Uno sguardo sul basket femminile

In Alto Adige e in particolare a Bolzano, il mondo del basket femminile ha un buon movimento, con diverse squadre e tante ragazze amanti della palla a spicchi. La Pallacanestro Bolzano in particolare è una squadra di serie B che quest’anno è arrivata ai playoff per poter rientrare in A2. Oggi andremo ad Intervistare Diana Schwienbacher, giocatrice della Pallacanestro Bolzano, per parlare un po’ di basket femminile.

Ciao Diana, raccontaci in breve chi sei e come ti sei avvicinata al mondo della pallacanestro…

Sono Diana Schwienbacher e ho trentadue anni (a breve trentatré). Sono nata e cresciuta a Merano, mentre dall’età di 16 anni ho iniziato a giocare a Bolzano. Mi sono avvicinata al mondo del Basket sin da subito, avevo circa quattro anni. I miei genitori dopo la loro carriera da giocatori di basket hanno fondato una società a Merano. Quale sport avrei praticato nella vita era abbastanza scontato.

Da quanto tempo giochi in questa squadra?

Gioco con la Pallacanestro Bolzano da due anni. Durante il mio primo anno (nella stagione 2022/23) abbiamo partecipato al campionato italiano serie A2, purtroppo concluso con una retrocessione. Durante questa stagione abbiamo raggiunto gli spareggi per accedere ai playoff promozione per la A2,  sperando in un ritorno. Purtroppo, gli sforzi e i sacrifici non sono stati abbastanza e siamo rimaste in B, con l’obbiettivo di ritornare in A2 il più presto possibile.

In Alto Adige il mondo del basket femminile è molto vivo… ci sono diverse squadre… raccontaci un po’. 

Sicuramente in Alto Adige le squadre femminili non mancano! C’è una formazione a Merano che sta giocando per andare in serie C (si giocheranno le final4 proprio questo fine settimana), poi una squadra bolzanina in serie A2 e due squadre in serie B. C’è un buon movimento, forse si potrebbe provare a collaborare di più tra società per creare una  situazione sempre più competitiva a livello nazionale.

C’è differenza tra il basket maschile e quello femminile?

Sì, la differenza tra il basket maschile e femminile c’è. Il basket maschile è sicuramente più atletico e più spettacolare, ma la tecnica che si vede nel basket femminile è di un ottimo livello e tra ragazze non ci tiriamo indietro.

Perché consiglieresti ad una ragazza di iniziare a giocare a basket?

Perché è divertente e si ha la possibilità di crescere in un gruppo coeso di persone. Hai la possibilità di creare rapporti con persone che durano una vita intera. Il basket regala emozioni che nessun altro sport può regalare.

Che aria c’è tra voi ragazze?

Il clima che si crea tra noi ragazze è sicuramente ottimo. Si instaurano rapporti non solo dentro il campo ma anche fuori, ed è quella forse la parte più bella di questo sport.

Cosa ti piace di più di questo sport?

Mi piace l’agonismo, il fatto che fino alla fine di una partita il risultato non è deciso ma si può sempre ribaltare. È pi un gioco veloce, con poche pause. 

In regione ci sono abbastanza palazzetti? Sono in buone condizioni?

Penso che in Trentino-Alto Adige ci siano ottime strutture rispetto al resto d’Italia; abbiamo palestre, anche scolastiche, veramente belle. 

In cosa può migliorare Bolzano?

Sicuramente quello in cui può migliorare Bolzano è la collaborazione tra società. Non sarà di certo facile perché ognuno ha le sue idee, ma per il movimento potrebbe essere un grande passo avanti.

Autore: Niccolò Dametto

Maria Niederstätter, se l’edilizia incontra l’arte

“L’arte rende indipendenti, apre gli orizzonti, parla tutte le lingue e canta tutte le canzoni”, queste le parole di Maria Niederstätter nella sua  presentazione sul palco di Palermo alla commemorazione della strage di Capaci.

