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Mese: Maggio 2024
Autogol
Meritoriamente nelle ultime settimane le forze dell’ordine hanno effettuato un lunga serie di controlli sul nostro territorio, nell’ottica di un aumento del livello di sicurezza e di prevenzione della microcriminalità. Com’è noto si tratta di un’esigenza sentita da una larga parte dei residenti e tale bisogno si è riverberato anche nelle scelte di consenso che hanno portato alla formazione del nuovo governo provinciale, protagonista tra l’altro oggi di una solida sintonia con Roma.
In merito a ciò non posso però non rilevare l’accrescimento di una contraddizione di fondo nel nostro sistema volto a prevenire e reprimere i reati, ovvero le condizioni in cui versa la casa circondariale di Bolzano. Si tratta di una situazione non solo vergognosa – una macchia nel quadro idilliaco che siamo soliti dipingere nella descrizione della nostra terra – ma anche e soprattutto controproducente. A cosa serve incrementare i controlli e, di conseguenza, anche gli arresti, quando non sappiamo poi dove metterli, i detenuti? E, poi, se le persone che priviamo della loro libertà le mettiamo in un carcere orrendo – a Bolzano, lo ricordiamo, si trovano solo detenuti per reati minori – come possiamo pensare che una volta usciti (cioè presto) non compiano più reati?
Forse giova ricordare quello che dice la nostra Costituzione, in merito. Innanzitutto si ricorda che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, ma poi si aggiunge significativamente che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non è buonismo, è realismo! I problemi sociali non si risolvono (solo) facendo controlli con telecamere e pattuglie, se poi la detenzione assomiglia al collocamento di coloro che commettono reati in una sorta di sgabuzzino, del quale si chiude la porta per non pensarci più. La chiave – lo dice la Costituzione e lo dicono ancor di più lo stato di diritto, il nostro sistema democratico e le convenzioni internazionali – non si può e non si deve buttare. E quindi la chiave, quella vera, non può che essere quella di porre finalmente come prioritaria l’individuazione di una struttura, anche solo provvisoria, dove collocare qui e ora i detenuti. Senz’altro è più urgente fare questo, piuttosto che dare una nuova casa a Ötzi, non credete?
Autore: Luca Sticcotti
La città celebra il commercio equo solidale
La Giornata Mondiale del Fair Trade, celebrata ogni secondo sabato di maggio, rappresenta un’importante occasione per porre sotto i riflettori le condizioni di vita e di lavoro di migliaia di persone in tutto il mondo. Uomini, donne e talvolta anche bambini, lottano strenuamente per guadagnare appena il necessario per sopravvivere. Questa giornata non solo celebra i traguardi raggiunti dal movimento del fair trade, ma solleva anche un’importante domanda: quanto resta ancora da fare per garantire giustizia e equità nei rapporti commerciali mondiali?
Il fair trade, sorto oltre cinquant’anni fa, si è costantemente impegnato nel miglioramendo delle condizioni di vita e di lavoro di produttori marginalizzati dal mercato e lavoratori, specialmente nel Sud del mondo, sostenendo i loro diritti e promuovendo la loro visibilità all’interno dei meccanismi del commercio internazionale. Questo movimento non si limita a una mera redistribuzione del guadagno, ma cerca di trasformare radicalmente il sistema, rendendolo più equo, solidale e sostenibile, per tutti i suoi attori.
Le organizzazioni del Fair Trade (Ftos – Fair Trade Organizations) che aderiscono a Wfto (WorldFairTradeOrganization), la federazione mondiale del commercio equo e solidale, sono coinvolte attivamente nell’assistenza tecnica ai produttori, nell’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni, e nello sviluppo di campagne volte al cambiamento delle regole e delle pratiche del commercio internazionale.
