Uomini e caporali. Quando i padri pagano per i figli

Si dice che le colpe dei padri le pagano i figli. Capita pure che i figli scarichino sui padri le loro mancanze. È frequente che una generazione (come la nostra) agisca senza curarsi di chi verrà.  Altrettanto facile emettere giudizi su chi, da morto, non può difendersi. In entrambi i casi c’è qualcosa che, umanamente, non va bene.

Nella mia personale galleria di “padri” il vescovo Joseph Gargitter è nel reparto dei “testimoni”, non in quello degli “imputati”. La sezione dei “giudici” e degli “infallibili” è vuota, anche se ogni tanto qualcuno vorrebbe bussare a quella porta. Il vescovo Gargitter è un uomo che ha dato tutto , perché la sua, la nostra terra potesse avere un futuro diverso da quello di un campo di battaglia. La creazione (strategica), nel 1964, della diocesi plurilingue di Bolzano-Bressanone è opera sua. Sua e di chi ebbe il coraggio, non scontato, di accompagnarlo (allora come oggi). Gargitter fu un uomo capace di leggere e toccare la storia con mano. Visse dentro le dittature del Novecento e la guerra. Esercitò il suo servizio nell’Alto Adige “a pezzi” del dopoguerra. Divenne vescovo di Bressanone nel 1952, raccogliendo la controversa eredità di Johannes Geisler, un pastore in balia del suo gregge, tristemente ostaggio del vicario generale. Fu tra i “padri” che condussero la Chiesa al Concilio vaticano II, che riempirono il Concilio di contenuti e che poi innestarono quei contenuti nel tronco della Chiesa locale. Noi, oggi, viviamo (inconsapevoli) di rendita. Raccogliamo (ingrati) quello che lui ha seminato. Gargitter fu un uomo consapevole della realtà e della missione a cui era chiamato. Le scelte lungimiranti le vedono in pochi. Si capiscono dopo. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi…”. Il destino del profeta è la solitudine. Anche da morto. Nessuno che ti dica grazie per quello che fai e per quello che sei. Un tratto estremamente evangelico. Così per Joseph Gargitter che ebbe pochi amici (ma fedeli e autentici) e molti detrattori. La diffamazione, la caccia alle streghe sono le armi dei vili e in quegli anni ve ne furono parecchi. Nel descrivere il ruolo della comunità cristiana in Alto Adige – l’intervista fu pubblicata nel 1970 – disse: “Ci sono state anche ore buie di intolleranza e di violenza. Proprio in quei momenti si è potuto misurare il ruolo (lo spessore ndr.) della Chiesa locale”. Nelle ore buie, direbbe Totò, si distinguono gli uomini dai caporali.

IL FATTO

A fine gennaio la diocesi presentava un rapporto sugli abusi sessuali che sollevava interrogativi rispetto all’adeguatezza dell’operato dei vescovi nell’affrontare e nel prevenire il fenomeno. Nel clima di sospetto che si è generato il premio triennale dedicato al vescovo Gargitter è stato sospeso.

Autore: Paolo Bill Valente

Indiep Festival approda a Trento

Dopo il successo della manifestazione bolzanina, tenutasi lo scorso 10 maggio, l’Indiep Festival approda il 14 giugno a Trento. La rassegna ideata da Jacopo Schiesaro è giunta alla sua quinta edizione ed è diventata un appuntamento importante per artisti giovani, esordienti e – soprattutto – senza contratti discografici. Ad organizzare il tutto è stata l’associazione Be Young, facente capo all’UPAD, con il supporto dell’ufficio Giovani del capoluogo altoatesino e della Regione Autonoma TAA. In vista della replica trentina dell’evento, abbiamo parlato con Rossella Ruele e Luigi Buonomo che fanno parte del team organizzativo dell’evento.

“Il primo Indiep Festival – ci racconta Rossella – si è svolto nel 2021, in pieno lockdown e quindi i musicisti vi hanno partecipato in streaming, senza pubblico. Dalla seconda edizione in poi la location della manifestazione è diventata Castel Mareccio. Jacopo Schiesaro, il nostro direttore artistico, l’aveva immaginata come una possibilità di dare visibilità ai giovani artisti, in modo particolare in quel periodo in cui si era costretti a stare a casa. In un primo tempo era stata pensata e dedicata ai giovani della nostra regione, ma dopo la prima edizione si è visto che c’era interesse anche fuori regione e quindi ora è una rassegna aperta a tutti”.