Lo scorso anno dopo 50 anni di lavoro indefesso Maria Niederstätter ha lasciato la guida dell’Azienda ai nipoti Manuel e Daniela e oggi può guardare a ritroso alla propria carriera, alla propria vita di imprenditrice di successo e finalmente godere a tutto tondo della propria passione per l’arte. Una passione, questa per le arti e la cultura, che la accompagna fin dalla sua giovinezza e che l’ha portata negli anni a sostenere con progetti oculati e con il consiglio di persone esperte tanto gli artisti, che le istituzioni dedicate alle arti in senso lato. È sempre questa passione che la induce a viaggiare, informarsi, ma anche ad essere assai presente alle numerose manifestazioni artistiche e culturali nel territorio altoatesino. 

Maria Niederstätter è una donna che può essere di ispirazione per le giovani per il suo coraggio, la sua tenacia, la sua determinazione, la sua lungimiranza ma anche per quella misuratezza che l’ha sempre guidata. Maria è riuscita a restare una donna semplice e vera, senza mai lasciarsi sedurre dalle lusinghe della notorietà e tentare di spacciarsi per qualcosa che non era.
Parlando con lei infatti si resta affascinati dalla lucidità, dal carisma e dalla sua pacatezza. Ci siamo fatti raccontare i suoi esordi di imprenditrice: “Sono nata a Renon in una famiglia numerosa, sono la secondogenita, e mio padre era il proprietario di una segheria. Desiderosa di uscire dalle strette della provincia avevo iniziato un soggiorno in Inghilterra. Mia madre temeva che io mi risolvessi a restare nel Regno Unito e con mio padre mi proposero di rientrare in Alto Adige per rilevare un negozio di ferramenta a Bolzano che era appena stato messo in vendita.  Accettai e rientrai. Avevo diciannove anni, quindi per quegli anni non ancora maggiorenne. Fu mio padre a sostenermi e nonostante fosse stato sconsigliato da tutti firmò in banca a garanzia del prestito necessario a dare avvio all’azienda. Era il 1974”.

Maria Niederstätter prosegue il suo racconto spiegando come fu difficile conquistare la fiducia dei propri interlocutori quali fornitori, clienti e concorrenti che non credevano nelle potenzialità di una donna in un settore difficile, tecnico e considerato esclusivo appannaggio maschile. Così iniziò fra badili, stagge, picconi, carriole la vita di quella che sarebbe divenuta una azienda leader nel settore delle attrezzature a sostegno dell’edilizia con 100 fra operai e impiegati. Il primo anno guadagnò i suoi primi 60 milioni di vecchie lire.

Ci vollero tre anni per conquistare il mercato delle gru e estendersi ad altri moderni quanto complessi macchinari, cercando fin da subito di basarsi sulla qualità scegliendo le migliori ditte sul mercato. Dieci anni dopo, i container forniti per ospitare le classi di una scuola in ricostruzione offrirono la prima occasione per inserire l’arte. 

Molto presto l’arte riuscì ad entrare sempre più spesso nel lavoro, facendo dei container una possibilità di incontro con l’arte diventando spazi per le esposizioni o luoghi di lavoro per gli artisti. Nel 2022 Maria con la sua ditta ha collaborato con la Fondazione Falcone, in occasione delle cerimonie per la commemorazione della strage di Capaci a Palermo. Per l’occasione ha sponsorizzato il noleggio di strutture modulari dal design artistico, progettate e realizzate dall’artista Manfred A. Mayr con il sostegno della curatrice Sabine Gamper. 

Queste sono state posizionate sul palco al Foro Italico e rappresentavano il fulcro architettonico del progetto e delle celebrazioni. Con la loro struttura trasparente e permeabile, con balconi e facciate in vetro, sono state luogo di incontro, scambio, ricordo e mediazione, e hanno ospitato non solo la stampa ma anche gli studenti e le istituzioni presenti in Sicilia, tra cui il presidente Mattarella.

