Controfiletto alla cipolla con patate arrostite

Ingredienti

Preparazione: circa 50 minuti, per 4 persone

Salsa alla cipolla
400 g cipolla
40 ml olio di semi di girasole
sale
1 c paprica in polvere
½ C concentrato di pomodoro
125 ml vino rosso
250 ml brodo di carne o acqua


Controfiletto alla cipolla
4 controfiletto da 150 g ciascuno
Sale
Pepe appena macinato
40 ml olio di semi di girasole


Patate arrostite
800 g patate non farinose
1 cipolla piccola, tagliataa dadini
Olio di semi di girasole
Sale
1 c burro
1 C prezzemolo, tagliatofinemente

Altro
200 g cimette di broccoli, lessate
50 g cipolla tagliata ad anelli e fritti

Preparazione

Per la salsa alla cipolla: pelare la cipolla e tagliarla a fettine.
Arrostire nell’olio fino a ottenere una doratura uniforme (circa 15 minuti).
Eliminare l’olio in eccesso. Aggiungere il sale, la paprica in polvere e il concentrato di pomodoro e sfumare con il vino rosso. Versare un po’ brodo di carne e far ridurre il liquido per 10 minuti.
Per il controfiletto alla cipolla: condire la carne con sale e pepe e arrostirla nell’olio per circa 4 minuti, finché non sarà di un bel colore rosa.
Togliere dalla padella e tenere in un luogo caldo.
Eliminare l’olio in eccesso e versare sul fondo di cottura la salsa alla cipolla.
Ridurre la salsa.
Per le patate arrostite: Lavare le patate e lessarle con la buccia in acqua salata per circa 40 minuti.
Farle raffreddare, pelarle e tagliarle a fette.
Arrostire nell’olio con i dadini di cipolla per circa 5 minuti. Salare, aggiungere il burro e cospargere di prezzemolo.
In fine passare la carne brevemente nella salsa.
Disporre le patate arrosto e i broccoli sui piatti. Adagiarvi la carne con la salsa e servire guarnita con gli anelli di cipolla fritti.

Ricetta del libro Athesia:
I classici delle Dolomiti – Le ricette più famose da preparare
ISBN: 978-88-6839-734-0

Bombe e bandiere

È più di un mese che nella nostra ridente terra tra i monti non si fa altro che parlare di bandiere. Evidentemente non abbiamo di meglio da fare. Il dibattito è tutto sulla capacità che avrebbero le bandiere da un lato di unire e dall’altro di dividere. Per fortuna in queste latitudini in fatto di contrapposizioni ci limitiamo a questo. La nostra terra ha un ricco armamentario di queste dispute da rispolverare, periodicamente. A proposito: è da un po’ che non sentiamo parlare di toponomastica… che succede?
In altri luoghi del mondo sembra invece governare il caos e si intravvede un’evidente spinta verso un nuovo equilibrio (?), basato sulla forza e – nello specifico – quella delle armi. Nei giorni scorsi siamo addirittura arrivati ad una situazione in cui grandi potenze si dicono convinte che la pace si costruisce con le armi. Ma le bombe – sembrano sostenere i più – oggi non sono tutte uguali. Lo sintetizzava molto bene una vignetta che mi è capitato di incontrare sui social. Una vignetta che – guarda a caso – associa bombe e bandiere. Ebbene: nell’interpretazione comune oggi una bomba russa è definita “cattiva”, una iraniana “molto cattiva”, una americana “giusta”, una ucraina “molto giusta” e una bomba con la bandiera d’Israele di fatto sarebbe ingiudicabile, perché se la giudichi sei inevitabilmente “anti-semita”.
Anche i bambini capiscono che la deriva che sta prendendo la comunità internazionale non porterà nulla di buono e che la pace si costruisce in altro modo e non con l’accumulo e l’uso delle armi. In questo periodo c’è addirittura chi dichiara (il segretario della Nato), che il riarmo ci farà diventare più ricchi. Peccato che ogni giorno di bombardamento in questi giorni sia costato quasi un miliardo di dollari, che avremmo potuto usare in modi molto migliori. Per non parlare delle persone ammazzate, soprattutto quelle civili, che sono sempre la stragrande maggioranza in ogni conflitto. E di quelle che vivono una vita disperata, come i 120 milioni di rifugiati che ci sono oggi nel mondo, primi fra tutti quelli che sopravvivono nella striscia di Gaza.
Domandiamoci anche noi come fare per promuovere il ripristinino di un po’ di raziocinio e di responsabilità, intorno a noi. Anche il papa recentemente ha elogiato la nostra terra come terra di pace. Facciamo in modo che non rimanga un’isola.