Il festival è presente fortemente sui social e in particolare su youtube dove ha un canale dedicato: nelle prime edizioni, fino al 2023, i concerti venivano trasmessi in lunghe dirette, soprattutto per la prima edizione a porte chiuse, poi dallo scorso anno è stato deciso di riprendere l’intero evento e poi creare delle clip dedicate ad ogni singola esibizione, potendo quindi fare un po’ di editing e contando su una qualità audio/video migliore rispetto agli imprevisti della diretta.

“Una cosa che trovo molto bella dell’Indiep – è Luigi a parlare, ora – è che non dà solo spazio agli artisti, ma dà l’occasione anche ad altri giovani di mettersi in gioco dando una mano a qualunque livello. Io, ad esempio, non so cantare, ma mi piace poter fare qualcosa in quest’ambito. Così mi sono messo a disposizione e mi sono scoperto presentatore senza avere alcuna esperienza precedente. E lo stesso discorso vale per chi ha dato un contributo alle riprese video o alla registrazione dell’audio”.

L’edizione di quest’anno ha visto quindici partecipanti, tra solisti, band e DJ: Sara Kane, Asyle, Cera, PKR, Hålo, Pooja Rebeiro, But Beautiful, DD e QLCS, Fuggitivi, Wicked & Bonny, Monkey Monsta, IMMA, Kleris & Curious Boy, ENA. Non trattandosi di un concorso, tutti hanno dato il meglio di sé a prescindere, per il piacere di stare sul palco e proporre la propria musica.

“A me – ci dice Luigi – sono piaciuti in particolare gli Hålo, già vincitori di un concorso a Trento. Hanno portato una musica in stile rock anni ottanta, diversa dai molti gruppi più pop presenti. E ho sentito particolari apprezzamenti nei loro confronti anche da parte del pubblico.”

“E hanno un cantante molto giovane – precisa Rossella –, appena sedici/diciassette anni, bellissima voce. E poi il gruppo ha una freschezza ed una carica davvero particolari. La manifestazione si è svolta su due palchi, su quello interno era di rigore eseguire brani originali, mentre sul palco esterno era permesso anche suonare delle cover. E ad ogni esibizione sono corrisposte anche le interviste in diretta da parte dei presentatori”.

Quest’anno, la novità è la doppia location del festival. Dopo la data bolzanina, grazie all’interessamento e alla collaborazione di Bookique – uno spazio culturale e caffetteria che si contraddistingue per il principio delle tre à: creatività, originalità e qualità – che da alcuni anni è un fiore all’occhiello nell’organizzazione di eventi con un ottimo riscontro e la cui struttura ad anfiteatro ne fa una struttura perfetta, – ci sarà anche una serata a Trento.

L’appuntamento con la serata trentina di Indiep Festival è quindi per sabato 14 giugno alla Bookique.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata a Luigi Galvani

Delle vie della zona industriale intitolate a protagonisti della scienza una è dedicata a Luigi Galvani. Nato a Bologna il 9 settembre 1737, della sua educazione si occuparono i Padri Filippini. Frequentò poi, dal 1754, la Scuola di Medicina dell’Università di Bologna, per laurearsi cinque anni dopo. Nel 1762 entrò nell’Accademia dei vari, ottenendo nel 1763 il titolo di Anatomico Ordinario e quello di lettore di Medicina. Prestigioso incarico fu quello, nel 1766, di custode delle camere di Anatomia dell’Istituto delle Scienze. Dal 1782 ricoprì il ruolo di docente di Ostetricia. Furono anni, dal 1780 al 1793, in cui Galvani si concentrò sulla cosiddetta elettricità animale; per gli esperimenti scientifici fu usata come cavia una rana, un animale comunemente usato in laboratorio. Ne nacque l’opuscolo “ De viribus electricitatis in motu musculari” Il nome di Galvani è legato alla scoperta dell’effetto di contatto fra due metalli: collegando con un arco bimetallico rame-zinco il nervo crurale e i muscoli delle cosce di una rana morta e scuoiata, si provocava una contrazione dei muscoli stessi. Conducendo una vasta serie di ricerche, Galvani spiegò il fenomeno supponendo l’esistenza di elettricità animale. Il tutto fornì la base dei moderni studi sugli effetti degli stimoli elettrici sugli organismi viventi. Nel 1797 Galvani, terziario francescano, rifiutò di prestare giuramento alla Repubblica Cisalpina; fu allora sospeso da tutte le cariche pubbliche. Luigi Galvani si ritirò nella sua casa d’infanzia, dove morì nel dicembre 1708; trovò sepoltura,  assieme alla moglie Lucia Maddalena Galeazzi, in una cappella laterale della chiesa del Corpus Domini. Non mancarono i riconoscimenti pubblici; Bologna gli ha dedicato una piazza nella quale una statua lo raffigura durante i suoi esperimenti con le rane. Da ricordare che gli sono dedicati un cratere lunare e un asteroide.