Gli orizzonti di Maria si fanno ora ancora più vasti e l’ultimo progetto con la nipote Daniela e un film documentario sul convento di Sabiona, “Saeben – Geschichten aus dem Frauenkloster”(Saeben – storie delle donne del convento) Il documentario si basa su fonti storiche e cerca di narrare il quotidiano di quelle donne che vissero in contemplazione e preghiera seguendo la regola benedettina dell’Ora et labora. Il convento, chiuso dal 2021 era stato consacrato il 18 novembre 1686 e inizialmente vi vissero una trentina di suore.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

A Bolzano una strada per Gianni Caproni

A collegare via Luigi Galvani a via Sigismund Schwarz, in zona produttiva, vi è via Giovanni Caproni. Nato il 3 luglio 1886 a Massone di Arco (TN), frequentata la Realschule di Rovereto, nel 1907 si laureò in ingegneria civile al Politecnico di Monaco di Baviera. Durante un master a Liegi, dopo aver assistito a una dimostrazione dei Fratelli Wright, si innamorò del volo. Tornato ad Arco studiò la realizzazione del suo primo velivolo a motore, il Ca1. I suoi aerei si sarebbero sempre chiamati così, con il “Ca” seguito dal numero di serie. Fu a Taliedo (quartiere di Milano) che venne fondata la “Caproni”. Verso al fine del 1910 si trasferì a Vizzola Ticino (Varese), dove proseguì lo sviluppo di biplani, con i modelli dal Ca2 al Ca7. I primi successi li ebbe dal Ca7 al Ca16. Caproni progettò e costruì diversi modelli e unità, aiutato da Giulio Douhet; tra le unità di quell’epoca, i biplani Ca 32, Ca 33, Ca 44 e i triplani Ca40. I trimotori Caproni furono utilizzati durante la Grande Guerra. Ma Caproni cercò di utilizzare l’aeroplano anche come trasporto civile; tra i progetti vi fu il Ca60, un gigantesco idrovolante a scafo per 100 passeggeri, con 8 motori, destinato a rotte transatlantiche. Tra le due guerre mondiali la fabbrica di famiglia divenne un vero e proprio gruppo industriale.  Nel 1940 fu nominato conte di Taliedo. I famosi biplani di Caproni (personalmente contrario alla guerra) furono acquistati dallo Stato italiano durante il secondo conflitto mondiale. Dopo l’armistizio (8 settembre 1943), essendo i principali stabilimenti nel territorio della Repubblica Sociale Italiana, Caproni dovette produrre per le forze armate repubblichine. Iniziò a progettare e collaudare i primi mezzi d’assalto per la X Mas; realizzò anche quello che sarebbe stato il primo aereo a reazione italiano. Nel 1951 il gruppo Caproni fallì. Gianni Caproni fu rimpianto da molti, in Italia e in tutto il mondo, quando morì, a 71 anni, il 27 ottobre 1957.

Autore: Leone Sticcotti

Campi della legalità ai nastri di partenza

A pochi giorni dalle commemorazioni della Strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la magistrata Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, risulta naturale, e forse anche scontato, chiedersi quanta e quale conoscenza e impegno siano diffusi sul territorio – altoatesino e nazionale – e tra i giovani, in tema di educazione alla legalità e antimafia. Il progetto Campi della Legalità nasce proprio per questo. Ce ne parla Andrea Tommasini, referente per l’associazione Arciragazzi Bolzano.

Quando nascono i “Campi della Legalità è perché? 

È un progetto che Arci Nazionale propone dal 2004, mentre in provincia di Bolzano Arciragazzi lo organizza dal 2011. L’idea è nata dalla consapevolezza che il tema della criminalità organizzata ci riguarda, ma allo stesso tempo se ne sa molto poco. Per fortuna non abbiamo vissuto le guerre di mafia o il periodo delle stragi, questo però ci ha illuso che Cosa Nostra e ‘Ndrangheta con il nostro territorio non c’entrassero nulla.

In cosa consistono, nel concreto? 

Il progetto prevede un soggiorno di circa dieci giorni a Corleone (PA). Le attività che vengono svolte seguono principalmente due filoni: da una parte il lavoro agricolo nei terreni confiscati a Cosa Nostra e affidati alla cooperativa Lavoro e Non Solo, che ci ospita; dall’altra la conoscenza e l’approfondimento del fenomeno mafioso, attraverso incontri con persone che hanno fatto dell’antimafia il loro progetto di vita.

Quali obiettivi si pongono? 