Autore: Luca Sticcotti

Il pensiero lento, profondo e dolce di Alexander Langer

Il tratto che più caratterizza la personalità di Alex Langer – e che più ci manca – è la libertà di pensiero. Una libertà autentica, capace di andare oltre schemi preconcetti, pregiudizi, posizioni condizionate al senso di appartenenza. Un pensiero critico, non distruttivo, curioso. Idee che volevano poter abitare la realtà.

Qualcuno, per crearsi un alibi, lo definì un “bastian contrario”, ma non lo era affatto. Di fronte a una realtà segnata dal male, cercava le vie alternative. In questi trent’anni che ci separano dal suo tragico addio (3 luglio 1995), credo non ci sia stata occasione importante in cui non mi sia chiesto io stesso quali domande si sarebbe posto Alex. Non quali risposte. Quali domande.

Ricordiamo tutti quelle parole pronunciate, non a caso, ad Assisi, in alternativa alla cultura della superficialità efficientista: “Io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini [Citius, altius, fortius: più veloci, più in alto, più forte, ndr.], più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo”.

Il fiato e il pensiero lungo, in un mondo che, già allora, si avviava alla pratica del pensiero breve, perdendo testa, fiato e cuore.

Passava da una parte all’altra, Alex, non come fanno gli opportunisti voltagabbana, ma perché bisogna essere “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Perché occorrono “traditori della compattezza etnica”, o di qualsiasi altro tipo di appartenenza che disumanizza quando antepone l’io, il gruppo, alla comune natura umana (e non solo). Traditori “ma non transfughi”.

Langer fu un uomo dal pensiero libero. Non vincolato a un’ideologia, non chiuso nella gabbia di un’appartenenza etnica, privo di pregiudiziali e di tabù, come nel campo della bioetica, della pace, della politica. Non un fanatico con la verità in tasca, ma l’uomo delle domande che possono far male, in primo luogo a chi le pone. E che a volte, per un maledetto istante, tolgono il fiato.

Autore: Paolo Bill Valente

Intrugli, sughi, intingoli, singoli

È di nuovo il momento di fare la cernita delle proposte musicali in formato singolo, sempre in attesa che i nostri artisti ci propongano nuove opere legate ad una progettualità più estesa e di lunga durata.

La stagione estiva sembra promettere bene sotto questo profilo, nel frattempo, in attesa che le promesse vengano mantenute o disattese vediamo appunto le ultime uscite sul mercato dei singoli: Gloria Abbondi, alias Zelda Mab, che più che essere un alter ego è il nome di un progetto ha pubblicato a maggio un nuovo singolo, Segreti di miele. Il nuovo, breve brano arriva dopo la buona prova dello scorso marzo che portava il titolo di Blue cobalto, un brano che sembrava più interessante di quelli ascoltati un paio d’anni fa nell’EP Elettricità. Zelda Mab continua a fare tutto da sola, inclusa la realizzazione dei video con cui presenta le sue canzoni. Cosa più che apprezzabile. Peccato che Segreti di miele soffra un po’ di quelle problematiche legate alla metrica che avevamo riscontrato nel suddetto EP dell’artista bolzanina.

Contemporaneamente al singolo di Zelda, è uscito – lo si può ascoltare tramite bandcamp – un singolo con due lati A attribuito ai Desperate Cowboys, anche stavolta però non si tratta di un gruppo ma di un progetto in cui a fare tutto è un eclettico musicista dai trascorsi legati a generi musicali totalmente differenti. Roland Novak è un appassionato di rock’n’roll, nell’accezione più classica del termine, in passato è stato chitarrista dei Godzilla Intermezzo, cover band dei Motörhead fondata con Reinhold Giovanett, in seguito ha fatto parte di William T & The Black Fifties, gruppo ispirato al rockabilly primordiale (firmando anche dei brani col cantante William Telser). Angry Sad Adult Oriented Post Punk Emo è la definizione con cui Novak presenta il progetto, definizione che sembra voler prendere in giro coloro che vogliono a tutti i costi dare una definizione di ciò che fanno: il singolo intitolato Have You Seen Your Therapist Lately? Si compone di due brani abbastanza differenti tra loro, A Friend si sviluppa intorno ad una base di batteria campionata insistente su cui giocano elettronica ed elettricità. Per contro The Lesser Me In You parte invece da una chitarra acustica su cui l’elettronica si innesta con i filtri applicati alla voce e pochi altri effetti. Novak che si presenta con occhiali scuri, cappello da cowboy e tutta argentata, fa intendere che questo post-punk da camera (nel senso che è realizzato in una stanza da letto) è il suo trend attuale, ma nulla è scritto per il futuro, che potrebbe riservarci altre sorprese, come il ritorno a suonare dal vivo o l’allargamento del gruppo ad altre persone.