Da sei anni una “fair trade town”
Dal 2018 Merano è “Fair Trade Town” selezionata proprio dalla Wfto e in quanto tale deve rispettare un codice di condotta condiviso. La città del Passirio, grazie al supporto e la collaborazione della Bottega del Mondo, da anni si impegna infatti a garantire ai piccoli produttori nel Sud del mondo un accesso diretto e sostenibile al mercato, al fine di favorire il passaggio dalla precarietà ad una situazione di autosufficienza economica e di rispetto dei diritti umani. Ma non solo, Merano è molto attiva sia a livello politico che culturale, organizzando diverse attività di promozione e sensibilizzazione del tema.
“Vogliamo spiegare alla cittadinanza in maniera trasparente tutta la filiera di quei prodotti che vengono importati da terre lontane, come il cacao o le banane. Siamo sicuri che molte persone quando acquistano il caffè al supermercato non sappiano da dove provenga e quali processi ci siano dietro” – afferma Brigitte Gritsch, coordinatrice delle Botteghe del Mondo dell’Alto Adige.
In piazza per il dialogo e la condivisione
Proprio in occasione della giornata del commercio equo solidale, sabato 11 maggio, il cuore di piazza della Rena a Merano ha pulsato al ritmo del dialogo e della condivisione. Un aperitivo equo solidale ha aperto le sue porte a tutta la popolazione, offrendo non solo prelibatezze per il palato, ma anche spunti di riflessione e approfondimenti. L’evento, frutto della collaborazione tra la Bottega del Mondo di Merano, il Comune e gli studenti della Scuola Professionale Alberghiera Ritz, ha saputo cogliere l’essenza del fair trade mettendo in primo piano due protagonisti indiscussi: le banane e il cioccolato.
Oltre a deliziare i presenti con le loro irresistibili note di gusto, questi prodotti hanno dato il via a un dialogo profondo e significativo.
Non si è trattato dunque solamente di una giornata di festa e buon cibo, ma di un’opportunità per confrontarsi sulle sfide e i successi del movimento del fair trade, approfondendo le peculiarità dei prodotti e i percorsi complessi che questi alimenti intraprendono prima di giungere sulle nostre tavole. È stato un momento prezioso di scambio, capace di sensibilizzare e ispirare, confermando che il commercio equo solidale non è solo un concetto astratto, ma una realtà tangibile che coinvolge e trasforma la vita di molte persone in tutto il mondo.
Tanti volontari per un’economia umana
L’evento proposto è solo un esempio delle tante attività che le Botteghe del Mondo dell’Alto Adige organizzano durante l’anno.
La rete altoatesina comprende nove cooperative sociali che promuovono gli ideali del commercio equo e solidale nella provincia di Bolzano. Molti sono i volontari che ogni giorno si impegnano per dimostrare come un’economia umana può ancora esistere: un’economia dove l’uomo e la donna vivono in sintonia con sé stessi ed il mondo che li circonda.
“Le nostre botteghe non vogliono essere solamente dei meri punti di vendita, ma luoghi di dialogo e riflessione. Attraverso i nostri comportamenti di acquisto e le nostre scelte possiamo appoggiare un commercio che si basi sul rispetto delle persone che stanno alla base della filiera, contribuendo così a un mondo più sostenibile, equo e rispettoso” – conclude Brigitte Gritsch.
Autrice: Chiara Caobelli
Radici cristiane?
Il tema dell’identità e delle radici torna, periodicamente, a caratterizzare il dibattito pubblico, soprattutto in corrispondenza con gli appuntamenti elettorali. In merito all’importanza delle radici cristiane che, per molti, ci accomunano, abbiamo scelto di parlarne con il prof. Andrea Sarri, esperto di storia della chiesa locale e non solo.
Le radici cristiane dell’Europa sono un mito. Ad affermarlo nei giorni scorsi con un articolo sul quotidiano Alto Adige è stato il professore Andrea Sarri, da anni insegnante presso il Liceo Carducci di Bolzano ed uno dei più autorevoli esperti locali nell’ambito della storia religiosa nell’età contemporanea, con particolare attenzione al rapporto chiesa-società nelle diocesi del Trentino-Alto Adige/Südtirol.