L’obiettivo principale è quello di gettare luce su un fenomeno che cresce nel silenzio e si fa forza dell’ignoranza e del disinteresse delle persone. C’è poi la volontà di far crescere cittadine e cittadini nella consapevolezza che la legalità è un valore e bisogna fare la nostra parte per preservarla, mantenendo alta l’attenzione. Infine, un aspetto da non sottovalutare è il presidio dei terreni confiscati: chi monitora il progetto nazionale ci dice che quando i “Campi della Legalità” sono attivi, le minacce ed i disordini verso chi gestisce i terreni confiscati si azzerano.

Come si mantiene viva l’attenzione sul fenomeno mafioso, tra i giovani e soprattutto tra quelli altoatesini? 

Bisogna principalmente trovare i canali ed i linguaggi giusti per potersi far ascoltare. Le ragazze ed i ragazzi sono sensibili alle problematiche sociali. Certo, trovare persone disposte a spendere una parte della loro estate per lavorare in un terreno agricolo, non è da tutti.

Qualche informazione sull’edizione 2024?

Quest’anno il progetto si svolgerà dal 17 al 24 luglio. Per informazioni circa programma ed iscrizioni si può consultare il sito arci.bz.it o mandare una mail all’indirizzo a.tommasini@arci.bz.it

Autrice: Ana Andros COOLtour

Gioel e il lavoro dell’artigiano, immerso oggi tra i materiali e animato dalla passione

Gioel Ghirardini è un giovane artigiano bolzanino che mostra maestria e passione in molteplici campi e la sua storia dimostra come determinazione e creatività possano dar vita a progetti di successo.

Il percorso di Gioel Ghirardini nell’artigianato ha avuto inizio con la realizzazione e la personalizzazione di sacche e magliette. Successivamente ha iniziato a collaborare con la madre producendo candele di varie forme e dimensioni, arricchite da oli essenziali con proprietà benefiche. Sebbene quest’attività gli abbia fornito una base economica più solida, Gioel sentiva che il margine di espressione era limitato. Questo lo ha spinto ad esplorare nuovi campi, come la gioielleria e la cristalloterapia. 

Nel 2022, insieme alla madre, decide di aprire “Lucidiluna”, un negozio dove può esprimere appieno la sua creatività e la sua passione per l’artigianato. Per le sue produzioni Gioel cerca ispirazione nella vita quotidiana, sui social media e attraverso un intenso lavoro di brainstorming. “Fare una pausa ogni tanto è fondamentale perché permette di assorbire meglio gli stimoli esterni. Traggo ispirazione da qualsiasi cosa, fiori, pubblicità, serie TV…” afferma. 

Un aspetto importante del lavoro di Gioel è l’eco-sostenibilità. Nelle sue creazioni infatti riutilizza materiali come legno, pellet, stoffe, vasetti di vetro e cera. Inoltre molti dei suoi prodotti offrono benefici attraverso oli essenziali e cristalloterapia. I tre pilastri del suo lavoro sono, infatti, benessere, ecosostenibilità e artigianato, che si equilibrano tra di loro.

Il suo approccio verso l’artigianato si basa sulla sperimentazione e sull’apprendimento dai propri errori, piuttosto che sullo studio teorico approfondito. Accogliere i riscontri, i suggerimenti, i consigli e i feedback sui suoi lavori è una parte integrante del suo processo creativo. La comunità è per Gioel un elemento essenziale per il suo lavoro e la sua persona. Egli afferma che sentirsi parte di un progetto comune con clienti e negozianti permette di offrire e ricevere sostegno reciproco. 

“Se hai una passione, provaci!” afferma Gioel sottolineando che fare dell’artigianato una professione è “un impegno importante”. Fare l’artigiano, infatti, non è privo di difficoltà: dall’insoddisfazione iniziale delle proprie creazioni, ai costi elevati dei materiali e alla ricerca di fornitori affidabili. 

Gioel Ghirardini rappresenta un esempio di come l’impegno, la perseveranza e il senso di comunità possano trasformare una passione in una professione. 

