I Baiuvari tra il Tirolo, il Trentino e il Veneto

Le migrazioni sono tra i fenomeni più profondi e duraturi della storia dell’umanità. In certi casi si trattò di invasioni violente (come quelle degli Ostrogoti o dei Longobardi, che occuparono gran parte della penisola italiana); in altri si tratto invece di insediamenti graduali e pacifici, che modificarono in profondità la struttura demografica, linguistica e culturale delle regioni alpine.

Uno degli esempi più rilevanti – e per certi versi ancora poco indagati – fu la migrazione dei Baiuvari che tra il VI e l’VIII secolo riguardò un territorio compreso tra l’attuale Baviera, il Tirolo austriaco, il Trentino-Alto Adige e parte del Veneto settentrionale. I Baiuvari nacquero probabilmente tra il IV e il V secolo d.C. dalla fusione di residui elementi romanici e germanici. 

Furono alleati dei Franchi merovingi, e poi, nel 788, vennero incorporati nell’Impero Carolingio da Carlo Magno, che costrinse il duca Tassilone III della dinastia degli Agilolfingi (tra l’altro parente di Carlo da parte di madre e marito della figlia dell’ultimo re dei Longobardi Desiderio) ad abdicare. Questo evento segnò l’inizio di un’espansione  franco-bavarese verso sud. Singolare la circostanza che qualche secolo dopo, nel 1027, anche i primi conti di Bolzano fossero di origine bavarese. 

Dalla metà del VI secolo, gruppi baiuvari cominciarono a migrare verso le Alpi e oltrepassarle. Le motivazioni principali furono, a parte il desiderio di nuove terre coltivabili e pascoli, il declino delle strutture tardo-romane e ostrogote e  la necessità dei Franchi di presidiare le vie di comunicazione strategiche, come il passo del Brennero, il Resia e il Monte Croce Comelico.

Nel Tirolo settentrionale, i Baiuvari si insediarono nella valle dell’Inn e nelle valli laterali. Nel Tirolo meridionale (oggi Alto Adige) e in Trentino, gli insediamenti furono inizialmente più frammentati, ma comunque significativi. I Baiuvari si stabilirono in zone montane e periferiche (ma anche a Bolzano), spesso integrandosi con i Longobardi, a loro volta “fusi” con l’antica popolazione romana. 

Tra le aree più importanti troviamo l’Oltradige e la Bassa Atesina, le valli di Non e di Sole, l’Alta Valsugana, le Giudicarie, l’Altopiano di Pinè (Miola, Faida, Montagna e Rizzolaga), il Fersental (Val dei Mocheni) con località come Persen, Palù (Palau), Vignola, Frassilongo (Florutz), Roveda (Gereut), gli Altipiani cimbri con Lavarone (Lafraun), Luserna, Folgaria (Filgreit), Vallarsa (Brandtal), Terragnolo (Latal), Val Ronchi (Rauttal) e Roncegno (Rundscheiner Berg) sopra Borgo. 

I migranti germanici in queste zone vennero spesso chiamati Teutonici o Teutisci (todeschi), nomi generici che solo dal basso medioevo si trasformarono in Cimbri (senza alcun legame diretto con gli antichi Cimbri storici). A lungo, corsi d’acqua come l’Avisio (Eveys) furono considerati confini naturali tra il mondo linguistico latino e quello germanico. 

Lo stesso vale per il Noce (Ulz), che segnava la linea di separazione politica e culturale tra la Contea del Tirolo e il Principato vescovile di Trento, quest’ultimo inserito nel Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca dal 1027 al 1803.

I Baiuvari non si fermarono al Trentino. Giunsero, seppur in misura minore, anche nel Veneto alpino, soprattutto nel Bellunese, sugli altipiani vicentini e nelle montagne veronesi, dove la lingua tedesca si conservò fino al XV secolo e oltre.

I Baiuvari contribuirono in modo decisivo alla germanizzazione delle Alpi centro-orientali, lasciando una traccia linguistica, toponomastica e culturale che si riflette ancora oggi nella toponimia, nei dialetti e nella cultura alpina. La loro presenza fu fondamentale per la formazione dell’identità tirolese, che si consolidò solo nei secoli successivi, quando nel 1027 l’Imperatore Corrado II concesse in feudo al vescovo di Trento i territori montani, riconoscendo formalmente una realtà già esistente “de facto”.