Un altro artista eclettico che difficilmente si ripete nelle sue proposte è Peter Burchia, cantautore, busker, chitarrista degli Shanti Powa, artista visuale di tutto rispetto.

Il 22 maggio scorso Burchia ha pubblicato via Spotify e YouTube il suo nuovo singolo, Ikarus, una canzone che si distacca nettamente da Rain, il singolo di un anno fa uscito su musicassetta e figlio ritardatario delle session del LP che l’artista aveva realizzato nel 2022.

Stavolta, per la produzione, Peter si è affidato al giovane Ludwig Mayr, dell’altipiano del Renon, che aveva già collaborato al remix di Look Back, la traccia che intitolava il LP del 2022: insieme hanno vestito la composizione – in lingua tedesca, al posto dell’abituale inglese usato dal cantautore – suonata in origine su un organo Farfisa anziché sulle corde della chitarra. Il risultato è un brano che si riconduce al pop germanico, però con influenze reggae/dub indubitabilmente mutuate dal ritorno di Burchia tra le file degli Shanti Powa, il tutto abbellito con un sax suonato da Valentin Gasser. Il testo del brano prende spunto dal mito greco di Icaro e dal suo desiderio di volare e vedere il mondo dall’alto, a dispetto del pericolo che dietro questo volo si può nascondere.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il paese di Montagna e Castel d’Enna

Montagna è un comune di 1.751 abitanti il cui toponimo è attestato come Montana nel 1215, come Montagna nel 1234 e come villa Muntagne nel 1307. Esso deriva dal latino muntanea, ossia “di monte”. Nel 1435 l’insediamento fu chiamato invece Montæny. Il paese merita di essere visitato per le strutture preistoriche e per le antiche vestigia altomedievali e medievali: Castelfeder infatti è un insediamento preistorico e romano su una collina di porfido, strategicamente importante, che costituisce una cupola spaziosa a struttura multipla. Ci sono poi: il “Castello superiore” (in tedesco Oberburg, che sorge a circa 190 metri sul fondovalle ed è situato a 405 metri sul livello del mare), la chiesa di Pinzano (Pinzon) che come altare può vantare il trittico del Maestro Hans Klocker da Bressanone,  e infine Castel d’Enna Schloss Enn. 

Infine non fa male ricordare che nella frazione comunale di Gleno risiedette Ettore Tolomei (1865-1952), il senatore nazionalista italiano massimo artefice dell’italianizzazione della toponomastica germanofona del Tirolo meridionale a seguito dell’annessione all’Italia. Egli riposa nel locale cimitero: dagli anni sessanta in poi la sua tomba venne ripetutamente fatta oggetto di atti vandalici da parte dei gruppi irredentisti locali (quali il Befreiungsausschuss Südtirol) ed è pertanto sorvegliata costantemente dalle forze dell’ordine.

Lo stemma del paese raffigura un leone d’argento e gli artigli d’oro, su sfondo azzurro: “D’azzurro, al leopardo illeonito d’argento, con le branche d’oro”. Adottato dal comune di Montagna nel 1967 esso era l’insegna dei Signori di Enn.  

Svettante sul comune di Montagna si erge dunque il magnifico Castel d’Enna. Il castello sorse attorno al XII secolo come castello-recinto, contenente verosimilmente un palazzo baronale.Costruito dalla famiglia d’Enna, venne da loro utilizzato come residenza. A causa però dell’espulsione di questa famiglia da parte del conte Mainardo II, il castello passò in mano a diversi proprietari e negli anni vennero eseguiti diversi lavori di ristrutturazione.