Sanaa El Abidi COOLtour

Notizie utili sulle Elezioni Europee 2024

L’8 e il 9 giugno eleggeremo i Membri del Parlamento europeo per i prossimi 5 anni. Il Parlamento europeo, che detiene il potere legislativo insieme al Consiglio dell’Unione europea, ha dunque la facoltà di adottare leggi. Esso esercita un controllo democratico su tutte le istituzioni dell’UE e, in particolare, sulla Commissione europea.

Gli europarlamentari vengono eletti con sistema elettorale proporzionale.

In Italia, è possibile esprimere da uno a tre voti di preferenza per lista votata, scrivendo, nelle righe vicino al simbolo della lista, il nome e cognome o solo il cognome dei candidati preferiti.

Nel caso di due o tre preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, altrimenti l’ultima preferenza viene annullata automaticamente.

PARTICOLARITÀ PER L’ALTO ADIGE

Le liste delle minoranze linguistiche, per superare la soglia di sbarramento del 4%, possono collegarsi alla lista di un partito nazionale: in tal caso la lista della minoranza linguistica somma i propri voti a quelli della lista nazionale e ottiene un seggio qualora un suo candidato ottenga almeno 50.000 preferenze.

Per le liste delle minoranze linguistiche è possibile indicare solo un voto di preferenza.

VADEMECUM

Si vota sabato 8 giugno dalle ore 15 alle ore 23 e domenica 9 giugno dalle ore 7 alle ore 23.

In Italia si ha diritto di voto alle elezioni europee se si è compiuto il diciottesimo anno di età, se si è cittadini italiani o dell’Unione europea con residenza legale in Italia, o cittadini italiani residenti all’estero, e si iscritti nelle liste elettorali del proprio Comune.

Il voto si esprime tracciando un segno (X) sul contrassegno della lista prescelta candidata nella propria circoscrizione. La provincia di Bolzano fa parte della circoscrizione nord-orientale, che comprende Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. La scheda elettorale, di cui vi riportiamo in questa pagina il fac simile, è la medesima per tutti i comuni delle 4 regioni facenti parte della circoscrizione.

Per votare al seggio vanno presentate la tessera elettorale e un documento di riconoscimento valido.

Chi non ha la tessera elettorale o necessita di una nuova tessera elettorale deve rivolgersi al Ufficio elettorale del proprio Comune. 

Ricordiamo che ogni voto è importante per sostenere la rappresentazione democratica nelle istituzioni europee ed esprimere la propria opinione su tematiche fondamentali come l’economia, l’energia, i diritti, l’UE nel mondo.

Il Parlamento europeo è composto da 705 deputati eletti nei 27 Stati membri dell’Unione europea allargata. Dal 1979 i deputati sono eletti a suffragio universale diretto per un periodo di cinque anni.

All’Italia spettano 76 parlamentari che vengono suddivisi per ognuna delle 5 circoscrizioni nel modo che segue:

Italia nordoccidentale: 20

Italia nordorientale: 15

Italia centrale: 15

Italia meridionale: 18

Italia insulare: 8

Il teatro come strumento sociale

Da anni ormai il teatro è un linguaggio utilizzato anche fuori dagli spazi entro cui è nato; da forma di intrattenimento è passato a divenire un potente strumento sociale che può educare, ispirare e unire le persone. Attraverso la rappresentazione delle storie umane, il teatro stimola la riflessione critica e favorisce il dialogo, contribuendo a costruire una comunità più coesa e consapevole. Oggi abbiamo il piacere di presentare un’ intervista con Sara Pantaleo e Gianluca Bazzoli, che rappresentano due terzi dell’associazione di promozione sociale (APS) Sagapò.  Fondata con l’obiettivo di promuovere il teatro e la lettura, questa realtà è diventata un punto di riferimento per la comunità locale.

Com’è nata la vostra associazione?

Sara Pantaleo – Sagapò nasce come associazione che si occupa di attività culturali, tra cui teatro, promozione alla lettura e formazione su larga scala. Ci interessa da sempre lo scambio culturale con uno sguardo all’arte come mezzo per creare dialogo, uno spazio di comunicazione e di espressività. Da poco ho preso il testimone da Chiara Visca e da ottobre sono la nuova presidentessa di Sagapò, con cui, in una linea di continuità, mi e ci interessa portare avanti il tipo di attività che hanno caratterizzato finora l’associazione.