Autore: Reinhard Christanell

La strada dedicata a Giovanni Segantini

Tra le vie della circoscrizione Gries San Quirino dedicate a pittori, come Michael Pacher e Martin Knoller, vi è via Giovanni Segantini, sul quale diamo qualche notizia. Nato ad Arco (TN) il 15 gennaio 1858, trovò lavoro a Milano presso la bottega dell’artigiano decoratore Luigi Tettamanzi; dal 1873 lavorò come garzone in quella del fratellastro Napoleone; frequentò poi a Milano circa tre anni i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Iniziò a dipingere e già nel 1879, durante l’esposizione di Brera, ottenne i primi riconoscimenti. Con Luigia Bigatti, detta Bice, conosciuta nel 1880, si trasferì a Pusiano, in Brianza. Poté dedicarsi a soggetti riguardanti la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura. Pittore delle montagne, nei suoi quadri i soggetti protagonisti sono i paesaggi, i villaggi, le malghe, il bestiame ed i riti quotidiani delle genti di montagna. Non mancarono i riconoscimenti, come la medaglia d’oro per il dipinto “Ave Maria a trasbordo”, durante l’Esposizione Internazionale di Amsterdam. Nel 1886 con Bice e i quattro figli si trasferì a Savognino, nel Canton Ticino. Nel 1894 passò a Maloja, in Engadina, piccolo villaggio in cui visse sino alla morte, avvenuta il 28 settembre 1899. Fu intenso l’itinerario artistico di Segantini, nelle numerose opere, tra i 132 dipinti ad olio delle tappe di vita, Milano (1878-1881), Brianza (1881-1886), Savognino (1886-1894), Maloja (1894-1899), ma anche dei 110 disegni e pastelli, il tutto sapendo coniugare verismo, simbolismo e divisionismo. Convertito alla teoria scientifica della scomposizione dei colori, così Segantini definiva e giustificava la sua famosa “maniera”: “Più puri saranno i colori sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la luce, l’aria e la verità”. Su vita e opere di Segantini è stato prodotto un film-documentario “Segantini-Ritorno alla Natura” di Francesco Fei (2016).

Autore: Leone Sticcotti

Rotolo al papavero con panna ai mirtilli rossi

Ingredienti

Preparazione:
circa 35 minuti
Per 1 rotolo
(circa 12 fette)

Rotolo al papavero
3 tuorli
40 g miele
4 albumi
1 p. sale
20 g zucchero
70 g semi di papavero, macinati finemente
20 g farina
1 b. zucchero vanigliato
1 p.c. cannella

Ripieno
200 ml panna
2 C zucchero
150 g confettura di mirtilli
rossi
zucchero a velo

Preparazione

Per il rotolo al papavero sbattere i tuorli con il miele a bagnomaria, poi continuare a sbattere togliendo il recipiente dalla fonte di calore.
Sbattere leggermente gli albumi con il sale, aggiungere lo zucchero e montare a neve ferma.
Incorporare il composto di tuorli e miele agli albumi montati a neve.
Mescolare i semi di papavero, la farina, lo zucchero vanigliato e la cannella e incorporarli al composto.
Stendere l’impasto fino allo spessore di un dito su una teglia rivestita di carta da forno e cuocere nel forno preriscaldato a 180 gradi per circa 5 minuti.
Sformare su un panno da cucina cosparso di zucchero e rimuovere delicatamente la carta da forno.
Montare la panna e incorporarvi lo zucchero e la confettura di mirtilli rossi.
Infine spalmare la panna ai mirtilli rossi sul pan di Spagna al papavero e arrotolarlo ben stretto su sé stesso servendosi del panno da cucina.
Tagliare a fette il rotolo, cospargere di zucchero a velo e servire.

Variante

Rotolo di grano saraceno: sostituite i semi di papavero con della farina di grano saraceno a grana fina.