All’inizio del XVI secolo apparteneva a Blasius Anich, giudice distrettuale di Egna, e fu modificato su imposizione diretta dell’imperatore Massimiliano. Queste modifiche riguardavano il portone interno, la cappella, gli angoli dei fabbricanti, alcune stanze interne e le pareti dei locali (che ricevettero un rivestimento ligneo). Inoltre fu anche rifatta la sala grande, mantenutasi inalterata fino ad oggi.

Nel 1648 il Castel d’Enna venne infine venduto al veneziano Pietro Albrizzi, e nel 1880 i suoi successori si occuparono della sua totale ristrutturazione. Solamente nel 1880 l’edificio fu sottoposto ad un profondo restauro in stile neogotico, su progetto dell’architetto Otto Schmid. Questi lavori cambiarono molto l’aspetto dell’edificio, aggiungendo alcune torrette, erker, guglie, pinnacoli, abbaini, la cinta esterna e il mastio. La famiglia Zenobio Albrizzi ne è a tutt’oggi proprietaria. Il castello possiede un importante archivio storico, risalente al Quattrocento, che oggi si trova parzialmente depositato presso il Palazzo Albrizzi in Venezia. 

Il Castel d’Enna venne anche utilizzato in passato come tribunale e nelle sue segrete venivano torturati i prigionieri. I loro gemiti e i loro lamenti si sentivano fino al paese e per questo motivo vi sono alcune leggende legate a queste rovine. Per esempio si dice che nell’XI secolo tre cavalieri fossero stati imprigionati per aver ucciso con perfidia il Conte Enrico di Appiano. Vennero quindi duramente condannati ed espiarono al tempo la loro azione. Tuttavia sembra che anche dopo la morte non abbiano trovato pace perché si dice che i loro spiriti vaghino ancora nel castello in attesa della loro redenzione.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Stop

I muscoli contano più del cervello. Il cervello fa risparmiare i muscoli. Stop. “Se l’ignoranza fosse un vuoto sarebbe facile riempirlo di cose, cultura, civiltà. Ma l’ignoranza è un pieno! È un muro, ed i muri si possono solo abbattere. O scavalcare”. Stop. Un privato può esporre nel BalconORTO una bandiera straniera? Il Governo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio Cerimoniale di Stato ci dice di sì, a condizione che ne rispetti il decoro. Stop. Come è possibile che il fumo degli incendi del Canada sia giunto fino a noi in Europa? Tutto merito della corrente a getto che scorre nell’alta troposfera; in Giappone, con gli incendi in Siberia, capita esattamente la stessa dinamica, lo stesso cielo lattiginoso, carico di inquinanti, anche se la distanza è di circa 4000km e non 7500. In Canada sono bruciati per ora 35mila km² di vegetazione. Stop. Dove è finito l’anticiclone delle Azzorre e perché con l’anticiclone subsahariano soffriamo così tanto il caldo? Sono due masse molto differenti, d’origini diverse; l’azzorriano è di estrazione oceanica, dunque T max gradevoli e giornate ventilate, notti fresche; il subsahariano nasce nel deserto e si porta appresso l’afa che esacerba la sofferenza fisica, con notti tropicali; inoltre presenta alti valori di geopotenziale con zero termico sopra i 5000 metri. Il surriscaldamento del pianeta sta deviando gli andamenti (cfr. Celle di Hadley, Ferrel e Polare). Stop. Più in generale ci siamo incamminati verso un nuovo clima, dai fenomeni sempre più estremi. Bisogna agire subito prima di capitolare. Stop. Il termine antropocene venne proposto ufficialmente nel 2000 dal premio Nobel per la chimica dell’atmosfera Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer in un bollettino durante un convegno IGBP; non furono i primi a coniare un termine che segnasse in modo netto l’impatto umano sulla storia naturale della Terra. Fin dall’Ottocento ci avevano già provato Stoppani (geologo), Vernadskij (geochimico), Teilhard de Chardin (paleontologo) e Andrew Revkin (biologo e giornalista scientifico). Stop. Dopo antropocene, polemicamente, sono nati i neologismi capitolocene o wasteocene. Stop. “Però a quelli in malafede sempre a caccia delle streghe, non vi sembrerò normale, ma è l’istinto che mi fa volare” l’ignoranza oggi, signori, è un vizio capitale!  Stop. Papà, papà, perché con i fondi del PNRR non stanno sistemando le tubature colabrodo dell’acqua dell’intero Paese? Perché non stanno dimorando alberi come se non ci fosse un domani contro le abominevoli estati che ci aspettano? Peraltro acqua e ossigeno non sono essenziali alla vita? Stop. In queste settimane attenzione a Cacyreus marshalli, la farfallina dei gerani, che deposita in prossimità dei boccioli minuscole uova, dalle quali nasceranno i bruchi che si ciberanno nei nostri fiori. Non usate veleni, piuttosto Bacilllus Thuringiensis. Stop. “Nera che porta via, che porta via la via, nera di malasorte che ammazza e passa oltre, acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti, acqua per fotografare per cercare i complici da maledire”. Stop. 