Autore: Leone Sticcotti

Mezzelune di patate con ripieno di mele

Ingredienti

Preparazione:
circa 1 ora e ½
Per 4 persone

2 mele
50 g speck, tagliato a dadini
1 C burro
Sale
2 C ricotta o ricotta d’affioramento (quark)
1 C prezzemolo, tagliato finemente
Pepe appena macinato
400 g impasto di patate

ALTRO
4 C formaggio grana, a scaglie
4 C noci, tritate
1 mela (con la buccia), tagliata a dadini
2 C cipollotti, tagliati ad anelli
80 g burro rosolato

Preparazione

Sbucciare le mele e tagliarle a dadini.
Arrostire brevemente lo speck nel burro. Aggiungere le mele, salare e stufare brevemente.
Far raffreddare un po’, unire la ricotta e il prezzemolo, insaporire con il pepe e mescolare bene.
Stendere sottile la pasta di patate su un piano di lavoro infarinato e ritagliare dei dischetti (Ø 8 cm circa).
Distribuire un po’ di ripieno sui dischetti di pasta e ripiegarli a mezzaluna. Premere bene i bordi.
Cuocere le mezzelune di pasta di patate in acqua bollente salata per circa 3 minuti.
Adagiare le mezzelune sui piatti e guarnire con le scaglie di formaggio grana, le noci, i dadini di mela e i cipollotti. Servirle irrorate con il burro rosolato.

Suggerimenti

Utilizzate farina di grano duro per l’impasto di patate,
perché così risulterà un po’ più solido.

Potete sostituire l’impasto di patate anche con un
impasto per la pasta.

Libro:
I classici delle Dolomiti – Le ricette più famose da preparare
ISBN: 978-88-6839-734-0

Le vergini savie e le vergini stolte fra le rovine di Castell’Appiano

Nella piccola cappella romanica di Castell’Appiano è possibile avere un saggio della moda degli abiti e delle acconciature delle nobildonne medievali. Osservando infatti le cinque vergini stolte noteremo le lunghe trecce, le ampie maniche, i corpetti attillati. 

Si tratta di una delle più importanti costruzioni difensive medievali dell’Alto Adige. Il suo nucleo più antico, costituito dall’alta torre pentagonale, la corte e il palazzo, la cappella ed edifici minori. La fortezza medievale fu costruita per volere del conte Ulrico II di Appiano come castello di offensiva. La prima menzione documentale certa del maniero risale pero al 1211 “In castro de Epan”.

La precedente sede dei conti d’Appiano era situata nelle vicinanze del paese di San Paolo-Appiano. Le ragioni del trasferimento risiederebbero nella poca sicurezza garantita dal vecchio castello, dal momento che era in corso il conflitto con i conti di Tirolo. Conflitto dal quale i conti di Appiano alla fine uscirono sconfitti.

Nel 1315 il maniero passò ai Tirolo che ne investirono poi diverse famiglie. Esso formava, assieme ad Altenburg, un proprio distretto giudiziale, testimoniato nel 1490 “Alltenburg und Hocheppan”e di cui rimane uno statuto redatto nel 1650 “Verfasste ordnung im gericht Hocheppan”. Dal 1911 il castello, caduto ormai in rovina, appartiene ai conti Enzenberg, che ne hanno anche curato il consolidamento nei punti più a rischio. Dal 2016, fa parte del patrimonio del Comune di Appiano. Attualmente le rovine appaiono consolidate e sono anche state in parte oggetto di restauri. Negli spazi interni, ormai all’aperto, si trova un punto di ristoro, presso il quale si possono anche ottenere le chiavi della cappella romanica del castello, tuttora ben conservata.