Il tema è molto attuale perché, a poche settimane dal voto europeo, alcuni partiti sono tornati ad insistere sulle questioni identitarie e sui simboli ad esse collegati. D’altronde è stata l’attuale premier Giorgia Meloni ad affermare, nella sua autobiografia uscita nel 2021, che il crocifisso appeso a scuola “non sta ad indicare l’imposizione di una religione”, essendo esso “semplicemente un segno che caratterizza la nostra civiltà”.
Le radici cristiane, però – come ci conferma Sarri – sarebbero però solo un mito, di forte impatto sull’immaginario collettivo.
Forse non tutti hanno le idee chiare su cosa sia, di fatto, un mito. Ricorriamo allora all’enciclopedia Treccani per ricordare che, nella sua declinazione più moderna, questo termine sta ad indicare una “rappresentazione ideale o ideologica della realtà che, proposta in genere da una élite intellettuale o politica, viene accolta con fede quasi mistica da un popolo o da un gruppo sociale”. Dunque le radici cristiane, seppur significative, secondo Sarri, non sono l’aspetto largamente prevalente né tantomeno esclusivo della nostra “civilità”.
“Nello studio della storia della chiesa e del suo rapporto con la società questo rapporto tra mito e realtà, è stato evidenziato in primis dal più grande storico del Novecento, ovvero Marc Bloch”, ricorda Sarri. Aggiungendo che quando si studia la civiltà europea la si può immaginare come una torta a più strati, dove il cristianesimo in tutte le sue forme è senz’altro un elemento cruciale, anche se naturalmente non esclusivo. “Va poi ricordato che anche il cristianesimo man mano si è trasformato. Prima dell’anno mille non era quello di papa Gregorio VII (1073-1085) che rivendicò la superiorità del papato sul potere temporale dell’imperatore, ad esempio. Così come un altro cristianesimo è quello che si afferma con il Concilio di Trento che reagisce alla riforma luterana”.
L’INTERVISTA
Prof. Sarri, quali sono le altre componenti della civiltà europea che non vengono considerate, quando vengono rivendicate in maniera esclusiva le radici cristiane?
Le fonti classiche, innanzitutto. Quella greca e quella romana. Oppure, secondo alcuni, solo quella greca, anche se i Romani come sappiamo hanno dato un grande contributo sul piano del diritto e della tecnica. Poi c’è la componente islamica che ha caratterizzato diverse zone del sud e dell’est Europa fino a quasi l’età moderna. Poi ci sono componenti germaniche e scandinave. E nel primo millennio non vanno dimenticate le componenti bizantine, relative all’Impero Romano d’Oriente che si occupò di conservare la cultura greca che in Occidente era scomparsa. E poi l’Umanesimo, il Rinascimento, la Scienza moderna, l’Illuminismo…
In effetti si tratta di componenti molto importanti. Molte hanno avuto un rapporto con il cristianesimo, ma senz’altro la maggior parte di esse hanno avuto un ruolo fondamentale anche a prescindere da questo rapporto. In ogni caso è la Rivoluzione Francese che – di fatto – segna una cesura tra il passato e la contemporaneità.
Sì. I diritti, le libertà, l’idea moderna di democrazia basata su un patto sociale in cui i cittadini hanno pari dignità, nascono proprio in quel momento sulla scia dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. L’idea dello stato laico le cui leggi sono indipendenti dalla dottrina religiosa cristiana e cattolica è davvero rivoluzionaria. Ed è da questo shock che nasce il mito delle radici cristiane dell’Europa. L’idea che possa esserci un approccio irreligioso alla realtà e nella società porta autori come Novalis e Chateaubriand a sostenere che l’idea satanica della “laicità” sarebbe nata già ai tempi di Lutero agli inizi del ‘500 e che per evitare che la civiltà scivoli nella barbarie occorra ritornare appunto ad un medioevo, anche questo mitizzato, in cui il papa deteneva sia il potere spirituale che quello temporale.