Vacanze…

Il mese di luglio, chissà perché, mi porta a pensare a tutti coloro che si mettono a disposizione degli altri per aiutarli in qualche modo o per prendersene cura. Lo feci già l’anno scorso, pensando al comparto sanitario che fa sempre più fatica a venire incontro alle esigenze dei pazienti. Ma anche ricordando i preti di quartiere di una volta, che erano un punto di riferimento anche solo per chiacchierare, come diceva anche Adriano Celentano nel suo “Ragazzo della via Gluck”.
In quest’estate torrida – in cui anche i rari fronti freddi valgono ormai solo come eccezione che conferma la regola – in realtà sono molte di più le categorie di persone che si prendono cura di qualcuno. Senz’altro me ne dimenticherò qualcuna. I nonni dei nipoti, i figli dei genitori, le badanti dei tantissimi nostri anziani sempre più anziani. Poi ci sono i tanti educatori e animatori, spesso adolescenti, che fanno giocare i bambini nelle tante iniziative estive che oggi sostituiscono i cortili di una volta. A prendersi cura degli altri sono anche tutti coloro che si relazionano con dei clienti e utenti, siano essi negozianti, artigiani che installano condizionatori e altro, forze dell’ordine, addetti ai servizi al pubblico nei più diversi modi.
Di questo mondo di persone che si mettono a disposizione degli altri fanno parte tutti coloro che organizzano iniziative di animazione per gli anziani ancora autosufficienti e che hanno bisogno di refrigerio e – sicuramente – anche di un po’ di compagnia. Ci sono poi i vigili del fuoco, che intervengono nelle più varie emergenze: incendi, incidenti stradali anche tragici, ma anche semplici disinfestazioni da nidi di vespe e altro. In montagna a vigilare c’è poi il soccorso alpino, sempre pronto ad intervenire.
Mi piace (ci piace?) però pensare anche che durante l’estate tutti noi siamo disposti a dare una mano, in caso di bisogno, a un vicino in difficoltà, a un bambino molto piccolo che momentaneamente non trova la mamma, o a un anziano disorientato alla fermata del bus. Spesso anche solo una telefonata o un messaggio sullo smartphone possono cambiare la giornata ad una persona in difficoltà o anche solo triste e sola.
Vacanza, forse, allora è anche fermarsi un attimo, smettere di correre per guardarci intorno e vedere se qualcuno ricerca un nostro gesto gentile, un sorriso. Scoprendo che non occorre andare chissà dove o fare chissà cosa per sentirci meglio perché abbiamo contribuito a far stare meglio qualcun’altro.
Buonismo? No, è umanità.
Teniamocela stretta.

Autore: Luca Sticcotti

L’isola che non c’è ma che potrebbe esserci (almeno un po’)

Nel 1525 – proprio 500 anni fa – il Tirolo fu sede di una rivolta contadina scoppiata sull’onda di quanto stava accadendo in altre parti d’Europa. Nel mirino anche fatti più contingenti, come lo stile di governo del vescovo di allora, ritenuto arbitrario, e le disuguaglianze di una società ancora divisa in caste.

Riuniti a Merano nel mese di giugno 1525, sotto la guida di Michael Gaismair, i contadini rivoltosi stesero una lista di 64 articoli – scritti in tedesco e in italiano – che chiedevano tra l’altro l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la stesura per questo di un codice di norme, come è normale in uno stato di diritto. Poi l’eliminazione dei privilegi della nobiltà. L’elezione dei giudici e la loro indipendenza, da garantire attraverso uno stipendio e non con le entrate legate alla gestione dei processi. Sull’onda della Riforma protestate si chiedeva l’abolizione del potere temporale della chiesa e l’elezione dei pastori da parte delle comunità. Infine, le decime, raccolte in chiesa, si sarebbero dovute destinare a interventi caritativi e di carattere sociale.

Fatte le dovute contestualizzazioni storiche, si può capire che queste richieste furono respinte definitivamente non appena le circostanze lo permisero e anche Michael Gaismair fu presto dimenticato – o fatto dimenticare – anche perché nel suo programma non stavano Gott, Kaiser und Vaterland (Dio, imperatore e patria) a differenza di altri personaggi assurti invece a eroi, presunti combattenti per la libertà. Naturalmente quando fu il tempo sia Michael che Andreas furono tirati per la giacchetta da questo o da quel movimento politico come si fa in questi casi.

