Singoli, non tormentoni estivi

L’estate musicale bolzanina ha visto i propri figli particolarmente attivi e prolifici, a partire dagli Skanners, la band metal italiana (non solo altoatesina) per eccellenza, che lo scorso 26 giugno ha avuto l’onore di arroventare con le sue chitarre una trionfale serata al Whiskey A Go-Go, storico locale di Los Angeles in cui ebbero ad esibirsi band storiche come Doors, Frank Zappa & The Mothers, Byrds, Buffalo Springfield. In attesa che dopo la trasferta americana la band di Oltrisarco torni a lavorare al nuovo album, segnaliamo qui le uscite molto interessanti di altri talentosi concittadini.

Innanzitutto il ritorno dell’Andrea Maffei Spritzband, un ritorno con un brano tutto nuovo, preludio al tanto atteso disco per cui qualche tempo fa è stato lanciato un crowdfunding. Il 13 luglio è stato lanciato su youtube il singolo apripista intitolato Un figlio così, un brano firmato da Maffei con il chitarrista e amico di sempre, Giorgio Mezzalira. Come c’era da aspettarsi non è un brano qualunque, bensì una canzone dal testo da ascoltare e riascoltare, intarsiato dalle invenzioni sonore ordite dai due compari e produttori Davide Dalpiaz e Marco Gardini (che qui si concede il lusso di offrirci dei passaggi di chitarra che richiamano molto il suo idolo Mark Knopfler), il tutto su un sostegno ritmico ad opera dei due ragazzi del gruppo: Mirko Giocondo e Davide Groff.

Molto gradito anche il ritorno di Chris Costa, poliedrico artista badioto, ma da qualche anno trasferito a Milano, che continua ad approfondire le sue ricerche nell’ambito della musica elettronica. Stavolta lo fa con The Chosen, un brano in cui torna a cantare con quella sua voce unica: rispetto alle produzioni precedenti, pur parte di un lungo percorso partito all’indomani delle ottime produzioni in chiave blue-eyed soul di inizio millennio, Costa sembra qui aver trovato la giusta via per usare la voce ed al tempo stesso continuare il suo percorso di ricerca elettronica.

Tra gli artisti particolarmente in cerca di visibilità (per altro trovata) c’è poi Anna Carol che dopo aver festeggiato l’uscita del suo nuovo disco prendendo parte al concerto romano del Primo Maggio ha cominciato a girare la penisola promuovendo il prodotto, tra i concerti più frequentati c’è stato di sicuro quello del festival milanese “Mi Ami”, a neanche un mese dalla kermesse romana. Le cose in quell’occasione hanno funzionato talmente bene che Anna Carol ha deciso di trarne un nuovo singolo interamente live, Tutto troppo, in cui si esibisce al canto e alla chitarra accompagnata da Andrea Moro al basso e Marco Soldà alla batteria. Non può che far piacere vedere quanto sia cresciuta la nostra concittadina e quanto sappia star bene sul palco anche in una situazione meno angusta di quelle in cui era abituata ad esibirsi finora.

Chapeau a Diego Baruffaldi, per dirla alla francese. Il cantautore, batterista e produttore bolzanino lancia una nuova canzone intitolata Hai visto, una canzone non scontata (e come poteva essere diversamente nel caso di Baruffaldi) dedicata a tutte le persone che hanno trovato la parte migliore di sé attraversando i momenti peggiori della propria vita. Il tutto su uno spunto musicale che entra subito in circolo, una di quelle musiche ci si ritrova a canticchiare e fischiettare come se fosse semplice musica leggera e invece ha in supporto un gran testo. Merito anche dell’arrangiamento di Thomas Traversa, amico e produttore, che negli ultimi mesi è particolarmente alla ribalta sia con il recente disco del collettivo Supermarket, di cui fa parte, che con altri progetti di cui ci occuperemo nelle prossime settimane.