La chiesa come si è posta, durante la Rivoluzione Francese e negli anni della Restaurazione rispetto a questo dibattito sulle radici cristiane, rivendicate da una serie di intellettuali europei?
Il papato in realtà rimase a lungo estraneo all’elaborazione del mito delle radici cristiane. Ci arrivò solo nel Novecento tra le due guerre mondiali, per poi farlo suo nell’ottica anticomunista dopo la fine del secondo conflitto. Lo fece papa Pio XII per sollecitare le nascenti istituzioni europee affinché “riconoscessero la legge di Dio e della sua Chiesa”. Ma già Giovanni XXIII scelse di declinare il ruolo della Chiesa non più come sovrana, ma invece “madre” dei popoli europei. Se Paolo VI nominò San Benedetto patrono d’Europa con lo scopo di “cristianizzare il processo di integrazione europea”, poi Giovanni Paolo II cercò di proseguire il percorso nell’ottica di neo-cristianità. Benedetto XVI dal canto suo cercò di proseguire nel solco del suo predecessore, mentre invece l’attuale pontefice Francesco se prima ha sollecitato l’Europa a “non perdere la sua anima”, successivamente ha invece significativamente definito l’identità europea “dinamica e interculturale”. Per poi passare addirittura a definire l’azione della chiesa del terzo millennio “semplicemente misericordiosa”, ovvero pronta ad accogliere e a venire in soccorso alle persone che le si rivolgono in cerca di aiuto.
I principali partiti che rivendicano la necessità dei simboli delle radici cristiane negli spazi pubblici sono però spesso gli stessi che rivendicano anche il valore fondante della libertà individuale nella società. Quest’ultimo valore però, di per sé, non è stato esattamente fondante durante secoli e secoli di storia di storia della chiesa. A lungo la chiesa non ha visto di buon occhio lo sviluppo della libertà individuale e della coscienza critica dei suoi fedeli…
In questo senso nel corso dell’800 la chiesa ha compiuto un suo percorso, lento, ma comunque significativo. Va anche detto che al mito delle radici cristiane dell’Europa in quel secolo si richiamarono anche i cattolici liberali, che sostenevano che in realtà le radici della modernità stavano nel Cristianesimo e nell’azione del papato romano nella civiltà europea. Sono temi che vennero ripresi negli anni ’30 del novecento anche da Benedetto Croce, in un ottica antifascista. In ogni caso oggi i richiami alle radici cristiane dell’Europa e la difesa dei suoi simboli hanno soprattutto una funzione anti islamica. Viene proposta l’idea di un’Europa guerriera, che si pone a difesa dei sui confini. Poi rimane sottotraccia il pericolo comunista. Il mito delle radici cristiane in ogni caso è stato declinato in diversi modi, come abbiamo visto.
Nella destra politica esiste un dibattito su questi temi. Esiste una destra che, invece, sceglie di appoggiarsi comunque sulla laicità?
Bisognerebbe andare a leggere gli intellettuali di riferimento di quest’area, per capire se hanno ancora spazio voci liberali classiche. Da quello che capisco prevale l’argomento paura e quindi il ricorso al mito come difesa di identità. Sul piano inconscio scatta un riflesso condizionato basato sull’emotività.
Sul piano locale, in Alto Adige, esiste ancora una destra laica e, anzi, anticlericale? Il Sudtirolo è fortemente secolarizzato, è sotto gli occhi di tutti. Una serie di cose non possono più essere date per scontate. La chiesa altoatesina è identitaria solo per una minoranza dei residenti e, forse, anche nella parte di lingua tedesca.
Credo che il vescovo Muser già ai tempi del Covid abbia capito che le dimensioni stesse della comunità ecclesiale, in provincia di Bolzano, ormai rappresenti una minoranza. E la sua insistenza su nuove forme di fare chiesa, come la chiesa “domestica” sorta durante il Covid sta a dimostrarlo. Lui queste forme nuove le ha presentate, nelle sue lettere pastorali, come “segni dei tempi”. Si è usciti, in sostanza, dalla dimensione della solidità pubblica del culto. Una parte rimane, perché ha anche un aspetto di convivialità, ma certo le cose sono cambiate di molto.