A Gaismair e ad altri protagonisti delle Guerre dei contadini si associa spesso la parola “utopia”, nome assegnato da Tommaso Moro, proprio in quegli anni, all’isola che non c’è. Le società ideali, infatti, non esistono se non nei trattati dei filosofi e negli statuti dei rivoluzionari. Però esistono le società reali. Quanto esse si possano avvicinare a un ideale di giustizia e pace, quanto esse siano rispettose dei più deboli, eque nella distribuzione delle risorse, attente a valorizzare i talenti di tutti i loro cittadini, dipende in gran parte proprio dalle cittadine e dai cittadini stessi e dal loro grado di consapevolezza e di partecipazione. Sapendo che – come sembra insegnare il destino di un Gaismair o di un Moro – ci sono sempre dei rischi da correre.

È più comodo convincersi che l’isola della pace e della giustizia non c’è e non ci potrà mai essere.

Autore: Paolo Bill Valente

Mirko Giocondo alla guida dell’ultima corsa per Chinatown

È un musicista eclettico e prolifico Mirko Giocondo, uno a cui piace percorrere vari sentieri: che si tratti della musica contagiosa e scanzonata della Homeless Band, del rock d’autore dei Ferbegy?, delle canzoni di una band gloriosa e rodata come la Spritzband di Andrea Maffei o di quelle essenziali di Ariel Trettel. E qualunque musica suoni, Mirko lo fa con lo stesso entusiasmo e trasporto, mettendoci l’anima.

“In tutte le band in cui suono – ci spiega – non mi interessa essere un singolo, io mi metto a disposizione, e questo probabilmente è il motivo per cui poi quando indosso i panni del compositore faccio cose molto differenti e le faccio da solo, perché quello che voglio esprimere sono le mie idee. Farei fatica a scrivere a quattro mani, mi metto volentieri al servizio della musica altrui, ma lo faccio in quanto me stesso. Con la mia musica invece scrivo, scrivo, metto giù spartiti che magari in quel momento mi sembrano funzionare e poi il giorno dopo non mi paiono più così riusciti. Credo che per essere compositore sia necessario non divenire vittime dell’ispirazione, quanto piuttosto essere una specie di artigiano della composizione, e come un artigiano fare qualcosa ogni giorno, qualcosa che funzioni”.

Ad appena un anno dal suo lavoro precedente, una sorta di sinfonia concept d’ispirazione science fiction, Mirko Giocondo ha messo in rete, tramite le consuete piattaforme, un nuovo lavoro il cui titolo, Last Race For Chinatown, trae origine dalla passione dell’autore per il Tao, di cui è studioso al punto di collezionarne diverse edizioni e traduzioni. Si tratta di una sorta di suite in dodici movimenti, ciascuno col suo titolo in cui, con certosino lavoro di ricerca per quanto riguarda gli strumenti da usare, Giocondo veste di Cina una musica distante da quel mondo, una musica legata anche alla sua passione per le roboanti colonne sonore di Hans Zimmer.

“Non so se ci sono riuscito – ci confida –, ma ho cercato di spaccare un confine in quello che è l’abito della musica cinese, usando strumenti tradizionali, talvolta molto antichi, come l’erhu, e mettendoli però fuori dal contesto della musica cinese abbinandoli ad un’orchestra. Ho diviso la torta in tre parti: quella con gli strumenti della tradizione, un’altra con l’orchestra usata in maniera ancor più epica, spogliata di qualche elemento, ma ingrandita sul fronte archi/ottoni, e un’ultima con un largo uso di sintetizzatori”. 

L’erhu, uno strumento cordofono tipo violoncello che si suona però strofinando l’archetto verso l’esterno, spingendo le corde verso il vuoto, il cordofono a percussione yangqin, il similare gudzeng che si suona però con le dita, flauti che rispondono ai nomi di bawu e koudi, sono i protagonisti della nuova fatica del musicista bolzanino. Mescolando il tutto all’approccio futuristico dei synth, si crea l’idea della Chinatown del titolo, che come l’autore stesso ci tiene a precisare, non è Cina, ma è una comunità cinese all’interno di una metropoli occidentale.