Chiudiamo questa rassegna di singoli di recente uscita con la bellissima Motherland, una canzone acustica rintracciabile sempre tramite youtube, opera della cantautrice Carmen (al secolo Carmen Sofia Sciullo), in assoluto una delle rivelazioni di quest’anno. Il singolo, che speriamo preluda ad una produzione più ampia, è una deliziosa ballad uscita in occasione della festa della Mamma, quindi un po’ di tempo fa, e vede la giovane cantautrice accompagnata da alcuni giovani talenti della nuova scena, tra cui Davide Bruscia al basso, Antonio Del Giudice alle tastiere, Andrei Milea e Fedro Heger.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata ad Antonio Rosmini

Da ponte Talvera, provenendo da piazza Vittoria,  si accede a destra in via Antonio Rosmini. Nato a Rovereto il 24 marzo 1797, Antonio  Rosmini dopo l’Imperial regio Ginnasio di Rovereto  frequentò la facoltà di teologia dell’Università di Padova, laureandosi nel 1822 in Teologia e Diritto canonico, dopo esser stato ordinato sacerdote a Chioggia il 21 aprile 1821. Mostrò profonda inclinazione per gli studi filosofici, per approfondire i quali nel 1826 si recò a Milano, dove divenne amico di Alessandro Manzoni. Dopo qualche tempo in Trentino, nel 1828 fondò al Sacro Monte Calvario  di Domodossola la Congregazione religiosa dell’Istituto della Carità, la prima comunità di religiosi, i “Rosminiani”, cui seguì il ramo femminile. Le  Costituzioni furono approvate nel 1839 da papa Gregorio XVI. Antonio Rosmini, oltre ad affrontare i problemi della conoscenza, la morale e la metafisica, rivolse l’attenzione ai problemi etico-politici. Fu insegnante e guida spirituale a Borgomanero in un collegio rosminiano. Scrittore  fecondissimo, fu autore di opere filosofiche, ma anche teologiche e ascetiche. Inviato a Roma in missione diplomatica dal governo piemontese, cercò di portare avanti esigenze politiche ed ecclesiali, come quella dell’indipendenza della Chiesa dal potere civile; la dipendenza era la quarta delle “cinque piaghe”, di cui Rosmini tratta nell’opera “Delle Cinque Piaghe della S. Chiesa” (1848); seguì, nel 1849, la “Costituzione secondo la giustizia”. Le due opere furono messe all’Indice dei libri proibiti. Rosmini si ritirò a Stresa sul Lago Maggiore. Con il tempo la polemica sulle sue opere si attenuò e “Le Cinque Piaghe” furono tolte dall’Indice. Antonio Rosmini per misteriosa e dolorosa malattia si spense a Stresa il 1° luglio 1855; è sepolto nel santuario del Santissimo Crocifisso di Stresa. Vita, messaggio e opera di Rosmini sono ancora oggetto di riflessione e approfondimento. Fu beatificato il 18 novembre 2007.

Autore: Leone Sticcotti

Il paese di Corces e le sue chiese

La Val Venosta nasconde mille angoli da scoprire ed è quindi consigliabile in ogni stagione, con queste giornate calde poi è assolutamente preferibile ai nostri bellissimi centri urbani. 

Corces (Kortsch) è un piccolo paese adiacente a Silandro, solo la strada statale separa queste due località, indipendenti. Si estende sulla sinistra orografica, sul versante settentrionale della Valle dell’Adige ai piedi del conoide detritico del Rio Gadria, uno dei conoidi alluvionali più grandi d’Europa, a circa 800 metri sul livello del mare, ai piedi delle pendici del Monte Mezzodì, in mezzo a meleti piantagioni di albicocche, vigneti e castagneti I confini di Corces sono il Rio Gadria a ovest, la linea ferroviaria e l’Adige a est e a sud, nonché i masi sul Monte Sole a nord. Il paese è diviso in villaggio inferiore e superiore, che sono separati dal Lahngraben. Il nome Kortsch fu menzionato per la prima volta nel 931 in un diploma del re franco Enrico I, a favore della chiesa episcopale di Frisinga, come Chorzes che probabilmente deriva dal termine latino curtes, maso. 

Il paesaggio di Corces è caratterizzato da un numero relativamente elevato di masi, che sono ancora conservati. Corces ha 1. 219 abitanti. 

A tutt’oggi sopravvivono numerose testimonianze dei secoli passati e della sua storia movimentata: sopra l’abitato, vicino alla cappella di San Giorgio, è stato scoperto un centro di fuga, che è stato istituito nell’età del bronzo. Per irrigare i prati, che si trovano intorno al paese, nell’XI e XII secolo furono costruiti canali d’irrigazione. Corces fu anche afflitto da epidemie di peste. Gran parte della sua popolazione morì a causa delle epidemie di peste nel XIV e XVII secolo. 