Anche all’interno del clero c’è una grande presenza, oggi, di preti di origine straniera e, anzi extracomunitaria.
Sì, e alcuni anche con ruoli importanti. Una cosa impensabile anche solo 10 anni fa. Quindi non si tratta solo di vedere all’esterno una secolarizzazione, ma anche di consapevolezza che lo stesso clero non è più quello di una volta. E le stesse dinamiche ci sono, naturalmente, anche nella vicina diocesi di Trento.
Quindi all’interno della chiesa la tentazione di insistere sulla rivendicazione delle radici cristiane è minore rispetto a quanto avviene in politica?
Sono nelle condizioni e forse hanno anche la capacità di guardare oltre, con una prospettiva che va al di là delle prossime elezioni.
Autore: Luca Sticcotti
Linea rossa. Abusi nella libertà di espressione
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. È l’articolo 21 della Costituzione. Un principio sacrosanto per il quale si è lottato e si è morti. Oggi il nemico numero uno della libertà di espressione è l’abuso della libertà di espressione.
Troppe informazioni, poca informazione. È questo uno dei mali della comunicazione in un mondo in cui ognuno è in grado di far circolare parole, immagini, suoni, ma pochi sono in grado di dare loro il giusto peso e di capire fino a che punto quanto viene detto e scritto sia vero e verificato e sia lecito.
Nei giorni scorsi, a seguito delle dichiarazioni di un consigliere provinciale altoatesino, un gruppo qualificato di suoi colleghi ha manifestato tracciando, dice il loro comunicato, “una simbolica linea rossa che non deve essere oltrepassata. Con questo vogliamo chiarire che rifiutiamo fermamente l’incitamento all’odio, le svalutazioni, gli insulti, i discorsi d’odio e simili, sia nel discorso politico ma anche in quello sociale”. Che la libertà di espressione abbia dei limiti – che consistono semplicemente nel rispetto degli altri – è qualcosa che sanno da sempre anche i bambini. Tuttavia, proprio l’abuso del principio di libera espressione negli ultimi decenni ha fatto sì che i personaggi più improbabili abbiano potuto raggiungere luoghi di potere anche più alti a suon di insulti, di minacce e bugie. Mentre stigmatizzavamo il “buonismo” abbiamo sdoganato il “cattivismo”. Hai voglia ora tracciare linee rosse! Discorso analogo per le fake news. La libertà di espressione e di informazione trova un limite invalicabile nella verità dei fatti. Non è lecito diffondere notizie non vere e costruirci attorno teoremi per tirare l’acqua al proprio mulino o per diffamare qualcuno. In Europa l’83 per cento delle persone ritiene che la disinformazione costituisca una minaccia la democrazia. Il 63 per cento dei giovani afferma di incontrare notizie false più di una volta alla settimana. Il 51 per cento degli europei ritiene di essere stato esposto alla disinformazione online. Anche per questo l’Unione Europea – che spesso è vittima essa stessa della post-verità – ha varato un rigido codice di condotta contro la disinformazione. Attenzioni da avere in vista dei prossimi appuntamenti elettorali (e oltre).