“La musica cinese – prosegue Giocondo – è molto ferma, non ha alcun tipo di grande costruzione armonica, è tutta concentrata sulla timbrica, quasi sempre costruita su una scala pentatonica, il suo pregio sta tutto nel fascino che può esercitare sull’ascoltatore. Il mio esperimento consiste nel dire: sì siamo qui con la testa ma spacchiamone le regole, via quel vestito. E ci sono voluti dieci mesi per arrivare alla conclusione da quando ho cominciato a lavorare al progetto. Volevo tirare in ballo la grandezza dell’antica Cina, volevo metterci i miei studi sul Tao, che cerca di non dare didascalie ma di fornire metafore per arrivare alla conoscenza. Proprio come la musica, secondo me, che riesce ad esprimere cose che la parola non riesce a comunicare. Il tutto utilizzando l’epicità di una grande orchestra, il fascino degli strumenti tradizionali, e condurre l’ascoltatore a fare un viaggio. La mia musica non usa la forma canzone e non è neppure concepita come commento sonoro a delle immagini, quanto piuttosto ad un viaggio, a delle storie che si dipanano nella mia mente”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

In Zona una strada dedicata a Dürer

In zona aeroporto si trova una via minore, ma ugualmente importante perché dedicata a un grande dell’arte, il pittore incisore germanico Albrecht  Dürer. Nato a Norimberga il 21 maggio 1471, sin da ragazzo si rivelò dotato di talento; imparò tra l’altro le tecniche di incisione sui metalli; in tale arte divenne famoso, lasciando circa 350 incisioni e xilografie. Si addestrò poi nell’incisione in legno, in acquarello e pittura ad olio. Dal 1490 viaggiò, per approfondire le conoscenze, prima al nord poi al sud. Nel 1494 tornò a Norimberga, dove il 14 luglio sposò Agnes Frey, figlia di un orafo; non ebbero figli. Risalgono all’estate 1494 diverse pitture ad acquarello raffiguranti i dintorni della città  natale. Scoppiata anche a Norimberga l’epidemia di peste, Dürer partì per Venezia: sono del periodo veneziano i disegni di soggetto mitologico. Nel viaggio di rientro  nel 1495 toccò, oltre al lago di Garda, varie località (Arco, Trento, Val di Cembra, Segonzano, Chiusa all’Isarco), tutto documentato da acquarelli. Il percorso è tuttora noto come “il sentiero del Dürer”. Nella primavera 1495 tornò a Norimberga, dove in propria bottega riprese l’attività di xilografo e calcografo. Nel 1496 il principe elettore Federico di Sassonia (1463-1525), detto “Il Saggio”, gli commissionò diverse opere. Nell’estate 1505 Dürer ritornò a Venezia, dove, oltre alla pala d’altare della chiesa di San Bsrtolomeo, a Rialto, eseguì numerosi ritratti, disegni, il quadro “Gesù tra i dottori”.  Dopo il 1511 Dürer abbandonò la xilografia per dedicarsi alla calcografia, le incisioni in rame. Dal 1512 al 1519 fu a servizio dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo; alla sua morte attendeva di esser ricevuto dal successore, Carlo V; recatosi a Bruges e a Gand si spinse fino in Zelanda, dove fu colpito dalla malaria; Albrecht Dürer morì il 6 aprile 1528 nella propria casa di Norimberga.

Autore: Leone Sticcotti

Egna e i suoi tesori tra le mura degli antichi palazzi e i portici

Egna si trova tra vigneti e meleti, ai piedi dei boschi del Parco Naturale di Monte Corno, a 25 km da Bolzano e 34 da Trento. Il comune comprende le frazioni Villa, Mazzon, Laghetti e San Floriano. Egna è un borgo in cui le mura degli antichi palazzi e i portici, sono uno scenario da non perdere. L’antica città mercato, dal 2014 fa parte de “I borghi più belli d’Italia”.