I luoghi storici e di culto sono la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella di San Giorgio, la Cappella nei prati di Corces, il Sentiero del Rosario e la Chiesa di Sant’Egidio.

La parrocchiale di Corces è dedicata a San Giovanni Battista, fu costruita alla fine del XV secolo sulle fondamenta di un sacello precedente, del IX secolo, citato ancora nel 1432. Vi è una fase costruttiva barocca e una settecentesca. L’aula fu ampliata nel 1699 per far fronte alle necessità dei fedeli con la creazione di una seconda navata e nel 1765. Come tradizione la chiesa e attorniata dalle tombe del cimitero. La facciata è a capanna e il portale laterale è posto sul lato nord. L’antica cappella cimiteriale gotica svolge oggi la funzione di sagrestia. La torre campanaria si alza in posizione arretrata rispetto al corpo di fabbrica ed è unita alla chiesa all’altezza del catino absidale poligonale. Risulta particolarmente interessante essendo stata elevata dalla base della torre primitiva nel 1597 ed avendo conservato il suo stile romanico. Sul campanile sono visibili l’orologio e sotto di esso, una cornice affrescata, la scritta in caratteri gotici che ricorda i lavori del 1597. 

“Anno 1597 Got dem Almechtigen zu Lob den heiligen Johannes den Täufer zu Ehern hatt ain
ehrsam Gmein allhie Reich und arm disen Turn vom älf claffter erhecht und den 9ten tag october volent so Gott belons allerhie und dortt”.

“Anno 1597, a l’Onnipotente per lodare il santo Giovanni Battista, una onorevole comunità qui, ricca e povera, ha eretto questo campanile alto e ha dedicato il 9 ottobre, se Dio vuole, qui e altrove.”

All’interno l’aula si compone di due navate, l’altare maggiore gotico è quello a portelle un tempo parte della chiesa di Sant’Egidio. Interessanti sono le opere contemporanee di due importanti artisti altoatesini: Karl Grasser autore dell’altare marmoreo e Robert Scherer che realizzò la vetrata policroma 

La Chiesa romanica di Sant’Egidio sorge come una chiesa rupestre sul pendio del Monte Sole in Val Venosta. Le pareti interne sono decorate con affreschi del XIII e XV secolo, mentre all’esterno una grande immagine di San Cristoforo, realizzata attorno al 1330, orna la facciata meridionale. La torre campanaria risale al XIV secolo e fu realizzata in occasione dei lavori di ampliamento della chiesa romanica.
Già in tempi remoti l’uomo iniziò a stabilirsi in questa posizione strategica con vista su tutta la valle. La presenza di popoli antichi è testimoniata anche dal ritrovamento di resti di un insediamento preistorico nelle immediate vicinanze, chiamato dagli abitanti del posto “Schatzknott”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Frontolisi