Autore: Paolo Bill Valente
Il Centro dedicato a Padre Bertoldo Röllin
Vi sono persone alle quali non è stata dedicata una via o piazza, ma si è cercato di perpetuarne la memoria in altro modo, come quello di intitolare un’associazione, un centro culturale ecc. È il caso del “Centro Culturale padre Bertoldo Röllin”. Cosa fece padre Bertoldo Röllin? Va ricordata la realtà del quartiere di Gries; oltre all’incorporazione nel 1925 del Comune di Gries all’amministrazione comunale di Bolzano, nel 1948 la parrocchia di Muri-Gries fu elevata al rango di arciparrocchia. L’attuale chiesa parrocchiale di Gries fu consacrata il 31 agosto 1788 dal principe vescovo di Trento Pietro Vigilio Thun; sostituiva l’antica chiesa, un tempo chiamata S. Maria in Cella. Aumentando anche la popolazione di lingua italiana con il processo di edificazione della zona verde di Gries, sorse il problema della cura d’anima dei parrocchiani di lingua italiana. L’abate di Gries trovò la soluzione al problema, incaricando di tale cura d’anime il confratello padre Bertoldo Röllin, che succedeva così a padre Hildefons Leuger, il quale aveva svolto per qualche anno tale compito. Padre Bertoldo, nato nel 1901 a Uxnach (Svizzera), ordinato sacerdote nel 1926 a Bressanone, iniziò già nel 1930 a operare nell’ambito scolastico ed ecclesiale tra i parrocchiani di lingua italiana. Dal 1936 al 1965 fu il curatore d’anime per gli italiani della parrocchia di Gries. Si può dire che si dedicò per circa 40 anni alla comunità di lingua italiana e lo fece con entusiasmo e fervore, dedicandosi particolarmente ai giovani, per i quali fu guida spirituale e paterno amico. Lungo sarebbe soltanto accennare a quanto fece e creò padre Bertoldo, deceduto nel 1975; sono in molti ancora a ricordarlo. Un sentito ricordo fu lo scritto, del 28 gennaio 1996, di Mario Nicolodi, per il quale Padre Bertoldo “aveva fatto dell’oblatività la sostanza sua di vita e l’anima dei suoi rapporti e delle sue relazioni interpersonali”. È del 1997 il volume “Pater Bertoldus-Padre Bertoldo Röllin. Una vita per Gries”, a cura del “Centro Culturale padre Bertoldo Röllin”.
Autore: Leone Sticcotti
Intingoli di metà primavera
Look Back, il disco di Peter Burchia uscito proprio un paio di anni fa in questo periodo, è senza dubbio una delle più belle sorprese musicali riservateci dagli artisti di casa nostra, un disco tutt’oggi molto bello, ben lavorato, con suoni e idee che non passano di moda. Burchia è uno della grande famiglia degli Shanti Powa e le canzoni che escono sotto l’egida dell’etichetta del gruppo sono spesso soggette a rimaneggiamenti, nuove versioni, all’insegna di un’apertura mentale di tipo universale che ha già dato frutti coi brani del gruppo (pensiamo alla doppia versione, normale e dub del loro ultimo lavoro) e con le divagazioni soliste di suoi componenti come Berise, Thomas Maniacco e Angelo Ippati.
Nella fattispecie, il team di reimmaginatori formato da Lu Fy (al secolo Ludwig Mayr) e dal chitarrista Nea Quo (Nico Lintner), non nuovi a questo tipo di operazioni, ha ripreso la title track del disco di Burchia e, nel proprio studio di Signato, l’ha reimmaginata, rivestita di sonorità moderne, vivaci e di un video animato coloratissimo che sembra fatto apposta per la composizione di Burchia. Meglio questa versione? Meglio l’originale? Sono due cose troppo diverse, due ottime cose.
Rimanendo nell’ambito dei musicisti noti per la loro attività all’interno di un gruppo, non possiamo lasciar passare inosservato il lavoro di Mirko Giocondo: il suo ruolo di bassista e contrabbassista con gruppi rock (pensiamo agli ormai dissolti Ferbegy?), funky (l’inossidabile Homeless Band) o nell’ambito della musica d’autore (Mirko è il bassista dell’Andrea Maffei Spritzband da diversi anni) è noto a molti, quello che forse non tutti sanno è che si tratta di un musicista completo, con un curriculum costruito su studi classici, e che oltre ad essere uno dei migliori in circolazione col suo strumento ha anche una parallela attività come solista.
Le sue composizioni sono per ora ascoltabili tramite il suo canale youtube, in cui sono postate sia incursioni jazz-rock che composizioni strumentali che mescolano suoni quasi ambient con influenze pop, etniche, prendiamo ad esempio l’atmosfera irish del brano che ha postato la vigilia dello scorso Natale, Ineternal, e ancor più evidentemente quella di Irish Valley che si avvale della collaborazione dell’amico Pietro Berlanda, altro nome da non smettere di tener d’occhio).