Autore: Donatello Vallotta

Hommage per Mary in forma d’arte

Un Hommage per Mary: tredici artisti dedicano la propria opera a Mary de Rachewiltz per i suoi 100 anni. Sono Ulrich Egger, Lois Fasching, Martin Geier, Bernhard Grassl, Eduard Habicher, Elisabeth Hölzl, Alina Kalczyńska-Scheiwiller, Margit Klammer, Erich Kofler-Fuchsberg, Annemarie Laner, Jaqueline Legér, María Sánchez Puyade, Frank Wing e Stefan Fabi. 

Sono quindi fotografie, come quella di Ulrich Egger, ma anche sculture in marmo, legno e gres, come quelle di Margit Klammer e Lois Fascing, poi installazioni, tessuti ricamati, come quelli di Maria Sanchez Puyade, e quindi tessuti stampati, a sfilare nella sala e nella pinacoteca di Palais Mamming in occasione della mostra dedicata alla poetessa plurilingue Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound. 

Molti di questi importanti artisti, entrati in contatto e quindi in amicizia con la poetessa, sono rimasti colpiti dalla sua personalità e, nel corso degli anni si è stretta e rinsaldata una amicizia. Per la loro opera alcuni si sono lasciati ispirare o affascinare dai testi delle sue poesie fino a sceglierle come anime conduttrice della loro opera. Altri si sono concentrati sul suo volto e sull’aura positiva che Mary da sempre emana. Altri ancora si sono sentiti liberi, sicuri di essere da lei compresi, di creare installazioni o opere astratte ispirati dall’animo sempre curioso e sempre all’avanguardia di Mary. La mostra aprirà il 27 giugno e resterà visitabile gratuitamente a Palais Mamming fino al 2 novembre. L’esposizione ha il carattere biografico e cerca di mettere a fuoco gli aspetti salienti della vita di Mary ma anche gli aspetti inaspettati e sorprendenti come il suo grande interesse per quegli alimenti che, come il mais dolce e lo sciroppo d’acero, potevano essere un utile alleato nel combattere la fame nel mondo. 

Quella di Mary è una vita intessuta della semplice quotidianità e della ricchezza intellettuale dei circoli letterari, delle università, delle case editrici italiane, americane, europee, le relazioni culturali e amicali con scrittori, poeti, artisti e musicisti. 

Documenti, libri, lettere autografe, opere d’arte oggetti simbolo di una vita interessante sono gli oggetti che sfileranno sotto gli occhi dei fruitori.

I testi di sala, le didascalie e le citazioni oltre alle poesie, sono trilingui: tedesco, italiano e inglese. Queste sono infatti le tre lingue in cui Mary crebbe, che studiò, approfondì, ne divenne interprete e – infine – scrisse le sue poesie. Non si può infatti parlare né comprendere appieno la poetessa se non la si immagina aggirarsi fra mondi culturali diversi, fra parole che più di altre potevano di volta in volta esprimere al meglio i suoi stati d’animo. La mostra è nata dalla collaborazione di Palais Mamming con Brunnenburg e con l’Accademia di Merano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I confini ed i popoli nella Bassa Atesina

L’invenzione dei confini risale probabilmente all’epoca in cui scomparve il nomadismo dei cacciatori e raccoglitori e si diffuse capillarmente l’agricoltura. Da allora gli esseri umani hanno passato buona parte del loro tempo a delimitare e difendere porzioni più o meno grandi di territorio. 