Quando si leggerà questa puntata l’alta pressione subsahariana sarà già acqua passata, eppure per chi soffre il caldo è difficile dimenticarsi della fatica a sopravvivere a queste continue fiammate desertiche. è pur vero che gli ultimi giorni han visto indebolirsi la cupola alto pressoria che ha dominato la scena nella prima e nella seconda decade d’agosto. Questo seppur i tassi igrometrici – inizialmente torridi, e dovuti, in parte, al meccanismo di subsidenza, cioè il lento movimento di discesa di aria molto calda nell’interno della medesima massa d’aria, e dall’altra, dal fenomeno della compressione, che si genera per differenza barica tra i due versanti delle Alpi (ricordiamoci che l’aria si sposta sempre da un campo di alta verso una zona in cui la pressione è più bassa, ergo con ulteriore riscaldamento nel momento di valicare e poi ridiscendere lo spartiacque alpino), siano in parte diminuiti. Con il passare del tempo in ogni caso l’umidità presente ha esacerbato il senso di disagio fisico, specie dove isolati temporali hanno apportato fugace trascurabile frescura. Ma è piovuto davvero poco o niente, proprio perché le correnti erano disposte da nord est verso sud ovest, ovvero progredivano, in un contesto piuttosto secco, con moto retrogrado rispetto al flusso zonale tipico. Alcuni temporali, dapprima su Bressanone, si sono poi incanalati nella Val Sarentino fino alle porte del capoluogo senza mai bagnarlo; altri nati in Val Passiria non hanno mai raggiunto Merano; le zone più fortunate sono state l’alta Val Aurina (una zona benedetta, specie in inverno per la neve), la Val di Fleres e la zona di Sesto Pusteria. Questo movimento retrogrado è poco frequente, perché i fronti temporaleschi devono contrastare la forza di Coriolis, data dalla rotazione terrestre, che nel nostro emisfero devia giocoforza verso destra; ma esso capita con le famose ritornanti. Pertanto, i temporali non disponevano di tanto carburante e di gradienti termici verticali per coprire lunghe distanze andando, come si dice in gergo, in frontolisi. La frontolisi non è altro che il dissipamento del fronte che viene a contatto con un campo anticiclonico, dove le correnti sono discendenti e di conseguenza dissolvono i sistemi nuvolosi, che hanno bisogno di correnti ascendenti – cfr. termiche – per poter sopravvivere e dare spettacolo. Per gli amanti del fresco e del caldo moderato il giorno peggiore è stato sicuramente mercoledì 13 agosto, in cui a Merano sono stati raggiunti, alle ore 16, i 37°C. Quel giorno, lo ricorderò bene, ero a spasso per Lana, un bellissimo paesino ai piedi della Val d’Ultimo, che purtroppo non offre grandi zone d’ombra. Nel paesino tuttavia ci sono ancora zone san(t)e, come imbattersi in una fontana d’acqua potabile per rinfrescarsi capo e polsi. In questi casi ogni singolo sprazzo d’ombra – meglio se composto da grandi piante, ogni pertugio semi climatizzato, come ad esempio aree bancomat, supermercati, l’interno di gelaterie, concessionari d’auto e farmacie – è come se diventasse un’ambasciata della salute, un porto franco, un approdo di sollievo – breve – alle nostre, stufate, membra (e terga) gratinate.

Autore: Donatello Vallotta

Bruno Jori: un cineasta a Merano nelle parole di Antonio Manfredi

È attraverso le parole di Antonio Manfredi che affiorano i contorni di un ritratto culturale e umano di Bruno Jori. I due, amici fraterni, trascorrevano molto tempo insieme: per vent’anni un appuntamento quotidiano “al caffè, alle diciassette”, li vedeva impegnati in lunghe discussioni in cui prendevano corpo progetti e nuove idee per filmati, documentari, poesie e arte.

Se le Passeggiate Lungopassirio li avevano visti camminare insieme ancora immersi nelle loro disquisizioni artistiche ora ne consentono la vicinanza come a riprendere idealmente il discorso tragicamente interrotto il 6 ottobre 1970, quando Bruno Jori,  costretto da un dolore lancinante alla testa, salutò gli amici al caffè e fece frettolosamente rientro a casa: “Eri appena rientrato da Roma, dove avevi montato i tuoi ultimi servizi per la TV, dovevi ripartire dopo poco perché altro lavoro t’aspettava. ‘A domani, ci vediamo in questi giorni finché sono ancora qua’.” 

Bruno Jori era nato a Merano il 21 dicembre di un anno, il 1922, che era stato foriero di grandi capovolgimenti politici per la città, la regione e in realtà per l’Italia tutta. La mamma Erminia Zak aveva dato alla luce anche altri due fratelli Enrico ed Aldo. Bruno aveva frequentato il Liceo classico e si era accostato al cinema quando in città non era possibile reperire né riviste, né pubblicazioni d’argomento e girare un film poteva sembrare una follia. Dalle parole di Manfredi apprendiamo che Jori era giunto al cinema passando attraverso la lettura di libri fondamentali come “Film Technique and Film Acting”, del teorico del film e regista sovietico Vsevolod Illarioniviĉ Pudovkin e di quelli di Sergej Michajloviĉ Ejzenstein, teorico del cinema, regista e sceneggiatore russo, famoso per l’uso innovativo del montaggio e per il film “La corazzata Potëmkin.  “Per te il cinema era un atto di vita e questa vita tu desideravi chiamarla, come la tua sensibilità esigeva, ‘poesia’”. 