L’ultimo brano di Giocondo, in ordine di tempo è Lila, che intenzionalmente dovrebbe anticipare l’uscita di un lavoro solista (in forma solida o liquida, questo ancora non lo sappiamo) comprendente altre composizioni del musicista, tutte molto suggestive, che suggeriscono immagini e atmosfere, ma che starebbero molto bene anche nell’ambito di colonne sonore, a dimostrazione della versatilità di questo ragazzo.
Sliding Doors è invece il nuovo singolo (anche questo rintracciabile su youtube) del cantautore Paolo Cara, veneziano d’origine ma trapiantato a Laives: la sua notorietà è dovuta soprattutto alla sua presenza costante su canali televisivi come Canale Italia e Gold Tv, quindi lontano dalla scena locale. Stando alle cronache gode di un certo apprezzamento, certo il suo pop rockettaro può risultare accattivante, ma anche datato, con sonorità anni ottanta in cui lo sferragliare delle chitarre elettriche è soffocato da tastiere plasticose e ridondanti.
Sicuramente più interessante il nuovo video di Dana Tempesta, L’addio, che mescola il mondo delle giovani cantanti contemporanee, con i suoni quasi cameristici di un trio formato da pianoforte, violoncello e violino: l’esecuzione è stata filmata durante un’intima session nell’ambito del progetto Garden Sessions del regista Max Calanducci. Dana Tempesta si conferma con questo nuovo video come una delle nuove promesse da tener d’occhio.
Chiudiamo con la segnalazione di una ristampa: gli Slowtorch il 19 aprile scorso hanno festeggiato dal vivo la ristampa di Serpent, il loro disco del 2014, ora disponibile in veste vinilica grazie all’interessamento dell’etichetta Electric Valley Records, che due anni fa aveva pubblicato l’ultimo lavoro della band fondata da Bruno Bassi.
Autore: Paolo Crazy Carnevale
Festa e impegno
Svago, divertimento e impegno è stata la ricetta per la festa del 1° maggio a Vadena, dove è andato in scena il tradizionale Früschoppen dei Vigili del Fuoco. I cittadini hanno avuto l’occasione di vedere da vicino i mezzi di emergenza dei pompieri e dei carabinieri, potendone provare le dotazioni e gli interni. I bambini hanno testato le sirene, i lampeggianti, gli altoparlanti, l’autobotte e la Gazzella. Nel campo da calcio vicino, poi, c’è stata la dimostrazione dei carabinieri a quattro zampe Chip e Volkmar, che con i loro conduttori del Nucleo Cinofili di Laives hanno entusiasmato grandi e piccini.









Il raduno di Motomerano
Anche la quinta edizione del raduno dell’associazione sportiva MotoMerano si è rivelata un successo: ben 600 centauri hanno partecipato alla cerimonia di benedizione dei mezzi da parte di padre Paul, presente alla manifestazione già dalla prima edizione, andata in scena nel piazzale Prader. Ecco alcune foto scattate da Claudio Spinel.











I nomi antichi della Val D’Adige
La toponomastica è da decenni uno dei temi più controversi nella nostra provincia. A ben guardare, non ci sarebbe nessun motivo per tanto fervore poiché la gran parte dei toponimi locali neppure ci appartiene. Moltissimi derivano da lingue estinte e popoli scomparsi da secoli o addirittura millenni e ci sono ignoti i loro reali significati. Per rimanere nell’ambito dei fiumi, di cui ci occupiamo in questa sede, i cui nomi sono i più antichi in assoluto e spesso risalgono addirittura a un’epoca preindoeuropea, chi conosce il significato dei nomi dei maggiori corsi d’acqua che attraversano le nostre valli come Adige, Isarco, Rienza, Talvera, Passirio?