L’accesso al castello è guardato verso nord da una complessa serie di corpi di difesa e da torri di guardia risalenti al tardo medioevo. Le caratteristiche di queste le fanno risalire in massima parte al XVI secolo. Al di fuori della cinta muraria propriamente detta, una torre a pianta semicircolare, aperta verso l’interno, è stata costruita in modo da poter ospitare armi da fuoco. Abbastanza conservato è il palazzo, mentre su tutto domina l’alto mastio pentagonale. Una forma assai rara per il Tirolo. 

Ma ciò che rende unico questo maniero è la sua cappella istoriata che merita la salita fino al castello. Si tratta della cappella istoriata. La cappella, consacrata nel 1131, è molto semplice, a pianta rettangolare e con tre absidiole. La decorazione esterna è costituita da un affresco mal ridotto di un San Cristoforo e da una scena di caccia. Gli affreschi romanici dell’interno, degli inizi del Duecento, illustrano la Vita di Cristo, dall’Annunciazione alla scena delle Pie donne al sepolcro.

Le absidi sono tre e sono state ricavate nello spessore murario del lato est. L’accesso è laterale. Nel catino dell’absidiola centrale è raffigurata la Vergine con il Bambino e, sotto di lei, le Vergini sagge e le Vergini folli; nell’absidiola di sinistra, l’Agnello fra i due san Giovanni; in quella di destra, Cristo fra i santi Pietro e Paolo. La scena delle dieci vergini racconta il cuore della parabola matteana.

Gli affreschi della cappella sono tra i meglio conservati del Tirolo. Le pareti esterne conservano parti di affreschi che sembrano ricordare la leggenda del re Teodorico, la cui anima si perse cacciando un cervo. All’interno scene del nuovo e del vecchio testamento; l’abside espone il ciclo delle vergini sagge e delle vergini stolte. L’insieme è molto suggestivo.

Le cinque vergini sagge, reverenti a capo chino, in abito monacale e con il capo aureolato e velato, procedono in processione e ostendono i calici con l’olio della lampada tra le mani velate in segno di rispetto. Ad accoglierle sulla porta di casa è lo Sposo-Gesù che le benedice e le fa entrare nel suo Regno. Molto diversa è la scena delle vergini stolte. Esse bussano alla porta di casa dello sposo con i corni vuoti dell’olio e mostrano tutta la loro delusione per la mancata accoglienza. 

La postura e l’abbigliamento delle cinque ragazze sono un episodio famoso nella storia dell’arte. 

In un contesto sacro è descritta la moda femminile del Duecento: gli abiti stretti in vita, le lunghe maniche, i copricapi, i mantelli, le lunghissime trecce che elaborano la capigliatura. Le vergini stolte sono così rappresentate come un gruppo di ragazze mondane, fatue e civettuole dell’epoca medievale.

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Mary’s dream”: a Palais Mamming il ritratto di una poetessa

Nata dalla collaborazione di Palais Mamming Museum con Brunnenburg e l’Accademia di Merano, l’esposizione racconta la storia di una donna e l’opera di una poetessa, Mary de Rachewiltz, che quest’anno compie 100 anni.

La storia di una vita intessuta della semplice quotidianità e della ricchezza intellettuale dei circoli letterari, delle università, delle case editrici italiane, americane, europee, le relazioni culturali e amicali con scrittori, poeti, artisti e musicisti.

Documenti, libri, lettere autografe, opere d’arte oggetti simbolo di una vita interessante sono gli oggetti che sfileranno sotto gli occhi dei fruitori.

È la storia di una donna che ha saputo essere “contadina” e “principessa”, che ha saputo parlare, sognare, desiderare in dialetto pusterese, in italiano, in inglese e in francese, scegliendo per le proprie poesie di volta in volta la lingua più adatta ad esprimere i propri pensieri e sentimenti. Una vita che Mary de Rachewiltz aveva deciso di disegnare utopicamente tra poesia e impegno agricolo adoperandosi affinché venissero piantati in via sperimentale in Alto Adige e in altre parti d’Italia aceri da zucchero, alberi di grande bellezza e di utilità per l’alimentazione umana.

È Mary de Rachewiltz stessa a tratteggiare la storia della propria infanzia nel suo libro “Discretions” apparso in inglese ed edito dall’Atlantic Monthli Press di Boston nel 1971. Non una autobiografia ma – come Mary stessa scrisse nell’introduzione – “un dialogo con i miei natali e con il mio paese”. Mary crebbe a Gais, diventando una bimba pusterese a tutti gli effetti. 