Non ancora ventenne Jori, non solo aveva maturato la sua passione per il cinema riuscendo a mettere insieme una collezione miscellanea di filmati sia in 35 millimetri, che muto che film tanto da riuscire a costituire quasi un piccolo archivio di storia del cinema, ma aveva anche iniziato la sua sperimentazione cinematografica con alcuni filmanti amatoriali. Immediatamente dopo la guerra aveva realizzato il suo primo cortometraggio  “Dracula”. Cercando la propria strada si era iscritto dapprima a Medicina e quindi a Legge, optando infine per la cinepresa e facendo della sua grande passione l’impegno di una vita.  In quel dopoguerra meranese Jori condivideva la sua passione con Mario Deghenghi e Karl Schedereit . Con quest’ultimo egli realizzò: “Kleinstadttheather” e “La Clinica del libro”. A Verona ebbe modo di lavorare presso il produttore Bertolazzi, imparando il ruolo dell’aiuto regista, e iniziando a muoversi a passo sicuro nel mondo dei documentari e dei filmati pubblicitari. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, infatti, produsse: “Vivere sul Fiume”, “Artigianaro in Alto Adige”, “Notti Fassane”, “Uno straniero in Germania”. All’inizio degli anni Sessanta lavorò a Monaco per la televisione tedesca con i produttori Bruno Zockler e Walter Leckenbusch come regista documentarista. Il successo e la notorietà giunsero nel 1964 con il film “Bagnolo in Piano: un paese tra il rosso e il nero” che ottenne riconoscimenti internazionali di alto livello.  Il primo lungometraggio fu “La verde età” del 1966 girato a Glorenza con Rainer Werner Fassbinder come assistente alla regia.

Rientrato a Merano iniziò il suo impegno per neonata Rai Sender Bozen, che infatti aveva aperto i battenti nel febbraio 1966 per produrre programmi televisivi dedicati alla provincia di Bolzano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Dai Walchen ai Welschen lungo l’Adige

Le grandi trasformazioni dell’Alto Medioevo portarono, tra il V e l’VIII secolo, a una ridefinizione profonda del paesaggio etnico e linguistico dell’arco alpino. Se l’ultimo imperatore romano d’Occidente era caduto nel 476, le strutture amministrative e giuridiche di Roma continuarono a operare per secoli. L’arrivo di nuove popolazioni germaniche non cancellò di colpo gli abitanti romanizzati, che continuarono a vivere nei loro territori per lungo tempo – e, in un certo senso, vivono ancora oggi nella nostra memoria storica e identitaria.

Il re ostrogoto Teodorico, successore imperiale di fatto (dopo la parentesi di Odoacre), risiedeva a Ravenna ma mirava a mantenere viva la tradizione romana anche nelle province alpine, come dimostrerebbe l’ipotesi di un ducato interno sull’Adige, con centro strategico presso il Doss Trento. I Longobardi, giunti nel 568, mantennero in parte la struttura amministrativa romano-ostrogota. La Bassa Atesina, Bolzano e la Val d’Adige furono inglobate nel potente ducato di Trento e il territorio suddiviso in gastaldie guidate da un gastaldo e sorvegliate da arimanni.

Insomma, se Roma (occidentale) era caduta, i “Romani” e la romanità erano ancora vivi. I Franchi merovingi tentarono più volte di conquistare queste terre, e nel 591 trovarono un accordo con i Longobardi: la zona a nord e sud del Brennero, inclusa la Pusteria, passò sotto controllo bavarese. Iniziò una lunga fase di convivenza forzata tra Longobardi e Baiuvari, che si protrasse fino all’arrivo di Carlo Magno. Fu lui, infatti, nel celebre capitolare dell’806, a smantellare l’organizzazione territoriale romana, imponendo la divisione in contee. Cambiarono le istituzioni, ma non necessariamente la popolazione, in gran parte ancora romanizzata.

In questo contesto si consolidò l’uso del termine Walchen, già in parte attestato in precedenza, per designare le popolazioni latine o romanizzate, in particolare della valle dell’Adige, della Carinzia, della Carniola e di parte dell’odierno Trentino.

