utilizzando i più diversi mezzi di trasporto al di là dell’auto. Voli e autobus low cost, treni, biciclette o… le proprie gambe, se si tratta di “cammini” o pellegrinaggi. 

Al desiderio di fermare il tempo trasformandolo in un eterno presente fatto di 15 (costosissimi) giorni in spiaggia, si è sostituito il desiderio di costruirsi autonomamente un percorso fatto di momenti diversi, dedicati alla scoperta di luoghi d’arte, borghi, luoghi in cui regna la natura, momenti culturali, incontri casuali con altre persone che condividono le nostre passioni. Il percorso di scoperta si trasforma spesso nel desiderio di conoscere meglio noi stessi. Cogliendo l’attimo. 

Il “carpe diem” tratto dall’omonima ode del poeta Orazio ha una serie di vantaggi, che diventano ancora più evidenti durante le vacanze. Apprezzare ciò che si ha, condendo le proprie giornate con luoghi, tempi e incontri preziosi, aiuta inevitabilmente a stare bene, qui e ora.

Con la non trascurabile conseguenza che si mettono in pausa le preoccupazioni, ovvero il futuro negativo che quotidianamente ci prefiguriamo, con tale convinzione da farla diventare la nuova realtà virtuale in cui stentiamo a galleggiare boccheggiando. 

Apprezzare ciò che ha e si vive durante le nostre (brevi) vacanze 2025, ci può dunque riportare con i piedi per terra. Consegnandoci un benessere che, una volta tornati alla nostra routine, può avere una sua continuità. A ben vedere infatti la filosofia del cogliere l’attimo ci potrebbe accompagnare sempre, nei momenti della nostra vita. 

Gandhi esortava sempre i propri discepoli ad aver cura della pulizia della propria mente. Siamo noi ad essere responsabili della gestione dei nostri pensieri. Della “gestione”, sì, perché spesso i pensieri giungono da soli. Ma abbiamo sempre un certo margine nel cercare di allontanare quelli negativi e dare spazio a quelli più positivi. Per farlo ci sono diverse tecniche, ognuno ha la sua. 

Fare delle buone vacanze senz’altro aiuta. E un certo margine per fare in modo che siano quelle giuste per noi, ce l’abbiamo sempre.

Autore: Luca Sticcotti

Nomi plurilingui. Segno dell’accettazione dell’Altro

Il fatto che la toponomastica sia un campo di battaglia, ormai da molti decenni, si può spiegare in diversi modi. Nazionalismo, etnocentrismo, riserve mentali, malafede, inettitudine, cattiva volontà sono alcune parole chiave. E non se ne esce col buon senso, ma con l’accettazione dell’Altro.

L’accettazione dell’Altro si succhia in buona parte col latte materno. Se fin da piccolo mi hanno insegnato che l’Altro è un intruso, non è come noi, sarebbe meglio che non ci fosse, ci vuole fare del male e via di questo passo, anche quando sarò svezzato da tempo sarà difficile liberarmi del pregiudizio. E se sono un politico, un insegnante, un uomo/donna di cultura, quel pregiudizio finirà col contaminare, in modo più o meno razionale, le mie scelte, le mie parole, le mie azioni.

A monte della questione toponomastica ci sono una storia complessa (ma poi complicata ad arte da chi ha bisogno di tener vivi i conflitti) e qualche riserva mentale. Non serve guardare i cartelli sui sentieri (molti dei quali sono perfettamente bilingui, segno che là dove si vuole, si può), basta camminare per le vie di alcuni dei nostri paesi per ritrovarsi in una “via Dorf” (“traduzione” di Dorfstrasse), in una “via Unterdorf” o in una “via Bach”. Dove “Bach” non sta per Johann Sebastian, ma per “torrente”. Capita pure di incamminarsi per Vallesina (in tedesco Versein, frazione di Meltina) percorrendo una “via Verseiner” (in tedesco Verseinerstrasse). È solo uno dei molti possibili esempi che dimostrano, tra l’altro, quanto poco senso abbia la distinzione tra micro e macrotoponimi.

Si può anche fare una passeggiata in alcuni quartieri anche centrali del capoluogo altoatesino per rendersi conto che il bilinguismo – nelle insegne dei negozi, ad esempio – non è per nulla un fatto acquisito. Per intendersi: tutto solo in italiano. E non apriamo qui il capitolo dell’odonomastica di matrice patriottarda antiaustriaca (24 maggio, Piave, Vittoria e così via).

Nelle situazioni di convivenza le questioni non si risolvono cancellando, ma integrando. Non sottraendo ma aggiungendo. Quanto ai nomi non sono essi il problema, ma chi li usa (come anche la lingua, le scuole, i costumi, la storia) come corpo contundente.

Conoscendo la natura umana e le possibili derive della politica, chi ha firmato e approvato Accordo di Parigi e Statuto di autonomia ha sancito il bi-trilinguismo (anche nella toponomastica) come uno dei criteri di fondo della buona convivenza, segno dell’accettazione dell’Altro.

Autore: Paolo Bill Valente