Pian piano erano però anche iniziati i periodi a Venezia, a Firenze a Rapallo e lo studio della lingua italiana e dell’inglese. Erano iniziati gli incontri con personaggi particolari musicisati, scrittori, intellettuali che i genitori frequentavano quotidianamente e che furono parte della sua educazione. 

Da qui la necessità di saper fare l’inchino, salutare con gentilezza, sorridere e intrattenersi parlando in italiano, in inglese e in francese.

Fin dall’età di 14 anni il padre le affidò, come esercizio, alcune traduzioni di sue poesie e in seguito Mary ha tradotto con molto impegno alcune delle principali opere di Ezra Pound, pubblicando nel 1985 la traduzione integrale dei Cantos in italiano. Ha firmato inoltre importanti traduzioni italiane di poeti americani, come Robinson Jeffers, Edward Estlin Cummings, Ronald Duncan e Denise Levertov.

Poetessa, è autrice di diverse raccolte, edite in Italia, Stati Uniti e altrove, e di un importante memoriale, “Discrezioni. Storia di un’educazione” (1973). Numerose le raccolte poetiche che l’anno resa famosa.

LA BIOGRAFIA

Nel corso della sua vita è entrata in contatto con una grande quantità di scrittori e poeti ma anche di etnografi come Frobenius del quale tradusse in italiano il suo libro sull’Africa.  Numerosi furono anche gli artisti che conobbe e che a Brunneburg trovarono ospitalità e spazi espositivi. A queste esposizioni Mary ha poi spesso dedicato i suoi versi. Anche la musica, i musicisti e i compositori da lei hanno sempre trovato ospitalità. Tutti questi ospiti aiutarono a far diventare Brunnenburg un porto sicuro plurilingue e assai colto.
A tutt’oggi Mary e il castello sono visitati da ricercatori, giornalisti, editori, scrittori, artisti, musicisti e compositori mentre gli studenti di alcuni college americani frequentano i loro corsi di studio abroad proprio a Brunnenburg dove ascoltano Mary leggere i Cantos e le proprie poesie. 

Ci sono poi i pomeriggi di poesia dove gli studenti stessi leggono a Mary i propri componimenti poetici.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un albero per l’imperatore Cecco Beppe 

Gli Asburgo governarono su molti territori europei per quasi 700 anni. In questo lungo periodo si sono succeduti sul trono molti re e imperatori: alcuni presto dimenticati, altri rimasti per sempre nella memoria collettiva. Per quanto riguarda il Tirolo storico, finito in mani asburgiche nel 1363 grazie alla donazione forzata di Margherita, si ricordano in particolare Massimiliano I, Maria Teresa e Francesco Giuseppe con la consorte Elisabeth detta Sissi. A Merano, la sua statua sull’omonima passeggiata viene sempre omaggiata con un mazzolino di fiori.

Fiori e alberi facevano capolino da sempre nella vita della coppia imperiale. Oggi, quando in Tirolo o in Alto Adige i bambini piantano un albero nel cortile della scuola, lo fanno come espressione di rispetto per l’ambiente. Tuttavia, questa tradizione affonda le sue radici proprio nel passato imperiale del baffuto Cecco Beppe. Salito al trono nel turbolento 1848, l’imperatore celebrò il suo giubileo dei 50 anni nel 1898 e quello dei 60 nel 1908, incentivando in tutto l’impero la piantumazione di alberi commemorativi.

Tra Kufstein e Ala furono messe a dimora ben 146.872 piante, la maggior parte delle quali nei comuni al confine linguistico italo-tedesco come Salorno, Cauria, Cortaccia e Aldino. Le origini della cosiddetta “Festa dell’Albero” risalgono dunque alla fine del XIX secolo. Gli alberi “imperiali” furono piantati davanti ai municipi, alle scuole, alle chiese e nelle piazze. A Laives, ad esempio, è stato recentemente abbattuto un acero piantato nel 1908 davanti alla chiesa. A Bronzolo furono collocate due querce rosse nello spazio antistante la chiesa. A Trodena troviamo una quercia comune. Anche molti cittadini seguirono l’invito a piantare un albero nelle proprie proprietà: tra questi Karl Noldin, padre dell’antifascista Josef Noldin, che nel suo maso a Pochi piantò un ciliegio in onore dell’imperatore. A Casignano presso Montagna, Bice Armanini piantò ben 200 pini cembri.