“Walchen”, dal proto-germanico walhisk, indicava genericamente “gli altri”: coloro che parlavano latino o sue derivazioni, e che spesso erano già cristianizzati. Nella Conversio Bagoariorum et Carantanorum (VIII-IX secolo), i Walchen appaiono come cristiani già radicati sul territorio, talora in conflitto con i nuovi arrivati. Occupavano spesso valli isolate o aree marginali, e in alcuni casi si ritirarono progressivamente sotto la pressione slava e germanica.

Nei secoli successivi, il termine Walchen non scomparve, ma evolse in forme come Wälsche, Welsche e Welschen, ampliandosi nel significato: nel Tirolo, fu sinonimo di italiani o latini, inclusi i ladini; in Svizzera, Welschschweiz indica ancora oggi la parte francofona del paese; in Alto Adige, fino al XIX secolo i “Welschen” erano gli italofoni o ladini, distinti dai “Teutschen”, i germanofoni; in Germania, il termine fu usato fino all’età moderna per designare francesi, italiani e, più in generale, i popoli latini. Toponimi come Welschtirol (Tirolo italiano), Welschbern (Berna francofona) o Welschland (Francia o Italia) testimoniano questa lunga continuità terminologica.

In molte valli alpine, “welsch” assunse anche un valore etnico-culturale, indicante chi parlava una lingua neolatina o viveva secondo usi “non tedeschi”. Ancora oggi, “Welsch” sopravvive nella lingua tedesca, talora in tono neutro o folklorico. La sua persistenza dimostra una stratificazione culturale millenaria, radicata nell’epoca dei Walchen, quei “latini d’alta montagna” che attraversarono le fratture del primo Medioevo lasciando segni tangibili nella toponomastica, nella cultura alpina e nella memoria linguistica dell’Europa centrale.

Autore: Reinhard Christanell

Diritto internazionale

La prima metà di quest’anno 2025 è stata caratterizzata da una crisi multidimensionale del diritto internazionale, con sfide significative alla sua applicazione e al suo ruolo nel contesto globale. 

Le tensioni geopolitiche, i conflitti, la crisi economica e le violazioni dei diritti umani stanno mettendo a dura prova il sistema di regole che noi e ancora prima i nostri padri avevamo implementato, a fatica, dopo il secondo conflitto mondiale. 

Nella cosiddetta “comunità internazionale” cresce dunque la preoccupazione per il futuro di pace, per fortuna insieme alla consapevolezza della necessità di difendere i principi del diritto internazionale e di promuovere la cooperazione e il rispetto dei diritti fondamentali. 

Perché ne parliamo sui nostri giornali locali? Cos’ha a che fare tutto questo con la nostra bella terra tra i monti dove tutt’al più di solito discutiamo degli effetti dell’overtourism e del costo della vita che spinge i nostri giovani a trasferisti all’estero?

È presto detto. è stato proprio il diritto internazionale ad avere un ruolo cruciale nel definire il destino dell’Alto Adige. La cosiddetta “questione altoatesina”, nel contesto del diritto internazionale, ha infatti riguardato principalmente il riconoscimento e la tutela dell’autonomia della minoranza di lingua tedesca in Alto Adige/Südtirol, dopo che il territorio era passato all’Italia nel 1919. L’accordo De Gasperi-Gruber del 1946 e il successivo Pacchetto per l’Alto Adige hanno cercato di risolvere questa questione attraverso accordi internazionali che garantiscono diritti specifici per la minoranza, come l’istruzione in lingua tedesca e un’ampia autonomia. 

E nella costruzione della nostra autonomia fu cruciale, all’inizio degli anni ’60, proprio la decisione dell’Austria di portare la questione davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ottenendo risoluzioni che invitavano Italia e Austria a negoziare per risolvere le divergenze. 
Il percorso di mediazione trovò il suo compimento formale l’11 giugno 1992 con la cosiddetta “quietanza liberatoria”, l’atto formale con il quale, davanti all’ONU, si chiuse la vertenza internazionale dell’Alto Adige. 

Dunque la consapevolezza della necessità della difesa della presenza, del funzionamento e del rispetto del diritto internazionale è una questione che riguarda tutti noi. Sì, anche in Alto Adige. 