L’Adige è il fiume più importante dell’Alto Adige. Strabone, storico e geografo greco vissuto all’epoca di Cristo, lo chiamava Athesinos e credeva che sorgesse da un non meglio precisato lago alpino-appenninico (le Alpi rimasero terra sconosciuta fino all’epoca augustea) e sfociasse, dopo aver accolto le acque dell’Ategis (Isarco), nel mare Adriatico. È singolare la somiglianza del nome dei due fiumi che si incontrano tra Bolzano e Laives.
In realtà non è l’Athesinos, fino al punto di confluenza il meno lungo, ad accogliere l’Ategis, ma il contrario: ragion per cui diversi autori ritengono che in origine il corso d’acqua che oggi attraversa la Bassa Atesina si chiamasse Isarco e solo in un secondo momento il nome del fiume, che probabilmente in terra veneta portava un altro nome, divenne quello di Athesinos per tutta la sua lunghezza.
L’etimologia esatta dei due nomi non è chiara, anche se alla loro base troviamo la radice proto-indogermanica “adro-“, corso d’acqua, acqua corrente. La forma tedesca del nome risale all’alto medioevo e deriva dalla zona di Bolzano e non dalla Bassa Atesina, dove la lingua parlata era ancora quella romanza. La lettera A si trasformò in E e divenne Etisa, poi mutata in Etse, Etsche e infine Etsch.
In Bassa Atesina rimase invece a lungo presente la forma Adesch, tuttora in uso nelle valli ladine con Ladesch per definire sia l’Adige che l’Isarco. Ancora oggi la parlata trentina della Bassa Atesina conosce e utilizza prevalentemente questo nome.
Il nome tedesco Etisa, sorto con la colonizzazione bavara della zona di Bolzano, è documentato in Bassa Atesina a partire dal XII secolo, quando la lingua romanza arretra fortemente e con l’arrivo dei coloni germanofoni va a sparire del tutto.
Singolare è anche il fatto che l’Adige non diede subito il nome alla valle che attraversa, come invece è il caso dell’Inn in Tirolo. Non si parla di Val d’Adige / Etschtal prima del XVIII secolo. La parte superiore della valle dell’Adige porta da sempre il nome di Vallis Venusta, dal popolo retico che la abitava.
Dall’XI secolo appare anche il nome tedesco di Finsgowe, poi Vinschew, Vintscheu, Vintschga e Vintschgau. Da Merano in giù la valle era denominata Vallis Tridentina fino al XII secolo. Anche i Tridentini erano un popolo retico insediato probabilmente in parte di questo territorio e fino a Trento. Persa la memoria dei vecchi Tridentini, la valle dell’Adige iniziò lentamente a ricordarsi del proprio fiume. Non comparve tuttavia la definizione valle / Tal come la conosciamo oggi ma la forma Longum Athesis, che si potrebbe tradurre come “Lungo-Adige” o terra lungo l’Adige. Qualche documento riporta anche la forma Longiatesis teotonicum, Lungadige tedesco, oppure terra Athesis e circa o apud Athesim.
Il termine Unterland è inizialmente riferito alla zona tra Merano e Terlano. Soltanto a partire dal XIX secolo viene assegnata al territorio a sud di Bolzano, che dal XVI secolo veniva definito “Oberes und Unteres Etschviertel”, quartiere all’Adige di sopra e di sotto.
L’Ategis di Strabone, ovvero l’Isargus / Isarcus romano, da cui prese il nome il popolo degli Isarci, che con i Tridentini si dividevano il territorio dell’odierna Bassa Atesina, prende probabilmente il suo nome dalla radice “is-“ come i fiumi Isar, Isere e Ister, il cui significato dovrebbe essere quello di acqua rapida, tumultuosa. In tedesco il latino Isarcus divenne, dopo il XII secolo, Ysages, Ysac e Isach, poi dopo il XIII secolo Eysach e finalmente Eisack.
Autore: Reinhard Christanell