In che zona proponete le vostre attività?

Sara Pantaleo – Principalmente a Bolzano e provincia; da alcuni mesi abbiamo una sede in via Roen 12A, per cui questo spazio è reso vivo anche da un corso di teatro, che seguo io, che è iniziato ad ottobre e si concluderà a giugno. Si tratta di un percorso annuale per adulti, che poi riprenderà a settembre.

Ma voi siete presenti con le vostre attività anche in altri spazi…

Gianlunca Bazzoli – Sagapò è un’associazione che si occupa di un ventaglio di proposte sotto il cappello artistico culturale. Tra queste abbiamo le letture che vengono fatte in biblioteche e anche in spazi all’aperto. Nella nostra sede stiamo anche organizzando delle letture per bambini e famiglie per insegnare l’interazione tra libro e bambino ai genitori. 
Ci occupiamo anche di storytelling. Se c’è bisogno di raccontare una storia anche in spazi non convenzionali, questa tecnica è molto snella, quindi riusciamo ad allestire spettacoli, ovunque! 
E poi ci occupiamo di teatro, ma non solo nella scatola teatrale, perché il teatro si può portare veramente ovunque. Ho notato che ogni volta che noi portiamo un’iniziativa fuori da degli spazi convenzionali, c’è sempre molta curiosità. Il pubblico, soprattutto dopo il covid. ha voglia di tornare ad aggregarsi, ha voglia dell’esperienza diretta.

Avete altri progetti?

Sara Pantaleo – Con Federica Carrubba Toscano abbiamo fondato un collettivo artistico e ci occupiamo di teatro di ricerca e di indagine sociale.
Sagapò è stata continuatrice di questi progetti, nati dal 2020 in poi, proprio periodo pre-pandemia.
Quindi ora che siamo subentrati nella gestione di Sagapò, continuiamo a seguire i progetti da qui, per una associazione che comunque ci ha sempre sostenuto come coproduzione. È molto bello, è un viaggio che continua…
Gianluca Bazzoli – Per ora ci interessa continuare a sostenere delle iniziative che fino adesso hanno funzionato bene e che il territorio ha sempre apprezzato. Poi l’arte non si ferma mai e noi siamo curiosi di lasciarci sorprendere da quello che Bolzano può offrire, aiutandoci a creare ogni volta qualcosa di nuovo.

Autore: Till Antonio Mola

“Fratellanza e accoglienza ci giungono dalle radici cristiane”

VALORI

La nostra “storia di copertina” dello scorso numero, dedicata all’esclusività o meno delle radici cristiane dell’Europa, ha sollecitato alcuni lettori a contattarci, con messaggi e telefonate, per esprimere la loro opinione. Tra queste reazioni vi è quella di Teresa Finetto, che abbiamo deciso di pubblicare anche perché ci consente di aggiungere tutta una serie di elementi che ci era stato impossibile evidenziare con il prof. Sarri, soprattutto per motivi di spazio. Ringraziamo la nostra lettrice, un’insegnante in pensione, per aver segnalato diversi aspetti positivi del contributo dato dal Cristianesimo nel tentativo di “creare comunità” nel continente europeo, attraverso i secoli. Richiamando in questo modo lo spirito di fratellanza e accoglienza che però, ahinoi, oggi come oggi, molti cattolici praticanti sembrano poi dimenticare quando si accostano alle urne elettorali. 