A Bolzano, Laives, Salorno, Ora ed Egna, insegnanti, sindaci e privati cittadini risposero dunque all’appello del sovrintendente forestale Freiherr von Longo-Liebenstein, piantando tigli o querce, accompagnati da una targa con la scritta:

“In memoria del 60° anniversario di regno di Sua Maestà l’Imperatore Francesco Giuseppe I, 1908.”

Questi gesti simbolici, accompagnati da inni patriottici, poesie e discorsi, vennero presto inseriti nei programmi scolastici come “Festa dell’Albero”. Il significato era chiaro: l’albero simboleggiava la fedeltà, la crescita e il legame con la patria.

Con la fine dell’Impero austro-ungarico nel 1918, i riferimenti monarchici scomparvero, ma la celebrazione sopravvisse. Si trasformò in una ricorrenza scolastica con finalità educative e ambientali. A Laives, ad esempio, si racconta ancora di alberi piantati in quell’epoca dagli alunni della scuola elementare di lingua tedesca.

In alcune comunità tirolesi, la tradizione fu mantenuta anche dopo la Seconda guerra mondiale. Negli anni ’50, seppur senza più riferimenti imperiali, la piantumazione degli alberi scolastici divenne simbolo di rinascita e speranza, con un forte significato civico.

Pochi oggi sanno che dietro quella che appare come una semplice festa scolastica si cela un antico legame con la monarchia asburgica. Un albero per l’imperatore – può sembrare una formula d’altri tempi, ma racchiude forse un messaggio ancora attuale: la continuità tra natura, storia e memoria collettiva.

Autore: Reinhard Christanell

5 Referendum su temi importanti

L’8 e il 9 giugno 2025, anche i cittadini dell’Alto Adige saranno chiamati a esprimersi su cinque referendum abrogativi riguardanti temi di lavoro e cittadinanza. Quattro quesiti, promossi dalla CGIL e da altre associazioni, mirano a modificare norme sul lavoro; il quinto, sostenuto da Più Europa e altri partiti, riguarda la cittadinanza. Ecco di seguito in sintesi i quesiti. Ricordiamo che per sostenere l’abrogazione dei corrispondenti articoli di legge occorre votare sì. 

1. Reintegro per licenziamento illegittimo. Si propone di abrogare le disposizioni del Jobs Act che limitano il reintegro nel posto di lavoro per i dipendenti licenziati senza giusta causa, prevedendo solo un’indennità economica. L’obiettivo è ripristinare la possibilità di reintegro per rafforzare le tutele dei lavoratori.

2. Indennità per licenziamenti nelle piccole imprese. Il quesito mira a eliminare il tetto massimo all’indennizzo per i lavoratori di piccole imprese licenziati illegittimamente, consentendo al giudice di determinare l’entità del risarcimento in base al caso specifico.

3. Contratti a termine. Si propone di abrogare le norme che facilitano l’uso dei contratti a termine, con l’intento di contrastare la precarizzazione del lavoro e promuovere contratti più stabili e duraturi.

4. Responsabilità solidale negli appalti. Il quesito riguarda l’abrogazione di norme che limitano la responsabilità solidale delle aziende committenti in caso di infortuni o malattie professionali dei lavoratori in appalto, rafforzando così le tutele per questi ultimi.

5. Cittadinanza italiana. Si propone di dimezzare da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale in Italia richiesto ai cittadini extracomunitari per ottenere la cittadinanza italiana, favorendo n questo modo l’inclusione e il riconoscimento dei diritti per chi vive stabilmente nel Paese.

Ricordiamo che per la validità dei referendum è necessario il raggiungimento del quorum, ovvero la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto. Oggi come oggi, con la crisi della partecipazione, si tratta di una sfida non da poco, anche perché diversi partiti della maggioranza di governo hanno invitato i cittadini ad astenersi. 

Io invece personalmente ritengo che queste consultazioni rappresentino un’importante occasione per i cittadini di esprimersi su temi fondamentali per il mondo del lavoro e la società italiana.

Autore: Luca Sticcotti

Simboli e diavoli. Alto Adige, nevrosi da confine

Secondo la Costituzione (art. 12), “la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. È dunque la bandiera “della Repubblica”. Non il feticcio identitario dei “meranesi di lingua italiana”. La Repubblica è una casa comune e tutela le differenze linguistiche.