L’esistenza di un insediamento nella zona dell’attuale Comune di Egna è documentata già in età romana nella nota mappa stradale risalente al III secolo d.C. denominata “Itinerarium Antonini”; l’antico documento riporta infatti una stazione militare e di posta dal nome “Endidae Mansio“, situata lungo la Via Claudia Augusta, a 23 miglia a nord di Tridentum, l’attuale Trento. Nel 1018 il luogo prese il nome di Enna e Egna nel 1170. 

Nel 1189 il paese fu devastato da un grave incendio ma vista la sua posizione geograficamente favorevole, il principe-vescovo Corrado di Beseno si adoperò affinché il centro abitato fosse immediatamente ricostruito: l’atto di fondazione del comune di Egna è così datato 13 ottobre 1189 con il nome di “Burgum novum Egne”, dal quale nel XIV secolo derivò il toponimo “Newenmarcht” e successivamente quello attuale Neumarkt. 

Dapprima il borgo sorse e si sviluppò in prossimità del Corso del fiume Adige, ma a partire dal 1222, a causa delle continue inondazioni, il principe vescovo autorizzò la costruzione di edifici più a monte. Durante il Medioevo la importanza come centro di passaggio dei traffici commerciali terrestri e fluviali crebbe notevolmente e favorì lo sviluppo urbanistico ed economico del borgo. A dare grande prosperità alla comunità fu soprattutto la concessione, nel 1309 da parte del sovrano reggente duca Ottone, del “diritto di fermo e di deposito delle merci”. 

Questo provvedimento disponeva infatti che tutte le merci in transito dovessero essere scaricate e sdoganate a Egna e che potessero proseguire verso Bolzano o Trento solamente a mezzo di trasportatori locali. Egna rimase fino al XVI secolo il porto fluviale più importante della regione; qui infatti tutto il legname proveniente dalla Val di Fiemme veniva caricato su grandi zattere per essere trasportato verso nord o verso sud.
Tra i monumenti religiosi più importanti vi è la chiesa di Nostra Signora in Villa, la chiesa dei Cappuccini dei 14 Santi ausiliatori, la Chiesa di San Michele in Mazzon e la chiesa parrocchiale di San Nicolò; quest’ultima risulta essere la più importante dell’area ed è situata nel centro storico
Costruita nel XII secolo la chiesa è però in stille tardogotico a causa dei numerosi lavori di rifacimento e ampliamento che subì. 

Fu infatti aggiunto il campanile, l’abside e le navate laterali; anche l’interno della chiesa è stato modificato nei secoli con l’aggiunta di diverse opere barocche. L’avancorpo romanico fu costruito al XII secolo e venne ristrutturato al XV secolo. La torre risale al XIII secolo. Il coro, che fu costruito dal maestro scalpellino Konrad von Neumarkt, è un esempio eccellente di architettura tardo gotica.
Sula facciata della chiesa, sopra il portale, spicca l’affresco del 1751 raffigurante San Nicolò Vescovo, mentre all’interno, ragguardevole è l’altare maggiore realizzato in stile barocco da diversi artisti in cui spicca il dipinto raffigurante la Madonna con Gesù Bambino, San Nicolò e San Gallo con ai lati due grandi statue di San Simone e Giuda, gli affreschi sull’arco di trionfo raffigurano San Cristoforo, Sant’Urbano e il beato Heinrich di Bolzano. Sono invece del Novecento le raffigurazioni della Via Crucis Molto interessanti sono anche la cappella laterale meridionale con fonte battesimale e la volta decorata da antichi affreschi. Vi sono conservate tre dipinti del fiemmese Orazio Giovanelli raffiguranti la Natività, l’ Adorazione dei Magi e l’Ultima Cena.
A Egna merita una visita anche il Museo di Cultura popolare che si trova allogato un edificio storico nel centro di Egna. La mostra permanente espone arredi e oggetti di uso quotidiano nel XIX e XX secolo. Tutti gli oggetti presenti nel museo sono stati raccolti dalla collezionista Anna Grandi Müller.
Il Museo è aperto da Pasqua a Ognissanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’agricoltura biologica ante litteram 

Il Novecento può considerarsi il secolo della ricerca e della sperimentazione agricola. Donne come Lady Eve Balfour o Olivia Rossetti Agresti avevano cambiato il concetto stesso di agricoltura e di prodotto della terra, con azioni pionieristiche di grande importanza che restarono nella storia.