Autore: Luca Sticcotti

Ecologia integrale per tornare a sperare nel futuro

Il nostro non è più un mondo attento all’ambiente e preoccupato per i cambiamenti climatici, il contrasto ai quali richiede scelte politiche che l’economia non vuole. Non l’economia “normale”, che da sempre valorizza le risorse e placa i bisogni delle persone, ma l’economia che “uccide”.

Quella che uccide, disse papa Francesco, è l’“economia dell’esclusione e della inequità”. “Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”.

A dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato sì’ (2015) “sulla cura della casa comune”, alla cura si preferiscono il terrorismo, le guerre, i dazi, alla casa comune le patrie e le nazioni (da far diventare great again). L’immagine di casa che oggi ci offrono i mass media è quella sbriciolata nell’inferno di Gaza. Il diritto e le istituzioni internazionali sono neutralizzati dalla legge del più forte.

Pace e tutela dell’ambiente sono strettamente correlate. Guerra e crisi ambientale anche. Non a caso Francesco insisteva sul concetto di “ecologia integrale”, “dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale”.

Nel fare memoria dei quarant’anni della tragedia di Stava, il presidente Sergio Mattarella sottolinea che “qui non è stata la natura a distruggere, a uccidere”. La strage è stata “causata artificialmente dall’uomo”, “a determinarla fu l’indifferenza al pericolo per le persone. Sulla base di una errata concezione del rapporto uomo-ambiente, con quest’ultimo considerato risorsa da sfruttare e non da porre, doverosamente, in favore della comunità, come un valore al suo servizio”.

I costi umani, sociali, ambientali delle guerre e dell’economia che uccide sono sotto gli occhi di tutti. Ma sono occhi abbagliati, i nostri, dal fulgore delle esplosioni e delle scie dei missili che solcano i cieli del nostro immaginario. Le coscienze sono confuse. I grandi del mondo sono nani folli che giocano con la vita dei più poveri e indifesi, negando un pianeta vivibile alle prossime generazioni.

Mattarella cita Alex Langer, “personalità acuta e inquieta”, che “parlava di ‘conversione ecologica’ per indicare un processo che deve coinvolgere contemporaneamente cultura, istituzioni, economia, società”.

La musica? La trovate al Supermarket!

Il concetto è semplice, più semplice di quanto possa sembrare: il supermercato è il luogo dove si va a comprare tutto ciò di cui si abbisogna, da qui il nome scelto da una decina di musicisti bolzanini che per le loro particolari attitudini sono in grado di approvvigionare il fabbisogno musicale, sia nel caso della musica che sono loro stessi a produrre, sia che vengano coinvolti nelle produzioni di altri colleghi. Tutto è cominciato durante le limitazioni dovute alla pandemia, e nel 2023 ha dato origine ad una musicassetta autoprodotta a cui a fine giugno ne ha fatto seguito una seconda, intitolata significativamente Sympathia.

“Noi siamo sempre stati un gruppo di amici – ci spiega Cobølt, una delle quattro voci dei Supermarket –, molto prima di essere una formazione musicale. Semplicemente ad un certo punto ci siamo detti: siamo tutti musicisti, facciamo qualcosa insieme. Abbiamo condiviso tantissimo, cose belle e cose brutte, e questo ci tiene molto uniti. La definizione lessicale di Sympathia (concordanza di sentimenti, affinità sentimentale tra persone, partecipazione agli stati d’animo di qualcuno) ci si addice perfettamente. E piuttosto che band ci piace definirci collettivo”.

Scorrendo le note di copertina della nuova raccolta di otto brani in cui si mescolano canzone italiana, rap, prog, elettronica, si evince che nella composizione di ciascun brano vi siano collaborazioni a più livelli, più mani a scrivere i testi, più mani ad arrangiare e non sempre necessariamente le stesse. Ed è un po’ qui che si evince la quanto mai appropriata denominazione dei Supermarket: sugli scaffali c’è tutto. Serve un autore? Basta scegliere. Serve un fonico? Nel gruppo ce n’è più d’uno, che è naturalmente anche compositore. E tutti sono produttori e possono suonare più d’uno strumento.