A nulla sono valse le straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi millenni, che hanno consentito lo sviluppo di tecnologie rivoluzionarie in molti settori, come per esempio i trasporti e le comunicazioni. Stiamo andando rapidamente verso un’epoca in cui la fisica quantistica grazie alla conoscenza delle caratteristiche imprevedibili di particelle infinitesimali stravolgerà per sempre la nostra concezione della realtà – ma le leggi della geopolitica e i suoi interpreti “moderni” rimangono quelli dell’età della pietra, quando si difendevano i “sacri confini” a mani nude o con la clava. 

La nostra piccola terra è, da questo punto di vista, un caso esemplare. Da quando i Romani ritirarono le proprie insegne, la regione fu esposta a ripetute ondate migratorie. I primi ad arrivare furono gli Ostrogoti di Teodorico e i  Longobardi, ma il loro impatto fu tutto sommato moderato. I Goti, stanziati con il consenso di Bisanzio – tanto che il loro re Teodorico si riteneva il nuovo imperatore romano d’occidente – , si limitarono a fornire il ceto dirigente senza alterare la composizione etnica. I Longobardi, pur affermatisi più stabilmente, finirono col latinizzarsi nel corso dei secoli e divennero di fatto gli antagonisti dei Teutisci. Diverso fu l’effetto dell’arrivo silenzioso ma determinante dei Bavari a partire dall’VIII secolo: essi penetrarono lentamente nella “carne” del fondovalle, portando mutamenti profondi, soprattutto nella struttura insediativa e linguistica. Saranno proprio loro, insieme agli altri popoli più o meno numerosi presenti sul territorio, a costituire, nel corso del tempo, la base della nuova popolazione alpina poi denominata tirolese dopo il XII secolo.

Ma cosa venivano a cercare i Bavari da queste parti? A differenza di Goti e Longobardi – popoli guerrieri che conquistarono interi regni – i Bavari non imposero un dominio politico. Essi stessi erano il frutto di una mescolanza fra antichi Celti Boi e le residue popolazioni romaniche d’Oltralpe; certo è che, spinti dai Franchi di Carlo Magno, nuovi padroni dell’Europa in via di formazione, che si imposero sui Longobardi nel 774, si stanziarono lungo gli itinerari alpini, con il compito di presidiare territori disordinati e spesso infestati da predoni.

La valle dell’Adige era allora popolata da comunità romaniche e si parlava un latino volgare. Anche la scrittura ufficiale era quella latina: persino i Longobardi ricorrevano a scrivani latini per mettere per iscritto le proprie leggi tramandate in via orale. Fino al Mille, la documentazione era latina. Solo dal XII secolo iniziano a comparire nei documenti i primi toponimi e nomi personali in lingua germanica, specificati come “vulgariter” o “teutonice”. Il tedesco scritto appare dal tardo XIII secolo; ma il latino rimane per secoli la lingua dell’amministrazione, mentre tra le mura domestiche si parlava romanzo.

I Bavari penetrarono come una freccia nel cuore della Bassa Atesina romana, lasciando intatte le valli laterali come la Val di Non e la Val di Fiemme. Qui lavoravano le vigne per conto dei grandi monasteri e dei possidenti bavaresi che erano diventati i proprietari di molte tenute. Il vino atesino era molto apprezzato oltre le Alpi e contribuì, forse più delle armi, all’affermazione dei nuovi dominatori.

Il confine etnico tra Bavari e Longobardi, entrambi popoli germanici ma di diversa origine e approccio, si stabilì lungo l’Adige: riva sinistra ai Bavari, riva destra ai Longobardi. In direzione est-ovest, da Aldino il confine scendeva a Bronzolo e proseguiva fino a Castel Firmiano. Non era dunque, come spesso si crede, tra Mezzolombardo e Mezzotedesco – nomi attestati solo dal XVI secolo – dove si parlava semplicemente di “Mezum”, centro.