Luca Sticcotti

Egregio Direttore, ho letto sullo scorso numero della rivista l’articolo dal titolo “Radici cristiane?” scritto [assieme al] professor Andrea Sarri, che conosco e stimo. Tuttavia non posso fare a meno di dissentire su alcuni aspetti della sua interpretazione, soprattutto sulla definizione di “mito delle radici cristiane” dell’Europa. Se per “mito” si intende una visione del passato idealizzata a nostalgica, non posso che concordare con lui. “Guerra, peste, carestia” sono i flagelli, conditi da un bel po’ di ingiustizia, da cui, da sempre, si è pregato di essere preservati. E il nostro tempo non ne è immune, anzi!
Ma riconoscere questo non significa negare, di conseguenza, che il cristianesimo abbia portato nella società una nuova antropologia, una nuova mentalità, un nuovo modo di associarsi e risolvere i problemi. Paolo VI ha proclamato san Benedetto patrono d’Europa perchè, alla luce dei fatti, il monachesimo è il movimento che pazientemente, in tempi durissimi, ha creato una comunità di popoli animati dallo stesso ideale, con una fede, una liturgia, una lingua, una mentalità comune, pur nelle specificità locali, dalla Spagna alla Polonia, dalla Gran Bretagna alla penisola italica.
I monasteri per secoli sono stati centri propulsori di vita spirituale, ma anche materiale a tutti i livelli: la lavorazione del formaggio (compreso il grana padano), della birra, del vino, dell’olio, le bonifiche, i terrazzamenti nei paesi mediterranaei, le dighe per difendersi dal mare nei paesi del Nord e molto altro sono nati dallo sperimentalismo dei monaci. Senza dimenticare gli orti botanici e la farmacologia naturale ora così di moda. Sorprende scoprire che persino le note musicali siano state inventate da un monaco, Guido d’Arezzo, utilizzando un inno dedicato a san Giovanni.
Tutto ciò è documentato nella bellissima mostra Il gusto del quotidiano recentemente esposta nella chiesa parrocchiale di Don Bosco.
Certamente non vanno dimenticate le altre radici, felicemente accolte nella cultura cristiana, in particolare quella latina, letteralmente salvata e trasmessa dai monasteri, e quella germanica, convertita, umanizzata e indirizzata a finalità nobili dall’istituzione della cavalleria. Un tentativo, naturalmente, non sempre riuscito ma affascinante, tanto che ha generato un nuovo genere letterario.
Mi preme, per interesse personale che mi ha spinto a studiarlo in modo particolare, accennare al fenomeno delle vie di pellegrinaggio che hanno unificato la cristianità sia nello spirito penitenziale, anche qui un tentativo ben riuscito di convertire il male, personale e collettivo, sia nello spirito di accoglienza che ha generato gli hospitales, da cui sono scaturiti gli ospedali o ospizi medioevali gestiti da confraternite laiche o congregazioni religiose e attivi fino almeno al XIX secolo. La Chiesa, intesa come popolo cristiano, nei secoli ha coltivato, con caratteristiche adeguate all’epoca, le opere di misericordia: gli studenti dovrebbero esserne informati, ci sarebbe così tanto da scoprire e, soprattutto, riprendere! Come già accade per molti gruppi di laici impegnati nel sociale.
Concludo questo inevitabilmente limitato excursus con una osservazione: a mio parere Paolo VI ha proclamato san Benedetto patrono d’Europa non per anticomunismo, ma per ricordare una eredità che, almeno fino alla Rivoluzione francese, non era necessario ricordare in quanto patrimonio comune riconosciuto universalmente. Se i papi recenti, compreso Francesco, hanno richiamato l’Europa a ritrovere la sua anima è perché, non inserendo il richiamo alle radici cristiane nella propria Costituzione, l’Unione Europea ha consapevolmente rimosso la propria storia, tradendo lo spirito dei suoi padri fondatori, Adenauer, De Gasperi e Schumann, gli ultimi due già proclamati “servi di Dio”. Si è aperta così la strada ad una rimozione che è sfociata nel relativismo, nel nichilismo, nell’individualismo e nel materialismo che caratterizzano, purtroppo, la cultura europea. Penso sia questo il vero problema dell’Europa. E penso che, se si vorrà portare avanti il sogno di un’Europa unita (già presente nell’ideale della Res publica christiana) non si potrà prescindere da un serio ripensamento su ciò che davvero può unirci. Un’Europa pragmatica, astrattamente ideologica ma senz’anima potrà procurare molti vantaggi materiali alle generazioni future, ma non potrà generare quello spirito di fratellanza e di accoglienza di cui tutti abbiamo bisogno.

Autrice: Teresa Finetto