“Non avendo partecipato come autore a questa cassetta – è il chitarrista/produttore Thomas Traversa a parlare–, ho potuto vedere dall’esterno come si sviluppi l’amalgama tra i miei amici. Tutto avviene con molta naturalezza e spontaneità, magari Cobølt e Bajo propongono una loro idea e altre due persone del gruppo nell’ascolto la elaborano secondo la loro visione: può essere che rimanga un testo con un unico autore che pensa ad un testo per altre voci ma può anche essere che gli autori diventino tre ed ognuno nel brano canti la sua parte; tutto fila alla perfezione come se fosse la cosa più normale del mondo”.

“È stata sicuramente la parte più complicata del percorso – specifica Cobølt –, siamo persone con gusti musicali differenti, ma c’è sempre la volontà di comprendersi a vicenda e il risultato alla fine funziona”.

Nell’economia sonora del gruppo ognuno è fondamentale, dalle sequenze computerizzate di Marco Distasio, alle tastiere di Bajo, alle due batterie, al basso, alle voci.

Sem, il bassista, pur partendo da una passione pura per l’heavy metal, si è adattato al formato Supermarket dimostrando una certa duttilità e adattabilità al progetto: “In principio era il classico basso elettrico. Poi considerando il genere musicale che suoniamo mi è sembrato opportuno mettere in pista anche il basso-synth. Quando l’ho comprato non avevo neppure idea di come funzionasse, poi ci siamo messi lì e con l’aiuto degli altri ne sono venuto a capo. Inizialmente doveva essere solo per fare il disco, ma ora anche dal vivo nella prima parte suono il basso elettrico e nella seconda quello sintetizzato. L’idea del disco era principalmente indirizzata verso la musica elettronica e mi serviva quindi uno strumento che avesse delle caratteristiche che il basso analogico non ha”.

Visti dal vivo, i Supermarket sfoderano poi una presenza scenica e delle sonorità che si discostano da quelle ascoltate nelle registrazioni, dando un’ulteriore prova delle loro capacità. 

“Riusciamo a tirare fuori un sound particolare – è il tastierista e fonico Bajo a parlare ora –, per il live i pezzi sono come riarrangiati perché il pubblico vuole una determinata situazione, vuole un tipo di energia e tu stesso vuoi dare quell’energia. Quando lavoriamo sulla dimensione live, cerchiamo un tipo di suono che stupisca, e siamo i primi a stupirci quando vediamo la risposta del pubblico”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Giovanni Segantini

Tra le vie della circoscrizione Gries San Quirino dedicate a pittori, come Michael Pacher e Martin Knoller, vi è via Giovanni Segantini, sul quale diamo qualche notizia. Nato ad Arco (TN) il 15 gennaio 1858, trovò lavoro a Milano presso la bottega dell’artigiano decoratore Luigi Tettamanzi; dal 1873 lavorò come garzone in quella del fratellastro Napoleone; frequentò poi a Milano circa tre anni i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Iniziò a dipingere e già nel 1879, durante l’esposizione di Brera, ottenne i primi riconoscimenti. Con Luigia Bigatti, detta Bice, conosciuta nel 1880, si trasferì a Pusiano, in Brianza. Poté dedicarsi a soggetti riguardanti la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura. Pittore delle montagne, nei suoi quadri i soggetti protagonisti sono i paesaggi, i villaggi, le malghe, il bestiame ed i riti quotidiani delle genti di montagna. Non mancarono i riconoscimenti, come la medaglia d’oro per il dipinto “Ave Maria a trasbordo”, durante l’Esposizione Internazionale di Amsterdam. Nel 1886 con Bice e i quattro figli si trasferì a Savognino, nel Canton Ticino. Nel 1894 passò a Maloja, in Engadina, piccolo villaggio in cui visse sino alla morte, avvenuta il 28 settembre 1899. Fu intenso l’itinerario artistico di Segantini, nelle numerose opere, tra i 132 dipinti ad olio delle tappe di vita, Milano (1878-1881), Brianza (1881-1886), Savognino (1886-1894), Maloja (1894-1899), ma anche dei 110 disegni e pastelli, il tutto sapendo coniugare verismo, simbolismo e divisionismo. Convertito alla teoria scientifica della scomposizione dei colori, così Segantini definiva e giustificava la sua famosa “maniera”: “Più puri saranno i colori sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la luce, l’aria e la verità”. Su vita e opere di Segantini è stato prodotto un film-documentario “Segantini-Ritorno alla Natura” di Francesco Fei (2016).

Autore: Leone Sticcotti