Autore: Reinhard Christanell

La strada dedicata a Alessandro Volta

A riconoscimento della sua grande statura nel campo della fisica, il Comune di Bolzano gli ha dedicato una delle maggiori vie della zona industriale. Chi era Alessandro Volta?
Nato a Como il 18 febbraio 1745, morto prematuramente il padre, fu lo zio, un canonico, a interessarsi dell’educazione di Alessandro, il quale rivelò presto capacità e interessi nello studio. Nel 1757 iniziò gli studi umanistici, retorici e filosofici, presso il Collegio dei Gesuiti a Como; si distinse nelle varie discipline, ma dedicò tempo anche allo studio dei fenomeni naturali. Fu attento osservatore  di tali fenomeni anche al Seminario Benzi. Finito il liceo si mise a studiare, da autodidatta, i fenomeni elettrici, sui quali nel 1769 compose il primo lavoro “De vi attractiva ignis elettrici ac phaenomenis indipendentibus”; in tale scritto tracciava un programma di ricerca teso a unificare le forze elettriche con quelle di attrazione di origine newtoniana. Il secondo lavoro, del 1771, fu “Novus simplicissimus electricorum tentaminum apparatus”, nel quale, tra l’altro, presentava una nuova macchina elettrostatica. Continuò le ricerche costruendo nel 1775 un nuovo apparecchio in grado di fornire elettricità senza bisogno di un continuo strofinio. Tale strumento, chiamato “elettroforo perpetuo” fu subito utilizzato nei laboratori europei. Dal 1778 ricoprì la cattedra di Fisica sperimentale all’Università di Pavia. Nacque così l’invenzione della pila, la “pila di Volta”, così chiamata perché formata  da dischi sovrapposti di rame e zinco, alternati a pannolini imbevuti ciascuno di acqua con acido solforico. Nel 1801 Volta illustrò la pila all’Institut de France, alla presenza dell’imperatore Napoleone I Bonaparte. Nel 1819,  ormai famoso e onorato con nomine a  prestigiose cariche, Alessandro Volta si ritirò tra Como e la casa di campagna di Camnago, dove morì il 5 marzo 1827; in suo onore Camnago divenne Camnago Volta.

Autore: Leone Sticcotti

Cielo grigio

Domenica scorsa sull’arco alpino e anche in Alto Adige è apparsa una spessa foschia. Molti hanno pensato alla sabbia del deserto che sempre più spesso viene a farci visita spinta dai venti da sud e consentendoci di scattare foto suggestive con le montagne sfocate e tinte di arancione. I meteorologi si sono però precipitati a dire che in questo caso non si tratta di sabbia, bensì niente meno che di fumi provenienti dal lontano Canada, dove da un paio di settimane a causa dei cambiamenti climatici sono scoppiati centinaia di incendi, riprendendo una triste nuova tendenza manifestatasi con grande intensità a partire dal 2023. Purtroppo il fumo degli incendi porta con se un significativo aumento delle polveri sottili. I primi dati registrati indicano che la qualità dell’aria improvvisamente è calata al livello di un ordinario giorno d’inverno senza vento. Il problema è che non si sa se il fenomeno è destinato a sparire in pochi giorni o a permanere. E si sta ancora cercando di capire se i fumi dopo il loro lungo viaggio non diventino ancora più pericolosi. Si tratta infatti di fenomeni nuovi e che non possono ancora contare su un sufficiente numero di studi scientifici dedicati.
All’insegna del cielo grigio, questa volta “simbolico”, sono anche alcune notizie degli ultimi giorni.
La provincia di Bolzano si è distinta a livello nazionale per la percentuale più bassa di votanti in Italia nella tornata di referendum che si è tenuta nelle giornate dell’8 e del 9 giugno. Nei referendum la non partecipazione è una forma di scelta, andando ad incidere sul non raggiungimento del quorum. Ma in presenza dell’attuale crescita dell’astensionismo verificatasi in occasione delle recenti consultazioni comunali non si tratta di un bel segno per la nostra democrazia. A intristire è anche il fatto che il nostro territorio è stato uno dei pochi in cui ha prevalso il no nel referendum che voleva portare a 5 anni il tempo minimo per gli stranieri che vogliono chiedere la cittadinanza italiana. Evidentemente e non si sa per quale motivo la maggioranza dei residenti non vuole che gli stranieri indispensabili come forza lavoro in tutti i settori economici e soprattutto i giovani, molti dei quali nati qui, restino a lungo precari e appesi a permessi di soggiorno, non potendo esercitare appieno i loro diritti come tutti. Per fortuna la città capoluogo in questo caso ha invertito il trend, e i favorevoli alla riduzione dei tempi per presentare la domanda sono risultati più o meno un terzo dei votanti.
La convivenza non è solo una questione di italiani e tedeschi, andrebbe sottolineato. Ed abbiamo molta strada da fare in questo senso.

Autore: Luca Sticcotti