“Un suolo sano è il fondamento di tutta l’agricoltura”. Concentrandosi sulla vita del suolo, le pratiche biologiche creano agroecosistemi equilibrati a beneficio sia degli agricoltori che dell’ambiente, così la pensava Lady Eve Balfour, un’agricoltrice visionaria, educatrice e sostenitrice dell’agricoltura biologica che ha trasformato gli atteggiamenti nei confronti dell’agricoltura sostenibile. Acquistato Haughley Green Farm, una fattoria abbandonata di 93 acri nel Suffolk, in Inghilterra, nel 1939, e vi condusse i primi confronti scientifici a lungo termine tra agricoltura biologica e chimica. La sua ricerca rivoluzionaria dimostrò che i metodi biologici possono eguagliare le rese convenzionali, migliorando al contempo la fertilità del suolo e il valore nutrizionale degli alimenti. Balfour documentò le sue scoperte nel suo influente libro “The Living Soil”, pubblicato nel 1943. La sua ricerca ha dimostrato i benefici ambientali ed economici delle pratiche biologiche ed è diventata una delle principali sostenitrici dell’agricoltura sostenibile. Il libro scatenò un vero e proprio movimento presentando l’agricoltura biologica non solo come una filosofia astratta, ma come un sistema agricolo praticabile e produttivo fondato sulla scienza. Fondò The Soil Association, con la quale guidò l’adozione delle pratiche biologiche. Grazie alla sua instancabile difesa, fu considerata la madre del movimento biologico. Mary de Rachewiltz fu fra gli iscritti alla British Soil Association e ne applicò a Brunnenburg i principi. Lady Balfour stessa visitò e soggiornò a Brunnenburg. 

Mary de Rachewiltz aveva infatti deciso – fin dalla metà degli anni Quaranta – che fra le mura di Brunnenburg avrebbe portato avanti le istanze apprese ai corsi sul metodo colturale di Giulio del Pelo Pardi presso la Federazione Nazionale dei dottori in scienze agrarie, l’agricoltura biologica di Lady Balfour, gli studi di Ronald Duncan e l’esperienza con gli aceri da zucchero fatta da Helen e Scott Nearing. Helen era cresciuta in una famiglia teosofista e fu vegetariana per tutta la vita.

Nel 1934, la coppia lasciò New York per Winhall, in Vermont, dove acquistarono un grande tratto di foresta per 2200 dollari e una fattoria di medie dimensioni per 2500 dollari. Desideravano vivere una vita più “significativa”, migliorare la loro salute e distanziarsi dalla società moderna.Nel loro podere condussero un’esistenza in gran parte ascetica e autosufficiente, coltivando gran parte del loro cibo e costruendo nove edifici in pietra in due decenni. Si guadagnavano da vivere producendo sciroppo e zucchero d’acero dagli alberi del loro terreno e attraverso occasionali conferenze a pagamento di Scott Nearing. 

Mary si interessò agli scritti di Olivia Rossetti Agresti, co-fondatrice della Fao, su come combattere la fame nel mondo aggiornandosi sulle sperimentazioni Fao ed entrò a far parte della Soil Association di Lady Eve Balfour,. Mary piantò a Brunnenburg aceri da zucchero e si adoperò affinché questi alberi di grande bellezza e di utilità per l’alimentazione umana, venissero piantati in via sperimentale in Alto Adige e in altre parti d’Italia. In un tempo in cui il mais dolce veniva utilizzato esclusivamente come mangime per gli animali, Mary portava in tavola le pannocchie utilizzandole come un cibo altamente nutriente e dal sapore delizioso.
La vita agricola Mary l’aveva vissuta fin da piccola a Gsis al maso Sama dove era cresciuta, nella sua adolescenza all’esperienza pusterese si era unita quella sul Mugello nella residenza estiva del collegio La Quite di Firenze che Mary frequentò. 
Furono i metodi improntati alla sostenibilità e all’autosufficienza, come l’allora nascente agricoltura biologica, organica e rigenerativa esposte nelle riviste inglesi come “The Farmer”, tedesche come “Organischer Landbau” e italiane come “L’Agricoltura” a colpire gli interessi di Mary informata anche sulle ricerche che in campo alimentare compiva la Fao. Gli aceri da zucchero ne furono un esempio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La lettera di San Vigilio e l’evangelizzazione