“Simbolo” è una parola interessante. Deriva dal greco antico “symballo” che significa “mettere insieme, far coincidere”. È qualcosa che unisce, che dà la possibilità di identificare l’altro come un amico. Quasi all’opposto c’è la parola “diavolo” (“diabolos”) che significa propriamente “calunniatore” e deriva dal greco “diaballo”, ovvero “gettare attraverso, calunniare”, in senso lato: separare. C’è una terza parola, “dialogo”, che è simile alla seconda, ma solo in apparenza.

Premetto che, da meranese, ringrazio Dario Dal Medico per il lavoro svolto in questi anni a servizio della città e sono fiducioso che Katharina Zeller saprà fare del suo meglio per confermare a Merano il ruolo di una città inclusiva ed europea. Credo che entrambi siano rimasti vittima di dinamiche che li precedono (“nevrosi da confine”, la definì Piero Agostini) e che si siano trovati a dover gestire loro malgrado una situazione non voluta e non prevista.

Torniamo al tricolore. L’equivoco di fondo è pensare che sia il simbolo di una “nazione”. La Costituzione, nonostante l’età, è più avanti di tutti noi e ci corregge ricordando che essa è “la bandiera della Repubblica”. Di quella Repubblica che tutela le minoranze linguistiche (art. 6). Se identifichiamo il tricolore (ma vale anche per il bicolore provinciale) con un gruppo linguistico, allora non è più un simbolo. Anziché unire, divide. Diventa strumento “del diavolo”.

Si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nel nostro caso la pentola è l’Autonomia (a livello più ampio, la Repubblica). C’è, è bella, è efficace. Ma non è detto che abbia il coperchio. Il coperchio è il rispetto per tutte le sue componenti, la partecipazione reale, la reciproca conoscenza, una buona comunicazione. Insomma, il “dialogo”, dal greco “dia” e “logos”. “Logos” vuol dire parola, ragione, senso. “Dia” significa “in mezzo a”. In altri termini: la ragione – in Alto Adige – non è solo mia né solo tua, ma un percorso comune. Diavolo permettendo.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Michael Gaismair

Tra via Roen e viale Druso si trova via Michael Gaismair.  Nato nel 1490 a Tschöfs (Ceves) presso Vipiteno, alla scuola di latino Michael Gaismair si rivelò uno scolaro diligente, ambizioso e avveduto, alla scuola del duomo di Bressanone  acquisì man mano un atteggiamento sempre più critico nei confronti del ruolo della Chiesa. Preso  servizio come scritturale presso la miniera di Schwaz, dei minatori si fece portavoce nella presentazione di una petizione all’imperatore.  Assunto nel 1518 come scrivano nella cancelleria di Leonhard von Völs, capitano dell’Adige, nei sei anni di servizio apprese molto sulle lotte per il potere, su corruzione e imposture della nobiltà. Assisteva inerte al progressivo impoverimento dei contadini. Ad accendere i loro animi fino a scatenare la rivolta fu il caso Passler. Peter Passler era stato condannato a morte  il 9 maggio 1525, ma i contadini riuscirono a liberarlo. La rivolta si estese: circa 5 mila contadini armati affluirono a Millan da tutte le parti della diocesi. Eletto nella giunta cittadina, Michael Gaismair riuscì a trattenere i ribelli dal saccheggio del palazzo vescovile; il 12 maggio però fu saccheggiato il  monastero di Novacella. Michael proclamò un programma per un nuovo ordinamento regionale cristiano. La rivolta dei contadini si estese a tutto il Tirolo meridionale. Non era facile il compito di Gaismair di rendere masse disordinate e avide di vendetta un popolo cosciente e responsabile. Convocata a Merano una “dieta contadina”, fu redatta una sorta di “ Magna Charta per el populo minuto”. All’arciduca Ferdinando fu richiesta una serie di concessioni. Arrestato a Innsbruck l’11  agosto, Gaismair riuscì a fuggire il 7 ottobre, riparando in Svizzera, dove redasse nuovi statuti per un Tirolo libero. Fallito un tentativo di espugnare Brunico, riparò in territorio veneziano, dove sopravvisse a diversi attentati ma all’alba del 15 aprile 1532 fu catturato e trafitto per 42 volte.

Autore: Leone Sticcotti