Il Cristianesimo impiegò molti secoli per “conquistare” l’Occidente e, in particolare, la valle dell’Adige. I cittadini romani di questa regione erano fedelissimi alle loro divinità ancestrali, tra le quali spiccava sicuramente Saturno. Per nessun motivo al mondo erano disposti ad abbracciare la dottrina del predicatore orientale che stava facendo breccia in Egitto e in Turchia, in Siria e in Palestina, ma molto meno in Gallia, in Germania e in Italia.

Nel 313, l’Editto di Milano autorizzò la pratica della religione cristiana nell’Impero; nel 380, con l’Editto di Tessalonica, essa diventò religione ufficiale dello Stato. I primi patriarchi siedono a Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Da queste città e da alcuni “missionari” parte quella grande impresa che, nel giro di pochi secoli, convertirà al Cristianesimo l’intero mondo occidentale.

Per quanto riguarda il nostro territorio, la sede della diocesi era a Trento, a sua volta suffraganea della sede metropolitana di Milano. A contrastare il dominio trentino sorse poi la sede vescovile di Sabiona. Nasce in questo contesto la “competizione” tra le due diocesi, che durerà per molti secoli. Alcuni comuni e parrocchie di confine come Laives, Bronzolo e Salorno furono ambiti da Bressanone; Caldaro, Appiano e Termeno, invece, restarono fedeli a Trento.

Le parrocchie rurali (Urpfarren) sorsero lentamente sul territorio e cercarono  di legittimarsi con documenti spesso retrodatati. Il più noto di questi è la Lettera di San Vigilio, o Epistola beati Vigilii episcopi ad Calderenses. Il contenuto della “lettera” (in realtà una raccolta di documenti) riguarda  il viaggio missionario del vescovo Vigilio, insediato nel 385 e morto nel 403, la lotta al paganesimo, la fondazione di una chiesa a Caldaro, l’istituzione di una Urpfarre con nomina di un sacerdote, l’attribuzione di un territorio e di diritti, la sottomissione della comunità a Trento e l’ammonizione a non ricadere nei riti pagani.

La lettera viene attribuita a Vigilio, effettivamente il protagonista  dell’evangelizzazione della Bassa Atesina. In realtà, il testo risale a un’epoca  tra l’XI e il XIII secolo, e raccoglie notizie trasmesse oralmente e  anche in parte inventate. Che l’opera di cristianizzazione di Vigilio non sia stata semplice è un dato di fatto. Alcuni suoi confratelli vennero massacrati, e lo stesso Vigilio morì lapidato dai pagani dopo aver gettato nel fiume Sarca una statua di Saturno. Egli fondò numerose chiese in Oltradige e Bassa Atesina. Scrive dunque la lettera, per bocca di Vigilio o di chi ne raccolse le memorie: “In loco qui dicitur Caldarium, idolatria reperta est”,  a riprova del fatto che nel IV secolo la Bassa Atesina era ancora completamente pagana. In quel luogo di idolatri fece costruire una “ecclesia in honore sanctae Mariae” e “presbyterum ordinavi qui plebem doceret et divina celebraret”. Questo sacerdote si insediò al posto dei vecchi sacerdoti pagani affinché “nullus auderet ritu gentilium sacrificare”, cioè nessuno ardisse più sacrificare secondo i riti dei pagani.

Quello che avvenne a Caldaro avvenne anche in altri comuni. Ne è prova la dedizione storica di molte comunità al vescovo di Trento, come Laives, Bronzolo, Ora, Egna e Salorno. Un’ultima annotazione della lettera merita attenzione, quando si legge: “Sit haec parochia sub potestate episcopi Tridentini”, cioè: rimanga questa parrocchia per sempre sotto l’autorità del vescovo di Trento. Questo legame venne di fatto mantenuto fino quasi ai giorno nostri grazie alla donazione dell’intero territorio della Bassa Atesina al vescovo Udalrico II da parte dell’imperatore Corrado II nel 1027.

Autore: Reinhard Christanell